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lunedì, 17 marzo 2008 La rivolta del Saggio Selvaggio Leggo delle sommosse in corso nel Tibet. Il Tibet l'ho conosciuto, per primo, attraverso le affascinanti relazioni di due missionari francesi di metà Ottocento, Évariste Régis Huc e Joseph Gabet, per nulla ossesionati dall'ortodossia (mi sembra di ricordare che ebbero anche problemi con il Vaticano), ma esenti da ogni fantasticheria orientalista sul Saggio Selvaggio. Un buon vaccino per le letture che avrei poi fatto, ai tempi del mio coinvolgimento teosofico: Giuseppe Tucci, Francis Younghusband, Alexandra David-Néel. Personaggi tutti straordinari, per le vite avventurose che hanno vissuto. Tucci è stato un grande esploratore; Younghusband, il primo occidentale a conquistare militarmente il Tibet, per poi convertirsi al buddhismo, è stato uno dei più notevoli ufficiali dell'impero britannico; come notevole è stata Alexandra David-Néel, teosofa e anarchica, fuggita di casa nel 1886 per girare l'Europa da sola in bicicletta, e vissuta per due anni in una grotta del Sikkim. Sia Younghusband che Alexandra David-Néel erano seri nelle loro ricerche, eppure sempre ai confini di un allucinato Tibet che rifletteva le bizzarre stravaganze dell'occultismo occidentale. Appena un po' in là di loro, c'era infatti il Maestro Tibetano Djwal Khul, un'entità onirica che faceva brillanti scherzi a Madame Blavatsky, e si dedicava a lunghi sproloqui con la ben più piatta Alice Bailey, la signora che contestò l'eredita della geniale matta russa al paravescovo pedofilo Charles W. Leadbeater e alla moralista progressista Annie Besant.[1] Ma ancora più in là, ci fu Lobsang Rampa, guru tibetano di milioni di lettori occidentali incantati, che dichiarava di essersi aperto il Terzo Occhio ficcandosi un cuneo di legno in fronte a martellate. Un giornalista scoprì che Lobsang Rampa era in realtà un idraulico inglese di nome Cyril Henry Hoskin.[2] Lobsang Rampa fu anche l'autore materiale di Living with the Lama, l'autobiografia dettatagli telepaticamente dal suo gatto siamese, Fifi Greywhiskers. La cosa meravigliosa è che ancora oggi, Lobsang Rampa ha i suoi seguaci.Devo ringraziare la dea Ral-gcig-ma, oltre a un minimo di buon gusto, per avermi sempre protetto da ogni simile tentazione. A questo punto, già sento un coro che dice, "ah, eccolo, l'amico dei Taliban che invece quando si tratta di tibetani oppressi dai comunisti prende in giro!" Non è affatto così. Sto con i monaci tibetani come sto con i Taliban, e per motivi più o meno simili. Credo infatti che tutti i popoli abbiano il diritto di cacciare i propri oppressori, con o senza le armi; che gli oppressori siano americani, israeliani, russi o cinesi. E non mi interessa il fatto che i ceceni o i tibetani facciano "oggettivamente il gioco del nemico", come sostiene qualche amico più o meno stalinista: come Osama bin Laden ai tempi della guerra di liberazione dell'Afghanistan dai russi, i tibetani fanno benissimo a sfruttare tutti gli appoggi che riescono a ottenere. A kalashnikov (o Richard Gere) donato, non si guarda in bocca. Solo che tutti i Lobsang Rampa dell'ultimo secolo e mezzo hanno generato una vasta riserva di simpatia occidentale per i tibetani, negata ad afghani, ceceni o palestinesi. Che, va detto, hanno anche avuto la fortuna di trovare nel Dalai Lama un venditore della propria causa secondo solo a Walter Veltroni. Tutto questo, ripeto, è un bene e non un male. Michael Parenti ha scritto un'interessante critica ai luoghi comuni sul Tibet: ricordando il durissimo sistema feudale su cui si reggeva il Tibet dei Lama, la schiavitù (e ancora peggio, la servitù che esentava i signori da ogni responsabilità) che si manteneva con torture e mutilazioni (nonché con la colpevolizzazione religiosa), lo sfruttamento sessuale delle contadine da parte dei monaci, i conflitti interni spesso violenti... Quella di Parenti è una visione di parte, e scritta evidentemente da una persona estranea agli studi religiosi. Però aiuta ad avere una visione più ampia. E proprio questo ci deve ricordare una cosa importante: che possiamo sostenere una lotta di liberazione anche a prescindere dai nostri gusti e dalle nostre proiezioni personali. Note: [1] Qui potete vedere Djwal Khul e altri due Maestri Ascesi, travestiti da dignitari vittoriani, che fantasmeggiano attorno al trono della Divina Panzanofora. Di Djwal Khul esiste anche una raffigurazione molto più informale, un bel viso da metalmeccanico di Casablanca, con maglietta di lana e accappatoio. [2] A essere pignoli, l'idraulico era il padre di Hoskin, che il figlio aiutava saltuariamente. Per il resto, pare che il Lama non avesse la passione del lavoro. Comunque, bisogna dire che il Saggio Hoskin scriveva bene. venerdì, 14 marzo 2008 Marcel Khalife è uno dei più inventivi suonatori del 'ud, il liuto arabo. Nato in un villaggio cristiano del Libano, è autore o cantante di alcune straordinarie canzoni:[1] ricordo per tutti la poesia che il palestinese Mahmud Darwish dedicò alla propria compagna israeliana, Rita. Le canzoni di Marcel Khalife sono state messe al bando in Tunisia, sotto inchiesta in Libano per blasfemia (assai pretestuosamente, ma ricordiamo che i fondamentalisti sunniti lì sostengono il governo) e in Bahrain per immoralità; le sue cassette sono state sequestrate in Israele, e i suoi concerti impediti a San Diego in California. Soha Beshara, una giovane comunista di famiglia cristiana, si improvvisò istruttrice di danza aerobica per poter entrare nella villa di Antoine Lahad, il mostruoso capo del cosiddetto "Esercito del Libano Meridionale", i quisling che per tanti anni terrorizzarono gli abitanti della fascia occupata del Libano. Lei riuscì a sparargli, ma non a ucciderlo. Fu tenuta prigioniera per dieci anni nel carcere di al-Khiam e torturata a lungo. E disse che se le avessero chiesto le sue ultime volontà prima di metterla a morte, avrebbe voluto cantare una canzone di Marcel Khalife. Soha Beshara, al suo rilascio da al-Khiam Girando in rete, ho trovato buone traduzioni in inglese di alcuni testi di Marcel Khalife; e mi permetto di plagiare qui una di queste traduzioni, dando appena un'occhiata al testo in dialetto libanese. La canzone al-tifl wa al-tayyâra, che potete ascoltare qui, si basa sull'ambiguità della parola araba tayyâra, che indica semplicemente qualcosa che vola, dal verbo târa: in questo caso significa sia aquilone che aereo. Il traduttore è costretto a scegliere a volte un termine, a volte l'altro, ma ricordatevi che nella canzone, la parola è una sola. Per capire la canzone, siamo quindi costretti a fare uno sforzo per tenere a mente qualcosa che verrebbe spontaneo all'ascoltatore madrelingua. La canzone racconta, credo, il bombardamento di un campo profughi palestinese in Libano - forse proprio la nostra Ein el-Helwa -, ma più ampiamente, è la storia di tutto l'orrore che ci domina dall'alto, dai tempi di quegli apprendisti stregoni che furono i fratelli Wright. C'era una volta un bambinoNota: [1] Ascoltare il 'ud in mp3 è come guardare un quadro famoso sulla foto sgranata in bianco e nero di un vecchio giornale.
mercoledì, 27 febbraio 2008 Segnalo questo qui: E' un documento molto lungo, ve lo dico subito. Però secondo me descrive abbastanza bene i punti salienti della situazione mondiale e le scelte da fare. Utile per amici e nemici, anche per capire cosa pensa realmente chi è stato accusato di tutto e del contrario di tutto. venerdì, 15 febbraio 2008 Al hajj Imad Mughniyeh, eroe e martire della Resistenza... mi viene in mente solo di dedicargli queste parole di Nazim Hikmet.
venerdì, 08 febbraio 2008 Ieri, abbiamo parlato dell'HDR e delle vie inattese che ha preso la campagna per il diritto delle donne turche, in patria come in Germania, di indossare il foulard islamico. Dal foulard all'Intifada globale, insomma... L'HDR, come abbiamo accennato, ha inviato una lettera alla conferenza internazionale del Campo Antimperialista svoltasi alcuni giorni fa a Vienna. Ma non importa molto l'occasione, e nemmeno i nomi delle due organizzazioni: ciò che conta è come la lettera dica in maniera semplice una cosa ovvia, che però pochissimo vogliono vedere. La grande maggioranza dell'umanità ha tutto l'interesse a combattere l'imperialismo. Eppure, invece di unirsi, i potenziali ribelli contro questo sistema dedicano una parte enorme del loro tempo a diffidare gli uni degli altri, a massacrarsi a vicenda nei fatti e con le parole, a legarsi al dito torti storici di decenni o di secoli fa, a immaginarsi complotti. In fondo, ci era arrivato anche il Manzoni a capire quale fosse il problema:
Ma leggiamo la lettera dell'HDR. Mi immagino che qualcuno troverà un po' ingenuo il linguaggio; però, se la gente si ostina a non capire il messaggio contenuto nella lettera, vuol dire che certe cose bisogna dirle proprio in maniera molto semplice. "Lettera di HDR alla conferenza internazionale del Campo Antimperialista giovedì, 07 febbraio 2008 Mi rifaccio di una settimana di silenzio, con un post troppo lungo: comunque nessuno vi obbliga a leggere. Voglio presentare una lettera che il movimento islamico "Fondazione per la dignità e i diritti umani“ ha inviato al Campo Antimperialista, e che tocca il tema cruciale dei nostri tempi. Ma la lettera ve la riporterò nel prossimo post, perché prima ci vuole una presentazione. Da anni, c’è chi si batte in Turchia per i diritti umani. E quindi finisce per scontrarsi con il complesso economico e militare che, a ragione o torto, dichiara di voler preservare l’eredità di Kemal Atatürk in nome dell’unità nazionale e della laicità dello Stato. Una costellazione di movimenti è sorta attorno alla difesa dei diritti delle donne, espulse dalle università perché indossavano il başörtüsü o copricapo islamico (il tema centrale di quello splendido libro di Orhan Pamuk che è Neve). [1] Siccome le cose non vengono mai da sole, i protagonisti di quei movimenti che difendono il diritto di portare il foulard si trovano, quasi senza rendersene conto, coinvolti in una guerra contro molte altre cose: la tortura dei dissidenti politici, la distruzione dei villaggi sospettati di favorire gli insorti curdi, lo strapotere finanziario dell’esercito, le vette di ricchezza e gli abissi di miseria, le basi militari straniere, l’ingiustizia fondante del sistema mondiale. E nel giro di pochi anni, quei movimenti subiscono mutamenti profondi.[2] Ma la Turchia non è solo in Anatolia: le esigenze del capitalismo hanno trascinato milioni di turchi in Germania, dove per decenni hanno arricchito il paese, senza poter uscire dalla condizione di meteci. In Germania, il razzismo tenuto a freno per tanto tempo può finalmente sfogarsi sotto forma di islamofobia; e in questi anni, lo stato cerca persino di imporre il divieto dell’abbigliamento islamico per le donne, (che le colpisce esattamente nel momento in cui iniziano a emanciparsi dal ruolo assegnato loro di silenziose Putzfrauen, donne delle pulizie.)[3] Quindi anche in Germania, la questione della libertà di abbigliamento finisce per coinvolgerne altre. Non molti lo capiscono, né tra i musulmani, né tra i non musulmani. Tra coloro che hanno colto l’unità dei problemi, e la necessità di affrontarli tutti insieme, c’è però proprio la "Fondazione per la dignità e i diritti umani“ (HDR), costituita tra i migranti di origine turca in Germania. Ma se il male è globale - occidentalizzazione forzata, imperialismo, capitalismo, sfruttamento e guerra - globale deve essere anche la resistenza, superando tutte le faziosità culturali, religiose ed etniche che sono la nostra maledizione. Per questo, la HDR ha lanciato la parola d'ordine, Küresel İntifada! Intifada globale! Note: [1] Questione simbolica terribilmente complicata, come si può cogliere in questo video del Grup Yürüyüş, dove vediamo gli scontri tra la polizia e donne velate, e come dimostra il furioso dibattito in corso in questi giorni in Turchia. [2] Gli occidentalisti, di destra come di sinistra, ovviamente fanno finta di non capire che i movimenti islamici non solo sono cambiati dai tempi dell’assedio di Vienna: sono cambiati anche nel giro degli ultimi quattro, cinque anni. E in cento modi diversi. [3] In questi giorni, a Ludwigshafen, un incendio ha distrutto un condominio abitato da famiglie turche: i morti sono stati nove, i feriti gravi oltre 60. Le cause sembra che non siano ancora state accertate, comunque la moschea locale è stata più volte coperta di scritte neonaziste. Facile immaginarsi la furia con cui i media si sarebbero buttati sulla storia, a parti invertite... martedì, 08 gennaio 2008 Ogni tanto, parlo di "imperialismo" e di "antimperialismo". Immancabilmente, qualcuno risponde. O meglio, per uno che risponde civilmente qui, ce ne sono dieci altrove che manco ti parlano, ma fanno subito il gioco delle tre carte: se sei contro l'imperialismo, dicono, significa che odi collettivamente "gli americani" oppure - immancabile trucco - "gli ebrei". Così, giusto perché i primi non sanno arrotare la "erre" oppure perché i secondi nascono con cognomi tipo Goldstein. Sarebbe difficile per me provare antipatie collettive, viste le mie origini transcontinentali, ma le accuse piovono lo stesso. Questa è una falsificazione interessante perché proviene, congiuntamente, da destra e da sinistra, in un promiscuo fronte rosso-azzurro (dove azzurro è il colore di Forza Italia, per capirci), che va da Magdi Allam a certo cascame anonimo o pseudonimico di Indymedia. Comunque, è uscito un bell'articolo di Giampaolo Visetti su Repubblica (lunedì 7 gennaio), intitolato "Camerun, la battaglia al cibo globale", che ci dà un esempio molto concreto di cosa voglia dire imperialismo. Del rapporto tra Camerun e imperialismo, abbiamo già parlato nelle note a questo post ma qui torniamo sull'argomento per parlare di un fatto più recente. Partiamo da un pollo, con il bel nome ruspante di Ross 708. Ross 708 è un'invenzione dell'Aviagen, che assieme a un'altra ditta, la Cobb-Vantress, produce il 90% dei "parentali" dei polli consumati nel mondo. L'Aviagen ha base a Edinburgo e negli Stati Uniti, ma è stata acquistata recentemente dalla tedesca Erich Wesjohann GmbH & Co. KG, e questo ci aiuta a capire perché l'Europa che conta non sarà mai nemica e nemmeno rivale degli Stati Uniti. Ross 708 è un coso transgenico, riprodotto con tanto di manuale per l'utente, e qui è facile lasciarsi prendere da paure emotive e forse scientificamente infondate. E' un fatto però che Ross 708 matura in un mese, e consumando appena un chilo e 600 grammi di mangime, diventa un chilo di carne. Il Ross 708 quindi sta al pollo normale come la Maxim, la prima mitragliatrice portatile, stava ai fucili ad avancarica dei nativi africani, all'epoca del colonialismo: And when the heat of Afric's sun Il Ross 708 produce un gigantesco petto, e relativamente poco altro. Il Ceto Medio Globalizzato consuma quei petti. Il resto si potrebbe anche buttare; ma perché non guadagnare qualche dollaro lo stesso con gli scarti? Così gli avanzi (zampe, cosce, viscere, cresta...), a prescindere dalle loro condizioni eventuali di deterioramento, vengono surgelati e smerciati nel cosiddetto Terzo Mondo. Nemmeno il trasporto costa tanto, visto che i voli internazionali oggi non pagano le tasse sul carburante. E i dazi non sono certo un grosso problema, visto che il Fondo Monetario ha imposto al regime camerunense tutti i sani valori del progresso, dall'apertura dei mercati alle privatizzazioni. I rottami di Ross 708 arrivano nel Camerun a prezzi talmente bassi da distruggere gli allevamenti locali - due famiglie camerunensi su tre hanno un po' di polli o di altri animali. Il colpo all'allevamento non arriva solo. Visetti parla anche di "sacchi di riso da Cina, Vietnam e Thailandia. Cipolle dall'Olanda. Mais dagli Usa. Pomodori dalla Turchia. Pesce dalla Danimarca. Scatolame scaduto dall'Europa. Vestiti e scarpe ancora dalla Cina". Il risultato è la distruzione radicale dell'economia tradizionale e la migrazione di massa nelle baraccopoli. Certo, restano le produzioni direttamente al servizio del mercato occidentale. Al primo posto c'è il petrolio, che come in tutto il resto del mondo è più un male che un bene: dà poco lavoro, inquina, va a finire altrove. E' vero che rende molto denaro, ma solo a un numero ristretto di governanti corrotti, che lo investono nei paesi dominanti. E poi in Camerun è arrivata anche la Halliburton... Al secondo posto, viene il legname, che dà però lavoro ad appena 25.000 persone in tutto il paese. Persone che lavorano alacremente - almeno alcuni anni fa, si prevedeva l'esaurimento delle risorse boschive del Camerun entro il 2010. Il costo umano di Ross 708 (e di tutto il resto, ovviamente) è difficile da calcolare. Cosa significa non solo la perdita di un reddito, ma anche la migrazione nelle metropoli e la distruzione dei legami familiari e tribali, che come in tutte le città del Terzo Mondo vengono sostituiti dalla cultura delle bande dedicate al reciproco saccheggio? Il nostro asservimento mentale è tale che parliamo di "violenza" solo quando qualcuno, senza divisa, picchia qualcun altro. In realtà, la violenza sta nell'imposizione di una volontà sull'altra in maniera ineludibile e vincolante, non nella presenza o meno di ematomi. Gli effetti di Ross 708 sono paragonabili a quelli di un'invasione armata. E quindi sarebbe sciocco negare che anche questa sia violenza. Arriviamo alle lezioni da trarre da tutta questa vicenda, così simile a quelle di tutti gli altri paesi colpiti dall'imperialismo. Parlando con elementare linguaggio fallaciano, non sono "loro" che vengono "qui". Prima di tutto, siamo "noi" (o i "nostri" conculturanei dell'Aviagen) che andiamo "lì". Secondo, quando "loro" vengono "qui", è vero che nascono dei problemi, di cui quello più reale è la svalutazione della forza lavoro proprio quando questa meno serve. Ma cosa succede quando "noi" andiamo "lì"? Milioni di persone perdono i mezzi di sopravvivenza, la famiglia, la casa e diventano profughi in immense bidonville da cui non si può sperare di uscire mai. Terzo (e qui vediamo allontanarsi molti amici che si ritengono "progressisti" e "democratici"), la soluzione non si trova con le buone intenzioni o gli aiuti: l'ambigua e spesso famelica orda delle ONG crea e insieme sfrutta la nostra percezione delle esigenze del "Terzo Mondo", canalizzandola verso la devastante via di "altri soldi". Quarto, sopravvivenza e indipendenza sono inseparabili; e ci renderemmo ridicoli se dovessimo cercare di suggerire noi in base a quali principi i popoli debbano liberarsi: l'indipendenza è per definizione cosa loro e non nostra. Ma sappiamo che i paesi del Terzo Mondo sono in genere governati da imprenditori, che sfruttano il fatto di avere il monopolio delle armi e dei posti statali, unicamente per accumulare tesori da investire in banche estere. Sembra un paradosso, ma più è "forte" un regime, più tende a indebolire la nazione davanti agli interessi stranieri. Perciò, la sopravvivenza presuppone qualcosa di molto difficile, che può accadere solo raramente: liberarsi insieme dai lacci internazionali e da quelli locali. Ecco, in una frase, cosa vuol dire antimperialismo. mercoledì, 12 dicembre 2007 Ribelli nelle foreste, prigionieri nei campi "Maoismo" è un termine dai molteplici significati. Innanzitutto, definisce la sconvolgente rivoluzione terminata in Cina una trentina di anni fa. Poi indica un paio di sètte italiane, composte da alcune decine di individui che vivono da qualche parte tra Giove e Saturno. Infine, è il nome più simbolico che ideologico con cui si definisce la resistenza dei contadini più poveri dell'India e soprattutto dei cosiddetti "popoli tribali" contro la distruzione del loro ambiente e dei loro mezzi di sopravvivenza, da parte del mostro che avanza (e che tanto eccita i nostri pornografi economici). Mao, per loro, rappresenta chi ha dato dignità ai contadini dell'Asia profonda. Dall'India, e da questi ambienti, ci arriva un appello,che pubblico molto volentieri. Se non vi piace il linguaggio, affari vostri: noi ci preoccupiamo dello stile, loro di non morire. Comunque, al di là delle parole e di alcune singole accuse difficili da verificare, la situazione è davvero quella che descrivono - a questo proposito, consiglio la lettura del libro Premiata macelleria delle Indie di Alessandro Gilioli, se volete avere un'idea di cosa siano i campi di concentramento nella "più grande democrazia del mondo". Appello Internazionale dall'India Sosteniamo il movimento rivoluzionario in Dandakaranya! Condanniamo i continui attacchi fascisti genocidi alle comunità tribali combattenti di Bastar in nome della cosiddetta "campagna per la pace"!
Negli ultimi 25 anni, i Naxaliti, nome sotto il quale sono conosciuti i maoisti in India, sono diventati tutt'uno con le comunità tribali della regione nella loro lotta per una vita nella dignità e nel rispetto di sé, per schiacciare l'autorità crudele, brutale e sfuttatrice della macchina statale e stabilire le prime forme di un nuovo potere popolare. Si tratta di una battaglia epica di sacrificio e determinazione, di sogni e visioni coraggiose, in cui centinaia di maoisti, le comunità tribali stesse e i loro sostenitori nella regione hanno dato la loro vita per la nascita di una società nuova. Prima dell'entrata in scena dei Naxaliti, trent'anni di cosiddetta indipendenza avevano fatto ben poco per questa gente; anzi, le loro condizioni sono soltanto peggiorate, la loro terra è stata loro strappata e usata dalle industrie minerarie, e hanno subito regolarmente persecuzioni e razzie da parte di ufficiali del governo in combutta con i feudatari locali. Non gli viene fornita educazione, assistenza medica, elettricità, vestiti e persino uno scarsissimo sviluppo agricolo. Il poco che hanno guadagnato con i cosiddetti progetti di sviluppo agricolo è stato loro sottratto dagli affaristi, dalle guardie governative e dai notabili dei villaggi. I 25 anni di lotta armata contro le forze governative hanno permesso loro di educarsi politicamente e organizzarsi in comunità con una maggiore coscienza. Grazie alle nuove organizzazioni che sono state costituite sotto la guida dei maoisti che vivono e muoiono con loro, essi hanno sviluppato una cultura nell'agricoltura, nell'assistenza medica, etc., certo con tutti i limiti che senza dubbio ci sono, dovuti a forme ancora rudimentali. I media e molti analisti e accademici filostatali si sgolano accusando i Naxaliti di frenare il progresso; ma la realtà è che i Naxaliti hanno aiutato le comunità tribali a riprendere possesso delle zone in cui vivono, delle loro vite e del mondo che li circonda. E ora si cerca di strappar loro via, con la massima brutalità, i frutti di queste piccole ma innegabili vittorie. In migliaia sono stati deportati, in centinaia brutalmente assassinati; più di 70 villaggi sono stato bruciati, 624 villaggi sono stati evacuati, 500 persone uccise, 51 donne hanno subito violenza di gruppo, i raccolti sono stati distrutti, bestiame e pollame razziati, tutto in nome di Salwa Judum, la cosiddetta "campagna per la pace" iniziata alla fine del 2006. Negli ultimi 11 mesi molte altre persone sono state uccise, molte altre donne sono state violentate. Ciò è cominciato nel giugno del 2005, ma a causa del sistematico oscuramento da parte del governo federale, il mondo esterno non ha saputo nulla della campagna omicida dello stato nella regione. Tranne che per alcuni sporadici resoconti, ciò che è stato pubblicato dai giornali non era altro se non propaganda governativa. Le brutalità sono sconvolgenti. Dei ragazzi sono stati decapitati, le loro teste mozzate infilzate ai pilastri delle loro case. Le donne hanno subito violenze di gruppo, sono state torturate e hanno avuto i seni mozzati; donne incinte sono state sventrate, i feti tirati fuori, e sono state lasciate ad agonizzare nel profondo della foresta. Interi villaggi sono stati bruciati, i raccolti distutti e gli animali rubati o uccisi. La gente è stata ammassata in campi di concentramento, sulla falsariga dei "villaggi strategici"[*] usati dalle forze imperialiste degli Stati Uniti contro l'eroica popolazione del Vietnam e altri movimenti guerriglieri popolari. Le persone vivono come schiave in questi campi di concentramento estremamente antigienici, svolgono lavori forzati per la polizia, il battaglione Naga e i paramilitari, ricevendo in cambio due soldi. Nel tentativo di affamare le masse rivoluzionare per sottometterle allo status quo, lo stato ha prima chiuso tutti i mercati settimanali locali e in seguito ha smesso di fornire i prodotti essenziali, come il riso, ai negozi statali. Come è risaputo, i mercati settimanali sono l'unica ancora di salvezza economica per i contadini Adivasi, poiché in questi mercati essi vendono i loro prodotti e si riforniscono per i loro bisogni quotidiani. Chiudere i mercati settimanali equivale nientemeno che ad eliminare il loro unico sostentamento e condannarli a morire di fame insieme alle loro famiglie. Dunque il messaggio dello stato è molto chiaro: arrendetevi o morirete di fame. Un'enorme massa di popolazione va incontro alla morte per fame, donne e bambini inclusi. E con il proseguio delle operazioni Salwa Judum, la situazione è diventata infernale per tutti gli abitanti. L'intera campagna è guidata da Mahendra Karma, latifondista locale che pur facendo parte del Partito del Congresso gode del pieno sostegno del governo locale di Chattisgarh, amministrato dal partito concorrente BJP. Entrambi i partiti sono infatti fianco a fianco in questa campagna di brutalità e terrore in cui le forze paramilitari, i signori feudali, gli ufficiali del governo e la polizia si sono tutti uniti in una campagna sistematica e ben organizzata. Tutta questa campagna di morte e distruzione favorisce i grandi monopoli locali e i loro padroni imperialisti. La regione è molto ricca di minerale di ferro, e il colosso industriale Tata ha già firmato un accordo col governo per lo sfruttamento della regione . I Naxaliti si sono fermamente opposti alle deportazioni previste da questi progetti, presentate con lo slogan altisonante dello "sviluppo". L'unico soccorso per la popolazione è il sostegno che essi hanno da parte dei Naxaliti nelle foreste, che dividono il loro poco cibo con le comunità deportate. E' in queste condizioni che ci appelliamo a voi perché forniate il vostro aiuto alle comunità tribali affamate che hanno affrontato brutalità inimmaginabili, soltanto per aver alzato la testa e rifiutato il dominio corrotto, sfruttatore e oppressivo del sistema odierno. La vostra solidarietà e il sostegno a questo combattimento storico che va avanti nel cuore più profondo dell'India può prendere forme molto numerose. Potete venire ed offrirci le vostre competenze fermandovi nella regione per alcuni mesi, o contribuire economicamente - anche piccoli contributi saranno apprezzati - oppure con medicine o altri mezzi che possano essere di aiuto alla semplice popolazione tribale e a quella combattente. Vi chiediamo anche di raccontare al mondo ciò che sta accadendo nella cosiddetta più grande democrazia del pianeta, il suo volto autentico, che è fascista e assassino, e che viene costantemente tenuto nascosto all'opinione pubblica. E' importante che la gente del vostro paese e del mondo intero conosca la verità. Vi ringraziamo del vostro sostegno. Raj Kishor, Email: rdfindia@gmail.com Scrivete a questa e-mail se desiderate mandare contributi o squadre di lavoro. [*] Limperialismo americano, ai tempi della guerra in Vietnam, nella consapevolezza che il punto forte di ogni guerriglia consiste nel sostegno che le viene fornito dalla popolazione, per privare la guerriglia di tale supporto escogitò i cosiddetti "villaggi strategici", ovvero autentici campi di concentramento in cui venivano deportati e sorvegliati a vista i contadini poveri. giovedì, 29 novembre 2007 Sei anni fa, gli Stati Uniti sono esplosi addosso al mondo. Per oltre sessant'anni, il sistema economico più potente mai esistito in tutta la storia umana si è concentrato in maniera sempre crescente sulla formazione del sistema militare più potente di tutti i tempi. Milioni e milioni di vite umane dedicate a qualche frammento del complesso: a montare il meccanismo di una mina in grado di smontare un bambino, a inventare macchine capaci di catturare un discorso tra fidanzati su una panchina a Sestri Levante, a vendere panini a chi faceva tutto ciò... Un motore in cui ogni ingranaggio aveva bisogno di dire, pagatemi, sottolineando l'urgenza di qualche rischio, cui bisognava reagire con la massima violenza possibile. Banalmente, per usare un termine lanciato da un presidente di destra degli Stati Uniti, il "complesso militare industriale", in cui il deputato e il generale in pensione passano entrambi a sedere nel consiglio di amministrazione dell'azienda che produce articoli militari pagati dallo Stato. Non sono stati certamente i neocon a inventare un simile sistema; ma hanno saputo distillarne il veleno. "Neocon" è un termine molto abusato, per cui ricordiamo che non significa affatto un conservatore, né tantomeno un fondamentalista religioso. I neocon sono nati nella sinistra del Partito Democratico, prima di entrare nel partito degli affaristi repubblicani, e rappresentano quindi una sintesi (oggi va di moda il termine "rossobruno"...) di elementi di destra e di sinistra. I neocon hanno saputo rendere affascinante il dominio del capitalismo assoluto, lavorando su tutte le forze psichiche latenti nel mondo che ama dirsi Occidente. Lo spirito di elezione, la presunzione di poter guardare tutti i luoghi e tutti i tempi dall'alto; la mobilitazione religiosa lepantesca in simbiosi con il laico spregio per ogni fede; il razzismo spicciolo e quotidiano; i furori apocalittici della Bibbia; il vecchio sogno illuminista di trasformazione del mondo, mirabilmente sposato allo spirito crociato, inquisitorio e missionario e al gusto imprenditoriale; la cultura nichilista di certo rock americano; il femminismo fuso oscenamente con la mercificazione erotica; l'orgoglio igienico di chi ha creato un angolo di ordine e pulizia usando il pianeta come discarica; la nascita di un'umanità atomizzata, virtualizzata e individualista; l'autorappresentazione statunitense come "missione" e non come popolo; il piacere dello sterminio aereo degli indigeni; l'allegria alla vista del capro espiatorio che si sfracella sulle rocce; e una visione quasi leniniana dell'élite in grado di manipolare l'umanità per il suo bene. I neocon non hanno inventato nulla di tutto ciò, ma sono riusciti a trasformarlo nel combustibile emotivo e mediatico di una guerra che avrebbe dovuto assicurare all'Impero il controllo dei cieli, dei mari, delle onde radio, ma anche della grande fascia petrolifera del mondo, nonché del cuore del continente eurasiatico, addirittura dello spazio cosmico. Hanno detto chiaramente che volevano creare un nuovo mondo, in cui la parte eletta del pianeta, gli abitanti delle fortezze imperiali, avrebbero goduto di straordinario benessere e sicurezza, mentre la specie pullulante dell'esterno sarebbe stata ricacciata nei suoi inferni, con un nuovo modello di diritto che avrebbe garantito minuziosamente gli inclusi e privato di ogni certezza gli esclusi. Doveva essere una prova di forza finale, compiuta violando tutte le regole. Moltissimi, anche in Europa, si sono opposti a questo incubo, in maniera più o meno cosciente. Il loro parere, però, non ha influito sulle decisioni imperiali. Perché le folle sorridono ai vincitori, e l'esito di una guerra tra la più grande concentrazione di mezzi di omicidio che si fosse mai vista sotto la Luna, e quattro straccioni in turbante sembrava assolutamente scontata. Credevano che lo Shock and Awe [1] sarebbero stati così potenti da umiliare per sempre l'umanità subordinata: "capiscono solo la forza", hanno detto da Custer e Graziani a Rumsfeld. Tanti hanno protestato in tutto il mondo contro ciò che stava arrivando, anche se pochi ne capivano la portata. Accanto a quelle poche persone coscienti, c'erano milioni di brave persone dalle idee confuse, con pittoresche bandiere arcobaleno e profonde riflessioni, sul tipo "un sorriso è più bello di un pugno". Poi sono partite le bombe, e i milioni sono rientrati a casa. E lì la cosa sarebbe finita. Solo che dai vicoli del lato oscuro del mondo sono usciti dei giovani, che non sapevano nemmeno cosa fosse quella che noi chiamiamo politica. Chi possiede cose e uomini, fa calcoli; chi non li possiede, può trarre forza solo dall'esperienza diretta, l'orgoglio, l'amore e la vendetta. E raccontando storie.Le loro storie erano quelle che avevano già di loro, come gli indios messicani del 1810, che correvano scalzi dietro la bandiera della Vergine di Guadalupe a sgozzare chi per secoli aveva succhiato il loro sangue. Anche questi ragazzi dei vicoli di Baghdad e di Karachi e di Muqdisho avevano storie da far rizzare i capelli alla brava gente nostrana. Dicono che le feroci fanciulle del deserto schernissero così Amarah che era calato tra di loro, per rapire la bella 'Abla, ed era stato cacciato da 'Antarah bin Shaddâd al-'Absi, figlio della schiava nera Zabaybah:
Cacciati da ogni antenna del pianeta, da ogni spia, da ogni missile, da ogni governo, la morte quasi certa che la si fosse scelta o no, quei ragazzi si dedicarono al lavoro artigianale: "Potere troppe volte So già tutto, quindi zitti mentre vi dico cosa direte: a vivere braccati, la cautela spesso si trasforma in angoscia paranoica, nell'uccisione di ogni sospetto traditore conoscere poco il mondo, vuol dire che spesso giudichi cose che non conosci una poesia non è un progetto (ma c'è mai stato un progetto che, realizzato, somigliasse lontanamente alla propria matrice?) nel segreto forzato, la semplicità iniziale diventa facilmente contorta trama quanto è facile sbagliare per pochi secondi un'esplosione e uccidere i propri fratelli anziché i nemici del sangue dei migliori, si alimentano spesso i peggiori Sappiamo tutto questo. Ma sappiamo anche che è successo un fatto assolutamente inimmaginabile, che ci riguarda tutti: l'Impero si è fermato. Almeno per un po', e gli aspiranti padroni della Terra si guardano attorno sorpreso, nel silenzio di un mondo che non li applaude più, mentre i neocon svicolano per godersi le loro ricchissime pensioni. Nel senso più banale della parola, un altro mondo - non necessariamente migliore di questo - è diventato possibile. Ma quell'Impero, qualcuno l'ha fermato. E non è stato nessun membro della cerchia degli intellettuali d'Occidente, dei correttamente pensanti, dei dotati di parola. L'hanno fermato i mujâhidin, con le scarpe da ginnastica logore. 'Antarah sogna l'amata, prigioniera: "Le sollevai il velo e il suo volto brillava, svelando la notte. Si degnò di sorridermi e mi apparve così bella; e vidi nei suoi occhi scintillare la Luna. E' circondata da spade e lance e attorno alla sua dimora si aggira il leone della terra. " Il nemico, almeno, lo dice che il suo problema sono i mujâhidin. Ma dagli altri, da tutti coloro che tirano un respiro di sollievo e compiacimento nel vedere l'Impero fermarsi, non sentirete un sussurro di ecumenica gratitudine, solo un muro di distanze e distinzioni. "I miei voti li feci a uno che era come la luna piena, che somigliava ai rami del tamarisco; Ma io sono solo, anche se una volta ci siamo incontrati e qui, ora che sono andati via, ci sono solo la civetta e il corvo!" Per fermare l'Impero, i mujahidin hanno pagato un prezzo che nessuno conoscerà mai: chi tiene conto dei sepolti vivi sotto le bombe, dei morti torturati e dei murati vivi? Forse solo, a crederci, "Colui che vede il moscerino stendere le sue ali nelle tenebre della notte nera".
(Questo video non è un'aggiunta decorativa al post, ma un suo E allora, se fosse possibile parlarci, credo che dovremmo dire una cosa ai mujâhidin. Senza di noi siete nati, senza di noi vissuti e senza di noi morti, o peggio. Se ve ne importa poco di noi, fate bene. Però, mi sembra una cortesia dovuta, dirvi una cosa a nome di tutti i silenti, di tutti coloro che vi voltano le spalle, di tutti coloro che non vorrebbero mai essere visti in vostra compagnia, di coloro che non dicono né sì né no, ma cui voi avete regalato una speranza maggiore di libertà. Ecco, la cosa che vi volevo dire, era grazie.
[1] Straordinaria e intraducibile espressione: shock è sconvolgimento, ma anche scossa elettrica; mentre awe è il sentimento di ammirato terrore che si prova di fronte alla potenza di Dio o all'esplosione di una bomba atomica. [2] Il testo cantato in sottofondo al video dice, con qualche licenza entomologica: "Colui che vede il moscerino stendere le sue ali e vede la vena nel suo petto Perdonami per ciò che ho fatto in passato E che vede l'embrione che si alimenta all'interno del moscerino Perdonami per ciò che ho fatto in passato" mercoledì, 28 novembre 2007 Lezione di guerriglia politica Il coraggioso sito di Hawiyya, oltre un mese fa, pubblicò un testo del Sub Comandante Marcos che avrei voluto riprendere subito. Solo che i curatori avevano aggiunto, al testo, le parole, "Nei prossimi giorni spiegheremo il motivo della pubblicazione di questa breve annotazione". E quindi ho aspettato prima di pubblicare; ma mi sembra di capire che non siano poi ritornati sul tema (capita con i blog). E il testo è troppo bello e importante da non riprendere, a prescindere da ogni opinione favorevole o contraria allo zapatismo. Sono parole che dovremmo imparare a memoria e scrivere tutte le mattine alla lavagna.
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