mercoledì, 30 aprile 2008

Il bellissimo tzinitzcān

Tre parole uccello: zacuan, tzinitzcān, quechōlli.

Non so se ho mai visto il zacuan, né se ho mai sentito il suo canto. [1]

Probabilmente no: il zacuan vive nelle profonde foreste, io quando ero piccolo stavo nell'altopiano, a guardare colibrì, scorpioni e soprattutto le lucciole pulsanti che illuminavano la mia stanza.

Il zacuan è un uccello - il Gymnostinops montezumae - ma non solo.

E' anche il nome delle piume nere e arancione di un diverso uccello, lo zacuantōtōtl o trupiale.

Piume che entravano a far parte, una volta, del zacuantica: ne parla il frate Bernardino de Sahagún, uomo incredibile, calato dalla Spagna che avrebbe finito per raccogliere quasi tutto ciò che si sa del mondo dei Mexica.

Diceva lui, i zacuantica erano "bandiere a mano fatte con piume di quetzal che si alternavano a strisce con piume di trupiale, bandiere di piume di airone, bandiere d'oro decorate nelle punte con piume di quetzal".

Ma il zacuan forse è ancora altro se, come narrano gli Anales de Cuautitlán, il dio Quetzalcóatl viveva nella "bella casa di corallo [o di conchiglia], che si chiama Zacuan" ("no kalli, sakwan, no kallin tapach...")

Accanto al zacuan, troviamo il "bellissimo tzinitzcān".

Nei dizionari della lingua náhuatl, leggiamo che quest'ultimo sarebbe il Trogon ambiguus o Trogon mexicanus (in inglese, il Doubtful Trogon): è certo un caso, ma nella nazione in cui la frontiera tra i mondi è un solco profondo dentro ogni anima, è bello trovare insieme le parole ambiguus e mexicanus.

Ma qui di nuovo c'è qualcosa che ci sfugge: le fonti che parlano dello tzinitzcān lo indicano come un uccello acquatico dal piumaggio nero, ben diverso dal colorato e ambiguo messicano.

Come zacuan, anche questo termine si carica di altri significati: tzinitzcān indica anche le piume che provengono da una piccola parte della base dell'ala di diversi uccelli.

La terza parola uccello è quechōlli, e si riferisce alla spatola rosa [2], una sorta di fenicottero dal becco largo: "in mosakwan in mokechōl " - "Questo è il tuo zacuan, questo è il tuo quechōlli", si diceva presentando il bambino al Sole. 

roseate-spoonbill

Tutto questo lo raccontiamo, per poter affrontare sette righe di parole, che sopravvivono in un unico documento.

Questo documento risale a due secoli dopo la Conquista.

Il testo si chiama Cantares de los Mexicanos y otros opusculos, e nel fondo riservato dei libri della biblioteca nazionale del Messico, si trova in mezzo a libri di chiesa, manuali di artiglieria e disattesi regi decreti. [3]

Messicanamente, la datazione ci offre un'altra ambiguità.

Noi non sappiamo chi abbia detto, o meglio cantato quelle parole; e abbiamo solo un'idea vaga di chi le ha trascritte.

Quindi possono risalire a uno di due mondi in apparenza opposti: il cosmo azteco, oppure quello dei conquistadores e dei missionari.

Ciò che i Mexica hanno dipinto è andato in massima parte perso; ciò che rimane, è opera di chi li ha insieme distrutti e tramandati.

Sappiamo che questa canzone, di cui non possiamo nemmeno intuire la musica, era ciò che chiamavano un otoncuicatl, una canzone otomì.  Gli otomì sono un popolo doppiamente evanescente, perché sottomesso dagli stessi aztechi; e che parla una lingua distante da quella náhuatl, quanto lo è il cinese dall'italiano.

Ma la lingua di questa "canzone otomì" non è l'otomì: per nostra fortuna, è proprio náhuatl, che di tutte le lingue del Messico - il Messico non avendo lingua ufficiale, riconosce come tali tutte le centinaia di idiomi che si parlano sul suo territorio - è forse l'unica che un italiano può sperare di pronunciare. Non ci si spaventi per l'apparente lunghezza di quelle che sono in realtà parole composte.

Gli Otomì, che si dice "abitassero nelle grotte e vivessero di caccia", erano spesso i mercenari degli aztechi. Otomitl assume quindi un altro senso - il guerriero sanguinario. Non è una canzone per le penose orecchie dei cultori di Puerto Escondido, quindi.

Dell'aspetto sanguinario di questo canto, cogliamo solo le enigmatiche parole, "tra le mie mani ci sono i fiori piangenti della guerra".[4]

Il resto ci sfugge, ma certamente c'è.

Ika ye ninapanao tlaokolxochikozcatlon, nomak ommanian
elsisiwilischimàlxochitlon, nik ewaya in tlaokolkwikatloo,
nikchalchiwkokawikomana yektli yankwikatl, nik
awachxochilakatzoa, yn o chalchiweweuhilwitl, itech
niktlaxilotia in nokwikatzin in nikwikani ye nikinkwilia in ilwikak
chanekeo sakwantototl, ketzaltzinitzkantototl teokechol
inon tlătoa kechol in ki sesemeltia in tloke.

 Mi adorno con i gioielli dei fiori più tristi;
tra le mie mani ci sono i fiori piangenti della guerra;
alzo la mia voce in canti tristi;
offro una nuova e degna canzone, bella e melodica;
tesso canzoni fresche come la rugiada dei fiori;
sul mio tamburo addobbato di pietre preziose e piume
io, il cantante, batto il tempo della mia canzone
mentre la traggo da coloro che vivono nei cieli,
l'uccello zacuan, il bellissimo tzinitzcān, il divino quechōlli
questi uccelli melodici che donano la gioia alla Causa di Ogni Cosa.

 Note:

[1] La pronuncia è semplicemente, "sàquan" (gli ispanofoni non cadano nella tentazione di mettere l'accento sull'ultima), e quindi preferisco premettere "il" come articolo.

[2] Il nome scientifico, e non stiamo scherzando, è Ajaia ajaja.

[3] Nel tardo Ottocento, un americano, Daniel Garrison Brinton, trova per caso una copia dei Cantares, e traduce i testi dal náhuatl. Brinton è stato un medico; è stato uno dei più grandi etnologi americani; ed è stato anche un anarchico. Ma quei grandi uomini dell'Ottocento che nella scia degli imperi si dedicarono a cercare di capire il mondo meriterebbe un discorso a parte.

Alcuni testi di Brinton sono stati pubblicati nell'ambito del benemerito progetto Gutenburg. E da lì traggo appunto questo piccolo testo. Mi limito a tradurre dall'inglese, purtroppo. Ho comunque modernizzato (e deispanicizzato) la grafia dell'originale.

[4] Elsisiwi, che traduciamo qui come "piangente", deriva da una radice con molti rimandi: interiezioni di sofferenza, lamentarsi con qualcuno, sospirare.




mercoledì, 28 novembre 2007

Lezione di guerriglia politica

Il coraggioso sito di Hawiyya, oltre un mese fa, pubblicò un testo del Sub Comandante Marcos che avrei voluto riprendere subito. Solo che i curatori avevano aggiunto, al testo, le parole, "Nei prossimi giorni spiegheremo il motivo della pubblicazione di questa breve annotazione".

E quindi ho aspettato prima di pubblicare; ma mi sembra di capire che non siano poi ritornati sul tema (capita con i blog). E il testo è troppo bello e importante da non riprendere, a prescindere da ogni opinione favorevole o contraria allo zapatismo.

Sono parole che dovremmo imparare a memoria e scrivere tutte le mattine alla lavagna.

Lezione di guerriglia politica di Don Durito della Lacandona al Sub Comandante Marcos

 “La frammentazione delle forze che gli si oppongono permette al sistema […] non solo di resistere agli attacchi ma anche di cooptare e sottomettere tale opposizione.

La principale preoccupazione del sistema […] non è la radicalità delle forze che gli si oppongono ma la loro eventuale unità. La parcellizzazione delle forze politiche contrarie al regime permette al sistema di negoziare o “contrastare” la conquista delle isole politiche che si formano nell’opposizione. Applicano una legge di guerra, l’“economia delle forze”: un nemico disperso in piccoli nuclei lo si colpisce concentrando le forze contro ogni nucleo, isolandolo dagli altri.

I nuclei di opposizione non considerano di trovarsi di fronte a un nemico bensì di fronte a vari nemici, mettendo dunque l’accento su ciò che li rende differenti (le loro proposte politiche) e non su ciò che li rende uguali (il nemico che si trovano ad affrontare: il sistema […]).

Ovviamente ci stiamo riferendo all’opposizione onesta, non alle marionette. Questa dispersione delle forze oppositrici permette al sistema di concentrare le forze per “presidiare” e vincere (o annullare) ogni “isola”.

Insomma, non stiamo proponendo una rivoluzione ortodossa, ma qualcosa di molto più difficile: una rivoluzione che renda possibile la rivoluzione …”

Don Durito della Lacandona


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martedì, 23 ottobre 2007

Frammenti fiorentini

Uno

Un uomo, una donna, un bambino.

L'uomo dice:

"Il casino di questi zingari! L'hai visto alla televisione ieri?"

Il che ci dice più o meno tutto ciò c'è da dire sul rapporto tra razzismo e media.

Due

La chiesa di Santa Margherita in Santa Maria dei Ricci è il regno di Padre Roberto Tassi, un rumoroso amico personale sia di Oriana Fallaci che della Maga Lisistrata.[1]

Nelle foto, potete vedere Alessandro Manocchia, imprenditore imolese, mentre onora con il "Premio Oriana Fallaci" Don Roberto Tassi e Adriana Bolchini Gaigher. A scanso di equivoci, e nel rispetto dei diversi ruoli, il prete néoconnard è quello in alto, la cartomante e astrologa néoconnarde è quella in basso. 

manocchia-tassi Maga-lisistrata

Passavo ieri proprio davanti alla chiesa di Don Roberto Tassi. L'ingresso era tappezzato come sempre di manifesti contro l'Islam.

Poi ho visto entrare un transessuale, spalle robuste, pantaloni e giubbotto jeans aperto sul prosperoso seno, capelli corti e tinti e il viso tirato e preoccupato. A ricordare, forse, che il Buon Dio non è proprietà di nessuno. Nemmeno di Don Roberto Tassi.

Tre

Volantino dell'Associazione Italia-Messico di Firenze:

"L'Associazione non ha scopo di lucro... favorire la conoscenza delle culture di tutti i popoli nativi 'americani' in particolare quello azteco... e in particolare sulla base dei principi fondamentali della filosofia Macrobiotica secondo l'insegnamento di Georges Ohsawa e l'interpretazione di Mario Pianesi".

Gli Xoloitzcuintli erano macrobiotici?

Nota:

[1] Sul suo blog, la néoconnarde giustamente precisa,

"A loro rode molte che una parapsicologa sia riuscita a diventare giornalista ed essere stimata e valutata da chi la conosce. Che ci posso fare se sono più intelligente e operosa di loro?  Mi debbo castrare per farli sentire felici? "

Noi, invece siamo felici proprio così.


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martedì, 26 giugno 2007

Bellezze, squali e impiccati (XV)

A citare Maurizio Blondet, ci si trova facilmente in un ginepraio: ci sono persone - cretine o in malafede, ma numerose - che ritengono che citare qualcuno che la pensi diversamente "contamini" in qualche maniera misteriosa e magica.

Per capire quanto siano malate tali persone, basti pensare al verbo che usano: "sdoganare". C'è chi crede di essere Napoleone, e chi un doganiere...

Di simili atteggiamenti psicotici, non mi interessa nemmeno discutere.

Citare non vuol dire essere sempre d'accordo. Mi separa da Maurizio Blondet qualcosa che è difficile da superare. Non si tratta di dire chi tra noi due ha ragione e chi sbaglia. Semplicemente, lui è coerentemente cattolico. Io non sono cattolico.

Da lì discendono differenze radicali su argomenti importanti per entrambi. Differenze che vanno dall'11 settembre (dove lui appartiene alla schiera di chi crede all'autoattentato neocon, io invece a un'operazione militare, discutibile ma legittima almeno quanto tutti i bombardamenti con cui l'Occidente affligge il mondo dal giorno in cui ha scoperto l'aereo) all'evoluzione (lui è autore di un libro antidarwiniano).

Qui invece, Blondet ha fatto una scoperta riguardante un argomento che non conoscevo, e gliene va tutto il merito.

Ciò che dice Blondet qui, rientra perfettamente nel discorso che stiamo facendo sul Messico.

Ma dimostra ancora una volta la tesi di Sven Lindqvist: la principale colpa di Hitler è stata di aver violato le regole, rivolgendo contro l'Occidente le stesse pratiche che l'imperialismo rivolgeva e rivolge ancora oggi contro il resto dell'umanità.

Miguel Martinez

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«Zyklon B» contro i messicani


Maurizio Blondet
25/06/2007

Prodotto dalla ditta tedesca di disinfestazione DEGESCH, il famigerato «Zyklon» (acido cianidrico) era commercializzato in quattro versioni di diversa potenza.

Zyklon E era raccomandato per liberare ambienti da infestanti duri a morire, come gli scarafaggi. Zyklon D era il preparato più largamente usato per liberare ambienti chiusi (stive di navi, edifici in cemento con mobili nelle stanze) da pidocchi, topi e ratti.

A quanto pare, per gli esseri umani bastava la versione meno potente, il Zyklon B.

Ma sull'uomo non fu usato per la prima volta in Germania.

Fu usato dal 1929 negli Stati Uniti, dall'autorità sanitaria (US Public Health Service) alla frontiera col Messico, per spidocchiare gli immigranti messicani che transitavano da Juarez a El Paso. (1)

In quello stesso 1929 la DEGESCH si divise il mercato mondiale con l'americana Cyanamid, da cui i sanitari americani comprarono il prodotto.

Le basi giuridiche per l'uso della sostanza erano state poste dal presidente Woodrow Wilson, che aveva varato la Immigration Law nel 1917.

Wilson era un «eugenista», influenzato dalla potente lobby degli eugenisti americani, che perseguivano la «sanità razziale» con argomenti medico-sociali.

La lobby riuscì a creare nell'opinione pubblica un tremendo allarmismo sulle possibili  malattie infettive che gli stranieri potevano portare.

Nello stesso 1917, l'allarme fu tradotto in una direttiva: il «Manual for the physical inspection of Aliens» (Manuale per l'ispezione fisica degli alieni).

Esso escludeva dall'immigrazione «imbecilli, idioti, deboli mentali, persone di inferiorità costituzionale psicopatica [categoria che comprendeva gli omosessuali], mendicanti, poligami, anarchici, persone affette da malattie contagiose, prostitute, qualunque alieno analfabeta oltre i 16 anni».

Il sindaco di El Paso, tale Tom Lea, chiese ed ottenne dal governo federale che nella sua città fosse allestito un campo di quarantena dove trattenere gli «alieni» per oltre 14 giorni.

Lo stesso Tom Lea era ossessionato dalla campagna degli eugenisti, al punto che portava mutande e maglie di seta, perché i medici allora dicevano che sulla seta i pidocchi (portatori del tifo) non si attaccavano.

Nel solo 1917 gli agenti del Public Health Service spidochiarono 127.123 messicani direttamente sul ponte di Santa Fe, il punto di transito da Juarez.

Non solo gli emigranti: anche gli abitanti di Chihuahuita, il quartiere messicano di El Paso, furono sottoposti al «bagno profilattico»: consistente nella rapatura a zero, nell'incinerazione dei loro vestiti, e nella loro immersione in un bagno di kerosene ed aceto.

Ciò, nonostante l'ispezione di 5 mila case a Chihuahuita avesse portato alla scoperta di due soli casi di tifo, uno di tbc e uno di morbillo.

Nel 1916, un bagno disinfettante del genere ordinato da Lea sui detenuti di El Paso (quasi tutti messicani) era finito in tragedia.

I detenuti avevano avuto l'ordine di denudarsi, e di gettare i loro abiti in una cisterna riempita di una mistura di benzina, creosoto e formaldeide.

Poi, essi stessi furono obbligati a prendere un bagno in una mistura di benzina, aceto e carbone vegetale.

Alle 15.30 del 15 marzo, l'accensione di un fiammifero provocò un incendio nel carcere saturo di benzina.

Il giornale The El Paso Herald contò 50 «detenuti dai cui corpi nudi si levavano fumi»; alcuni erano ancora chiusi nelle loro celle. I morti furono 27.

Nel gennaio 1917, 200 donne messicane s'erano ribellate all'orrendo bagno obbligatorio, innescando una rivolta che costrinse a mandare l'esercito ai due lati del confine.

Probabilmente per questi  precedenti, l'adozione del Zyklon B apparve più sicura.

Si tratta, spiegava The El Paso Herald in un articolo del 1920, «di gas cianidrico, il più potente veleno conosciuto, più letale dei gas usati nei campi di battaglia europei (1914-18)».

Unito ad acido solforico, il Zyklon B era usato specificamente per fumigare gli abiti degli immigrati.

Ovviamente, la sostanza è mortale quando messa a contatto della pelle, in concentrazione di 50 parti per milione.

Quanti messicani morirono dopo essersi rivestiti?

Non si sa.

David Dorado Romo, lo storico che ha rievocato questa vicenda (2), ammette: «Ho solo racconti orali sugli effetti del trattamento. I parenti e discendenti dei messicani immigrati parlano di morti strane, di nascite difettose, di tumori. Ma nessun documento ufficiale, e ciò è incredibile».

C'è olocausto e olocausto.

C'è «memoria» obbligatoria e smemoratezza coltivata.

Ci sono colpe collettive inestinguibili, e felici auto-assoluzioni.

Eppure, l'esperimento americano in corpore vili ispirò l'uso del Zyklon B nei lager dei Reich.

Un direttore della tedesca DEGESCH, Gerhard Peters, propose l'uso del preparato nelle camere di disinfestazione (Desinfektionskammers) dei campi di concentramento.

Il suo articolo apparve su una rivista specializzata, «Anzeiger fuer Schadlingskunde»: Peters lo illustrò con foto delle camere di fumigazione allestite ad El Paso per volontà del sindaco Lea.

En passant, Peters fu processato a Norimberga e condannato a cinque anni.

Fece ricorso, e nel 1955 fu dichiarato non colpevole.

Il Zyklon B non impedì che nel 1918 una tremenda epidemia si propagasse tra Messico ed USA, ma al contrario.

La «spagnola», il cui primo caso fu rilevato nella contea di Haskell in Kansas, raggiunse il Texas e ad El Paso fece strage di messicani, almeno 10 mila.

Gli americani, naturalmente, pensarono che fossero gli immigrati ad importare il male: e intensificarono i «bagni preventivi», con acido solforico e cianidrico.

Maurizio Blondet

Note

1) Alexander Cockburn, «Zyklon B on the US border», Counterpunch, 23 giugno 2007.

2) David Dorado Romo,  «Ringside Seat to a Revolution: An underground history of El Paso and Juárez: 1893-1923», Cinco Puntos Press, El Paso.


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mercoledì, 20 giugno 2007

Bellezze, squali e impiccati (XIV)

Stato di Sonora.

Luogo di nascita di Plutarco Elías Calles. Governerà il Messico, a vario titolo, dal 1924 al 1934; provocherà e condurrà la guerra contro i Cristeros.

Da Sonora verranno tutti i principali dirigenti del suo regime.

Sonora è una regione immensa, ai confini con gli Stati Uniti: oggi, non a caso, ha la percentuale più alta di persone condannate per narcotraffico del Messico.

L'angolo più remoto del Messico, deserto, monti, steppa. Eppure ricca.

Ci sono le miniere, che appartengono in genere a ditte statunitensi: quando, nel 1906, i minatori messicani della Cananea Consolidated Copper Company chiesero uno stipendio pari a quello dei loro colleghi statunitensi, intervennero da oltre frontiera i Rangers dell'Arizona, facendone strage.

Poi c'è il ganado, il bestiame che  subito dopo la conquista si è riprodotto incessantemente, sconvolgendo l'alimentazione e il senso del territorio.

I  proprietari terrieri criollo avevano condotto una lunga guerra all'agricoltura per ottenere spazio per il loro ganado, [1] ma Sonora è la regione dove hanno avuto più successo: oggi, un milione di capi vanno a morire ogni anno negli Stati Uniti, per alimentare l'immensa macchina della macdonaldizzazione planetaria.

Subito a nord di Sonora, si trova l'Ovest degli Stati Uniti. L'ideologia americana, con il suo culto dell'individuo standardizzato, ce ne offre una visione di uomini liberi a cavallo, ma senza dirci che cosa ci stavano a fare lì.

Erano lì, per sorvegliare il bestiame, che in pochi decenni si era impossessato di una regione apparentemente sconfinata, ovviamente con lo sterminio sistematico della fauna autoctona, quadrupede ma anche bipede.

C'era un unico sistema per privatizzare quel mondo: il filo spinato, che nacque nell'Ovest per fare poi una magnifica carriera, dai campi di concentramento degli spagnoli a Cuba, ai gulag, ad Auschwitz, ai posti di blocco della Palestina.

"It's barbed wire for the devil's hat band,
And barbed wire blankets down in hell."
[2]

I cowboy, come indica il loro nome, dovevano semplicemente radunare il bestiame e portarlo ai terminali ferroviari.

Dai terminali ferroviari, il bestiame, proprietà di un numero ristretto di aziende (in gran parte inglesi) veniva macellato nell'immenso complesso di fabbriche di Chicago, tra le disassembly lines, le "catene di smontaggio", dove a metà Ottocento Charles Leyden si faceva pagare un dollaro ciascuno da cinquecento spettatori, perché vedessero come - usando la prodigiosa slaughtering machine - lui macellava e preparavo un manzo in 4 minuti e 45 secondi.[3]

Poi, grazie ai nuovi sistemi di refrigerazione, la carne veniva distribuita, prima negli Stati Uniti e poi attraversava l'Oceano, dove serviva per nutrire l'esercito con cui l'Inghilterra teneva sotto di sé gran parte del mondo.

Per mantenere quell'esercito e comprare quella carne (e ovviamente, anche altre cose), si faceva uso delle tasse delle colonie e dei profitti delle grandi imprese del centronord dell'Inghilterra, che vendevano i loro prodotti tessili in India e in Cina.

Vendendo quei prodotti tessili a prezzi di produzione di massa agli orientali - e dove non bastava, anche con imposizioni di forza - l'Inghilterra aveva distrutto sistematicamente l'intero sistema di artigianato dell'India e della Cina. 

All'inizio del Settecento, un contadino inglese e uno cinese facevano una vita comparabile. Alla fine dell'Ottocento, tra i due c'era un abisso immenso, che non era dovuto solo al progresso del primo, ma al regresso del secondo.

Ma per l'India c'era una forma di compensazione: la produzione di oppio per il mercato cinese, aperto dagli inglesi con due guerre.

La globalizzazione non è un'invenzione moderna...

Anche Sonora rientra in questo mercato. I signori della regione hanno paura degli Stati Uniti, ma vorrebbero somigliarle. E' in questo amore-odio che nascono molti dei regimi-giardiniere del Novecento, da quello messicano a quello di Reza Shah Pahlevi in Iran.

Cosa impedisce che il Messico, così vasto e potenzialmente ricco, diventi come gli Stati Uniti? si chiedono i Calles.

La zavorra, si rispondono da soli, è il Messico antico - indio, contadino, inestricabilmente cattolico-pagano; cioè lo stesso nemico di Porfirio Díaz: proprio colui contro cui ebbe inizio la Rivoluzione.

Infatti, Díaz e Calles condussero entrambi guerre durissime contro i nativi del Sonora, gli irriducibili Yaqui. A ogni tentativo degli "yori" - i non yaqui - di impossessarsi delle loro terre, seguì una dura rivolta.

Dopo una guerra terribile, Porfirio Diaz, deportò i due terzi degli yaqui a lavorare, praticamente come schiavi, nelle piantagioni di henequén, dove la maggior parte morì.

L'orrore si ribalta in esotismo: con le ossa degli yaqui, gli schiavisti costruirono le loro ville; e con i fantasmi degli schiavisti, si costruisce l'esotismo mediatico planetario e la fabbrica dell'antropologia umana dei nostri tempi.

Infatti, sarà nella villa di una piantagione di henequén che si ambienterà, nel 2004, la reality "La Talpa":

 "Amanda Lear coinvolge 12 personaggi dello spettacolo in una lunga e faticosa gara di sopravvivenza in un luogo affascinante e misterioso, lo Yucatan, la mitica terra dei Maya".

Gli yaqui, sopravvissuti si schierano, comprensibilmente, con la Rivoluzione; ma quando chiedono la restituzione delle loro terre, vengono subito attaccati dai loro nuovi alleati.

Nel 1917, sarà l'allora generale Plutarco Elías Calles a dire che "lo Stato è pronto a tutto pur di ottenere la pacificazione degli yaqui, senza escludere la possibilità di arrivare allo sterminio totale della tribù, se fosse necessario".

Non si arriverà allo sterminio, ma per tredici anni, il governo darà una caccia spietata ai guerriglieri yaqui, nascosti nella sierra del Bacatete, uccidendo o deportando i prigionieri.

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Note:

[1] Una storia incessante di piccole incursioni, di acquisti con documenti falsi, di sequestro di terre che si presumevano abbandonate; o anche semplicemente di vendita da parte di indios che non potevano, altrimenti, pagare le tasse.

[2] Edwin Ford Piper, "Barbed Wire", 1924, citato in Alan Krell, The Devil's Rope. A Cultural History of Barbed Wire, Reaktion Books, London, 2002.

[3] Marco D'Eramo, Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia sociale del nostro futuro, Feltrinelli, 1999, p. 32.


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lunedì, 18 giugno 2007

Bellezze, squali e impiccati (XIII)

Fine anni Sessanta.

Il giovane ricercatore francese, Jean Meyer, e l'anziano Ezequiel Mendoza Barragán.

Ezequiel non è mai stato a scuola, ma è abile cavaliere, suona il violino, lavora i campi.

A tredici anni, ha cominciato a combattere, a diciotto comandava le milizie dei Cristeros di Coalcomán; combatterà fino alla fine, nel 1942.

Possiede, dicono, i doni poco cristiani della visione, della guarigione e della parola.

Inizia, diffidente, a raccontare la propria storia.

A quarant'anni dai fatti, Ezequiel assegna una data specifica a ogni battaglia che racconta.

Solo dopo il 1970, quando si apriranno gli archivi militari degli Stati Uniti, Jean Meyer scoprirà che Ezequiel, come gli altri anziani con cui è riuscito a parlare, non sbagliano né la cronologia, né i dettagli.

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Siamo partiti dal vestito indossato  da Rosa María Ojeda Cuén, contendente messicana di Miss Universo. Un vestito che ritrae appunto episodi della Guerra dei Cristeros, la Cristiada.

E' una di quelle storie che, in apparenza, si riassumono presto.

Una versione, decisamente di parte cattolica, compare nella Wikipedia

Il racconto ufficiale, cattolico o no, suona, più o meno, così.

Lo stato messicano, sotto la guida di Obregón e Calles (gli assassini di Carranza), cercò di applicare gli articoli della Costituzione del 1917, che sottraevano l'istruzione alla Chiesa e sottoponevano gli ecclesiastici a un rigido controllo statale.

Ne nacque una protesta del mondo cattolico, che nella provincia contadina assunse la forma di lotta armata.

La ribellione fu sconfitta soprattutto grazie a un accordo tra la Chiesa e lo Stato che, in sostanza, sospendeva l'attuazione delle leggi anticattoliche.

Questa storia ci è familiare, in modo sospetto: è l'eterno conflitto tra Progresso e Reazione, o tra Demolizione e Conservazione, per citare le parole d'ordine delle rispettive parti.

A noi non interessa solo fare la storia della Cristiada.

E' che la Cristiada ci dà un'opportunità per cogliere come il passato venga nascosto, manipolato, falsificato, espropriato per i fini più diversi.

Partiamo dal mistero fondamentale, cui la spiegazione "Progresso-e-Reazione" non può rispondere.

Come mai nessun proprietario di hacienda, e quasi nessun prete, ha combattuto a fianco dei presunti reazionari?

Come mai questa rivolta ha sconvolto per anni la parte più povera del Messico (infatti, non toccò le regioni benestanti del Nord e di Veracruz)?

Come mai vi parteciparono tanti reduci della guerra di emancipazione contadina di Emiliano Zapata?

Come mai gli Stati Uniti lavorarono attivamente per soffocare la Cristiada?

Come mai i Cristeros furono a un certo punto scomunicati - come Hidalgo e Morelos, i due sacerdoti che avevano guidato la prima rivoluzione messicana -  e denunciati dalle gerarchie ecclesiastiche?

Come mai il loro principale generale era un massone e anticlericale, che durante le cerimonie dei Cristeros, si divertiva a sdraiarsi su una panca in fondo alla chiesa, la sigaretta accesa, alla beffarda maniera messicana?

In altre parole, cosa ci faceva Ezequiel Mendoza Barragán, con il suo fucile e il suo violino?

Quando, negli anni Sessanta e Settanta, il ricercatore francese Jean Meyer  iniziò a cercare di risolvere questo mistero, si trovò a trattare un argomento di cui quasi nessuno osava parlare.

Non potè accedere agli archivi di Stato, perché una strage di contadini, di tale proporzioni, non poteva essere ammessa tra i miti fondanti del Messico - e ciò che non è mito, da quelle parti non è nemmeno storia.

Meyer non potè accedere nemmeno agli archivi della Chiesa: l'Istituzione doveva nascondere per sempre il fatto di aver comunque avallato, per un breve periodo, una grande sommossa armata contro lo Stato.

Il passato cambia momento per momento, ed è cambiato di nuovo in questi anni.

Perché tutto la fantasia di Progresso e Reazione è stata smascherata dalla storia stessa.

Il Progresso (le maiuscole per indicare un ente divinazzato) non consiste solo nell'eliminare le cose vecchie.

Consiste, soprattutto, in un'idea di accumulazione.

Lavori tutto il giorno, mettendo insieme una fila di mattoni, e quando ti svegli la mattina dopo, riparti da dove avevi messo in pausa la sera prima.

Costruendo un mondo sempre migliore, imparando dal passato per forgiare il futuro. Ecco il trinomio Stato, lavoro, educazione.

Ma oggi, quando ti svegli la mattina, senti dire che i tuoi mattoni sono fuori moda, e se vuoi costruire qualcosa, devi buttarli tutti giù e ricominciare daccapo, e usando un sistema completamente diverso: e se non lo fai, sei tu il reazionario. E pure non competitivo.

Ecco che Stato, lavoro ed educazione scompaiono dall'orizzonte della storia.

Ed ecco che si sgretolano le fantasie del socialismo reale, ma anche della socialdemocrazia europea o della rivoluzione messicana.

Se il Progresso non è più santo, i vecchi reazionari non sono più il diavolo: ecco che avviene il tanto temuto "sdoganamento", il "revisionismo storico" che provoca incubi tra gli ortodossi del passato.

Spacciando i Cristeros per tenere pecore del proprio gregge, Giovanni Paolo II - dopo il suo viaggio in Messico sponsorizzato dalla Pepsi, dalla FedEx e dalle patatine Sabritas - canonizzò 25 martiri, accuratamente scelti tra coloro che non avevano preso le armi con i Cristeros; mentre il primo presidente messicano dopo la caduta del regime del PRI, Vicente Fox, ex-presidente della Coca-Cola, celebrò la propria inaugurazione recandosi a pregare presso il santuario della Virgen de Guadalupe.

Questa manipolazione, in cui l'antico culto dei martiri si innesta perfettamente nel moderno culto delle Vittime e dei Vittimi, comporta conseguenze paradossali.

Leggerete dei Cristeros - partigiani contadini, terroristi se volete, uccisi sotto le bombe fornite dagli Stati Uniti - come "martiri cattolici", su siti che esaltano allo stesso tempo l'esproprio liberista, la devastazione culturale capitalista o il bombardamento planetario, o si agitano in urla laiciste nei confronti delle resistenze islamiche. Solo per dire, il disgusto - dei Cristeros parla anche, e bene, il sito del satanista Baget Bozzo.

La manipolazione cattolica è avvantaggiata.

Può fare a meno di ogni spiegazione: i cristiani, quando non vengono tosati dai propri pastori, vengono sbranati per pura cattiveria dai lupi. Chiunque nel mondo muoia ammazzato, e sia cristiano, è "ucciso per la propria fede".

Ecco che la guerra, armata, dei Cristeros può essere trasformata dagli apologeti degli haciendados di tutto il mondo in santa sofferenza di un pio gregge.

Ma se siamo passati dal silenzio allo sfruttamento (equivalente cattolico della magliettizzazione del combattente Ernesto Che Guevara), le cose in fondo non sono cambiate molto da quando Jean Meyer scriveva:

"La coincidenza è notevole, tra la Chiesa e lo Stato, che si accaniscono allo stesso modo nel presentare una versione ufficiale comune e monca: c'è stato un conflitto tra due istituzioni (nella versione "a" i cattivi sono il presidente Calles e i suoi acoliti, nella versione "b" il papa e i suoi acoliti), poi l'erosimo e il patriottismo del clero e quello degli uomini di Stato hanno permesso - secondo le diverse versioni - di arrivare a un modus vivendi in cui ciascuno vede la propria vittoria. In questa versione a doppio senso, c'è un solo assente: il popolo in armi, che per tre anni, ha tenuto testa a tutte le forze amministrative, economiche, militari dello Stato, solidamente spalleggiato dagli Stati Uniti." [1]

Noi abbiamo fatto da tempo la nostra scelta.

In un mondo pieno di vescovi, di politici e di pacifisti, tra l'incessante monologo autocompiaciuto dell'Occidente, scegliamo quantomeno di ascoltare gli Ezequiel Mendoza.

Con il fucile e il violino in mano.

Nota:

[1] Jean Meyer, Apocalypse et Révolution au Mexique. La guerre des Cristeros (1926-1929), Editions Gallimard,  1974.


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venerdì, 15 giugno 2007

Bellezze, squali e impiccati (XII)

E' enorme l'abisso che separa la mente "occidentale" dal vissuto del cosiddetto Terzo Mondo.

Chi, in Italia, legge il discorso del presidente della comunità di Putla di Oaxaca penserà subito a rimandi romantici di qualche sorta.

In realtà, è tutt'altra cosa, e dice verità molto crude.

Si riferisce a un momento preciso della storia: quando lo Stato Giardiniere, nella sua caricaturale versione messicana, pretendeva di scolarizzare le campagne, togliendo il controllo dell'istruzione sia alla Chiesa che alla comunità.

Lo Stato dichiarava di voler emancipare attraverso l'educazione e quindi dare potere alle persone, togliendole al controllo dell'istituzione clericale; ma chiedendo, in cambio, una nuova obbedienza.

A un primo livello, il discorso del presidente della comunità si fonda su un'illusione: che si possa restare liberi in un mondo di pescecani insaziabili.

Inevitabilmente, qualcuno cercherà di impossessarsi di quelle terre e di sfruttare quelle persone.

E quelle persone saranno tanto più indifese, tanto meno sapranno leggere e far di conto. Conosciamo tutti il detto con cui Don Milani giustificava la scuola:

 <<Quante parole conosci? Si è no duecentocinquanta. Il tuo padrone ne conosce almeno mille: Questa è la ragione per cui tu resti servo e lui padrone.>>

Ma Putla non è affatto Barbiana.

Nelle colline toscane, dove il controllo si esercita dal tempo degli etruschi, le parole del padrone contavano, perché il padrone sapeva come rivolgersi a un magistrato o a un notaio; cioè alla violenza esercitata dallo Stato.

Il padrone, poi parlava la stessa lingua del proprio subordinato, solo che la conosceva meglio.

E il subordinato non aveva una precisa comunità di riferimento: a definirlo, anzi, era solo la sua subordinazione. Casomai, attraverso le cooperative, le pubbliche assistenze, le case del popolo, si sarebbe creato una comunità ex novo.

Nella comunità di Putla, invece, lo Stato è un intruso e anche superfluo: la violenza viene gestita in proprio ("qui ci uccidiamo l'un l'altro come uomini").

Gli abitanti di Putla, nella propria lingua, sanno parlare molto meglio del padrone: paradossalmente, la scuola, che è invece nella lingua nazionale, potrà solo impoverire la loro capacità di espressione, lasciandoli davvero alla mercè del padrone.

La sopravvivenza, anche fisica, dipende dalla condivisione del lavoro e della giustizia, e questa condivisione si afferma attraverso i riti e le feste.

Quindi è inevitabile che si cerchi di resistere allo Stato.

Di conservare la propria lingua, contro quella della scuola.

La comunità deve potersi riprodurre nello spazio e nel tempo.

Questo significa che tutti vi devono essere coinvolti - "qui dovete lavorare, sia che siate ricchi o poveri".

Senza tradimento e inganno, il capitalismo non può esistere, perché è nella sua essenza che ogni individuo debba cavarsela da solo e competere con gli altri.

Ciò rende indispensabile lo Stato, che evita che la perenne guerra imprenditoriale si trasformi in strage.

Invece, tradimento e inganno, "discordia e invidia", costituiscono il pericolo più grave per una comunità.

Soprattutto, è necessario garantire la continuità della comunità, attraverso i figli.

I figli dovranno restare coinvolti nella comunità ("qui i vostri figli si prenderanno cura di voi quando non potrete più lavorare") e quindi dovranno riprodurne i valori.

Andando a scuola, iniziano a diventare irrequieti, a immaginarsi altre possibilità.

E' su queste altre possibilità che si spacca il mondo.

Da noi - Occidente, centro del mondo, l'idrovora che attira a sé tutti i flussi - lo Stato abolisce le comunità, o meglio quei frammenti che erano sopravvissuti alle forme precedenti di dominio, offrendo un patto.

Dice lo Stato: solo noi potremo picchiare, uccidere, rinchiudere.

Ci prenderemo i vostri figli.

Vi imporremo la lingua costruita dai nostri accademici.

In compenso, però daremo a ciascuno di voi, individualmente, gli strumenti per cavarvela, magari anche con successo, al centro dell'abbondanza.

La scuola diventa così la chiave per uscire dalla miseria.

Da allora, è cambiato tutto, perché l'accumulazione di sapere, l'ordine dei libri letti, la memoria, diventano solo zavorra quando cade la Grande Muraglia e tutto si trasforma in fluido mediatico. Chi ha studiato, non vince al Grande Fratello.

Quando però non si è al centro del mondo, ma in una sua tragica periferia, la dissoluzione dei rapporti comunitari implica l'individualizzazione, cioè la debolezza assoluta di fronte alle forze esterne.

Molto concretamente, questo vuol dire il collasso economico e la migrazione verso la metropoli. Che non è luogo di speranza, ma un immenso campo profughi.

Il campo profughi ha poche vie di uscita.

C'è la lotteria.

C'è la trasformazione dell'astuzia e del tradimento in attività criminale, legale o illegale (anche entrare in polizia, in Messico, è un'attività criminale, che però non viene repressa ma reprime): saper sgozzare senza batter ciglio è una delle poche merci che il figlio di chi è cresciuto tra le capre può mettere sul mercato, e spesso se la cava meglio del ricco.

C'è la seconda fuga, il tentativo di precipitare nel cuore dell'idrovora oltre confine.

C'è la creazione di una nuova comunità, sotto forma di branco assassino.

I messicani in fuga dalla miseria incontrano, a Los Angeles, i salvadoregni in fuga dal terrore dei Signori del Caffè (26 famiglie che erano insieme proprietari, esportatori, banchieri e boia) e dei loro consiglieri militari statunitensi. [1]

Di quella strage, le solite incerte statistiche ci raccontano di 80.000 morti, un milione di profughi interni, un milione fuggiti all'estero, su quelli che oggi sono sei milioni di abitanti.

I messicani a Los Angeles picchiano e uccidono i figli dei miti contadini salvadoregni.

I quali imparano dalle bande dei neri: nella Terra Promessa, c'è un'opportunità per tutti, volere è potere.

Nasce così una delle bande-impresa più feroci del mondo, la Mara Salvatrucha, con forse 100.000 membri, strutturati con una gerarchia degna di una multinazionale e un'affascinante simbologia che mescola riti tradizionali e riti metropolitani.

Membri della Mara Salvatrucha

Anche in Messico, come al centro del mondo, la società liquida in cui viviamo tutti immersi finisce per minare Stato e scuola.

Ma se da noi il crollo lascia comunque masse di oziosi benestanti e semialfabetizzati, nel Terzo Mondo lascia solo la catastrofe cui pretendeva di rimediare.

Non andare a scuola non è certo la soluzione all'immenso meccanismo della disumanizzazione mondiale, quello che a un capo del mondo genera Paris Hilton e all'altro i popoli delle discariche.

Ma l'anonimo presidente della comunità di Putla ha avuto un'intuizione geniale: ha saputo descrivere perfettamente i sintomi dell'orrore metropolitano e prevedere il loro decorso.

E non si è fermato qui.

Anziché cadere in una condanna moralistica, ha cercato di risalire la catena che vi portava.

E si è soffermato su un anello preciso di quella catena.

Nota:

[1] Nel 1881, il presidente salvadoregno Rafael Zaldívar, liberale, anticlericale, mecenate dei circoli letterari, con un decreto sequestrò le terre collettive e private degli indios e si recò, poi, negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna per vendere i proventi della rapina, in nome del commercio globale.

Di questo criminale, un biografo ha scritto:

"La sua educazione era squisita come quella di un parigino. Parlava il francese, l'inglese e un po' di tedesco. Traduceva il latino e conosceva i classici romani. Vestiva con somma eleganza."

(continua)


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giovedì, 14 giugno 2007

Bellezze, squali e impiccati (XI)

Il presidente della comunità di Putla, nello stato di Oaxaca, spiegò a un ispettore scolastico federale i motivi per cui non voleva che i bambini frequentassero la scuola pubblica:

"Vi dirò perché non vogliamo imparare le cose che fate e insegnate nelle vostre scuole.

Nelle vostre città, la maggioranza delle persone è andata a scuola. Ciò che hanno imparato deve essere molto male, perché molte di loro mentono, prendono ciò che appartiene ad altri, tradiscono gli amici, pugnalano la gente alla schiena, e raramente si vergognano di ciò che hanno fatto.

Voi conoscete bene le nostre leggi, quindi saprete che ciò che dico è vero.

Se vi diciamo che siamo vostri amici, vuol dire che lo saremo fino alla morte; lo stesso vale quando vi odiamo.

Ma noi siamo incapaci di tradire gli amici come fate voi.

Qui ci uccidiamo l'un l'altro come uomini, faccia a faccia, e gli assassini non vengono mai perdonati.

Qui dovete lavorare, sia che siate ricchi o poveri, mentre nelle vostre città quelli che sono vestiti bene e hanno molto da mangiare non fanno nulla e non c'è nessuno che possa obbligarli a lavorare.

Qui i vostri figli si prenderanno cura di voi quando non potrete più lavorare, proprio come voi vi siete occupati di loro prima che potessero badare alle pecore, guidare l'aratro o seminare il grando.

Se venite qui e siete poveri, vi si darà del cibo e un luogo in cui dormire in qualunque casa; nelle vostre città, se siete senza soldi, morirete di fame e di freddo perché nessuno vi darà una tortilla o un un sacco di tela con cui coprirvi.

E se siete senza casa, vi metteranno in carcere.

Quando le donne povere vengono da noi, diamo loro lavoro e non usiamo le parole per corromperle.

Non vogliamo che si istruiscano i nostri figli, perché allora diventeranno malvagi.

Io sono stato a Città del Messico, ho lavorato lì in un ospedale e nelle case di uomini ricchi e poveri.

Ho visto della gente che lavorava sodo, alcuni che ridevano e insultavano; alcuni che obbedivano a persone che ordinavano loro di fare cose malvage.

Questo villaggio è povero, ma sano.

Non danneggiatelo rendendolo simile ai vostri luoghi, perché se fate così, perderà la sua salute, la sua libertà e la sua felicità.

Se amate la nostra gente, non insegnate loro nulla; non fatele perdere la fede, come è successo a me quando ho servito i preti di una grande chiesa.

Lasciate che credano, in modo che possano vivere felici; non istruiteli perché scoprano la falsità delle loro credenze.

Lasciate che si rispettino e si amino a vicenda; non diffondete la discordia e l'invidia tra di loro."

Nota:

[1] Alfredo Ibarra, Cuentos y Leyendas, Mexico, 1941 pp.175-186, citato in Frances Toor, A Treasury of Mexican Folkways, Mexico Press, 1952, pp. 98-99

(continua)


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mercoledì, 13 giugno 2007

Bellezze, squali e impiccati (X)

Un panadero fue a misa,
No encontrando que rezar,
Le pidió a la Virgen pura,
Marihuana pa' fumar

Una cosa me da risa:
Pancho Villa sin camisa;
Ya se van los carrancistas
Porque vienen los villistas
[1]

Il liberalismo popolare messicano è cosa strana.

La Costituzione del 1917, un documento inappuntabile (anche se sarebbe stato emendato quasi quattrocento volte), fu redatta e votata da un ristretto gruppo di amici personali di uno dei signori della guerra dell'epoca, Venustiano Carranza.

Carranza aveva appoggiato Francisco Madero, l'ingenuo liberale che scatenò la rivoluzione contro Porfirio Díaz. Il capo dell'esercito di Madero era Victoriano Huerta, che poi era anche stato a capo dell'esercito di Porfirio Díaz.

Huerta, in seguito, aveva fatto assassinare Madero a tradimento.

Carranza, dopo aver brevemente trescato con Huerta, lo attaccò e aiutò a sconfiggerlo (Huerta lo avrebbero poi arrestato gli americani, come amico dei tedeschi).

Carranza fece poi assassinare Emiliano Zapata, ma fu assassinato a sua volta da un sicario del proprio alleato Alvaro Obregón.

Tipicamente, Carranza fu poi sepolto nel Panteon degli Eroi della Rivoluzione a Città del Messico, tra le lacrime di coccodrillo dei suoi assassini, e oggi vive felice nell'empireo mitico assieme a Zapata.

Il barbuto Carranza con un piccolo fenomeno rivoluzionario

Chiaro che a studiare la Revolución così, ci si perde.

Il personaggio più notevole della storia messicana, Porfirio Díaz, un mestizo con pochissima cultura e molta intelligenza, aveva governato per trentacinque anni, mantenendo abilmente qualche parvenza di democrazia.

Liberale e massone, aveva però stabilito una tregua con la Chiesa.

Deciso a modernizzare a forza il Messico, aveva invitato gli investitori stranieri, costruendo ovunque ferrovie e facendo aprire fabbriche.

Cercò di trasformare le haciendas in imprese capitalistiche e permise ai latifondisti di impossessarsi con la violenza delle terre collettive degli indios.

In questo, non aveva fatto molto diversamente dall'icona rivoluzionaria, Benito Juárez, che aveva soppresso con la massima durezza le rivolte degli indios contro la vendita delle loro terre.

Ciò che si opponeva al progreso degli científicos - i consiglieri positivisti del presidente Díaz - veniva sradicato con decisione.

Porfirio Díaz era un precursore dei nostri tempi, insomma: un uomo che riuscì a far fiorire l'economia e morire di fame gli uomini.

Il suo regime si dissolse in un'immensa carneficina: la statistica storica e del Terzo Mondo è sempre un'arte creativa, comunque si parla di circa un milione di morti.

Il più grande scontro fu tra movimenti che potremmo definire liberali e anticlericali, e le insurrezioni contadine, attorno a Zapata e Villa: i politici che si scontravano commisero, infatti, l'errore di armare milioni di campesinos.

Strage su strage, si è imposto un gruppo di uomini benestanti del nord del Messico, che facevano la guerra agli insorti contadini, ma con parole d'ordine di "liberalismo popolare": riforme sociali, modernizzazione, ripartizione delle terre e laicità dello stato, attorno al grande mito nazionale della rivoluzione e della raza, l'orgoglio dei mestizos.

Il regime legò a sé per molto tempo gli operai delle fabbriche, ma evitò di spaventare i grandi imprenditori e i grandi proprietari.

Ai tempi di Díaz, i signori della terra avevano sempre lasciato terre marginali ai contadini, per non doverli mantenere durante la stagione morta.

Con la Rivoluzione, lo Stato strappa il controllo di queste terre ai privati, trasformando i contadini in clienti propri: non solo coloro che effettivamente ricevono la terra (e ne possono venire cacciati in ogni momento), ma anche tutti coloro che sperano di poter ottenere qualcosa dai capricciosi Comités de Solicitantes.

Ecco che nascono gli agraristas, contadini che si battono per i propri diritti ma vengono cooptati dal regime, diventandone le milizie armate (con qualche onorevole eccezione), come erano stati i "battaglioni rossi" degli operai che avevano combattuto in prima fila contro Zapata.

Per un'ulteriore distribuzione ai contadini, lo Stato può solo contare su quanto riesce a togliere ai nemici politici e alla Chiesa.

 Non è l'unico motivo per cui il regime si lancia - in realtà per un periodo relativamente breve - in un attacco diretto alla Chiesa cattolica.

Per capire perché, occorre fare un passo indietro nel tempo.

I francescani erano arrivati in Messico subito dopo la conquista.

Nutrendosi come gli indigeni, dimostrando tutta la loro superiorità morale rispetto ai conquistadores, i frati impararono pazientemente le lingue e aprirono scuole, dirette, all'inizio, all'élite, ma che finirono per diffondersi ovunque ci fosse un convento: certe scuole avevano fino a mille alunni.

Le scuole erano collegi-dormitorio, dove era vietato ogni contatto con i genitori:

«...si unirono poi più o meno mille ragazzi, che tenevamo chiusi nella nostra casa giorno e notte, senza permettere loro alcuna conversazione [comunicazione con l'esterno], e questo per far loro dimenticare i loro sanguinari idoli e gli eccessivi sacrifici». [2]

Ammirato, secoli dopo, un prete cattolico statunitense scriverà:

"Si deve dare credito [...] ai frati di aver scoperto il fatto che la maniera più sicura e soddisfacente di istruire un popolo aborigeno consiste nel catturarli da piccoli e metterli in collegi lontani anche dall'influenza dei genitori, quando quell'influenza è pagana". [3]

Nelle scuole - quando possibile, se ne aprivano anche per le donne - si imparava un mestiere (spesso associato ai processi di ristrutturazione economica coloniale), la lingua spagnola e la religione; e si imparava a diventare catechisti, cioè a diffondere a propria volta la fede.

Il grande promotore delle scuole fu il frate Juán de Zumárraga.

Questo straordinario uomo svolse numerosi ruoli strettamente correlati: primo inquisitore del paese, primo arcivescovo di Città del Messico, primo editore del nuovo continente, ideatore della prima università e - secondo fonti dubbie - testimone del miracolo della Virgen de Guadalupe, quando la Madonna comparve come indigena (natural) a un indigeno.

Per educare, occorre prima diseducare:

"Dissi ai loro figli nel deserto: Non seguite le regole dei vostri padri, non osservate le loro leggi, non vi contaminate con i loro idoli: sono io, il Signore, il vostro Dio. Camminate secondo i miei decreti, osservate le mie leggi e mettetele in pratica." [4]

E' il dito rivoluzionario di Mosè, levato a condannare ogni religione, a rifondare il mondo sull'assoluta negazione.

Scrisse il frate Servando Teresa de Mier:

"Al primo vescovo del Messico, tutti i manoscritti simbolici degli indios sembravano essere figure magiche, stregonerie e demoni, e si fece un dovere religioso di sterminarli da solo e tramite i missionari, assegnando alle fiamme tutte le biblioteche degli aztechi, tra i quali solo quella di Tezcoco, che era la loro Atene, era alta come una montagna, quando per ordine di Zumárraga presero a bruciarla." [5].

Spesso e volentieri, i cattolici si lamentano dei giacobini e dei comunisti, che vollero creare mondi nuovi su mucchi di cadaveri.

In realtà Robespierre e Stalin non fecero altro che ripetere la distruzione creativa del totalitarismo cattolico.

L'aborto di Stato Giardiniere che la Revolución produrrà, cercherà di penetrare tra i mestizos e gli indigeni, formando nuove generazioni fedeli allo Stato.

Ripeterà quindi le azioni di fray Juán de Zumárraga.

Solo che due totalitarismi non possono coesistere: ed ecco che le scuole della Chiesa diventeranno, per alcuni anni, il principale bersaglio del regime rivoluzionario.

Note:

[1] "Un panettiere andò a messa / non sapendo per cosa pregare / chiesa alla Vergine pura / marijuana per fumare / una cosa mi fa ridere / Pancho Villa senza camicia / e se ne vanno i seguaci di Carranza / perché vengono i seguaci di Villa".

[2] Lettera di Juán de Zumárraga al Re Filippo II. Il Family Day era ancora di là da venire.

[3] Most Rev. Francis Clement Kelley, Blood-Drenched Altars. A Catholic Commentary on the History of Mexico, Tan Books, Rockford Ill., 1935, p. 82. Gli anglosassoni, che tanto avevano da ridire sui metodi degli spagnoli, avrebbero fatto la stessa cosa in Australia.

[4] Ezechiele 20:18.

[5]  Fray Servando Teresa de Mier, Apología (1817) o Memorias, 2 vols., t. I, edición de Antonio Castro Leal. Colección de Escritores Mexicanos, 37, Editorial Porrúa, México, 1942, p. 52.

In realtà, non è certa la responsabilità di Zumárraga. Gli apologeti che lo difendono però parlano come se ci fosse un'accusa da cui difendere il frate, che si sarebbe sicuramente compiaciuto dell'attribuzione.


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martedì, 12 giugno 2007

Bellezze, squali e impiccati (IX)

Non intendo fare una storia della rivoluzione messicana.

Però qualche nota su come sia iniziato tutto può essere utile, per capire il senso di ciò che è successo poi.

Alla fine del Settecento, quando il mondo intero inizia a dissolversi, la Spagna vecchia controlla e sfrutta il Messico.

Per controllarlo, manda i propri funzionari, direttamente dalla madrepatria, che detengono tutti i posti amministrativi di rilievo nello Stato e nella Chiesa.

Per sfruttarlo, la Spagna fa produrre immense quantità di argento che devono andare tutte e solo nella madrepatria.

In compenso, la Spagna vende al Messico tutto ciò di cui ha bisogno: innumerevoli leggi vietano, almeno in teoria, tutta una serie di attività produttive che potrebbero rendere autosufficiente la colonia.

I primi ad avere problemi con il dominio spagnolo, quindi, non sono le grandi masse, ma i criollos, che non possono sperare di occupare posti di rilievo, né stabilire grandi imprese, né vendere le proprie ricchezze altrove.

C'è poi la Chiesa: giustificazione, paesaggio, ciclo annuale, signora delle nascite, dei matrimoni e delle morti, istruzione, visione del mondo. Tanto che quiando il Messico diventerà repubblica, porrà nella sua bandiera il verde dell'indipendenza, il rosso dell'unione e il bianco della Vera Religione.

Sarebbe superficiale dire che la Chiesa doveva servire solo a dominare gli indios.

E' dentro di loro, come i "tre bambini martiri di Tlaxcala", beatificati da Giovanni Paolo II nel 1990: erano stati messi a morte dalla comunità, dopo aver denunciato i propri genitori ai missionari, per idolatria.

La Chiesa è servita, anche, a dominare i conquistatori, i criollos, che persi sul loro remoto pianeta, sarebbero facilmente sfuggiti al re.

La Chiesa non è Roma, ma è Madrid, cosa che gli anticlericali tendono a trascurare.

Con il sistema del patronato, è il re di Spagna, e non il Papa, a nominare i vescovi, a raccogliere le decime e ad avere il diritto esclusivo di fondare chiese e missioni; e ben dieci vescovi furono anche vicerè della Nuova Spagna. [1]

Lo scontro tra Stato-Chiesa e conquistadores si era concentrato, all'inizio su un punto cruciale: l'umanità degli indios.

Se gli indios non sono umani, possono essere trattati come semplici macchinari delle encomiendas.

Se sono umani, devono essere invece evangelizzati, inseriti nel grande sistema totale dominato e abbracciato dalla Chiesa.[2]

Chiesa e Stato quindi non sono sempre alleati dei criollos; anche se gli apologeti di oggi parlano troppo delle dichiarazioni ufficiali, e troppo poco di come quelle dichiarazioni siano state poi tradotte in pratiche.[3]

Il rapporto tra Chiesa, Stato, élites messicane è però ancora più complesso.

Nel 1804, il governo spagnolo, mossso da una sorta di avido illuminismo, ordina la vendita delle capellanías, le fondazioni create in genere per testamento e gestite dalla Chiesa; il ricavato sarebbe dovuto andare interamente allo Stato.

Tra i beni delle capellanías, ci sono i loro crediti, e quindi anche quelle terre su cui le capellanías avevano delle ipoteche.

Ora, la Chiesa non era solo proprietaria di circa metà delle terre private del Messico.

In particolare proprio tramite le capellanias, era la banca (o se si preferisce, l'usuraio) di tutto il Messico.

E circa due terzi delle terre non ecclesiastiche del Messico erano sotto ipoteca della Chiesa: la loro vendita avrebbe quindi significato la liquidazione dei proprietari terrieri di tutto il paese.

La legge venne implementata in parte, con esiti catastrofici, tra proteste generali, e poi revocata.

Ma potremmmo dire che la rivoluzione messicana iniziò qui: per difendere la proprietà della Chiesa.

Nota:

[1] Morelos e gli altri rivoluzionari avrebbero chiesto la romanizzazione della Chiesa, ma quando il Messico divenne indipendente, il patronato sarebbe passato al nuovo stato.

Tanto che nel 1824, quando il Papa fece un'enciclica che ordinava la sottomissione al re di Spagna, tutti i vescovi messicani (tranne uno) si rifiutarono di accettare le istruzioni pontificie.

[2] Lo stesso problema si porrà nelle Americhe anglosassoni, quando i padroni cercheranno di ostacolare la cristianizzazione degli schiavi.

[3] Già nel 1537, Papa Paolo III aveva promulgato la bolla Sublimis Deus (o Ipsa Veritas), in cui vietava esplicitamente la riduzione in schiavitù dei nativi americani "anche se vivono al di fuori della fede cristiana".

Questa bolla entusiasma oggi gli apologeti, che opportunamente dimenticano che lo stesso papa, nel 1548, con riferimento all'Italia, ribadì il diritto, per laici e clerici, di possedere schiavi.

Carlo V vietò la pubblicazione della bolla nelle Americhe; ma nel 1542 fu lo stesso stato spagnolo a promulgare le Nuevas leyes de Indias, che in teoria vietarono la schiavitù, ridussero e tassarono le encomiendas.

Nel 1549 nuove leggi imposero che i lavoratori venissero pagati e lavorassero durante un orario limitato.

Sul rapporto tra teoria legale e prassi, si può leggere Charles Gibson, The Aztecs Under Spanish Rule. A History of the Indians of the Valley of Mexico, 1519-1810, Stanford University Press, 1964.


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