venerdì, 14 marzo 2008

L'aquilone e l'aereo

Marcel Khalife è uno dei più inventivi suonatori del 'ud, il liuto arabo. Nato in un villaggio cristiano del Libano, è autore o cantante di alcune straordinarie canzoni:[1] ricordo per tutti la poesia che il palestinese Mahmud Darwish dedicò alla propria compagna israeliana, Rita.

Le canzoni di Marcel Khalife sono state messe al bando in Tunisia, sotto inchiesta in Libano per blasfemia (assai pretestuosamente, ma ricordiamo che i fondamentalisti sunniti lì sostengono il governo) e in Bahrain per immoralità; le sue cassette sono state sequestrate in Israele, e i suoi concerti impediti a San Diego in California.

Soha Beshara, una giovane comunista di famiglia cristiana, si improvvisò istruttrice di danza aerobica per poter entrare nella villa di Antoine Lahad, il mostruoso capo del cosiddetto "Esercito del Libano Meridionale", i quisling che per tanti anni terrorizzarono gli abitanti della fascia occupata del Libano.

Lei riuscì a sparargli, ma non a ucciderlo.  Fu tenuta prigioniera per dieci anni nel carcere di al-Khiam e torturata a lungo. E disse che se le avessero chiesto le sue ultime volontà prima di metterla a morte, avrebbe voluto cantare una canzone di Marcel Khalife

suha_beshara

Soha Beshara, al suo rilascio da al-Khiam

Girando in rete, ho trovato buone traduzioni in inglese di alcuni testi di Marcel Khalife; e mi permetto di plagiare qui una di queste traduzioni, dando appena un'occhiata al testo in dialetto libanese.

La canzone al-tifl wa al-tayyâra, che potete ascoltare qui, si basa sull'ambiguità della parola araba tayyâra, che indica semplicemente qualcosa che vola, dal verbo târa: in questo caso significa sia aquilone che aereo. Il traduttore è costretto a scegliere a volte un termine, a volte l'altro, ma ricordatevi che nella canzone, la parola è una sola.

Per capire la canzone, siamo quindi costretti a fare uno sforzo per tenere a mente qualcosa che verrebbe spontaneo all'ascoltatore madrelingua.

La canzone racconta, credo, il bombardamento di un campo profughi palestinese in Libano - forse proprio la nostra Ein el-Helwa -, ma più ampiamente, è la storia di tutto l'orrore che ci domina dall'alto, dai tempi di quegli apprendisti stregoni che furono i fratelli Wright.

C'era una volta un bambino
che giocava nel quartiere, cercando una corda con cui far volare un aquilone
si guardò attorno e disse, "chi sa che cosa è quella cosa che scintilla?"
"Guardate, guardate, l'aereo!"
"Viene verso di me!"

 "E' un grande aereo/aquilone, non mi serve una corda"
"E le sue ali sono più grandi della casa dei vicini"
Il cuore gli gioì e volò sulle ali dell'aereo
e tutto il cielo gli raccontò i propri segreti

Si fermò sulla piazza e chiamò i suoi amici
il rombo dell'aereo fu più potente di tutte le voci

I bambini si raccolsero attorno e smisero di giocare
e il terreno fu scosso, un racconto come una bugia
e il rombo divenne una grande nuvola di fumo e non so cosa successe
la sirena risuonò
l'aereo che portava storie e poesie
diede fuoco alla terra e distrusse la casa
distrusse la casa, distrusse la casa

E volarono e s'infransero
i confini dell'infanzia, lampi e tuoni bombardarono il mondo
il gioco volò via, e assieme al gioco la storia
e i bambini divennero frammenti della storia

La storia scritta sui terrazzi del villaggio
il timido villaggio illuminato come una candela

E la candela bruciò luminosa, e il grido risuonava
Aaaaaah! Aaaaaah! Aaaaaah!

مارسيل خليفة - الطفل والطيارة


كان في مرة طفل صغير...
عم يلعب بالحارة... عم بيفتش على خيطان تيطير طيارة
إتطلع بالجو وقال... مدري شو عم يلمع
شوفوا شوفوا الطيارة...
جاي لعندي طيارة.
هاي طيارة كبيرة ما بدى خيطان...
وجوانحها أكبر من بيت الجيران...
فرفح قلبو وطار... على جناح الطيارة
والسما كلها أسرار... حكيتله أسراره
وقف بالساحة ينده رفقاته...
كان هدير الطيارة أقوى من كل الأصوات
تجمعوا الولاد... وفاتوا باللعبي...
وهزت البلاد... قصة متل الكذبة.
والهدير تحول لدخان كبير... ومدري شو صار...
دق النفير.
الطيارة الحاملي قصص وأشعار...
شعلت الأرض وهدمت الدار...
وهدمت الدار... وهدمت الدار
طارت الحدود...
حدود الولدني... برق ورعود تقصف على الدني
طارت اللعبي... وطارت معها القصة...
وصاروا الولاد شقفة من القصة.
القصة مكتوبي على سطيحات الضيعة...
والضيعة الهيوبي ولعت مثل الشمعة
والشمعة بتضوي... والصرخة بتدوي.
آ آ آ ه ... آ آ آ ه... آ آ آ آ آ ه

Nota:
[1] Ascoltare il 'ud in mp3 è come guardare un quadro famoso sulla foto sgranata in bianco e nero di un vecchio giornale.

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venerdì, 23 novembre 2007

Dispute teologiche

A volte ti capitano notizie curiose, specie quando si conosce qualcuno in ambito ecclesiastico.

Siamo in un paese di lingua araba, di grande importanza strategica.

Si tratta di un paese da sempre in mano a personaggi che campano cercando di monopolizzare, ciascuno, gli appartenenti a qualche gruppo confessionale: riducendo al minimo lo Stato, i membri di ciascuna confessione devono dipendere dal proprio Capo per avere stipendi, pensioni, ospedali e giustizia (talvolta sotto forma di autobombe).

Ognuno di questi Capi ha alle spalle storie notevoli.

Prendiamo il caso di un Capo (musulmano) che ha fatto uccidere il padre di un altro Capo (né cristiano né musulmano). Pur sapendo che era stato il capo musulmano a uccidergli il padre, il Capo né cristiano né musulmano aveva colto l'occasione per farsi vedere un vero uomo, facendo decapitare per rappresaglia duecento contadini... cristiani.

Oggi, il Capo musulmano omicida e il Capo né cristiano né musulmano tagliatesta (che è pure membro dell'Internazionale Socialista) hanno creato un'alleanza di tutti i capimafia, cui si contrappone un'altra alleanza, tra la forte autorganizzazione della comunità storicamente più emarginata, e un militare nato cattolico, ma che propone l'abolizione del sistema confessionale e minaccia, in caso di vittoria, di mandare addirittura ispezioni fiscali.

In questo paese, gli elettori cattolici hanno un ruolo decisivo.

E sembra che circa il 70% di loro abbia deciso di voltare le spalle ai capimafia che pretendono di rappresentarli, e di seguire il militare nazionalista.

A questo punto, interviene l'ambasciatore degli Stati Uniti. E dona dieci milioni di dollari al Patriarca cattolico, ovviamente per varie opere di bene.

Qualche mese dopo, lo stesso ambasciatore si presenta dallo stesso Patriarca, chiedendogli di usare tutta la sua autorità a favore della coalizione dei capimafia.

Il Patriarca sorride, non dice né sì né no. L'ambasciatore tira fuori un assegno da un milione di dollari.

Il Patriarca, essendo persona modesta e perbene, fa un gesto di diniego, scuotendo la lunga barba, e gli dice di intestare l'assegno a un suo vescovo, presente in sala.

L'ambasciatore firma, anche il vescovo sorride, prende l'assegno ed esce dalla stanza.

Il giorno dopo, il Patriarca si rivolge al vescovo, chiedendogli il milione di dollari. Il vescovo dice, che l'assegno non era mica per il Patriarca. Era per lui.

Il Patriarca adesso si è rivolto al Vaticano per dirimere questa interessante controversia. Voi pensate che abbia ragione il Patriarca, o il vescovo?

charbel


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martedì, 27 marzo 2007

Resistere!

Torno da Chianciano.

Ci porta sulla sua Panda il pittore anarchico Paolino, che sta lanciando una lotteria con un biglietto di tre euro a testa, per pagare l'assicurazione dell'auto, in cui ha dormito la notte; per il pranzo e la cena, eravamo riusciti a infitrarlo nel Grand Hotel di Chianciano senza pagare.

In via eccezionale, Paolino ha messo in palio un suo quadro vero: in genere vende solo le fotocopie, perché non vuole staccarsi dalle sue creazioni.

In macchina, ci sono un giovane genovese che si è da poco convertito all'Islam e una compagna statunitense, che racconta della sua famiglia di ebrei simpatizzanti del partito comunista e del suo liceo a Philadelphia, dove negli anni Sessanta ben 150 studenti su mille erano passati per le carceri per il loro impegno nel movimento per i diritti civili.

Lei stessa, poi, aveva dato una mano per una raccolta di fondi per aiuti non militari al Vietnam del Nord.

Il sottoscritto, traduttore di manuali tecnici e addestratore di bande paramilitari, completa a modo suo il quadro delle risorse umane della Quinta Colonna di al-Qaida in Occidente.

E' quello che abbiamo per combattere i B52 e le Fabbriche di Mastro Geppetto, almeno al di qua della Grande Muraglia che ci divide da coloro che, in mezzo mondo, rischiano la vita sul serio.

Eppure, con tutti i nostri limiti finanziari, umani, organizzativi e caratteriali, ce l'abbiamo fatta.

Scommetto che quelli che ieri deridevano i "quattro gatti di ambigui estremisti", passeranno a dire "chi li paga?"

Chianciano Terme, in questo quasi inverno piovoso, è un ammasso vuoto di cemento, senza nemmeno la vita che portano i pensionati e i curandi termali. E quindi puoi avere sale convegni e alberghi a prezzi bassissimi.

Così la banda dei traduttori arabi, con passeggino e la bimba dal nome poco semitico di Ines di tre mesi, entra, tra gli untuosi sorrisi degli uscieri, nell'immensità ottocentesca del Grand Hotel, incedendo esistante sui tappeti e sotto i lampadari.

Olga, una settantina d'anni, fuggita giovanissima da un piccolo paese vicino a Catania, vestita come sempre in maniera impeccabile, entra in una boutique e chiacchiera con la proprietaria. La quale a un certo punto le chiede quanto tempo intende restare. "No, sono qui solo per un convegno". La proprietaria la guarda spaventata e chiede, "ma non quello dei terroristi?" "Certo", risponde Olga.

Il miracolo, grazie agli immani sforzi degli organizzatori: relatori rappresentativi con visti veri, dopo due anni di tentativi falliti; una grande sala convegni; e, per noi, comode cabine per la traduzione simultanea.

Saidatun, che la mattina si veste da sposa marocchina e il pomeriggio da imprenditrice lombarda, dirige le non facili combinazioni tra inglese, arabo e italiano.

Visto che ha allevato capre tra le montagne del Marocco e polli a Lima, ha fatto l'ambulante a Firenze e la biologa in Sudafrica e ha gestito un negozio a Bangkok, ci riesce, anche se deve scontrarsi con la scarsità di traduttori.

Non me ne intendo molto di traduzione simultanea, comunque qualcuno mi aveva detto che dopo quindici minuti ci si deve dare il cambio; per scarsità di traduttori, mi tocca fare anche un'ora di seguito. Ma nella cabina accanto alla mia, vedo un amico palestinese che traduce verso l'arabo e verso l'inglese, senza pausa, per ore e ore.

Quando sei in cabina, non capisci molto bene ciò che stai traducendo, e quindi ho qualche difficoltà a rispondere alla banale domanda, come è andata la conferenza?

Nei termini della "visibilità mediatica", tanto ambita ai nostri tempi, è andata decisamente male.

Nel dicembre del 2003, avevamo organizzato una manifestazione a sostegno della resistenza irachena, suscitando tanto di quel putiferio da meritare il titolo di "psicodramma nazionale", con centinaia di articoli sui giornali e diversi drammatici racconti in televisione; ne è nata una sorta di fronte rosso-azzurro, che metteva insieme i commissari telematici dell'estrema sinistra, i sionisti e i giornalisti di Libero: in quei giorni, Il Manifesto e Il Giornale pubblicavano articoli che sembravano l'uno la fotocopia dell'altro.

Quando abbiamo provato a organizzare questo stesso convegno nel 2005, sono intervenuti 44 deputati americani per fermarlo e ci sono state innumerevoli interpellanze e articoli che denunciavano il pericolo che dei "terroristi" potessero mettere piede sul suolo italiano.

Questa volta, il governo di centrosinistra ha scelto la vecchia politica giolittiana: per evitare problemi (e chi sa, anche per tenersi buoni possibili futuri vincitori nel conflitto in Medio Oriente), ha concesso i visti, ma ha anche fatto sì che non se ne parlasse. Così, silenzio assoluto nei media di "sinistra", da Repubblica al Manifesto.

Strano, ma interessante, il silenzio o quasi della destra: una solitaria interpellanza di Mantovano, qualche articolo del Massimo Esperto, due o tre grugniti del pittoresco Dimitri Buffa ("Chianciano, le terme... si colorano di rosso") e poco altro.

Eppure l'occasione era ghiotta. Nel 2003, si poteva al massimo accusare qualche questore di aver concesso il permesso di manifestare, eppure la destra ha urlato e pestato i piedi furiosamente.

Nel 2007, si sarebbe potuto scrivere che Prodi aveva concesso l'ingresso in Italia a una banda di pericolosi terroristi, provenienti dal Libano, dalla Palestina, dall'Afghanistan e dall'Iraq: Libero, in passato, ha riempito pagine intere per molto di meno.

Difficile dire, ma si ha il sospetto che l'ordine di tacere si sia imposto trasversalmente e che la destra l'abbia accettato, al costo di rinunciare a una ghiotta denuncia contro il Regime Comunista Amico degli Islamici.

Se si è sentito parlare della conferenza di Chianciano, è soprattutto grazie al giro dei blog. I tempi sono quelli che sono, e sarebbe sciocco sperare di poter fare molto di più in questo momento che restare in piedi, senza vendersi l'anima per avere un effimero successo politico.

Proprio questo salva la nostra area dal dogmatismo, dalle follie di chi crede di avere in tasca la Soluzione ai Problemi del Mondo o dalla tendenza a crearci un piccolo ghetto autoreferenziale dove riconosci i "nostri" da come si vestono o dal fatto che usano le parole d'ordine giuste.

Mi sembra che la conferenza sia andata bene, invece, su un altro piano.

Abbiamo messo insieme esponenti delle resistenze, persone (in massima parte) attente e capaci di capire il cosiddetto "Occidente".

Questo avviene proprio mentre le resistenze rischiano di cadere nella trappola della guerra intestina.

La guerra intestina è a volte fomentata direttamente dal nemico, nel caso della Palestina - dove Israele concede denaro e armi a una fazione, mentre il mondo nega tutto all'altra - e del Libano - dove gli Stati Uniti e la Francia hanno addestrato le squadre armate della coalizione tra le élite sunnite, druse e cristiane, contro sciiti e cristiani poveri.

In altri casi, come in Iraq, la guerra intestina è legata sì alle scelte statunitensi, ma anche alle interferenze iraniane e saudite e alla catastrofe economica e sociale indotta dall'occupazione, che obbliga a raggrupparsi per bande per sopravvivere.

Chiaramente, se la guerra contro l'invasore si trasforma in un massacro interno insensato, è la fine di ogni prospettiva di resistenza: se tu sei uno e loro sono dieci, li puoi dominare però tutti se i dieci si combattono tra di loro.

Il primo pericolo per le resistenze, quindi, come ha sottolineato durante la conferenza lo studioso laico libanese Samah Idris, è il confessionalismo in tutte le sue forme e questo è stato anche compreso benissimo dalla parte più lucida delle resistenze islamiche:

si pensi alla cura che Hamas dedica alla minoranza cristiana, o alla campagna contro il confessionalismo condotta da Hezbollah. Due scelte politiche quanto si vuole, ma estremamente sagge; ma anche l'ayatollah sciita al-Baghdadi, agli arresti domiciliari a Najaf, che è intervenuto telefonicamente alla conferenza, ha sottolineato come l'Iraq deve essere di tutte le sue componenti religiose ed etniche.

A ribadire un altro punto fondamentale, con tutta la foga del predicatore battista nero, è stato Larry Holmes, veterano del Vietnam, che ha ricordato che se oggi l'Impero è in difficoltà, il merito non è delle nostre rumorose ma vane manifestazioni, ma di chi combatte.

Senza le resistenze, la guerra infinita sarebbe arrivata ovunque e i suoi fautori godrebbero del consenso di cui godono sempre i vincitori.

As-salamu 'aleykum, come ha detto Hamza Piccardo, salutando i convenuti con il pugno chiuso.




giovedì, 22 marzo 2007

In difesa (o quasi) di Prosperini

L'assessore alle politiche giovanili della Lombardia, il sessantenne Pier Gianni Prosperini di San Pietro, lo conoscevamo per le sue nette prese di posizione su quanto accade in Medio Oriente. Dichiara, infatti:

"Tanto il Presidente Fini al sud quanto io al nord NON abbiamo avuto tentennamenti, abbiamo sempre sostenuto Israele nella sua politica di autodifesa contro i terroristi islamici.
Io sono assolutamente d’accordo con il Ministro Olmert: si risponde colpo su colpo.
Israele è l’unico Paese occidentale e democratico posto in quell’area geografica.
Impossibile dialogare con un kamikaze!!
Israele fa bene ad alzare un muro anzi deve allungarlo e rafforzarlo!"

Una vecchia storia d'amore, se nella stessa intervista Prosperini aggiunge:

"Insomma il tutto nasce da una forte simpatia per Israele ...oserei dire che, non fossi Italiano - cosa di cui sono orgoglioso - vorrei essere Israeliano. Paese per cui nel ’67 mi ero reso disponibile a combattere."

Così, nel suo curriculum, troviamo Pier Gianni Prosperini "tra i partecipanti ad un presidio davanti al Consolato Libanese, in sostegno di Israele". Mica in un giorno qualsiasi, ma proprio mentre  Israele stava uccidendo oltre mille libanesi con i bombardamenti aerei. 

L'amico delle bombe a grappolo, coerentemente, propone la pulizia etnica anche in casa. Chiede, infatti, l'espulsione di  tutti i Rom dalla Lombardia: "Cacciamoli, sono nomadi e devono 'circolare'", spiega.

Prosperini ha anche condotto una lunga guerra per impedire ai bambini immigrati di frequentare la scuola bilingue egiziana di Milano intitolata a Nagib Mahfuz  (laico romanziere egiziano, accoltellato da estremisti nel 1983), definita da lui "scuola islamica clandestina dove si insegna a praticare il terrorismo".

Prosperini non poteva mancare di citare i nostri mitici amici, dicendo che dalla scuola potrebbe partire un attentato, compiuto "magari con armi arrivate dalla colletta del “campo anti imperialista” dei pacifondai, girotondisti & Co."

Adesso, Prosperini si è reso protagonista di una scoppiettante intervista al Giornale, che andrebbe letta tutta, se non altro per il divertimento che provoca.

Riferendosi vagamente a quelli con barbe e veli, dice «ciapen el trenin, ciapen el piroscafo, ciapen la careta, ciapen el camel e via, a ca'!».

Poi, parlando della questione dei Dico:

«Ha visto il fotomontaggio di Benedetto XVI col dito medio alzato? Ci provino con la faccia di Maometto, se hanno i coglioni. Ecco, qua vien fora el mejo del dotor. Garrotiamoli, ho concluso. Ma non con la garrota di Francisco Franco. Alla maniera degli Apache: cinghia bagnata legata stretta intorno al cranio. Il sole asciuga il laccio umido, il cuoio si ritira, il cervello scoppia».

Non si capisce se il riferimento sia agli omosessuali in generale, o agli autori del fotomontaggio.

Probabilmente non lo capisce nemmeno Prosperini, che sembra avercela più che altro con un generico e indefinito Loro.

Scontata la seriosa reazione di tutto il centrosinistra, nonché delle organizzazioni omosessuali (i musulmani, come al solito, tacciono e comunque non ci pensa nessuno).

Che dire?

La penso all'opposto su Israele, rom, musulmani e diritti dei gay, ma questo non significa che Prosperini la debba pensare come me.

Il vero problema è che una persona che ricopre una carica pubblica non dovrebbe insultare una parte delle persone di cui è responsabile.

Però, sia i discorsi di Prosperini che le reazioni ci danno un'idea dello svuotamento della politica. Che poi vuol dire, della possibilità degli esseri umani di incidere sulla realtà in cui vivono.

Intanto, l'astio è a un livello senza precedenti, e da entrambe le parti: nemmeno durante la Guerra fredda gli avversari si trattavano con tanta violenza verbale.

Quindi, a prima vista, è come se ci fosse un divario enorme tra "destra" e "sinistra".

Ma se andiamo a vedere, la destra di cui fa parte Prosperini, e la sinistra di cui fanno parte i suoi critici, sono pienamente d'accordo - salvo dettagli - che una buona parte dei soldi dei contribuenti vada regalata agli imprenditori, cioè a cittadini privati; e non vada investita quindi in servizi sociali.

Sono pienamente d'accordo - salvo dettagli - che bisogna proseguire con la campagna militare nel lontano Afghanistan. E così via.

Dove non sono d'accordo è su gay e immigrati.

Cosa hanno in comune gay e immigrati?

Sono persone che suscitano vari tipi di sentimenti.

Almeno nell'immaginario prosperiniano, i musulmani sono barbutovelati e parlano male l'italiano, i gay squittiscono e potrebbero metterti le mani addosso.

Queste sono cose che capisce anche un analfabeta e quindi colpiscono subito la fantasia.

Però è vero anche il contrario: tanta gente prova un disgusto prerazionale per il burbero Prosperini, judo cintura nera con un una notevole collezioni di armi bianche.

Anche lui, come i gay o i musulmani, risveglia ribrezzo e paura.

La polemica infatti non verte sui fatti, ma solo su queste contrapposte immagini. Cioè, molto rumore a proposito di fuffa emotiva e molto silenzio a proposito dei fatti.

Infatti, nessuno sta polemizzando su qualche proposta concreta di Prosperini: non mi risulta che la Regione Lombardia abbia stanziato fondi per l'acquisto di garote apache.

La polemica verte interamente su questioni affettive, simboliche, sessuali.

Come, d'altra parte, la polemica di destra contro le frequentazioni transessuali del portavoce di Prodi, o contro le bandiere statunitensi o israeliane che vengono bruciate dai Prosperini della fazione opposte in alcune manifestazioni.

E questo ci porta all'aspetto più preoccupante della vicenda.

Destra e sinistra si sono, infatti, specializzati nel massacrare i propri avversari per castrarne anche i contenuti simbolici, spingendoli violentemente verso il centro.

Semplifico.

Come dimostra l'attività dei governi di Berlusconi e di Prodi, sui contenuti concreti c'è una piena convergenza.

Restano, ai destri e ai sinistri, delle forme puramente simboliche e quindi innocue.

Fare battutacce sui gay e sugli immigrati è una forma infantile e puramente simbolica di esprimere contenuti di "destra".

Fare vignette idiote sul Papa è una forma infantile e puramente simbolica di esprimere contenuti di "sinistra".

Ora, l'attività principale della sinistra consiste nel denunciare e ingigantire tutte le espressioni simboliche di questo tipo che riescono a scovare a destra.

L'attività principale della destra consiste nel denunciare e ingigantire tutte le espressioni simboliche di questo tipo che riescono a scovare a sinistra.

Se si accetta questa logica, si finisce al centro, non solo nei contenuti, ma anche nelle espressioni simboliche.

Ogni volta che Diliberto chiede perdono per una bandiera israeliana bruciata, o la destra si scusa per qualche prosperinata, tutti fanno un passo in più verso il centro. Dove non si dicono battutacce e non si bruciano bandiere.

Ma il "centro" in realtà non esiste.

"Destra" e "sinistra", quando ancora esistevano come contenuti e non solo come identità vuote, esprimevano diversi progetti da parte dell'essere umano per incidere sulla società.

Il centro, invece, non è un progetto.

Il "centro" è l'assenza di contenuti forti, concreti o simbolici.

Perché non si vuole cambiare la realtà, ma amministrarla. E non si possono avere idee forti e chiare oggi, perché la realtà domani sarà un'altra.

Ma la "realtà" non è un'astrazione: in assenza di progetti politici, la realtà non è altro che ciò che ci impone l'Economia Globale. Che a sua volta non è un'astrazione, ma è l'insieme di giganteschi e fluttuanti interessi privati, in perenne trasformazione.

Cito Marino Badiale e Massimo Bontempelli. Destra e sinistra reali, oggi, sono

"cordate contrapposte di specialisti dell'amministrazione del consenso, il cui ruolo è quello di gestire, nel modo più soffice possibile, le conseguenze generate dai meccanismi, non soggetti a discussione, dell'economia odierna. La politica in senso proprio, intesa come contrapposizione di opzioni diverse sulle scelte fondamentali della società, non esiste più." (La sinistra rivelata, p. 197)

Però le due cordate contrapposte devono pure farsi concorrenza.

Questa concorrenza assume la forma di litigi su questioni come i cammelli-per-portarli-a-casa-loro, le svastiche allo stadio, bandiere bruciate, parolacce sui gay, stelle a cinque punte sotto casa di oligarchi vari, urina di porco gettato sulle fondamenta delle moschee, le trans di Sircana.

Cose che suscitano emozioni furibonde, come succede sempre nelle risse per futili motivi.

Senza tali risse, cadrebbe tutta la maschera della falsa contrapposizione tra destra e sinistra reali.

Allo stesso tempo, però, entrambe le parti hanno interiorizzato servilmente l'idea che "bisogna essere di centro", per cui il primo che riesce a dimostrare che l'altro ha fatto qualcosa poco di centro, segna un punto, mentre l'avversario deve fare penitenza.

Poi si dimentica tutto e il gioco ricomincia da un'altra parte.

Infatti, ecco il vivace Prosperini che, di fronte alla minaccia di perdere il suo assessorato, sbrodola il più vacuo nulla, dicendo:

“Sento di dovermi rivolgere a tutta la comunità omosessuale, nei confronti della quale affermo di non aver mai provato alcuna forma di ostilità o avversione. La libertà di costume e di espressione dei sentimenti personali, certamente al centro dei valori di quest’aula, rappresenta anche per me un riferimento ideale e culturale dal quale non posso e non voglio prescindere.”

Ma allora tutto il resto era solo una sbruffonata e, di fronte alla poltrona, Prosperini è solo un opportunista come tutti gli altri.

Ecco perché non voglio avere nulla a che fare con la canea che per qualche ora ha ululato il proprio Sdegno Civile contro Prosperini.

Tutta la mia solidarietà, invece, se qualcuno gli tirasse una torta in faccia.




sabato, 03 marzo 2007

La conferenza di Chianciano

Ecco le informazioni sulla Conferenza di Chianciano. Per le spiegazioni, potete leggere il mio post precedente.
Se qualche lettore di questo blog volesse venire, mi farebbe piacere se - oltre a iscriversi come indicato sotto - mi mandasse una mail per dirmi che ci sarà, scrivendo a kelebek@imolanet.com.


Conferenza Internazionale
CON LA RESISTENZA, PER UNA PACE GIUSTA IN MEDIO ORIENTE
 
Chianciano Terme (SI)
Salone delle Terme di Sant'Elena
Sabato 24 e domenica 25 marzo 2007
PROGRAMMA E ORATORI
  
SABATO MATTINA (10,00 – 13,00)
 
Introduce i lavori Leonardo Mazzei
L’offensiva americana, la sudditanza europea e la prospettiva del Fronte antimperialista internazionale
 
***
PRIMA SESSIONE
La resistenza dei popoli palestinese e libanese contro sionismo e imperialismo
Presiede la sessione: Aldo Bernardini
 
INTERVENTI
 
- Le sanzioni occidentali sono illegittime. Rispettare la volontà democratica del popolo palestinese
- Waleed al Modallal, professore di Scienze politiche presso l’università islamica di Gaza
 
- La soluzione democratica del problema nazionale palestinese
- Mohammed Ha Alissa, giornalista, esponente della sinistra palestinese
 
- Lasconfitta israeliana e il futuro della Resistenza libanese
- Ali Fayad, docente universitario, direttore del Centro di Studi e Documentazione di Beirut
- Unità nazionale per battere il confessionalismo religioso
- Samah Idriss, direttore della rivista letteraria libanese “Al Adab”
 
- La minaccia americana contro l’Iran e la Resistenza araba
Hisham Bustani, giornalista, esponente dell’opposizione democratica giordana
 
 
 ***
 
SABATO POMERIGGIO (14,30 – 18,30)
 
SECONDA SESSIONE
La Resistenza irachena e le condizioni della vittoria
Presiede la sessione: Wilhelm Langthaler
 
- Per l’unità di sunniti e sciiti contro l’occupazione
- Ayatollah al Sayyed Ahmed al Baghdadi, religioso patriottico, leader dell’opposizione contro l’occupazione
 (collegamento telefonico)
- L’embargo politico alla Resistenza e le condizioni per la vittoria sugli occupanti
- Abdul Jabbar al Kubaisy, segretario dell’Alleanza Patriottica Irachena, portavoce internazionale del Fronte Patriottico Nazionale Islamico
 
- Il fallimento del piano americano di tripartizione imposto con la Costituzione
- Youssif Hamdan, professore universitario e leader del Partito comunista, unità del popolo (Ittihad Alshaab)
 
- L’impatto politico della resistenza irachena
- Saad Kiryakos, professore di economia all’università di Ottawa, portavoce dell’Organizzazione di amicizia, pace e solidarietà con l’Iraq 
 
- Il governo al-Maliki è il primo artefice dello scontro settario e della proliferazione delle milizie
- Fadhil M. Hussain, professore universitario e giornalista
 
- La tragedia umanitaria e la drammatica dimensione della prigionia politica
Ibrahim Sulman Rizk, medico
- La confessionalizazione del sistema scolastico e la repressione contro la libertà di espressione
- Nouri N. Abd, leader del movimento giovanile e studentesco
 
- La sinistra irachena e la sua alleanza con le forze patriottiche islamiche
- Asrar-A-Abdullatif, leader del Partito Comunista Iracheno (Comando Centrale)
 
- L’opposizione shiita contro l’occupazione americana e la duplice politica iraniana
- Mohamed al Khuzai, portavoce del movimento dell’Ayatollah Hassani per l’unità e la riconciliazione irachena
 
 
***
 
DOMENICA MATTINA (9,00–13,00)
 
TERZA SESSIONE
 
Un unico nemico, la stessa lotta. Come costruire un Fronte Antimperialista Internazionale
Presiedono: Roberto Massari e Marco Riformetti
 
- Il Forum Sociale Mondiale e il problema del sostegno alle Resistenze
- Samir Amin, docente universitario a Dakar e esponente del FSM
 
- Dopo il Vietnam. Il movimento No-War negli Usa e la guerra in Iraq
- John Catalinotto, International Action Centre Usa
 
- Come è nata e come si è sviluppata la Resistenza irachena
- Jabbar al Kubaysi
 
- Perché e’ probabile l’aggressione USA all’Iran
- Lucio Manisco, giornalista
 
- Il ruolo dell’Islam nella lotta antimperialista
Hamza Piccardo, portavoce Ucoii (Unione Comunità Organizzazioni Islamiche in Italia)  
 
11,30 – Dibattito
 
13,30 – Conclusioni di Moreno Pasquinelli
 
14,00Pranzo
 
15,30 – Approvazione documento conclusivo
 
16,00 – Conferenza stampa
 
 
*************************
 
COME PRENOTARE PER PARTECIPARE ALLA CONFERENZA
 
Il 24 e 25 marzo sarà dunque possibile dare finalmente voce anche in Italia alle ragioni, ai programmi, agli obiettivi delle forze che resistono alle aggressioni imperialiste.
E’ la prima volta che una conferenza di questo tipo si svolge in Europa.
Essa sarà dunque un’occasione per rafforzare la solidarietà del movimento contro la guerra con i popoli che la guerra la subiscono da anni. Ma sarà anche un’occasione per conoscere la situazione in Iraq, Palestina e Libano attraverso la voce e l’esperienza di chi resiste, contro l’intossicazione della disinformazione imperante.
 
COME PRENOTARE
 
Per la prenotazione basta scaricare e compilare la scheda che trovate qui http://www.iraqiresistance.info/register.php sia in versione word che Pdf.
La scheda va inviata a Clante Hotels, Chianciano Terme
Tel. 0578 63360 Fax 0578 64675
 
Sono possibili 3 pacchetti:
 
A) Dalla cena del venerdì al pranzo della domenica, al prezzo di 104 euro a persona in doppia e di 118 euro in singola.
 
B) Dal pranzo del sabato a quello della domenica, al prezzo di 82 euro a persona in doppia e di 89 euro in singola.
 
C) Dalla cena del sabato al pranzo della domenica, al prezzo di 67 euro a persona in doppia e di 74 euro in singola.
 
N.B. questi prezzi comprendono il contributo individuale di 15 euro al giorno per l’autofinanziamento della conferenza.
 
Vi ricordiamo che la conferenza sarà tradotta simultaneamente in tre lingue (arabo, italiano, inglese)
 
Per informazioni e chiarimenti rivolgersi al comitato organizzatore  scrivendo a conferenzachianciano@libero.it o telefonando al 328 4320501 (Maria Grazia) dopo le ore 14,00


Tutti a Chianciano

Forse vi avranno incuriosito, nella colonna a destra, un tag intitolato "Chianciano", che raccoglie un gran numero di post, nonché un banner, dell'ottimo Mauro Biani, che è stato esposto da diversi blog  e che riporta sempre a quel tag.


Il riferimento è a un convegno che gli amici del Comitato Iraq Libero stanno cercando di organizzare dall'estate del 2005, nella cittadina di Chianciano.

L'idea iniziale era di far parlare, per la prima volta in Europa, alcuni esponenti della Resistenza irachena.

La cosa è importante, perché, come sa anche la casalinga di Voghera, laggiù c'è un conflitto.

E la casalinga di Voghera, o il traduttore di Firenze, sa anche che la democrazia si basa sull'idea che in un conflitto si ascoltano tutte e due le parti, per decidere poi chi ha ragione e chi ha torto.

Per dire, non sarebbe democratico se i giornali riportassero solo i pareri di Berlusconi, di Fini e di Casini, mentre venisse vietato a Prodi, Diliberto o Rutelli di aprire bocca.

Noi siamo talmente coinvolti nei conflitti in Medio Oriente, che stiamo per regalare agli Stati Uniti la base, a Vicenza, da cui tutti quei conflitti saranno coordinati.

Quindi, l'idea era di sentire anche l'altra campana.

Il termine "Resistenza" va precisato: per forza di cose, gli invitati sono persone che vivono legalmente o in Iraq, o nei paesi vicini; che possono uscire legalmente da quei paesi; e che possono poi entrare legalmente in Italia.

Nemmeno volendo, si potrebbero quindi invitare dei combattenti in Italia. Al massimo, esponenti rappresentativi di quel 61% di iracheni che approva la resistenza armata.

In più, la faccenda è interessante, perché le guerre statunitensi sono al centro della storia mondiale da almeno cinque anni. Anzi, a essere precisi, da 200 e passa anni, gli Stati Uniti hanno condotto in media quasi una guerra all'anno fuori dai propri confini, ma quello è un altro discorso.

Di tutte le manifestazioni con bandiere arcobalene, il complesso militare industriale (questo termine sovversivo è stato coniato dal presidente repubblicano Eisenhower) si è fatto un baffo.

Invece, di fronte alle bombe improvvisate dei partigiani iracheni, si è fermata l'intera macchina imperiale. E solo allora i media e i politici hanno cominciato a mettere in dubbio l'opportunità di tante altre guerre. Quindi la resistenza irachena, pur nella sua inestricabile complessità, ha segnato anche la nostra storia.

Nell'estate del 2005, ben quarantaquattro membri della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, con in testa Sue Kelly, presidente della commissione parlamentare su "esercito, terrorismo, minacce e capacità non convenzionali", avevano mandato una specie di ultimatum all'ambasciatore italiano a Washington, Sergio Vento, ordinandogli di vietare il convegno di Chianciano.

In aperta contraddizione con il nome del loro partito, i politici di Forza Italia si sono mossi in blocco a sostegno di questa violazione della sovranità nazionale; il ministro degli esteri, Gianfranco Fini ha posto il suo veto sui visti ai partecipanti, e il convegno è saltato.

Adesso, sembra che il convegno si possa fare: come a Vicenza, il centrosinistra preferisce sfuggire allo scontro frontale, tanto, cosa volete che sia un convegno?

La situazione in Iraq si è però molto complicata dal 2005, con la guerra civile tra sciiti e sunniti; e dopo la guerra simultanea che Israele ha condotto la scorsa estate contro i palestinesi e contro i libanesi, e l'intervento italiano in Libano, si è deciso di estendere il convegno in modo da dare voce anche alle resistenze in Palestina e in Libano.

La conferenza, quindi, oggi si intitola

 Conferenza Internazionale

CON LA RESISTENZA, PER UNA PACE GIUSTA IN MEDIO ORIENTE

e si svolgerà a Chianciano Terme (SI) nel Salone delle Terme di Sant'Elena, sabato 24 e domenica 25 marzo 2007.

Nel prossimo post, il programma e le modalità per iscriversi.




giovedì, 14 dicembre 2006

Cagnolini

Come sa chiunque, per giocare a carte, devi prima averla qualche carta.

Sul tavolo, gli israeliani ci mettono il fatto che non riconoscono alcuno stato palestinese e che possono uccidere chiunque, nell'area della Palestina storica, nel giro di qualche secondo, e che hanno 200 bombe atomiche. Una buona mano, insomma.

I palestinesi, sul tavolo possono mettere due cose, piuttosto misere: il fatto di non riconoscere subito, prima ancora di negoziare, che rinunciano all'80% della Palestina storica, e il fatto che possono fare delle azioni armate, insignificanti dal punto di vista pratico, ma comunque fastidiose.

Altro, obiettivamente, i palestinesi non hanno, a parte sperare nel buon cuore della parte più forte, una scelta che in politica raramente porta a qualcosa.

Per questo, Hamas, come la maggioranza dei palestinesi, si rifiuta di rinunciare a queste due povere carte, ancora prima di giocare.

Visto che lo stivale ce l'hanno comunque sul collo, Hamas ha in pratica, però, accettato le stesse cose che a parole chiedono tutti, da Berlusconi a Bertinotti, cioè la "pace" e i "due stati": offrono una tregua di dieci anni, rinnovabile all'infinito, se Israele si ritira entro i confini del '67.

Ma senza mettere la firma sotto le parole, "rinuncio a tutte le mie carte e sottoscrivo la mia resa incondizionata, in attesa che siate gentili con me". Hamas propone invece di fare un po' come Cina e Taiwan, che non disarmano e non si riconoscono sulla carta, ma convivono pacificamente.

In un'intervista a Repubblica il 12 dicembre, il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha detto esattamente cosa pensa di questa soluzione pragmatica, e di conseguenza anche di tutta la storia dei "due popoli e due stati": l'imbattibile esercito delle Nonne Fatima di Hamas "ci dà 10 anni di tregua per prepararsi alla guerra definitiva contro Israele. Ma noi non siamo completamente idioti". Fine.

Quindi, invece di "due stati" e la "pace", Israele chiede all'Europa di ridurre alla fame i palestinesi - ricordiamo che il mantenimento degli occupati sarebbe un dovere legale degli occupanti, ma questo dovere legale è stato generosamente assunto da altri.
 
Io non ho mai aderito alla scuola di pensiero che ritiene che Israele sia un paese cattivo. Anche l'Uruguay farebbe sfracelli, se nessuno gli dicesse mai niente. Israele fa benissimo a usare tutti i trucchi che vuole per fare i propri interessi: lo fanno tutti, e si chiama politica.

Ma perché se ne deve fare carico anche il governo italiano? E non solo quello italiano: la richiesta israeliana è stata trasformata nei "tre principi del Quartetto [ONU, USA, Unione Europea e Russia]": i palestinesi devono partire dal riconoscimento di chi non li riconosce, disarmarsi e accettare qualunque svendita fatta dai precedenti governi palestinesi, non si sa se più corrotti o ingenui.

Insomma, quelli che contano nel mondo si pongono contemporaneamente come giudice, pubblico ministero e boia.

Dall'agenzia Reuters apprendiamo che ieri la televisione israeliana Canale 10 ha trasmesso un interessante dialogo fuori scena tra Prodi e il suo ospite Olmert. Dice Olmert:

"E' importante che tu sottolinei i tre principi del Quartetto - che non sono negoziabili, che sono alla base di tutto".
 
"Please say this", chiede Olmert in inglese, mentre Prodi annuisce.

Prodi, ovviamente, ha detto esattamente ciò che Olmert gli aveva chiesto di dire.

Non solo: Olmert fa un cenno a Prodi, dicendo, "so che avevi detto qualcosa (in passato) a proposito di uno stato ebraico..."

Tradotto in italiano, significa che Prodi aveva sostenuto la tesi secondo cui Israele deve restare lo stato di una sola etnia, e solo in questo contesto chi non ha la fortuna di appartenere a quell'etnia potrà godere di una tolleranza condizionata.

E infatti, ecco Prodi aggiungere che Hamas è obbligato anche al "riconoscimento come stato ebraico" di Israele,  cosa che nemmeno Bush aveva chiesto.

Ehud Olmert, un signore che in un breve periodo di permanenza al governo ha devastato un paese confinante, disseminandolo di circa un milione di bombe a grappolo (negli ultimi giorni di guerra, quando aveva già accettato l'idea di una tregua) e uccidendo circa 1.300 persone, mentre con l'altra mano ha ucciso circa 500 palestinesi a Gaza, conclude trionfante:

"lascio l'Italia con la buona sensazione di aver trovato un partner per creare un fronte internazionale stabile, che ci possa aiutare nei nostri sforzi".

Giusto se qualcuno avesse ancora dubbi sulla scelta di campo, non solo del precedente governo italiano, ma anche di quello attuale.




martedì, 05 dicembre 2006

E questa a parte...

Questa foto la presento a parte.

Forse colpisce meno delle altre, ma mi ricorda molto gli antimperialisti egiziani, palestinesi, libanesi, turchi, che ho conosciuto.[1] Con tutta la loro commistione di mondi, dal nargìle alle scarpe da tennis, con le canzoni un po' rap e un po' racconti di 'Antar.

Non ho idea se questi siano cattolici, ortodossi, sciiti, sunniti o drusi, o semplicemente, aspiranti libanesi.

Fatto sta che il jihad ha questo sguardo, molto più spesso di quanto si possa pensare.

[1] Sì, lo so. I turchi preferirebbero un post a parte.



Lo so, sono troppe immagini, ma...

Dal Libano, dove i Fanatici Musulmani Filosiriani vogliono cacciare il Governo Democraticamente Eletto, come ci spiegano i media.

Vediamo come si muovono in questi giorni gli amici di Prodi, di D'Alema, di Condoleezza Rice e di Hosni Mubarak.

Ieri, i miliziani del "Movimento Futuro" - sunniti legati al governo di Fuad Sanyurah (Sanyora, Siniora, o come preferite) - hanno incendiato i negozi appartenenti ai siriani e aperto il fuoco sui manifestanti antigovernativi a Beirut, uccidendo un giovane: il primo morto, forse, della prossima guerra civile.

Le milizie druse del PSP, che sostengono anch'esse il governo (e che in passato, assieme ai siriani, rasero al suolo una sessantina di villaggi cristiani), hanno devastato una sede del Partito Comunista.

Il quotidiano di destra, Daily Star, sottolinea minacciosamente un punto importante: se dovesse cadere il governo Sanyorah, un governo che rappresentasse i ceti meno benestanti potrebbe bloccare le "riforme" economiche imposte dai donatori internazionali come condizione imprescindibile.

Una curiosità - Fu'ad Sanyurah è sulla lista delle persone che non possono entrare negli Stati Uniti, perché avrebbe contribuito economicamente a un'organizzazione che gli Stati Uniti definiscono "terroristica".

Il mufti sunnita di 'Akkar, famoso per il suo sostegno pubblico a Osama bin Laden, ha dichiarato che i manifestanti antigovernativi sono "come i pagani che manifestarono contro il profeta Muhammad e i suoi compagni alla Mecca".

Le "Forze libanesi" di Samir Ja'ja' (o Geagea), vicine alla coalizione governativa,  hanno dichiarato di aver messo in piedi campi di addestramento "a scopo preventivo". Samir Ja'ja', che nei media viene presentato come parte del "fronte antisiriano", fu corresponsabile assieme ai suoi alleati siriani della strage di Tall al-Za'tar, dove morirono qualcosa come duemila palestinesi; e furono i suoi miliziani, poi, a fare la strage di Sabra e Chatila.

Ovviamente, ciò che conta è quello che la gente fa, non come si veste o come saluta; ma, visto che un giorno sì e l'altro pure si parla di "islamofascismo", può essere divertente ricordare che le milizie di Ja'ja indossano camicie brune, decorate con croci nere, e salutano alla romana.

Seguendo un link indicato da Michi (grazie!), ho raccolto alcune foto della manifestazione antigovernativa a Beirut. Lo so, non bisogna stracaricare i blog di immagini, ma queste valgono la pena, anche perché non so per quanto tempo resteranno disponibili in rete, visto che alcune provengono da agenzie.

In un certo senso, non significano nulla: chiunque segua seriamente gli avvenimenti libanesi sa che si tratta di una società multiculturale, multietnica e multicomportamentale. Sa che l'opposizione non è solo sciita, ma è anche in gran parte cristiana e sunnita, e in piccola parte drusa. E soprattutto è il campo scelto dai laici libanesi, cioè le persone che ritengono che il sistema politico non debba essere vincolato dalle quote religiose.

Solo che queste immagini sono perfettamente incompatibili con l'immaginario prefigurato e preimpostato dei nostri media (ah, nelle foto, la roba dietro il filo spinato è il governo libanese).




sabato, 02 dicembre 2006

Democracy Crushing

Ieri sono scesi in piazza a Beirut circa un milione di libanesi. Un quarto della popolazione, come se in Italia ci andassero in quindici milioni in una sola manifestazione. Sulla cifra, non ci sono molti dubbi, visto che anche Il Giornale titola, "Un milione di hezbollah assediano Beirut." C'era anche la mitica cantante (cristiana) Fairouz, che da sola (almeno per me) vale per un bel po' di altre persone.

Questo milione di libanesi chiede, in maniera assolutamente pacifica, che si dimetta il governo di Fuad Sanyora (o Siniora) che ha devastato il paese con le riforme economiche e che non ha saputo difenderlo dall'invasione. Un governo che ha messo insieme storici capiclan che hanno commesso numerose stragi, estremisti wahhabiti e la destra falangista, tenuti insieme dal denaro saudita.

Due Terroriste Islamonazicomuniste a Beirut ieri esprimono tutto il loro odio per i Nostri Valori.
Notare il minihijab mimetico della fanatica (in senso romanesco) a sinistra

I manifestanti chiedono la fine di un sistema rigorosamente basato su quote etnico-confessionali.

Da che parte sta l'Italia? Avete indovinato:

D'Alema: difendere il governo Siniora  
 
Libano: Prodi, "Sono preoccupato, sostengo Siniora"

L'esponente più in vista del movimento per cambiare il governo libanese è il generale Michel Aoun, un cattolico che si è opposto per anni all'occupazione siriana del suo paese (ma la cosa non sembra interessare i nostri media che continuano a parlare solo di "filosiriani").

Durante la manifestazione, Michel Aoun ha spiegato il pensiero dei manifestanti:

"E' una vergogna distinguere tra una confessione e l'altra, perché noi ci siamo incontrati sotto la bandiera libanese, e ne andiamo fieri.

Sì, siamo estremisti: estremisti per la conservazione della sovranità e dell'indipendenza del Libano, per la conservazione della libertà di decidere, di condurre vite moderate. La moderazione consiste nella coesistenza e nell'apertura verso gli altri. La moderazione non consiste nel sacrificare i propri diritti e la propria indipendenza. La moderazione non consiste nella ricerca di decisioni nei capiluoghi vicini e lontani del mondo. Oggi cerchiamo di liberare il diritto di prendere le decisioni in libertà. La decisione la prendiamo qui dove ci troviamo, come un Libano unito, a concordare le nostre politiche interne, esterne e di difesa.[...]

Riteniamo che ogni sostegno di parte al governo, da qualunque paese provenga, non costituisca un sostegno amichevole, ma sia un sostegno che crea uno scontro nella società, mentre la cospirazione minaccia la nazione e la sua unità."

Quale sia questa "cospirazione", e chi stia preparando la guerra civile in Libano, lo spiega proprio Il Giornale,  in un articolo di sorprendente sincerità ( La «milizia blu» anti-sciita è l’arma segreta di Siniora). Cito integralmente la parte fondamentale dell'articolo (ripeto, quelle che seguono non sono parole mie, sono parole della redazione del Giornale berlusconiano):

"Americani e Sauditi, con l'appoggio alterno di Parigi, non sembrano disposti ad assistere alla sconfitta di Fouad Siniora e degli altri alleati libanesi.  Contrariamente al passato sembrano esser arrivati preparati allo scontro finale. La loro arma segreta, la milizia messa in piedi in gran segreto negli ultimi 17 mesi, è venuta allo scoperto sul campo di battaglia del Gran Serraglio, il palazzo di governo nel cuore di Beirut assediato dai dimostranti filo siriani.

 

Hanno le divise grigio azzurre della vecchie forze della Sicurezza interna, ma non hanno nulla a che fare con la forza derelitta e inefficiente di un tempo.

I servizi di sicurezza americani e francesi,  consapevoli di non poter fare affidamento, neppure dopo il ritiro di Damasco, su un esercito controllato da generali filosiriani puntarono tutto, d'intesa con i sauditi, sulla ristrutturazione di quell'unità di sicurezza. Per annacquare la maggioranza sciita la portarono da dodicimila a 24mila uomini reclutando esclusivamente giovani sunniti e cristiani rigorosamente anti siriani. Subito dopo iniziò l'addestramento pagato da Parigi e Washington con la supervisione di un buon numero di consiglieri militari.

Solo gli Stati Uniti hanno contribuito con almeno 1 milione e mezzo di mezzo di dollari all'addestramento della nuova unità. Un nucleo di specialisti dell'Fbi ha organizzato le “Pantere“, il nocciolo duro dei “miliziani blu“ composto da 325 uomini addestrati con le tecniche delle forze speciali e degli “Swap team“. A questo lavoro di formazione si è aggiunto nelle ultime settimane il “regalo“ degli Emirati Arabi Uniti che hanno accelerato l'invio di forniture d'armi e di automezzi.

Grazie a questo lavoro Fouad Siniora e i suoi ministri possono contare su una forza di fedelissimi schierati nella capitale e nei centri nevralgici del paese. 

Nei giorni scorsi, secondo il ministro sunnita Ahmad Fatfat, la Forza di Sicurezza Interna ha fatto affluire nella capitale 8mila miliziani armati di tutto punto e pronti a respingere qualsiasi assalto al palazzo del governo. Per ammissione dello stesso Fatfat, la “milizia blu“ può contare sulla consulenza strategica e sulle informazioni d'intelligence messe a disposizione dai servizi segreti egiziani, sauditi e kuwaitiani. Oltre, ovviamente, all'aiuto fornito da Cia, Fbi e e dagli agenti francesi del Dgse

La stessa Forza di sicurezza interna ha speso almeno 30 milioni di dollari, messi a disposizione dai suoi finanziatori, per organizzare un'unità d'intelligence autonoma e indipendente dagli altri tre servizi segreti libanesi."
 







Just Foreign Policy Iraqi Death Estimator


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