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lunedì, 12 maggio 2008 Bandiera sionista sul Campidoglio - Uno - Il candidato del Pdl Gianni Alemanno promette linea dura sui clandestini: «Voglio espellere ventimila fra nomadi, emigrati più o meno clandestini a prescindere che siano romeni o di altra nazionalità." - Due - La cerimonia Con Alemanno Campidoglio, issata ieri la bandiera d’Israele La bandiera israeliana che da ieri, per ventiquattr’ore, sventolerà in piazza del Campidoglio per celebrare i sessant’anni della fondazione dello Stato di Israele «ha un significato storico molto importante», anche perché si tratta della prima volta. Lo ha sottolineato li neo sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha presenziato alla cerimonia di alzabandiera assieme all’ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir. «Prima - ha detto Alemanno conversando con i cronisti subito dopo un incontro nel suo ufficio con il diplomatico israeliano - affacciandoci dal famoso balcone del sindaco assieme all’ambasciatore e alla sua consorte,abbiamo guardato l’Arco di Tito ed abbiamo fatto un parallelo storico tra l’Arco stesso, che rappresentò la distruzione dello Stato di Israele e i festeggiamenti di sessant’anni fa quando, una volta ricostituito lo Stato di Israele, fu permesso agli israeliani di passare sotto l’Arco». «Oggi - ha osservato li sindaco - il fatto che la bandiera di Israele sventoli sul Campidoglio rappresenta in qualche modo la chiusura di una grande tragedia» ed il coronamento «della grande epopea di Israele». Corriere della Sera, 8 Maggio 2008 - Tre - Nell'epoca in cui viviamo, il Sionismo non ha altra fonte di legittimità se non il vecchio discorso coloniale: noi saremo la barriera ideale contro ciò che non è Europa e vi garantiremo la marchiatura legale, del cacher [kasher]. Persino il porco, noi lo rendiamo cacher. Yitzhak Laor, Filosemitismo. Il nuovo filosemitismo europeo e il "Campo della Pace" in Israele, Le Nuove Muse, Torino, 2008, p. 99. giovedì, 08 maggio 2008 Sabato il primo ministro palestinese, Ismail Haniyeh, prigioniero tra i prigionieri nel lager di Gaza, parteciperà con un intervento in videoconferenza alla manifestazione di Torino. ROMPIAMO L’EMBARGO Il primo ministro palestinese, Ismail Haniye, interverrà in diretta da Gaza all’assemblea di Torino per la fine dell’embargo. L’assemblea si terrà sabato 10 maggio, presso il Centro Italo Arabo Dar al Hikma in via Fiochetto 15 (zona Porta Palazzo) con inizio alle ore 10.
Intanto...
08-05-2008 Torino
"Watch your ass, remember W.Z. Roma 12/10/'72". E' il testo della lettera di minacce ricevuta da tre personalità del mondo intellettuale e associativo in Italia: il prof. Gianni Vattimo, accademico; l'artista e pacifista Elvio Arancio; l'architetto Mohammad Hannoun, presidente della Abspp-onlus (Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese). Le lettere, tutte uguali, sono state scritte con una biro rossa e in stampatello, e spedite da Torino. Il riferimento, "remember W.Z. Roma, 12/10/'72", è quello dell'assassinio dell'intellettuale e pacifista palestinese Wail Zuaiter, residente in Italia e rappresentante di Fatah. Zuaiter è stato ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, mentre tornava a casa, in piazza Annibaliano, a Roma. Le tre personalità, che hanno già presentato denuncia alla polizia, hanno indetto una conferenza stampa per sabato 10 maggio alle ore 10, al Centro italo-arabo Dar al-Hikma, in via Fiochetto 15, a Torino. Vattimo, Arancio e Hannoun sono noti per le loro posizioni a favore dei diritti del popolo palestinese e per le critiche nei confronti delle politiche del governo di Israele. ...................... Alle 10,20, sempre nei locali di via Fiochetto, seguirà: "La parola a Gaza. Incontro con il Comitato Popolare contro l'Assedio. Video-conferenza con il premier Haniyah.". La Fiera di Torino: di mostre e di rappresentazioni C'è un'iniziativa, e c'è il suo specchio. L'iniziativa è di Sherif el-Sebaie che coglie l'occasione dell'inaugurazione della controversa Fiera del Libro di Torino, per lanciare una mostra e un concerto. Lo specchio è il commento che a questa mostra fa Dacia Valent sul suo blog. La mostra, inaugurata ieri, è su 'Islam e Ebraismo. Arte, storia, convivenza' e si tiene presso lo spazio espositivo Cittadella Politecnica a Torino. E' un bel tema, che merita di essere trattato; e conoscendo Sherif el-Sebaie, sono sicuro che la mostra sia stata curata molto bene. Anche se la storia umana non va mai romanticizzata - si tratta pur sempre della specie più feroce che Dio abbia deciso di piantare sulla Terra - è vero che il rapporto tra musulmani ed ebrei è stato particolare, e certamente più sano di quello tra cristiani ed ebrei. Recentemente, ho visto il bellissimo film-documentario Route 181 - Frammento di un viaggio in Palestina-Israele, opera congiunta del regista israeliano Eyal Silvan e del regista palestinese Michel Khleifi. E' un viaggio attraverso un mondo di musulmani ed ebrei ordinari, lontani dagli stereotipi mediatici; e conclude con una serie di interviste a ebrei provenienti dal Marocco, amaramente pentiti della loro scelta di trasferirsi in Israele: si coglie un sottile comune sentire culturale, uno stile di vita, che avvicina tra di loro le persone, di qualunque fede, che siano cresciute dentro il mondo arabo. Non condivido invece l'occasione scelta da Sherif el-Sebaie per inaugurare la mostra. La polemica attorno alla Fiera del Libro non riguarda la convivenza tra ebrei e musulmani; ma il dominio esercitato dall'unica potenza nucleare del Medio Oriente. Una potenza che ha da poco devastato il paese confinante - provocando un migliaio di morti, trasformando un quarto della popolazione in profughi - e che tuttora tiene oltre un milione di nativi palestinesi rinchiusi in un carcere ad aria aperta. La convivenza storica tra ebrei e musulmani è una faccenda completamente diversa, e parlarne in questa occasione, rischia di portare acqua al mulino di chi cerca di rappresentare la questione come un conflitto tra ebrei e musulmani. Anche se la mostra non cerca di promuovere gli interessi dell'aggressivo staterello mediorientale, altri faranno in modo di farcela rientrare: "vedete, ci sono anche gli arabi/musulmani buoni, che non contestano la Fiera; e non contestandola, in sostanza la approvano". Diverso è il discorso che fa Dacia Valent a commento dell'iniziativa di Sherif. Dacia Valent dà alla mostra proprio la valenza politica che io vorrei che non avesse: contrasta la mostra organizzata da Sherif, fatta, dice lei, per "parlare, confrontarsi, trovare punti in comune e tentare di puntellarli con il ragionamento e la buona volontà" con un'entità del tutto immaginaria: "E' quello che sta succedendo a Torino, dove alcuni gruppi di estrema sinistra e destra si stanno dando appuntamento per boicottare una fiera del libro." Dacia Valent utilizza qui il tasto preferito dei neocon, di Magdi Allam e di Giuliano Ferrara: l'immaginario del "rossobrunismo". Che non è una fantasia di qualche paranoico, ma un'arma potentissima del sistema. L'immaginario del rossobrunismo dice in sostanza, che c'è questo mondo - il capitalismo reale, con tutte le sue conseguenze e imperfezioni - e c'è un'alternativa. E quell'alternativa è un misto di film dell'orrore sui lager nazisti e su quelli di Stalin. Voi che scegliete? E' proprio la categoria del rossobrunismo, del Grande Complotto Islamonazicomunista (che aggiunge anche la figura dello Sgozzatore Verde) che giustifica il più grande impero della storia, quello che si può permettere qualunque cosa, perché ci ha "liberati dal nazismo", "abbattuto il comunismo" e oggi ci "protegge dal terrorismo islamico". Il rossobrunismo si basa su una menzogna radicale, perché il suo stesso oggetto non esiste. L'estrema sinistra che conta è Bertinotti, che non è certamente un amante del nazismo né dell'Islam; l'estrema destra che conta è la Santanché, crociata deshabillé dell'Occidente contro Islam e comunismo; l'estremismo islamico che conta è anticomunista e antioccidentalista. Essendo intrinsecamente falso, il complottismo rossobrunista fa giochi di prestigio con i dettagli: Hitler emetteva francobolli, anche l'Iran emette francobolli... Tizio è cugino di Caio che vent'anni fa ha scritto un articolo su una certa rivista... Oppure, il complottismo rossobrunista si fonda sul semplice nulla. Come nel caso di Torino. Non mi risulta che ci sia alcun gruppo di "estrema destra" che manifesterà sabato a Torino; e anche se ci fosse, si può dire che si sia "dato appuntamento" con qualche gruppo di estrema sinistra? Non sto dicendo che se fosse vero, sarebbe la fine del mondo. Sto solo dicendo che non è vero. Dacia Valent, dopo aver criticato anche Israele, prosegue scrivendo:
Sono in disaccordo con la forma e con la sostanza di questa affermazione. Nella forma, Dacia Valent sceglie il tipico metodo della generalizzazione demonizzante: in ogni ambiente, di destra, di sinistra o di nastro di Moebius, esistono persone con "pulsioni oscure", o combattenti "da tastiera". Se la loro presenza contamina le rispettive categorie, ogni categoria di questo mondo è da condannare. Dacia Valent sceglie anche l'argomento preferito dalla stampa neocon: il fatto che si bruciano bandiere. Io non brucio bandiere, perché sono una persona abbastanza riservata e non ho più sedici anni. Ma decidiamoci. Quando si brucia una bandiera, si sta dando fuoco a un pezzo di stoffa, oppure si tratta di un'azione sacrilega, simile alle dissacrazioni dell'ostia per cui si veniva un tempo messi a morte? Ci posso anche credere, ma voglio che un teologo me la spieghi per bene prima.[1] Dissacratori di ostie si dedicano al loro passatempo preferito Infine, mentre esistono i "khaverim" da tastiera, i "mujaheddin" da tastiera sono pochissimi: il 90% di ciò che si scrive a sostegno della Palestina in Italia è opera di laici di sinistra. Ma mi oppongo anche alla sostanza di ciò che scrive Dacia Valent. Io il conflitto israelo-palestinese lo lascerei volentieri alle persone, tutto sommato semplici, che si vedono in Route 181. Me ne occupo, però, in quanto è una questione italiana. Della questione israelo-palestinese me ne occupo perché l'Italia ha stabilito accordi militari con Israele. Perché il presidente della Repubblica di cui sono cittadino va a inaugurare questa fiera. Perché il presidente della Camera dice che chi contesta la fiera è peggio di un omicida. Perché ci sono cittadini italiani che vanno in Israele per sparare, e quando tornano a casa in una bara, hanno i funerali curati dal sindaco di Roma. Perché il principale quotidiano italiano pubblica editoriali in prima pagina intitolati "Il dovere di amare Israele". Sabato ci sarà sicuramente di tutto a Torino. Ci saranno i soliti accannati bevitori di birra che scambiano i cortei per discoteche ambulanti. Ci saranno i "mille Lenin, di cui cinquecento che abitano a Roma" di cui parla l'amico Roberto Massari, con i loro megafoni e i loro piccoli seguiti di non più giovani, a dare volantini a tutti gli altri Lenin. Criticare queste persone è fin troppo facile. Però Dacia Valent ce ne fornisce un quadro che, trascurandone i reali difetti, è del tutto fuorviante. Non bisogna, dice
Ma alla manifestazione ci saranno anche tante persone che fanno quello che possono per le comunità palestinesi sotto assedio; e - grande novità - ci saranno anche tanti membri delle comunità arabe e islamiche. Gente che il resto della settimana lavora per mantenere una famiglia e per tenere in piedi tutta la società italiana. Dacia Valent dice poi:
Lasciamo perdere la retorica rossobrunista, di cui abbiamo già discusso, nonché la battuta alla Vittorio Feltri sugli "emuli di Hitler e Pol Pot". Che fosse opportuno o no contestare la Fiera del Libro, se ne è già discusso più volte, e ho anch'io i miei dubbi. Dubbi che riguardano tutto ciò che è il "fare politica", i cortei, le "scadenze" e quant'altro. Come anche i dubbi di poter fare realmente qualcosa (oltre a tradurre manuali tecnici). Ma tutto questo parlare di "opportunità", di cose "controproducenti" e "produttive", trascura il fatto che qui siamo davanti a una questione di rapporti di forza. O si continua la ritirata, in silenzio; oppure ogni tanto si ingaggia battaglia. E quando si ingaggia battaglia, il nemico ha il controllo della rappresentazione mediatica. E' scontato che diranno che se si contesta la Fiera del Libro, si sta negando "il diritto all'esistenza della cultura". Come se manifestare parlando di Gaza equivalesse a dare fuoco agli stand o a picchiare i tipografi; o come se uno slogan gridato si potesse paragonare al suono di un bombardamento aereo. Ma qualunque cosa si faccia per la Palestina, i media o taceranno, o ne daranno la peggiore rappresentazione possibile. Ma non era certo necessario che alla rappresentazione in stile Magdi Allam, ci si aggiungesse una voce normalmente tutt'altro che conformista. Nota: [1] In particolare, sono interessato a casi documentati di bandiere israeliane o statunitensi che sanguinino durante la loro distruzione, o a episodi di pentimenti e conversioni miracolose alla néoconnarderie dei loro carnefici. mercoledì, 07 maggio 2008 Non sono un appassionato frequentatore di manifestazioni. Servono, a quanto pare, per farsi sentire. Ora, se la manifestazione è politicamente corretta, qualunque cosa avvenga, farà bella figura nei media. Se è politicamente scorretta, invece, i casi sono due. Se succede la minima cosa che si possa sfruttare contro chi manifesta, se ne parlerà nel peggiore dei modi per giorni. Se non succede nulla di "controproducente", non se ne parlerà per niente. Però credo che a Torino ci sarò sabato. Mi hanno convinto in tanti. Primo, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha detto che chi ci va è peggio degli assassini di Verona. Secondo, perché ci sarà il presidente d'Italia, Giorgio Napolitano. Un signore che ha aspettato una quindicina di anni per essere sicuro che non ci fosse più un comunista in giro, per dire quanto male avesse fatto il comunismo in Ungheria; ma che ha fiutato con anni di anticipo il trionfo dell'impero americano. Se uno così sensibile ai venti va a Torino, un motivo ci deve essere. Terzo, perché Massimo Fagioli, il guru di Bertinotti, ha annunciato, in un'intervista al Riformista del 24 aprile [1], che il suo discepolo risusciterà dalla tomba facendo qualcosa di clamoroso a sostegno di Israele proprio sabato, a Torino. Ma per spingermi a passare una notte in treno per arrivare a Torino, mi hanno convinto soprattutto questi, che si sono dati il coraggio, in tempi tremendi, di esporsi in prima persona, presentandosi a Vicenza alla conferenza organizzata da Gaza Vivrà. TORINO Sabato 10 maggio – ore 10-14 Centro Italo Arabo Dar al Hikma Via Fiocchetto 15 (zona Porta Palazzo) ASSEMBLEA - MANIFESTAZIONE
Nota: [1] Se ne parla ad esempio qui, ma non sono riuscito a trovare l'articolo originale del Riformista. Se qualcuno ce l'ha, si faccia vivo! Massimo Fagioli, a quanto pare, è l'ennesimo tipo che si è convinto che il mondo è in mano agli ebrei. Evidentemente non sa che non basta strillare Viva Israele per far camminare i cadaveri.
martedì, 06 maggio 2008 Un saluto al Presidente della Repubblica GAZA VIVRA’ Campagna per la fine di un embargo genocida Oltre 800 persone a Genova, 600 persone a Vicenza, una piena riuscita di tutte le altre tappe del tour della delegazione di Gaza. Un calore ed un entusiasmo straordinario a sostegno della lotta di resistenza del popolo palestinese e di Gaza in particolare. Questi numeri rappresentano un grande fatto politico, un notevole salto di qualità nel lavoro di sostegno della causa palestinese. Questi numeri – frutto della mobilitazione della comunità araba e musulmana del nostro paese – ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta. La strada è quella dell’unità della parte migliore della società italiana, quella che ancora crede nei valori di uguaglianza, libertà e fratellanza con le comunità immigrate che, respingendo la paura in cui il potere vorrebbe confinarle, possono dare oggi un contributo fondamentale alla lotta di liberazione dei popoli. Continuiamo così! Questo bollettino contiene: 1. Sabato 10 a Torino ASSEMBLEA PER LA FINE DELL’EMBARGO 2. SEMPRE IL 10 MAGGIO A TORINO 3. GAZA VIVRA’ – Continua il tour italiano della delegazione del Popular Committee Against Siege di Gaza ************************* LA PAROLA A GAZA Assemblea per la fine dell’embargo Torino, sabato 10 maggio - Per ascoltare la voce di chi vive quotidianamente l’oppressione - Per conoscere la situazione nella Striscia, vero lager del XXI secolo - Per capire le ragioni della resistenza palestinese - Per condannare il golpe attuato contro i legittimi vincitori delle elezioni del gennaio 2006 - Per continuare la lotta contro l’embargo genocida Per tutti questi motivi, per ricordare il 60° anniversario della Nakba, per protestare contro la Fiera Internazionale del Libro dedicata ad Israele ci ritroveremo a Torino sabato 10 maggio. Aderiamo a tutte le iniziative di protesta contro la Fiera del Libro, ma vogliamo mettere la situazione di Gaza al centro della mobilitazione. L’embargo, il lento genocidio che si sta consumando, è infatti il più grande atto di accusa sia nei confronti dello stato sionista che di chi in Italia sottolinea ogni giorno il proprio integrale sostegno ai criminali israeliani. Chi ha voluto dedicare ad Israele la Fiera ha compiuto una chiara operazione politica ed ideologica. Rovesciamogliela contro partendo dalla denuncia dei crimini che questo stato sta compiendo. Iniziamo a rispondere da Torino – città gemellata con Gaza – ad una politica sorda verso gli oppressi e servile con gli oppressori. TORINO Sabato 10 maggio – ore 10-14 Centro Italo Arabo Dar al Hikma Via Fiocchetto 15 (zona Porta Palazzo) ASSEMBLEA - MANIFESTAZIONE Interverranno: Gamal Elkoudary, parlamentare palestinese e presidente del Comitato contro l’assedio di Gaza Giulietto Chiesa, giornalista e parlamentare europeo Gianni Vattimo, filosofo Presiedono Leonardo Mazzei e Angela Lano Interverranno inoltre: Ugo Giannangeli – Gaza Vivrà Mohammad Hannoun – ABSPP (Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese) Alberto Tradardi – ISM Italia (International Solidarity Movement – Italia) Maria Grazia Ardizzone – Campo Antimperialista Un rappresentante della Comunità Islamica Vainer Burani – Giuristi Democratici Nel corso dell’assemblea è previsto un collegamento con Gaza, con l’intervento di un esponente del governo palestinese. Promuovono: Comitato Gaza Vivrà Abspp – Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese Aderiscono: Soccorso Popolare, Padova – Fondazione Luigi Cipriani – Campo Antimperialista – ISM Italia (International Solidarity Movement – Italia) - Collettivo Iqbal Masih, Lecce – Associazione Juthur – Laboratorio Marxista – Associazione Zaatar - Antonia Sani, presidente WILPF (Women’s Intern. League for Peace and Freedom) – Legittima Difesa – Lupo, Osimo (AN) – Gp Caav (Gruppo promotore Coord. Antimperialista Antifascista Alto Vicentino) ************************* Sempre il 10 maggio a Torino Il Comitato Gaza Vivrà aderisce e partecipa al corteo che prenderà il via alle ore 15 da Corso Marconi (angolo Madama Cristina). Alle ore 21, sempre presso il Centro Italo Arabo Dar al Hikma, andrà in scena lo spettacolo “Ingannati” del gruppo teatrale Narramondo, tratto da “Uomini sotto il sole” di Ghassan Kanafani. Per la scheda completa leggi http://www.narramondo.it/scheda_ingannati.html ********************** GAZA VIVRA’ Continua il tour italiano della delegazione del Popular Committee Against Siege di Gaza Si sono già tenuti i primi sei incontri con la delegazione proveniente da Gaza. Gamal Elkoudary e Sameh Habeeb hanno trovato ovunque grande interesse ed una notevole partecipazione sia numerica che politica. In alcuni casi (vedi sopra) la partecipazione è stata assolutamente straordinaria. Continuiamo così! Calendario dei prossimi incontri: - Martedì 6 maggio – ore 21 - FIRENZE, Sala Est-Ovest della Provincia, via dé Ginori 12 - Mercoledì 7 maggio – ore 19,30 - REGGIO EMILIA, presso la Moschea - Mercoledì 7 maggio – ore 21,30 – REGGIO EMILIA, Centro Sociale AQ 16, via F.lli Manfredi 14 - Giovedì 8 maggio – ore 21 – BOLOGNA, Circolo culturale Iqbal Masih, via della Barca 24/3 - Venerdì 9 maggio – ore 13 – MILANO, Incontro con la Comunità islamica - Sabato 10 maggio – ore 10 – TORINO, Centro Italo Arabo Dar al Hikma, via Fiocchetto 15 - Lunedì 12 maggio – ore 21 – MILANO, Sala da confermare - Martedì 13 maggio – ore 21 – CASALE MONFERRATO (AL), Salone Anffas, via Leardi 8 - Venerdì 16 maggio – ore 21 – PADOVA, Sala comunale “Pertini”, quartiere Mortise - Sabato 17 maggio – ore 18 – OSIMO (AN), Sala Astea, via Guazzatore 20 - Lunedì 19 maggio – LECCE - Mercoledì 21 maggio – TARANTO - Venerdì 23 maggio - NAPOLI 05 maggio 2008 mercoledì, 23 aprile 2008 GAZA VIVRA’ Campagna per la fine di un embargo genocida Questo bollettino contiene: 1. LA PAROLA A GAZA – Il 10 maggio assemblea a Torino 2. GAZA VIVRA’ – Tour italiano di una delegazione del Popular Committee Against Siege di Gaza ************************* LA PAROLA A GAZA - Per ascoltare la voce di chi vive quotidianamente l’oppressione - Per conoscere la situazione nella Striscia, vero lager del XXI secolo - Per capire le ragioni della resistenza palestinese - Per condannare il golpe attuato contro i legittimi vincitori delle elezioni del gennaio 2006 - Per continuare la lotta contro l’embargo genocida Per tutti questi motivi, per ricordare il 60° anniversario della Nabka, per protestare contro la Fiera Internazionale del Libro dedicata ad Israele ci ritroveremo a Torino sabato 10 maggio.
Aderiamo a tutte le iniziative di protesta contro la Fiera del Libro, ma vogliamo mettere la situazione di Gaza al centro della mobilitazione.
L’embargo, il lento genocidio che si sta consumando, è infatti il più grande atto di accusa sia nei confronti dello stato sionista che di chi in Italia sottolinea ogni giorno il proprio integrale sostegno ai criminali israeliani.
Chi ha voluto dedicare ad Israele la Fiera ha compiuto una chiara operazione politica ed ideologica.
Rovesciamogliela contro partendo dalla denuncia dei crimini che questo stato sta compiendo.
Iniziamo a rispondere da Torino – città gemellata con Gaza – ad una politica sorda verso gli oppressi e servile con gli oppressori. TORINO Sabato 10 maggio – ore 10-14 Centro Italo Arabo Dar al Hikma Via Fiocchetto 15 (zona Porta Palazzo) ASSEMBLEA MANIFESTAZIONE Interverranno tra gli altri: Gamal Elkoudary, parlamentare palestinese e presidente del Comitato contro l’assedio di Gaza Giulietto Chiesa, giornalista e parlamentare europeo Gianni Vattimo, filosofo Nel corso dell’assemblea è previsto un collegamento con Gaza, con l’intervento di un esponente del governo palestinese. Promuovono: Comitato Gaza Vivrà Abspp – Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese per le adesioni scrivere a: ************************* GAZA VIVRA’ Tour italiano di una delegazione del Popular Committee Against Siege di Gaza Ci siamo. Nei prossimi giorni Gamal Elkoudary, parlamentare palestinese e presidente del Comitato, e Sameh Habeeb, coordinatore dello stesso, saranno in Italia.
Si tratta di un importante risultato politico, frutto certamente della campagna internazionale di lotta contro l’embargo e di sostegno alla resistenza palestinese.
Il tour – che avrà luogo dal 29 aprile al 24 maggio – sarà una grande occasione per dare voce a Gaza, per conoscere la situazione direttamente da chi la vive sulla propria pelle, per rinnovare la solidarietà politica ed umana a chi resiste in questo luogo dove si consuma da mesi l’oppressione più grande, l’ingiustizia più manifesta. Il tour toccherà 18-20 città. Ad oggi il calendario è definito solo fino a lunedì 12 maggio.
Comunicheremo il calendario completo, con l’indicazione delle sale, nei prossimi giorni. Calendario degli incontri (prima parte): - Martedì 29 aprile PERUGIA - Mercoledì 30 aprile SPOLETO - Giovedì 1 maggio POGGIBONSI (SI) - Venerdì 2 maggio LUCCA - Sabato 3 maggio GENOVA - Domenica 4 maggio VICENZA - Martedì 6 maggio FIRENZE - Mercoledì 7 maggio BOLOGNA - Giovedì 8 maggio REGGIO EMILIA - Sabato 10 maggio TORINO - Lunedì 12 maggio CASALE MONFERRATO (AL) mercoledì, 12 marzo 2008 Per le puntate precedenti, qui e qui. Il conflitto israelo-palestinese è diverso da quello tra la Mauritania e il Senegal – ad esempio – perché coinvolge almeno due elementi oltre ai diretti contendenti: le comunità organizzate ebraiche e gli Stati Uniti. Senza questi due elementi, l’unica potenza nucleare del Medio Oriente semplicemente non esisterebbe. Questo fatto crea enorme imbarazzo, anche nella sinistra cosiddetta estrema. Che forse poteva accettare l’improbabile tesi di Israele come “portaerei degli Stati Uniti in Medio Oriente”, ma si intrecciava tutta quando si trattava di parlare del ruolo delle organizzazioni ebraiche. Figuriamoci poi l’atteggiamento della sinistra maggioritaria, che ogni mattina si sveglia in un bagno di sudore freddo, per paura di essere accusata di “antiamericanismo”. Parlare del conflitto israelo-palestinese senza citare gli Stati Uniti e le organizzazioni ebraiche è come parlare dei pestaggi di Genova come una rissa tra giovani maschi. Magari criticando i colpevoli, ma evitando accuratamente di dire che erano agenti della polizia, armati e in divisa. Se no, ti accusano di “antistatalismo”. Chiaramente la rimozione è a senso unico: il gioco delle tre carte della hasbarà o propaganda sionista consiste nel dire che sei antisemita se dici che gli israeliani sono ebrei, ma subito dopo dire che ogni reazione palestinese è puro “odio per gli ebrei”. La falsificazione c’è. La censura c’è. E c’è una complicità inimmaginabile per qualunque altro paese. Quando il regime birmano fa arrestare i monaci, si parla di sanzioni contro la Birmania. Quando Israele bombarda Gaza, si parla di sanzioni … contro Gaza. La rimozione di tutto ciò genera il complottismo: chi, ci si chiede, crea questa situazione unica? Che siano gli ebrei, collettivamente, che comandano sugli Stati Uniti, sui media e sui politici del mondo? Non è una domanda che si pongono solo gli antisionisti. Se la pongono soprattutto gli opportunisti, perché per ogni persona che si oppone ai potenti, ce ne sono dieci che corrono a Gerusalemme per farsi fotografare prima delle elezioni. Che questa sia una spiegazione “antisemita” è irrilevante.[1] Ciò che conta è che si tratta di una spiegazione errata. Parlare degli “ebrei” è inseguire un fantasma: ci sono milioni e milioni di persone nel mondo che hanno sangue ebraico, e la cosa in sé è interessante quanto sapere che ci sono altrettante persone che hanno sangue basco. Anche parlare di religione ebraica porta solo confusione – basti pensare che fino a dopo la fondazione di Israele, la maggioranza degli ebrei credenti e praticanti erano antisionisti, cosa che sfugge regolarmente a quegli antisionisti che, magari in buona fede, parlano di “teocrazia israeliana”. Infine, il complottismo attribuisce ai propri nemici un idealismo, magari perverso, che non è mai esistito nella storia. In un certo senso, il movimento comunista potrebbe essere visto come un grande complotto ideale, nel senso che tanti uomini hanno lavorato per instillare idee nelle teste della gente, con il fine di creare un sistema politico mondiale. Il risultato di tanti sforzi sono Walter Veltroni e Giuliano Ferrara. Mentre ha senso parlare di concrete organizzazioni a base etnica, con tutti i loro conflitti interni e mutamenti: sia le storiche organizzazioni sioniste basate in Europa, sia i loro successori decisamente basati negli Stati Uniti.[2] Non è un caso che le prime fossero minoritarie, le seconde maggioritarie tra chi si riconosce come “ebreo”, qualunque cosa questo termine possa significare. Ma per motivi che riguardano la struttura sociale degli Stati Uniti, e non inesistenti caratteristiche "eterne" di qualche gruppo etnico. Nota: [1] C'è però un interessante effetto di feedback. La falsificazione del conflitto israelo-palestinese ha come prodotto principale, vantaggi enormi per Israele, come prodotto secondario il complottismo. Ma il fatto che il complottismo sia, o si possa presentare, come "antisemitismo", a sua volta genera ulteriori benefici per Israele, obbligando il già debole mondo dei critici d'Israele a disperdere le proprie forze in distinguo e prese di distanza, di cui nessuno comunque si accorge. Non per fare il marxiano a tutti i costi, ma si continuerà a cadere in questa gigantesca perdita di tempo finché si attribuirà il complottismo alla "malvagità" di qualcuno e non a un preciso e ineluttabile meccanismo. [2] Per le prime, si può leggere Georges Bensoussan, Une histoire intellectuelle et politique du sionisme, 1860-1940, Fayard, 2002, magari in associazione con Zeev Sternhell, Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni, Baldini & Castaldi 1999. Riguardo alle radici dei “successori”, Giuliana Iurlano, Sion in America. Idee, progetti, movimenti per uno Stato ebraico (1654-1917). domenica, 09 marzo 2008 Hawaiian Gardens sembra davvero lontano dalla Terra Santa; eppure è uno dei migliori punti di osservazione per esplorare il cosiddetto fondamentalismo ebraico. Hawaiian Gardens è un comune di 14.000 abitanti, lungo l’autostrada 605, una delle innumerevoli arterie della galassia di venti milioni di persone, distribuite su una superficie pari a quella dell'Irlanda, che si chiama Los Angeles. Già settant'anni fa, si diceva che
A creare la città-merce, alla fine dell'Ottocento, furono il colonnello Harrison Otis, direttore del Los Angeles Times, e il giornalista Charles Lummis. Da una parte attirarono i capitali distruggendo ogni forma di organizzazione operaia. Dall'altra, crearono una coalizione di speculatori che attirò ricchi pensionati e professionisti attraverso romanzi e feuilleton, con il miraggio paradossale di un luogo insieme romanticamente ispanico e rigorosamente bianco, accogliendoli poi in migliaia di casette prefabbricate in stile pseudocoloniale. Poco dopo, è nato il gemello di questa Los Angeles, la cittadella dell'industria culturale planetaria, Hollywood. Attorno a questa struttura bipolare, la distesa dei quartieri di chi non partecipa al sogno si alterna a gigantesche zone militari. Negli ultimi decenni, il crollo del ceto medio e la deindustrializzazione ha trasformato quelli che un tempo erano i ghetti di operai neri in qualcos'altro: il regno delle gang di varie etnie, feroci praticanti dei valori del libero mercato, che forniscono ai ricchi mezzi alternativi di amusement. Homeless in Los Angeles La città ricca e bianca si è messa all'avanguardia nella sperimentazione delle infinite forme di segregazione e repressione del futuro: cacciare l'Altro fuori da sé e dominarlo. Si va dalle panchine ricurve che non permettono ai barboni di dormire, alla chiusura dei gabinetti pubblici. Si ripresenta il modello palestinese, con la costituzione delle Narcotics Enforcement Zones, dove la polizia può chiudere liberamente gli accessi o imporre il coprifuoco. Tra il 1974 e il 1990, i due terzi di tutti i giovani neri maschi della California erano stati arrestati almeno una volta in vita loro. Il nome Hawaiian Gardens fu scelto da qualche progettista illuso, che in tempi ormai dimenticati sperava di attirare acquirenti. Abitato per la maggior parte da immigrati messicani, è un’isola di povertà circondata dalle città-fortezza dei ricchi - le centinaia di gated communities, sorte per risolvere il dilemma fondamentale dei benestanti della globalizzazione: come essere ovunque, eppure restare sempre soli con la propria gente, in un unico paradiso planetario di ville e piscine? Hawaiian Gardens è noto unicamente per la Gateway Gardens Card Club, il più grande bingo club della California. Il proprietario è Irving Moskowitz, uno schivo imprenditore che vive a Miami Beach, a migliaia di chilometri di distanza, che si è arricchito costruendo cliniche private. La California autorizza i bingo a condizione che abbiano pochi dipendenti e finanzino solo attività benefiche. Moskowitz ha intestato il bingo alla propria fondazione senza scopo di lucro e ha trovato un modo originale per soddisfare la prima condizione: paga solo una minima parte dei propri dipendenti. Gli altri risultano tutti volontari, in realtà immigrati che si accontentano delle mance. Molti di questi sono a loro volta inquilini delle fatiscenti case che il miliardario possiede, e lavorano semplicemente per non essere sfrattati. Un giornalista del Jewish Week ha scoperto che in una casa di tre stanze abitavano ben quattordici persone, tra adulti e bambini, in gran parte appunto volontari nel casinò. Moskowitz è entrato nella vita di Hawaiian Gardens, acquistando a metà del suo valore un’ampia zona con l’impegno di insediarvi un supermercato. L’esproprio dei negozianti locali sarebbe stato pagato per metà dal comune e per metà da Moskowitz. Il miliardario non ha mantenuto il suo impegno e molti commercianti sono falliti. In alcuni casi, gli uomini di Moskowitz, con l’aiuto di bande di teppisti locali, si sono semplicemente impossessati dei beni degli sfrattati, senza dare loro neppure il tempo per portarli altrove. Per trasformare la zona in un bingo occorreva un referendum tra gli abitanti della cittadina. Moskowitz ha convinto la maggioranza a votare a favore, assumendo un buon numero di galoppini. In una cultura in cui la sicurezza è una merce, egli aveva promesso prima del referendum di finanziare il corpo di polizia locale, una promessa non mantenuta, per cui l’amministrazione cittadina ha poi dovuto sciogliere il corpo per mancanza di fondi. I cittadini avevano approvato un documento che però fu sostituito all’ultimo momento da un altro che esentava Moskowitz da ogni tassazione, obbligandolo solo al pagamento di un deposito di $25.000: attualmente, il bingo, che produce circa 180 milioni di dollari l’anno, non solo non paga tasse, ma offre prestiti all’amministrazione cittadina. È comprensibile quindi che molti abitanti degli Hawaiian Gardens – ispanici, wasp (“bianchi, anglosassoni e protestanti”) ed ebrei - si siano ribellati a Moskowitz, costituendo la Coalition for Justice in Hawaiian Gardens and Jerusalem, sotto la direzione di Haim Dov Beliak, un rabbino moderato. Ma perché il nome del comitato fa riferimento a Gerusalemme? Il bingo è a scopo caritatevole; e la particolare forma di beneficenza a cui si dedica Moskowitz consiste nel finanziare l’esproprio dei nativi palestinesi, attività in cui investe attualmente circa cinque milioni di dollari l’anno. Possiede molte proprietà a Gerusalemme e dintorni, tra cui il controverso insediamento di Ras al-Amud, costituito in una zona esclusivamente palestinese giusto in tempo per sabotare le trattative allora in corso.[2] Com’era prevedibile, il governo israeliano finì per dare ragione a Moskowitz e ai suoi assistiti e anzi, alcuni anni dopo, si dette mano alla demolizione di alcune case palestinesi nella zona. L’insediamento è stato riconosciuto ufficialmente nel 2003. Nel 1998, a Hebron (non mancate di leggere questo splendido testo su quella città), la signora Hana Abu Haykal si rifiutò di vendere la propria casa, incastrata tra due insediamenti ebraici, per diversi milioni di dollari a un inviato di Moskowitz che non aveva mancato di sottolineare la natura poco socievole dei vicini. I coloni infatti spaccavano le finestre e usavano il terreno come discarica per i rifiuti, mentre la polizia israeliana esigeva permessi speciali per chiunque volesse far visita alla famiglia. Ma Moskowitz non si limita a finanziare l’estremismo sionista in Terra Santa. Secondo i dati registrati con il fisco, Moskowitz ha contribuito, con centinaia di migliaia di dollari, a finanziare la destra sionista negli Stati Uniti – la Zionist Organization of America (ZOA), il Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e Americans for a Safe Israel (ASI). Ma è interessante notare che Moskowitz è anche uno dei principali finanziatori dei grandi laboratori della destra americana - l’American Enterprise Institute e il Centre for Security Policy (CSP), che hanno fornito la massima parte dei pensatori del governo Bush. Nel 1999, Moskowitz finanziò la pubblicazione del libro di David Wurmser, Tyranny’s Ally, in cui si chiedeva la destituzione di Saddam Hussein e la ristrutturazione del Vicino Oriente secondo gli interessi degli Stati Uniti.[3] Nel caso di Moskowitz, troviamo tutti insieme gli elementi strutturanti del dominio statuintense: l’esproprio, orientato verso una Endlösung strisciante, la lucidità nella massimizzazione dei profitti e il messianismo. Riguardo a quest'ultimo punto, negli ultimi vent’anni, Moskowitz ha investito più di otto milioni di dollari nell’Atèret Kohanìm, la “Corona dei Sacerdoti” una yeshivà o scuola di formazione religiosa, situata nel cuore arabo di Gerusalemme. È questa scuola che aveva le chiavi del tunnel sotto il Muro Occidentale, prima della sua apertura che condusse alla grande rivolta del 1996. Gli scavi erano stati finanziati direttamente da Moskowitz. Ma l’Atèret Kohanìm è anche il luogo in cui si stanno formando i sacerdoti che dovranno curare tutti i dettagli dei sacrifici nel futuro Tempio. E da qui possiamo iniziare l’esplorazione del complesso mondo di ciò che viene comunemente chiamato il fondamentalismo ebraico. Il termine non è molto appropriato; comunque si tratta di un movimento che fa appello a elementi tradizionali del giudaismo per proporre qualcosa che cento anni fa avrebbe solo provocato scandalo tra i rabbini – esaltare il destino divino dello Stato etnico e laico d’Israele, come redentore del mondo. Note: [1] Morrow Mayo, 1933, citato in Mike Davis, City of Quartz. Excavating the Future in Los Angeles, Vintage Books, New York, 1992.p. 17. [2] Elli Wohlgelernter, His Money Talks, Jerusalem Post, 12.01.99. [3] David Wurmser è stato consigliere per il Medio Oriente del vicepresidente Cheney; sua moglie, Meyrav Wurmser, cittadina israeliana, assieme al colonnello dei servizi israeliani, Yigal Karmon, dirige MEMRI, l'agenzia che ogni giorno fornisce l'Occidente con gli elementi più discutibili della stampa mediorientale. Meyrav Wurmser è anche la responsabile per il Medio Oriente del Hudson Institute, altro importante think tank della destra statunitense. [5] Ya'ir Ettinger, "Opening of the Tunnel at the Wall: Some of Netanyahu's Financial Considerations", Kol Ha'Ir, 27.09.96. sabato, 08 marzo 2008 Se è lecito compiere omicidi mirati... Se è lecito sterminare gli studenti della Moschea Rossa... Se è lecito mandare bombardiere a uccidere potenziali ribelli nel sonno... allora l'attacco dell'altro ieri, contro il Merkaz ha-Rav, il cuore del fondamentalismo militante ebraico, è una risposta militare lecita all'uccisione di oltre 100 palestinesi in pochi giorni. Una risposta che non colpisce questa volta un autobus pieno di civili; e nemmeno giovani militari di leva. Colpisce un punto nevralgico della produzione di violenza in Medio Oriente. Ma, come potete immaginare, non ho mai pensato che gli omicidi mirati fossero leciti, né che fosse lecito l'attacco alla Moschea Rossa... Gli italiani hanno, in genere, un'incapacità radicale di comprendere i cosiddetti fondamentalismi, compreso quello ebraico. E' il segno di un paese in cui la religiosità è un cardinale dalle vesti svolazzanti, con un fruscio di chierichetti alle spalle, che benedice l'apertura di un grande magazzino. Fatto sta che quando si parla da noi dei fondamentalismi, lo si fa con un disprezzo tale, una certezza della propria superiore "moderazione", da lasciare sconvolti. Un disprezzo che nasconde quantità enormi di ignoranza e di confusione, nonché proiezioni di idee cattoliche su religioni completamente diverse. Il fondamentalismo ebraico non fa eccezione. Che lo si affronti da posizioni antisioniste o filosioniste, si tratta comunque di parlarne come di una malattia dello spirito: il fondamentalista ha torto per lo stesso fatto di esistere. Sento spesso fare, da parte antisionista, affermazioni surreali su "Israele stato teocratico"; mentre da parte filosionista, tutte le colpe di un sistema intrinsecamente razzista vengono scaricate su qualche gruppetto di pittoreschi fanatici. "Pittoreschi fanatici" che poi entrambi confondono con quelli che sono invece semplicemente dei conservatori religiosi radicali, categoria ben diversa da quella dei fondamentalisti. Questo è un processo che ci è familiare anche in Italia, dove un sistema che si regge sul lavoro dei meteci e deporta e incarcera quelli che si ribellano, ribolle di sdegno per ogni battuta cretina di Calderoli. Per dire qualcosa sul fondamentalismo ebraico, credo che occorra partire dagli Stati Uniti: anche se solo una piccola parte della popolazione israeliana è di origine nordamericana (meno del 3%), è comunque cruciale il ruolo culturale, economico, militare e politico degli Stati Uniti; e in particolare di organizzazioni e comunità ebraiche radicate negli Stati Uniti e quasi totalmente americanizzate. |
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