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mercoledì, 22 agosto 2007 Non sono un appassionato del copincollaggio, ma siccome varie persone mi hanno chiesto cosa penso del caso di Mohammed Hegazi, vi giro intanto un testo preso dal prezioso blog di Sherif, che - essendo egiziano - segue direttamente la stampa egiziana sul caso.
Non sono d'accordo su tutte le sue affermazioni, ma di quello ne parleremo domani, quando scriverò anch'io qualcosa sull'argomento.
Mi sono permesso solo di aggiungere qualche a capo per rendere più scorrevole il testo.
Miguel Martinez
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"Mentre in Egitto un 25enne di nome Mohamed Hegazi viene condannato a morte perché cristiano, nel silenzio colpevole delle istituzioni della Repubblica, il cui governo si limita a farfugliare timide prese di posizione, a Roma, nel cuore della cristianità, nasce una nuova moschea, questa volta a piazza Vittorio. In un quartiere già infestato dalla strabordante invasione di stampo cinese, ora nasce a fianco di una parrocchia un nuovo luogo di culto che ospiterà chissà quanti fondamentalisti, come se non bastasse la moschea che c'è a Roma nord. Non ci si vuole rendere conto che i cittadini romani non ne possono più di tanto buonismo e saggezza vorrebbe che si imponesse uno stop prima di andare avanti. Quanti altri imam devono predicare terrorismo in Italia?".
Francesco Storace, La Repubblica
Per quanto riguarda il caso del Sig. Mohamed Hegazi. Ebbene, nonostante quanto viene affermato in Italia, per quanto mi risulta egli non è stato condannato a morte da nessuno, tanto meno dall'Università di Alazhar: a sostenere tale versione sono individui e organizzazioni, soprattutto di ex-cittadini egiziani, di estrazione e stampo neoconservatore all'estero.
Solo un Imam, secondo la rete Alarabiya, ha fatto causa per far dichiarare Hegazi non aderente all'Islam, una causa che - ironicamente - coincide con i desideri dello stesso Hegazi. In Egitto l'abbandono dell'Islam non è considerato un reato punibile né con la morte né con il carcere e il governo permette persino alle autorità ecclesiastiche di avvicinare e convincere i cristiani che hanno abbracciato l'Islam a tornare sui loro passi, e quindi - tecnicamente - di abbandonare appunto l'Islam. Il sig. Hegazi ha solo avuto un problema burocratico - in Egitto di certo non mancano (solo per fare un esempio, una vedova che deve ritirare la pensione per la prima volta deve presentare anche un certificato controfirmato da due impiegati pubblici che affermano è ancora in vita (!), anche se si presenta in persona e con tanto di carta d'identità) - derivante anche dal fatto che è la prima volta in assoluto che viene avanzata una richiesta simile alle anagrafi locali. Per questo il sig. Hegazi ha fatto una causa allo Stato e ha nominato un avvocato. Se si sentisse tanto minacciato da un clima talmente ostile, di certo non l'avrebbe fatto, per di più facendosi fotografare e concedendo interviste.
Va detto però, che ultimamente sono emersi sulla stampa egiziana alcuni dettagli curiosi sulla vita del Sig. Hegazi: è passato dall'ideologia marxista a quella islamista (numerosi quotidiani egiziani affermano di essere in possesso di documenti scritti a mano in cui Hegazi loda Ayman Al Zawahiri, leader di AlQaida) e si è convertito al cristianesimo solo dopo che i suoi genitori si sono rifiutati di aiutarlo economicamente a sposare una giovane ragazza.
Fonti egiziane sostengono che è possibile che abbia appositamente scatenato questo caso proprio per ottenere asilo politico all'estero con annesso assegno di mantenimento. Gli unici, finora, ad aver preso le distanze dal sig. Hegazi sono i suoi genitori: il padre, in particolare, ha fatto causa per farlo dichiarare incapace di intendere e di volere. Anche il padre della moglie auspica il suo divorzio.
Ora, c'è solo da aspettare che la giustizia egiziana prenda il suo corso, senza interferenze esterne, evidentemente interessate a danneggiare l'immagine del paese all'estero strumentalizzando private tragedie famigliari, e possibilmente ancor più interessate a mettere in pericolo proprio la vita del sig. Hegazi istigando qualche integralista ad ucciderlo.
martedì, 27 marzo 2007 Torno da Chianciano. Ci porta sulla sua Panda il pittore anarchico Paolino, che sta lanciando una lotteria con un biglietto di tre euro a testa, per pagare l'assicurazione dell'auto, in cui ha dormito la notte; per il pranzo e la cena, eravamo riusciti a infitrarlo nel Grand Hotel di Chianciano senza pagare. In via eccezionale, Paolino ha messo in palio un suo quadro vero: in genere vende solo le fotocopie, perché non vuole staccarsi dalle sue creazioni. In macchina, ci sono un giovane genovese che si è da poco convertito all'Islam e una compagna statunitense, che racconta della sua famiglia di ebrei simpatizzanti del partito comunista e del suo liceo a Philadelphia, dove negli anni Sessanta ben 150 studenti su mille erano passati per le carceri per il loro impegno nel movimento per i diritti civili. Lei stessa, poi, aveva dato una mano per una raccolta di fondi per aiuti non militari al Vietnam del Nord. Il sottoscritto, traduttore di manuali tecnici e addestratore di bande paramilitari, completa a modo suo il quadro delle risorse umane della Quinta Colonna di al-Qaida in Occidente. E' quello che abbiamo per combattere i B52 e le Fabbriche di Mastro Geppetto, almeno al di qua della Grande Muraglia che ci divide da coloro che, in mezzo mondo, rischiano la vita sul serio. Eppure, con tutti i nostri limiti finanziari, umani, organizzativi e caratteriali, ce l'abbiamo fatta. Scommetto che quelli che ieri deridevano i "quattro gatti di ambigui estremisti", passeranno a dire "chi li paga?" Chianciano Terme, in questo quasi inverno piovoso, è un ammasso vuoto di cemento, senza nemmeno la vita che portano i pensionati e i curandi termali. E quindi puoi avere sale convegni e alberghi a prezzi bassissimi. Così la banda dei traduttori arabi, con passeggino e la bimba dal nome poco semitico di Ines di tre mesi, entra, tra gli untuosi sorrisi degli uscieri, nell'immensità ottocentesca del Grand Hotel, incedendo esistante sui tappeti e sotto i lampadari. Olga, una settantina d'anni, fuggita giovanissima da un piccolo paese vicino a Catania, vestita come sempre in maniera impeccabile, entra in una boutique e chiacchiera con la proprietaria. La quale a un certo punto le chiede quanto tempo intende restare. "No, sono qui solo per un convegno". La proprietaria la guarda spaventata e chiede, "ma non quello dei terroristi?" "Certo", risponde Olga. Il miracolo, grazie agli immani sforzi degli organizzatori: relatori rappresentativi con visti veri, dopo due anni di tentativi falliti; una grande sala convegni; e, per noi, comode cabine per la traduzione simultanea. Saidatun, che la mattina si veste da sposa marocchina e il pomeriggio da imprenditrice lombarda, dirige le non facili combinazioni tra inglese, arabo e italiano. Visto che ha allevato capre tra le montagne del Marocco e polli a Lima, ha fatto l'ambulante a Firenze e la biologa in Sudafrica e ha gestito un negozio a Bangkok, ci riesce, anche se deve scontrarsi con la scarsità di traduttori. Non me ne intendo molto di traduzione simultanea, comunque qualcuno mi aveva detto che dopo quindici minuti ci si deve dare il cambio; per scarsità di traduttori, mi tocca fare anche un'ora di seguito. Ma nella cabina accanto alla mia, vedo un amico palestinese che traduce verso l'arabo e verso l'inglese, senza pausa, per ore e ore. Quando sei in cabina, non capisci molto bene ciò che stai traducendo, e quindi ho qualche difficoltà a rispondere alla banale domanda, come è andata la conferenza? Nei termini della "visibilità mediatica", tanto ambita ai nostri tempi, è andata decisamente male. Nel dicembre del 2003, avevamo organizzato una manifestazione a sostegno della resistenza irachena, suscitando tanto di quel putiferio da meritare il titolo di "psicodramma nazionale", con centinaia di articoli sui giornali e diversi drammatici racconti in televisione; ne è nata una sorta di fronte rosso-azzurro, che metteva insieme i commissari telematici dell'estrema sinistra, i sionisti e i giornalisti di Libero: in quei giorni, Il Manifesto e Il Giornale pubblicavano articoli che sembravano l'uno la fotocopia dell'altro. Quando abbiamo provato a organizzare questo stesso convegno nel 2005, sono intervenuti 44 deputati americani per fermarlo e ci sono state innumerevoli interpellanze e articoli che denunciavano il pericolo che dei "terroristi" potessero mettere piede sul suolo italiano. Questa volta, il governo di centrosinistra ha scelto la vecchia politica giolittiana: per evitare problemi (e chi sa, anche per tenersi buoni possibili futuri vincitori nel conflitto in Medio Oriente), ha concesso i visti, ma ha anche fatto sì che non se ne parlasse. Così, silenzio assoluto nei media di "sinistra", da Repubblica al Manifesto. Strano, ma interessante, il silenzio o quasi della destra: una solitaria interpellanza di Mantovano, qualche articolo del Massimo Esperto, due o tre grugniti del pittoresco Dimitri Buffa ("Chianciano, le terme... si colorano di rosso") e poco altro. Eppure l'occasione era ghiotta. Nel 2003, si poteva al massimo accusare qualche questore di aver concesso il permesso di manifestare, eppure la destra ha urlato e pestato i piedi furiosamente. Nel 2007, si sarebbe potuto scrivere che Prodi aveva concesso l'ingresso in Italia a una banda di pericolosi terroristi, provenienti dal Libano, dalla Palestina, dall'Afghanistan e dall'Iraq: Libero, in passato, ha riempito pagine intere per molto di meno. Difficile dire, ma si ha il sospetto che l'ordine di tacere si sia imposto trasversalmente e che la destra l'abbia accettato, al costo di rinunciare a una ghiotta denuncia contro il Regime Comunista Amico degli Islamici. Se si è sentito parlare della conferenza di Chianciano, è soprattutto grazie al giro dei blog. I tempi sono quelli che sono, e sarebbe sciocco sperare di poter fare molto di più in questo momento che restare in piedi, senza vendersi l'anima per avere un effimero successo politico. Proprio questo salva la nostra area dal dogmatismo, dalle follie di chi crede di avere in tasca la Soluzione ai Problemi del Mondo o dalla tendenza a crearci un piccolo ghetto autoreferenziale dove riconosci i "nostri" da come si vestono o dal fatto che usano le parole d'ordine giuste. Mi sembra che la conferenza sia andata bene, invece, su un altro piano. Abbiamo messo insieme esponenti delle resistenze, persone (in massima parte) attente e capaci di capire il cosiddetto "Occidente". Questo avviene proprio mentre le resistenze rischiano di cadere nella trappola della guerra intestina. La guerra intestina è a volte fomentata direttamente dal nemico, nel caso della Palestina - dove Israele concede denaro e armi a una fazione, mentre il mondo nega tutto all'altra - e del Libano - dove gli Stati Uniti e la Francia hanno addestrato le squadre armate della coalizione tra le élite sunnite, druse e cristiane, contro sciiti e cristiani poveri. In altri casi, come in Iraq, la guerra intestina è legata sì alle scelte statunitensi, ma anche alle interferenze iraniane e saudite e alla catastrofe economica e sociale indotta dall'occupazione, che obbliga a raggrupparsi per bande per sopravvivere. Chiaramente, se la guerra contro l'invasore si trasforma in un massacro interno insensato, è la fine di ogni prospettiva di resistenza: se tu sei uno e loro sono dieci, li puoi dominare però tutti se i dieci si combattono tra di loro. Il primo pericolo per le resistenze, quindi, come ha sottolineato durante la conferenza lo studioso laico libanese Samah Idris, è il confessionalismo in tutte le sue forme e questo è stato anche compreso benissimo dalla parte più lucida delle resistenze islamiche: si pensi alla cura che Hamas dedica alla minoranza cristiana, o alla campagna contro il confessionalismo condotta da Hezbollah. Due scelte politiche quanto si vuole, ma estremamente sagge; ma anche l'ayatollah sciita al-Baghdadi, agli arresti domiciliari a Najaf, che è intervenuto telefonicamente alla conferenza, ha sottolineato come l'Iraq deve essere di tutte le sue componenti religiose ed etniche. A ribadire un altro punto fondamentale, con tutta la foga del predicatore battista nero, è stato Larry Holmes, veterano del Vietnam, che ha ricordato che se oggi l'Impero è in difficoltà, il merito non è delle nostre rumorose ma vane manifestazioni, ma di chi combatte. Senza le resistenze, la guerra infinita sarebbe arrivata ovunque e i suoi fautori godrebbero del consenso di cui godono sempre i vincitori. As-salamu 'aleykum, come ha detto Hamza Piccardo, salutando i convenuti con il pugno chiuso. martedì, 20 marzo 2007 Tirate fuori 14 Euro a testa, grazie Marino Badiale e Massimo Bontempelli hanno colpito ancora, pubblicando un testo veramente importante. Il titolo è La sinistra rivelata. Il Buon Elettore di Sinistra nell'epoca del capitalismo assoluto. Il libro è stato pubblicato da Roberto Massari, un editore piccolo ma abbastanza grintoso da assicurare che si possa almeno richiedere in libreria, per la modica cifra di 14 Euro. Comunque lo troverete in vendita a Chianciano, dove sono sicuro che verrete in tanti... Il titolo non deve ingannare: Badiale e Bontempelli provengono da lunghe esperienze "a sinistra", ma il testo non è l'ennesima diatriba interna a quel mondo. Anzi. E' un discorso che ci riguarda tutti, a prescindere dalle nostre radici ancestrali, ed è il primo tentativo serio di dare spessore e argomenti a quella che è ormai una sensazione comune di milioni di persone. Viviamo nel mondo descritto da Michela Murgia quando racconta con ironia il mostruoso microcosmo della Kirby. A proposito del proprio libro, l'autrice si pone una splendida domanda: "C'è la critica? C'è il racconto di un mondo che si critica da solo semplicemente esistendo. Se raccontarlo ne mette in luce le assurdità, allora il mio libro è una critica." Il mondo della Kirby è anche un mondo in cui il nostro governo trova normale porre sotto embargo un popolo intero, stremato, alla fame e bombardato come quello palestinese, ordinandogli, se vuole di nuovo mangiare, di abbattere il proprio governo democraticamente eletto. E' anche un mondo in cui il nostro governo trova normale cercare di sopprimere un processo perché i magistrati non "collaborano" con il governo stesso. E' anche un mondo in cui un partito espelle un proprio dirigente perché avrebbe violato il principio di non violenza, sostenendo il diritto alla resistenza dei popoli aggrediti; e che poi minaccia di espulsione i propri deputati che, in nome della non violenza, osano votare contro una spedizione militare. Tutte queste cose hanno in comune due elementi. Primo, violano la Costituzione, che non è né di "destra" nè di "sinistra", ma è semplicemente fondante della convivenza civile. Secondo, queste violazioni vengono sempre giustificate allo stesso modo: le esige il Mercato Globale, oppure le esigono gli Impegni Internazionali, che sono poi la stessa cosa. In più, al Buon Elettore di Sinistra, si pone un ricatto a cui cede quasi sempre: se non facciamo noi queste cose, arriverà Berlusconi e farà le stesse cose. Ora, se diciamo che il Mercato Globale può comandare e decidere in tutto e per tutto delle nostre vite, stiamo dicendo che il capitalismo ha un potere totale e senza vincoli, al di sopra di ogni altra sfera della vita; e i governi devono solo amministrare ciò che esige il capitalismo assoluto. Scrivono Badiale e Bontempelli: "Chiamiamo capitalismo assoluto il capitalismo storico che è penetrato in ogni poro e in ogni profondità della vita umana associata." Aggiungo un esempio mio: tutti conosciamo la grande statua del Buddha a Banyan, in Afghanistan, distrutta dai Taliban, in nome, si dice, del totalitarismo religioso. Pochissimi conoscono i petroglifi di Burrup in Australia. Si tratta della più grande raccolta di arte preistorica del mondo: un milione di incisioni rupestri risalenti, forse, a diverse decine di migliaia di anni fa. Burrup non è solo un sito archeologico. E' rimasto ininterrottamente un luogo sacro fino a decenni recenti, quando i suoi ultimi custodi furono cacciati, uccisi, mandati ai lavori forzati o strappati ai genitori per essere messi in orfanotrofi-carcere. Adesso hanno scoperto che in quella regione c'è il gas e stanno arrivando le ruspe. Lo scorso 27 gennaio, il ministro dell'ambiente ha dichiarato che il sito non merita una speciale protezione. Perché questo fatto non suscita alcuno scandalo nel mondo, al di fuori dei ristretti ambienti degli ecologisti e dei nativi australiani? Perché mentre non capiamo il Corano (ammesso e non concesso che il Corano giustifichi in qualche modo la distruzione della statua del Buddha), capiamo perfettamente il valore supremo della Competitività sul Mercato Globale. Ora, se la Competitività sul Mercato Globale diventa indiscutibile quanto il Corano, vuol dire che è il punto di riferimento assoluto e ultimo, ineluttabile quanto la divinità per il vero credente. E' esattamente questa aureola di divinità ineluttabile che Badiale e Bontempelli smascherano. Lo fanno con una gran quantità di dati e di ragionamenti chiarissimi, ma non voglio togliervi il gusto di leggere il libro, anticipandoveli. Passo al punto più importante, che riguarda proprio il mito della Competitività: "Un mondo in cui l'affermazione personale e addirittura la sopravvivenza esigono di essere più competitivi è un mondo di rovine, perché ovviamente, non è possibile che tutti siano più competitivi di tutti. Quello della competitività è è necessariamente un giuoco a somma negativa in cui, inoltre, pochi vincono e molti perdono. La sinistra cerca la 'buona' competitività, e i modi più efficaci per raggiungerla. Chi cerca invece solidarietà e rispetto della dignità di ogni essere umano, deve evidentemente abbandonare la sinistra". Infatti, il messaggio forte di Badiale e Bontempelli è proprio questo: se si vuole lanciare una politica che non cerchi di rendere meno micidiali le mazzate del capitalismo, ma che vuole invece fondare una nuova solidarietà, la prima cosa da fare è chiara e dolorosa, almeno per chi usa ancora il nome di "sinistra". Bisogna rompere, dentro di sé prima ancora che politicamente, con "la sinistra", con l'illusione del "meno peggio", con la fantasia che "comunque sono dei nostri". Perché la devastazione riguarda tutto e tutti. Anche il più moderato dei liberali (parlo dei liberali, non dei forcaioli finti tali) dovrebbe capire che il capitalismo assoluto significa la fine della libertà politica, e la fine della libertà politica significa la fine dello stato di diritto e degli stessi diritti umani. A insidiare, poi, la "famiglia", cara ai conservatori, non sono certo i Dico, ma la natura assolutamente aleatoria del lavoro. Lo racconta benissimo Khadija sul suo blog: "Il problema è che sei tu e che poi c'è pure la tua amica di Spoltore con tre figli e separata, e la tua amica di Teramo, ch'è pure mamma single e quella di Bucchianico che di figli non ne ha e chissà che non sia peggio. E la forza, invece, è nel saper essere architetto o ricercatrice, solo quando è proprio necessario, non in tutti quei casi - e sono veramente tanti - in cui il titolo è un pesante e ingombrante surplus. Molto più difficile saper essere magazziniera o colf con criterio e con dignità, senza stare lì a recriminare, senza sclerare perchè ti senti frustrata che c'hai una laurea e ti tocca fare questo e quello. Ce l'hanno tutti, una laurea, mica solo tu, eh! Fatto sta che ci occorrerebbe sopravvivere, piuttosto. Possibilmente, senza rischiare di ritrovarci, da un giorno all'altro, sotto un ponte. Eh, magari!" Non fingere di attutire i colpi del capitalismo assoluto, magari cercando di aumentare qualche reddito, ma andare nella direzione opposta, come indicano Badiale e Bontempelli: "Se un lavoratore avesse la casa gratuita, il trasporto gratuito sul posto di lavoro, il nido gratuito per i suoi bambini e l'assistenza gratuita per per i suoi anziani, e gli si offrisse una gamma più ristretta ma soddisfacente di beni di consumo da comprare, potrebbe vivere meglio senza aumenti salariali, in un quadro complessivo di prodotto interno lordo decrescente". E poi, come ci dicono tra l'altro anche i climatologi, l'alternativa è davvero spaventosa. lunedì, 19 marzo 2007 Pubblichiamo volentieri questo comunicato dei Radicali di Sinistra dell'Afghanistan (Left Radicals of Afghanistan, LRA). Qualcuno sicuramente commenterà che il linguaggio sembra non prendere in considerazione la complessità dei fattori, eccetera. La complessità dei fattori non viene nemmeno presa in considerazione dai bombardieri, e sotto le bombe ci stanno loro e non noi. Colgo l'occasione per ricordare che sabato e domenica, a Chianciano, ci sarà anche un esponente afghano. ***************** Non accettate di essere vittime negli interessi dell’imperialismo statunitense! Il 16 marzo scorso, nel quotidiano italiano L’Indipendente, un certo Salvatore Dama ha scritto un articolo sulla resistenza afgana contro l’occupazione, attaccandola e difendendo la guerra imperialista e auspicandosi la continuazione della situazione sanguinosa in Afghanistan. Da noi esiste un detto: quello che desideri per te stesso, desideralo anche per gli altri. Se Salvatore Dama si preoccupa della vita dei suoi compatrioti, dovrebbe preoccuparsi anche delle decine di bambini, uomini e donne dell’Afghanistan che vengono uccise ogni giorno dagli USA-NATO! C’è forse differenza tra il sangue di un afgano e quello di un americano-europeo?! I Radicali di Sinistra dell’Afghanistan (LRA) esprimono la propria profonda preoccupazione per il giornalista italiano attualmente ostaggio in Afghanistan. La LRA chiede l’immediato rilascio del giornalista e il ritiro delle forze occupanti USA-NATO dal nostro paese. Sin dall’inizio dell’aggressione statunitense contro l’Afghanistan, è stato chiaro che l’imperialismo statunitense ha un interesse strategico all’Afghanistan e a tutta la regione. Per questo, i popoli europei, come gli italiani, non dovrebbero permettere ai propri governi di sostenere l’imperialismo statunitense in questa strategia sanguinaria, fatta di saccheggio e di oppressione. Il popolo italiano, amante della pace capisce, e il governo deve capire, che le truppe di occupazione non vogliono aiutare il nostro popolo, anzi a causa della loro presenza diretta, la situazione è molto peggiorata. Per quanto tempo ancora, la gente dell’est, del nord e dell’ovest dell’Afghanistan dovrà essere testimone dell’uccisione dei loro figli e familiari e del bombardamento delle loro case e la distruzione dei loro beni da parte della selvaggia oppressione militare USA-NATO? Noi non siamo a favore degli attacchi suicidi, ma il mondo civilizzato si chiede mai perché una persona compie simili azioni, uccidendo se stessa? Salvatore Dama, se la USA-NATO dovesse colpire la tua casa e la tua famiglia uccidendo persone che non sono coinvolte con alcuna delle parti in conflitto, come reagiresti? Quindi, finché durerà la guerra ingiusta, condotta con il pretesto di restaurare la democrazia o di lottare contro il terrorismo, ci saranno vittime da entrambe le parti, sia gente innocente dell’Afghanistan, sia gente innocente associata agli occupanti e ai paesi imperialisti. È il compito delle persone progressiste e amanti della pace in tutto il mondo costringere i propri governi a ritirare le truppe e porre fine all’occupazione e al quotidiano versamento di sangue di centinaia di persone. Abbasso l’imperialismo degli USA e dei suoi alleati, causa principali di tutte le catastrofi! Radicali di Sinistra dell'Afghanistan (LRA) venerdì, 09 marzo 2007 "Anime di atavici" e pelli di topo A un certo punto, vanno fuori di testa. Tutta l'Italia si ricorda di Cossiga; qualcuno segue anche le esilaranti vicende di Paolo Guzzanti - che ha sorpassato la prole per senso (involontario) di umorismo, da quando ha deciso di aprire un blog. Poi c'è Geminello Alvi. In realtà, di Geminello Alvi so poco: è un economista, scrive ed è un seguace di quel mite, polimorfo, geniale e delirante visionario che fu Rudolf Steiner [1]. So che, Geminello Alvi, assieme a un giovane di nome Filippo Pretolani, dirige qualcosa che si chiama l'Istituto Kaspar Hauser per gli Studi Economici, e una rivista che si chiama Surplus, pubblicata dal Gruppo Espresso-Repubblica. Una volta provai a leggere un suo libro (di cui non ricordo nemmeno il titolo): ho un vago ricordo di un testo scintillante e un po' confuso. Comunque era ancora incomprensibile e quindi serio. Adesso sembra che sia diventato comprensibile, anche se sempre confuso. Leggo, ad esempio, che secondo Geminello Alvi, l'inquinamento sarebbe colpa «del ministro Pecoraro Scanio, dei comunisti e dei no global che approvano ogni volta le leggi per far venire più immigrati in Italia; e però si vorrebbero ecologisti. Per assecondare i loro terzomondismi peggiorano invece, incoerenti, il carico vitale, e inquinante, dell’Italia già pessimo». [2] Poi leggo che definisce Rifondazione comunista “una forza del male puro" che “educa alla falsità generazioni di giovani sulla rivoluzione russa o su quel finto eroe di Che Guevara“. Però, quando la gente va fuori di testa, anche se scende molto in basso, spesso comincia a dire cose vere. Di fuffa sulle Vittime e i Vittimi dell'Afghanistan, ne sentiamo fin troppa. Invece, Geminello Alvi dice le cose come stanno, a rischio di scandalizzare qualche buonista che in questi giorni sta votando dolorosamente a favore della spedizione afghana "così non torna Berlusconi". A parte le imbecillità su "Luxuria che batte i piedi", Alvi spiega correttamente la politica da applicare (e che viene applicata) per schiacciare gli afghani e portare a casa un buon bottino. Ovviamente, ha ragione solo se lo scopo è di schiacciare gli afghani e portare a casa un buon bottino, o almeno di farsi dare una pacca sulle spalle per avervi contributo, come nel caso del governo italiano. Per chi ha scopi diversi, questo articolo spiega perfettamente perché è un sacrosanto diritto degli afghani resistere. Con ogni mezzo. "Su Kabul lezione dalla storia di Geminello Alvi - giovedì 08 marzo 2007, 07:00 Ma intanto quel contorno di furbi e travestiti di ogni sorta ormai al governo, nonché comunisti falliti, si sgomenta e gli resiste. Ed eccoli i governativi più molesti con Luxuria battere i piedi, ormai in tormento isterico, mentre il povero Prodi si dispera, e D'Alema ammaestra alla pace una Nato già in guerra. Predica tanto più ridicola, tra l'altro considerando i molti tagliagole con cui si ha a che fare in Afghanistan. Come se quelle anime di atavici, [3] aduse a scannarsi tra di loro appena non scannano bastanti russi, indiani o inglesi, fossero da trattare coi Pacs. E dire che presso gli afghani gli italiani potrebbero vantare, dall'Ottocento, fama ben altrimenti utile, grazie al napoletano generale Paolo Avitabile. Il cui nome ancora pare sia usato dagli abitanti di Peshawar come minaccia per i bambini. Nato il 25 ottobre del 1791 egli era stato artigliere di Murat; e alle miserie della sconfitta aveva cercato rimedi nei commerci. Finiti male però, tra naufragi e pesti che lo decisero ad andare in Oriente. Là dove il re di Persia reclutava i reduci delle guerre napoleoniche. Rimase al suo servizio per sei anni: e riuscì a domare le tribù ribelli della frontiera. Ma per convincerli non usò metodi congeniali all'onorevole Luxuria. Adoprò piuttosto ecatombi e terrore. Gli guadagnarono di venir chiamato «eletto della Cristianità» dallo Scià, e insignito della decorazione della Corona e del Leone e del Sole. Una fama di spietatezza lo precedette a Kabul e fin nel Punjab, dove il maharaja Ranjit Singh, riconobbe i suoi talenti sanguinari. Lo assunse, gli affidò l'artiglieria e una provincia. Prima di arrivare a Peshavar il nostro mandò avanti dei carri coi pali di legno che fece piantare davanti alla città, tra le risa di scherno degli abitanti. Ma nessuno rise allorché il giorno dopo vi pendevano impiccati cinquanta ribelli. A bugiardi e spie fece poi tagliare la lingua e quando arrivò un santone, che protestava, la tagliò pure a lui. Il nostro malommo e generale era del resto di carattere tale che volle la sua guardia del corpo fatta dai parenti di afghani o khiberiti fatti squartare o impiccati per suo ordine. Tuttavia proprio per questi suoi talenti piacque agli afghani, come del resto agli inglesi. Un loro tenente lo descrisse uomo robusto, e alto, piacevole, barba lunga, in splendida veste verde con lacci e i bottoni d'oro, e la sciabola di un principe. Pare fosse ospitale per quant'era spietato. Inoltre salvò gli inglesi in ritirata da Kabul. Ma lo prese la nostalgia di godersi i frutti sanguinolenti delle sue ruberie. A Londra venne onorato con un solenne banchetto alla East India House. E finì rovinato dai buoni sentimenti: nel suo Paese, dove era tornato, avvelenato forse dall'amante della giovane moglie ch'aveva preferito agli harem. Ora non dico che Avitabile possa o debba imitarsi. Ma il ricordarsene è auspicabile. Perché in quelle valli desolate ben poco è cambiato. E i talenti effeminati di questo governo sono non meno perniciosi. La sua viltà avrà l'esito di attirare gli attentati sui nostri alpini; intanto già ne è sortito un rapimento. " Note: [1] Il chiaroveggente Rudolf Steiner, ex-dirigente della società teosofica tedesca, che vantava un accesso diretto agli Archivi Akashici in cui sarebbe registrata la totalità dell'esperienza del mondo, ha lasciato diversi segni nel mondo, ed è certamente uno dei pochi fondatori di simili movimenti che non sia mai stato accusato di scorrettezze, molestie o sfruttamento. Se prendete un tram dal centro di Basilea, potete visitare un incredibile villaggio chiaamato il Goetheanum, dove anche le cabine della corrente seguono le strane (ma belle) linee ondulatorie scelte dal fondatore. [2] Nello stesso articolo, Geminello Alvi dice che i comunisti della Germania dell’est «distrussero le coltivazioni biologiche impiantate secondo i metodi di Rudolf Steiner», confondendo allegramente le "coltivazioni biologiche" con la biodinamica di Steiner, le cui regole sono derivate dalle visioni personali del chiaroveggente: «Nel periodo in cui Venere si trova nel segno dello Scorpione, ci procuriamo la pelle di questo topo e la bruciamo, prendendo accuratamente ciò che si sviluppa tramite la combustione, cioè quello che rimane – (...) In ciò che è stato distrutto dal fuoco, resta soltanto la forza negativa nei confronti della forza riproduttiva del topo di campagna. Se quindi la sostanza ricavata in questo modo (...) viene sparsa sul campo, se è stato passato per il fuoco nel modo giusto al momento della massima congiunzione di Venere e dello Scorpione, si otterrà il mezzo che terrà lontani i topi da quel campo.» Una curiosità storica: le coltivazioni biodinamiche erano state diffuse da Walther Darré, ministro dell'agricoltura sotto Hitler, uno spirito comunque molto indipendente che passò gli ultimi anni della guerra agli arresti domiciliari. In seguito, si dedicò esclusivamente alla biodinamica, peraltro senza sposare la filosofia di Steiner. Si consiglia la lettura del libro di Anna Bramwell, Ecologia e societa nella Germania nazista : Walther Darre e il partito dei verdi di Hitler - Reverdito - 1988. [3] L'espressione, in bocca a un seguace delle complesse teorie di Steiner sulle reincarnazioni collettive (Steiner ad esempio sosteneva che gli statunitensi fossero la reincarnazione degli antichi egizi), non è casuale. sabato, 03 marzo 2007 Ecco le informazioni sulla Conferenza di Chianciano. Per le spiegazioni, potete leggere il mio post precedente.
Se qualche lettore di questo blog volesse venire, mi farebbe piacere se - oltre a iscriversi come indicato sotto - mi mandasse una mail per dirmi che ci sarà, scrivendo a kelebek@imolanet.com. Conferenza Internazionale
CON LA RESISTENZA, PER UNA PACE GIUSTA IN MEDIO ORIENTE
Chianciano Terme (SI)
Salone delle Terme di Sant'Elena
Sabato 24 e domenica 25 marzo 2007
PROGRAMMA E ORATORI
SABATO MATTINA (10,00 – 13,00)
Introduce i lavori Leonardo Mazzei
L’offensiva americana, la sudditanza europea e la prospettiva del Fronte antimperialista internazionale
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PRIMA SESSIONE
La resistenza dei popoli palestinese e libanese contro sionismo e imperialismo
Presiede la sessione: Aldo Bernardini
INTERVENTI
- Le sanzioni occidentali sono illegittime. Rispettare la volontà democratica del popolo palestinese
- Waleed al Modallal, professore di Scienze politiche presso l’università islamica di Gaza
- La soluzione democratica del problema nazionale palestinese
- Mohammed Ha Alissa, giornalista, esponente della sinistra palestinese
- Lasconfitta israeliana e il futuro della Resistenza libanese
- Ali Fayad, docente universitario, direttore del Centro di Studi e Documentazione di Beirut
- Unità nazionale per battere il confessionalismo religioso
- Samah Idriss, direttore della rivista letteraria libanese “Al Adab”
- La minaccia americana contro l’Iran e la Resistenza araba
– Hisham Bustani, giornalista, esponente dell’opposizione democratica giordana
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SABATO POMERIGGIO (14,30 – 18,30)
SECONDA SESSIONE
La Resistenza irachena e le condizioni della vittoria
Presiede la sessione: Wilhelm Langthaler
- Per l’unità di sunniti e sciiti contro l’occupazione
- Ayatollah al Sayyed Ahmed al Baghdadi, religioso patriottico, leader dell’opposizione contro l’occupazione
(collegamento telefonico)
- L’embargo politico alla Resistenza e le condizioni per la vittoria sugli occupanti
- Abdul Jabbar al Kubaisy, segretario dell’Alleanza Patriottica Irachena, portavoce internazionale del Fronte Patriottico Nazionale Islamico
- Il fallimento del piano americano di tripartizione imposto con la Costituzione
- Youssif Hamdan, professore universitario e leader del Partito comunista, unità del popolo (Ittihad Alshaab)
- L’impatto politico della resistenza irachena
- Saad Kiryakos, professore di economia all’università di Ottawa, portavoce dell’Organizzazione di amicizia, pace e solidarietà con l’Iraq
- Il governo al-Maliki è il primo artefice dello scontro settario e della proliferazione delle milizie
- Fadhil M. Hussain, professore universitario e giornalista
- La tragedia umanitaria e la drammatica dimensione della prigionia politica
– Ibrahim Sulman Rizk, medico
- La confessionalizazione del sistema scolastico e la repressione contro la libertà di espressione
- Nouri N. Abd, leader del movimento giovanile e studentesco
- La sinistra irachena e la sua alleanza con le forze patriottiche islamiche
- Asrar-A-Abdullatif, leader del Partito Comunista Iracheno (Comando Centrale)
- L’opposizione shiita contro l’occupazione americana e la duplice politica iraniana
- Mohamed al Khuzai, portavoce del movimento dell’Ayatollah Hassani per l’unità e la riconciliazione irachena
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DOMENICA MATTINA (9,00–13,00)
TERZA SESSIONE
Un unico nemico, la stessa lotta. Come costruire un Fronte Antimperialista Internazionale
Presiedono: Roberto Massari e Marco Riformetti
- Il Forum Sociale Mondiale e il problema del sostegno alle Resistenze
- Samir Amin, docente universitario a Dakar e esponente del FSM
- Dopo il Vietnam. Il movimento No-War negli Usa e la guerra in Iraq
- John Catalinotto, International Action Centre Usa
- Come è nata e come si è sviluppata la Resistenza irachena
- Jabbar al Kubaysi
- Perché e’ probabile l’aggressione USA all’Iran
- Lucio Manisco, giornalista
- Il ruolo dell’Islam nella lotta antimperialista
– Hamza Piccardo, portavoce Ucoii (Unione Comunità Organizzazioni Islamiche in Italia)
11,30 – Dibattito
13,30 – Conclusioni di Moreno Pasquinelli
14,00 – Pranzo
15,30 – Approvazione documento conclusivo
16,00 – Conferenza stampa
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COME PRENOTARE PER PARTECIPARE ALLA CONFERENZA
Il 24 e 25 marzo sarà dunque possibile dare finalmente voce anche in Italia alle ragioni, ai programmi, agli obiettivi delle forze che resistono alle aggressioni imperialiste.
E’ la prima volta che una conferenza di questo tipo si svolge in Europa.
Essa sarà dunque un’occasione per rafforzare la solidarietà del movimento contro la guerra con i popoli che la guerra la subiscono da anni. Ma sarà anche un’occasione per conoscere la situazione in Iraq, Palestina e Libano attraverso la voce e l’esperienza di chi resiste, contro l’intossicazione della disinformazione imperante.
COME PRENOTARE
Per la prenotazione basta scaricare e compilare la scheda che trovate qui http://www.iraqiresistance.info/register.php sia in versione word che Pdf.
La scheda va inviata a Clante Hotels, Chianciano Terme
Tel. 0578 63360 Fax 0578 64675
E-mail clantehotel@libero.it
Sono possibili 3 pacchetti:
A) Dalla cena del venerdì al pranzo della domenica, al prezzo di 104 euro a persona in doppia e di 118 euro in singola.
B) Dal pranzo del sabato a quello della domenica, al prezzo di 82 euro a persona in doppia e di 89 euro in singola.
C) Dalla cena del sabato al pranzo della domenica, al prezzo di 67 euro a persona in doppia e di 74 euro in singola.
N.B. questi prezzi comprendono il contributo individuale di 15 euro al giorno per l’autofinanziamento della conferenza.
Vi ricordiamo che la conferenza sarà tradotta simultaneamente in tre lingue (arabo, italiano, inglese)
Per informazioni e chiarimenti rivolgersi al comitato organizzatore scrivendo a conferenzachianciano@libero.it o telefonando al 328 4320501 (Maria Grazia) dopo le ore 14,00
Forse vi avranno incuriosito, nella colonna a destra, un tag intitolato "Chianciano", che raccoglie un gran numero di post, nonché un banner, dell'ottimo Mauro Biani, che è stato esposto da diversi blog e che riporta sempre a quel tag.
Il riferimento è a un convegno che gli amici del Comitato Iraq Libero stanno cercando di organizzare dall'estate del 2005, nella cittadina di Chianciano. L'idea iniziale era di far parlare, per la prima volta in Europa, alcuni esponenti della Resistenza irachena. La cosa è importante, perché, come sa anche la casalinga di Voghera, laggiù c'è un conflitto. E la casalinga di Voghera, o il traduttore di Firenze, sa anche che la democrazia si basa sull'idea che in un conflitto si ascoltano tutte e due le parti, per decidere poi chi ha ragione e chi ha torto. Per dire, non sarebbe democratico se i giornali riportassero solo i pareri di Berlusconi, di Fini e di Casini, mentre venisse vietato a Prodi, Diliberto o Rutelli di aprire bocca. Noi siamo talmente coinvolti nei conflitti in Medio Oriente, che stiamo per regalare agli Stati Uniti la base, a Vicenza, da cui tutti quei conflitti saranno coordinati. Quindi, l'idea era di sentire anche l'altra campana. Il termine "Resistenza" va precisato: per forza di cose, gli invitati sono persone che vivono legalmente o in Iraq, o nei paesi vicini; che possono uscire legalmente da quei paesi; e che possono poi entrare legalmente in Italia. Nemmeno volendo, si potrebbero quindi invitare dei combattenti in Italia. Al massimo, esponenti rappresentativi di quel 61% di iracheni che approva la resistenza armata. In più, la faccenda è interessante, perché le guerre statunitensi sono al centro della storia mondiale da almeno cinque anni. Anzi, a essere precisi, da 200 e passa anni, gli Stati Uniti hanno condotto in media quasi una guerra all'anno fuori dai propri confini, ma quello è un altro discorso. Di tutte le manifestazioni con bandiere arcobalene, il complesso militare industriale (questo termine sovversivo è stato coniato dal presidente repubblicano Eisenhower) si è fatto un baffo. Invece, di fronte alle bombe improvvisate dei partigiani iracheni, si è fermata l'intera macchina imperiale. E solo allora i media e i politici hanno cominciato a mettere in dubbio l'opportunità di tante altre guerre. Quindi la resistenza irachena, pur nella sua inestricabile complessità, ha segnato anche la nostra storia. Nell'estate del 2005, ben quarantaquattro membri della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, con in testa Sue Kelly, presidente della commissione parlamentare su "esercito, terrorismo, minacce e capacità non convenzionali", avevano mandato una specie di ultimatum all'ambasciatore italiano a Washington, Sergio Vento, ordinandogli di vietare il convegno di Chianciano. In aperta contraddizione con il nome del loro partito, i politici di Forza Italia si sono mossi in blocco a sostegno di questa violazione della sovranità nazionale; il ministro degli esteri, Gianfranco Fini ha posto il suo veto sui visti ai partecipanti, e il convegno è saltato. Adesso, sembra che il convegno si possa fare: come a Vicenza, il centrosinistra preferisce sfuggire allo scontro frontale, tanto, cosa volete che sia un convegno? La situazione in Iraq si è però molto complicata dal 2005, con la guerra civile tra sciiti e sunniti; e dopo la guerra simultanea che Israele ha condotto la scorsa estate contro i palestinesi e contro i libanesi, e l'intervento italiano in Libano, si è deciso di estendere il convegno in modo da dare voce anche alle resistenze in Palestina e in Libano. La conferenza, quindi, oggi si intitola Conferenza Internazionale CON LA RESISTENZA, PER UNA PACE GIUSTA IN MEDIO ORIENTE e si svolgerà a Chianciano Terme (SI) nel Salone delle Terme di Sant'Elena, sabato 24 e domenica 25 marzo 2007. Nel prossimo post, il programma e le modalità per iscriversi. lunedì, 26 febbraio 2007 Compagno Guido Cappelloni, menopeggista Il "socialismo reale" è stato un fenomeno di immensa importanza. Al di là della fuffa retorica e teologica che il socialismo reale stesso produceva, al di là delle sciocchezze paranoiche scritte nel mondo non comunista, credo di averne capito qualcosa soprattutto grazie al libro La caduta dell'impero del male, del geniale, acido, ironico matematico sovietico, Aleksandr Zinov'ev. Un libro che da una parte demolisce le giustificazioni teoriche che il socialismo reale dava di se stesso, i suoi fantasmi di legittimazione, dall'altro ne descrive i lati positivi - ed erano molti - sotto un punto di vista completamente inatteso. Ma tra le mille cose che conteneva il socialismo reale - una categoria in cui possiamo comprendere anche il PCI italiano - c'era anche un efficace meccanismo per liquidare il dissenso, basato sull'autoesaltazione paranoica. Siamo in guerra e quindi dobbiamo essere molto disciplinati. Chi esce dalle righe è un traditore. Va bene, queste cose le conoscete, o per esperienza personale, o perché la propaganda di destra non esita a tirarle fuori ogni volta che può. Ma quello che la propaganda di destra non dice, è che questo meccanismo per schiacciare il dissenso è sempre servito, nel PCI italiano, per coprire qualunque compromesso. L'altro giorno, sul treno, il segretario regionale toscano del PdCI, tale Nino Frosini, ha dato un pugno in faccia al senatore Fernando Rossi. Non perché Rossi avesse fatto qualcosa di destra: che so, non ha votato per il taglio delle pensioni, o per costruire una base militare americana nel Colosseo. No. Il senatore Rossi è colpevole di non aver voluto buttare bombe in testa agli afghani. E per questo, è diventato un traditore della sinistra. Frosini è entrato per caso nello scompartimento di Rossi: "I due, ex compagni di partito, si riconoscono. Pochi secondi di silenzio. Poi Frosini rimette il biglietto in tasca e dice ai suoi: «Andiamo via, che io con questo qui non ci voglio stare». Rossi risponde: «Ma dai, vieni qui non fare il coglione. Che ti sei bevuto il cervello anche tu?». I due si avvicinano, a portata di sberla. «Non mi rivolgere la parola pezzo di merda, ti dovresti vergognare, vuoi rimandare su Berlusconi?» " Questo meccanismo viene spiegato molto bene da Michele Corsi (ma leggetevi tutto il suo articolo, è importante ): "Uno degli elementi tipici che caratterizzano noi "base" della sinistra è la cultura del "meno peggio". Questa cultura non riguarda affatto una supposta differenza tra "sinistra radicale" e "sinistra riformista", una divisione ormai piuttosto giornalistica: tutti ci siamo dentro. Non si tratta di un difetto genetico, ma di un residuato bellico dell'ideologia Pci precadutamuro. Era l'epoca in cui burocrati un po' tromboni soffocavano i borbottii delle sezioni con un tono di voce impostato, il petto in fuori come quello d'un tacchino, il tono condiscendente di chi si rivolge a una platea che non ha capito "il nodo" del problema, ed esclamava "ma compagni!!!", ma compagni: c'è il golpe che incombe, c'è il fascismo che rialza la testa, c'è la Cia che ci spia... E ciò serviva in maniera sistematica a giustificare qualsiasi compromesso, storico e non. Roba vecchia come il cucco, ma i dirigenti Ds, che del Pci han buttato via tutto, si sono ben guardati dal privarsi di questa preziosissima arma di controllo della base. Parte del giochetto è l'invenzione di una cultura avversaria, "da battere", ma inesistente, contro cui dirigere ogni strale: quelli che dicono "tanto peggio tanto meglio". In realtà non esiste in tutta la storia della sinistra italiana, nemmeno quella estrema, nemmeno quella estremissima, questa concezione, ma viene agitata come spauracchio, e, di solito, con grande successo. "Noi NON siamo QUELLI del tanto peggio tanto meglio".... e con questa frase magica, che allude a fantasmi tanto più temibili quanto meno identificabili, si giustifica ogni cedimento, mentre l'obnubilato uditorio è preda del terrore di essere accomunato a "quelli"." Ecco che avviene un fenomeno che non possiamo assolutamente capire, se continuiamo a ragionare nei termini calcistici di destra e di sinistra: l'incorporazione dello stalinismo nel capitalismo totalitario. Paradossalmente, si potrebbe quasi dire che il neostalinismo assuma, nei confronti dei movimenti sociali, un ruolo analogo a quello attribuito alle squadre fasciste degli anni Venti. Una sorta di "braccio armato della borghesia", come si diceva all'epoca. So da me che questa è un'esagerazione, per mille motivi; ma a volte prospettive provocatorie come questa ci aiutano a mettere a fuoco le cose da un punto di vista a cui non avevamo pensato prima. Mi vengono in mente, assieme a vari satrapi dell'Asia Centrale, Ferenc Gyurcsány, il primo ministro ungherese, ex-dirigente dell'Organizzazione dei giovani comunisti ungheresi, diventato imprenditore ricchissimo con il soprannome "il socialista in limousine", tornato in politica con la sinistra liberista e filoimperiale, mentre le piazze contestavano la sua guerra contro le pensioni e i diritti sociali. O Bertinotti, mentre caccia dal suo partito uno dei capi dell'opposizione interna, Marco Ferrando, in base a un articolo uscito su Libero (sì, è andata proprio così). O il compagno Guido Cappelloni. Questo signore è stato coinvolto in quella strana storia dei finanziamenti sovietici all'ex-PCI. Così, in un sito evidentemente anticomunista, leggiamo: "Nel '76 il Kgb, in un incontro con Guido Cappelloni, si decidono altri sistemi pergarantire la sicurezza e la riservatezza del trasbordo [di soldi]. Il luogo convenuto non è più l'ambasciata, ma zone presumibilmente esterne alla residenza diplomatica. L'area viene bonificata congiuntamente da sovietici e italiani: due auto, una del Kgb e l'altra di Botteghe oscure fanno opera di "controsorveglianza". " Ma oltre a questi presunti incontri con i sovietici, c'è dell'altro. Sentite questa. IL COMPAGNO GUIDO CAPPELLONI "il Manifesto" 24.2.2007 Loris Campetti "Vieni avanti", mi aveva detto in tono freddo ma rispettoso. E non aveva aggiunto "cretino", quel compagno grigiamente elegante. Erano tempi in cui il dissenso non era consentito, ma i modi restavano cortesi. Andai avanti, era una stanza molto grande in non ricordo quale piano del mitico palazzo del Pci, alle Botteghe oscure. Quel compagno mi spiego in tono severo che mi ero "posto oggettivamente fuori dal partito". Io non ero d'accordo. In quella grigia giornata di fine inverno del 1970 ero ancora convinto che "quelli del Manifesto" avessero ragione su tutto tranne su una cosa: non dovevano farsi radiare, dovevano restare dentro a far battaglia politica. Io ci provai, per un anno ancora, finché la verità (che come e noto era depositata alle Botteghe oscure) non mi venne sbattuta in faccia: "Forse sei un compagno in buona fede - mi disse paternamente quel compagno - ma devi prendere atto che non sei uno del Pci, sei uno del Manifesto". E aggiunse: "Tanti auguri". Avevano ragione i compagni che erano stati espulsi un anno prima. E aveva ragione quel dirigente delle Botteghe Oscure, che peraltro non parlava a titolo personale ma addirittura su mandato della CCC (il CC era il Comitato centrale, la CCC invece, la Commissione centrale di controllo). Erano i tempi del "centralismo democratico". Ieri, parlando al telefono con quel reprobo di Franco Turigliatto, che ammetto di conoscere da tempo, ho scoperto che anche lui e stato convocato da un compagno che presiede il Collegio di garanzia (mutatis mutandis) del Partito della Rifondazione comunista, incaricato di spiegare all'affossatore delle speranze democratiche del popolo di sinistra che il suo operato l'ha reso "incompatibile con il Partito". In poche parole, Turigliatto "si e messo oggettivamente fuori dal Partito". Il racconto potrebbe finire qui - una semplice analogia. Senonché, capita che il compagno che fece chiarezza nella mia mente (e pulizia nel Partito) 37 anni fa si chiamasse Guido Cappelloni. E capita che il compagno che ha convocato Franco Turigliatto si chiami, anch'egli, Guido Cappelloni. E' ovvio, non puo che essere un curioso caso di omonimia. Quel Cappelloni con cui ebbi a che fare io era nato a Macerata, come me ma molto prima, nel '25 e dunque poteva essermi padre. Si era iscritto al Pci nel '44 e aveva gia alle spalle una gloriosa storia di guida delle proteste popolari, da quelle contro l'attentato a Togliatti alle lotte mezzadrili nelle Marche, al biennio rosso '68-'69. Quindi la carriera nel Partito, in quella componente del Partito che aveva come fari i compagni Pietro Secchia e Armando Cossutta. Quel Guido Cappelloni che ha convocato - non a Botteghe oscure, a via del Polichinico - Franco Turigliatto, invece, e nato a Macerata nel '25, nel '44 si iscrisse al Pci e "nel periodo che va dal '48 al '69 sostenne numerose proteste popolari...". Si, è proprio lui. E' sempre lui. Una vita da custode dell'ortodossia, in nome del "centralismo democratico". Sono passati 37 anni, forse sono passati invano. Credo che sia un'ottima persona, il compagno Cappelloni, il problema non e lui. Non so perché, improvvisamente mi viene in mente un vecchio libro di Arthur Koestler: "Buio a mezzogiorno", scritto a ridosso delle purghe staliniane." sabato, 24 febbraio 2007 Autocertificasi "liberale", in Italia, chi vuole i dissidenti in galera, libertà di rapimento per i servizi stranieri sul nostro suolo e i sospetti di furto di mele fucilati senza processo. Però democrazia liberale ha anche un significato, magari secondario, ma pure importante. Innanzitutto, la democrazia liberale, come i film o le insegne dei locali notturni, deve essere anglosassone. E mi dicono che la democrazia bipolare anglosassone, per non essere una sòla completa, deve basarsi su due cose: chi si fa eleggere deve spiegarci prima cosa vuole fare, e deve fare più o meno quello, una volta eletto. E l'opposizione deve stare lì con una lente di ingrandimento, per riportare sulla retta via il governo. Ora, prendiamo un caso molto concreto, visto che a noi contribuenti è costato non pochi soldi. Nel gigantesco programma dell'Unione, a pagina 109, c'erano scritte queste parole: "L'Unione si impegna, nell'ambito della cooperazione europea, a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti". Ora, quando l'Unione è arrivata al governo, ha fatto passare una finanziaria di 33 miliardi e 400 milioni di Euro. Di cui circa 4,5 miliardi (ma la cifra reale pare sia parecchio più alta) per spese militari, a vario titolo. Una cosa mai vista, almeno nella storia repubblicana (non saprei dire come fosse il bilancio dell'Italia fascista durante la guerra). Questa finanziaria è stata attaccata in maniera assai rumorosa dall'opposizione. Allora, vado a leggermi una critica, che mi sembra dettagliata e scritta da persone informate, che l'opposizione ha rivolto alla finanziaria. Potete leggerla anche voi, ma non la riporto qui, perché quello che mi interessa è ciò che tale critica tace. Infatti, non c'è una sola parola sulle spese militari. Si lamentano, quindi, solo di come vengono riscossi i soldi, non di come vengono spesi. Perché su quello non possono avere nulla da ridire. Poi dicono che elettori ed eletti faticano a capirsi. Solo che gli eletti hanno il parlamento (e i ministeri e la polizia e tutto il resto) in mano, gli elettori tutt'al più gli striscioni. venerdì, 23 febbraio 2007 L'Italia è un paese in cui i dirigenti di partiti di governo marciano il sabato contro una base statunitense, e il mercoledì cacciano dai loro stessi partiti chi osa non votare a favore della politica in cui si inserisce la costruzione di quella stessa base.
Certo, l'Italia è un paese debole e non può permettersi la coerenza. Ci sono invece paesi molto più forti, almeno in termini di decenza e di semplice buon senso. Prendiamo ad esempio l'Ecuador, il cui governo ha deciso di non rinnovare gli accordi che permettono agli Stati Uniti di mantenere un'imponente base aerea militare a Manta, in scadenza nel 2009. Spiega il vicepresidente Lenin Morero (sì, si chiama Lenin, ma non ha il pizzetto e sta su una sedia a rotelle): “Noi vogliamo solo essere rispettati. Gli ecuadoriani sono gente molto rispettosa della società nordamericana, rispettiamo e ammiriamo il popolo nordamericano. Non riteniamo però che sia corretto che il loro presidente prenda decisioni che diminuiscano o ledano la nostra dignità. La autodeterminazione dei popoli è una risorsa fondamentale”. Nelle sue dichiarazioni al quotidiano Crónica il vicepresidente sottolinea: “Non c’è motivo che i soldati di un paese abbiano basi in altri paesi. Cosa pensereste se noi pretendessimo avere una base militare ecuadoriana negli Stati Uniti per difendere i diritti umani degli ecuadoriani che vivono lì? Non avrebbe senso, così come non ha nessun senso una base nordamericana in Ecuador”. “C’è sempre stata l’abitudine da parte di certi governi statunitensi d’intervenire nella politica dei paesi latinoamericani, però fortunatamente i nostri popoli sono maturati e non si adattano più a questo comportamento”. |
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