martedì, 27 ottobre 2009

Ora di religione islamica, megayacht, imam crociati e certi Piccoli Musulmani (III)


Torniamo all'alleanza tra la Co.Re.Is. e l'ex-Alleanza Nazionale, solo formalmente scioltasi nel Partito della Libertà.

Come abbiamo visto, Adolfo Urso - spalleggiato da Massimo D'Alema  - ha fatto propria la proposta della Co.Re.Is. per l'introduzione dell'insegnamento della religione islamica nelle scuole, allo scopo di tenere i "piccoli musulmani" lontani da predicatori pericolosi.

Quanto poco Urso sia interessato a promuovere i diritti dei migranti, si vede dal fatto che durante lo stesso convegno in cui ha lanciato la proposta dell'ora di religione islamica, ha anche chiesto il divieto del "velo negli edifici pubblici, nelle scuole e nelle università".

E' interessante notare come i media abbiano taciuto l'uscita di Adolfo Urso sul velo: nei media dell'opposizione, il ruolo dei seguaci di Gianfranco Fini consiste nel far vedere come dovrebbe essere la Destra buona, in contrasto con l'odiato Berlusconi; mentre i critici di Destra ovviamente notano solo i punti di disaccordo con Urso.

La Co.Re.Is., come abbiamo visto, è un improbabile candidato per gestire le grandi masse di immigrati.

I suoi membri sono tutti italiani convertiti all'Islam che si mantengono radicalmente separati dalla plebe immigrata e potenzialmente  sovversiva.

Propongono un Islam assolutamente depoliticizzato.

E come tanti che dicono che bisogna mettere al bando "la politica", fanno attivamente politica. Ad esempio, difendendo Roberto Calderoli ai tempi delle vignette antislamiche, o  partecipando a una "manifestazione di solidarietà con Israele" organizzata  dall'associazione Amici d'Israele. Due cause che difficilmente saranno condivise dalla maggior parte dei migranti di origine islamica.

L'Islam si presenta come religione universale, è vero. Ma nei fatti, in Italia, è attualmente una religione di non cittadini; e anche l'acquisizione della cittadinanza non è automatica, ma dipende dal parere insindacabile delle questure.

Esistono i migranti, centinaia di migliaia di persone, con storie religiose straordinariamente varie.

Ognuno di loro ha sentito la voce del vecchio custode del Corano del villaggio che parla dell'inferno e della paziente sopportazione, dello smagliante predicatore sentimentale della televisione di stato che mescola toni New Age a lodi del sovrano, del giovane dalla barba ben curata che istiga alla rivolta contro le ingiustizie, dell'amico che è stato in Francia e dice che per uscire dalla miseria bisognerebbe fare come fanno gli europei, del suocero che con calma sgrana i novantanove nomi di Dio sul rosario mentre beve il tè con gli ospiti-clienti del suo negozio, dello zio ingegnere che ripete come Ali ibn Abi Talib avesse detto di cercare la scienza fino in Cina, del nipote che si esalta guardando video con effetti speciali che raccontano di lotte vittoriose contro gli attacchi dei crociati, del cugino che è disperato perché la figlia vuole uscire con un ragazzo che nemmeno conoscono, della zia che cura invocando i jinn...

Ma pur nella sua immensa varietà, tutto questo è molto diverso dall'occidentale che dalla lettura di testi esoterici, ritiene che occorra indossare l'Islam come una specie di abito sopra una ricerca personale che spazia dalla lettura delle memorie (presunte) di Alce Nero al Tao Te King.

La Core.is. collabora da molto tempo con Alleanza Nazionale, che in ogni caso è l'ambiente da cui proviene la maggior parte dei suoi membri.

Forte di questo appoggio, la Co.Re.Is. ha già elaborato da tempo una proposta di legge per la creazione di un "registro" o "albo"[1] di imam, che evidentemente il modello per risolvere il problema di come scegliere gli "insegnanti di Islam", per una religione che non ha gerarchie.

Nella proposta della Co.Re.Is., leggiamo che per entrare nell'albo, occorre passare per un Istituto Italiano  per la Formazione degli Imam.

Questi Istituti Italiani hanno come primo requisito la
"cittadinanza italiana dei soggetti che ricoprono le cariche direttive, i quali non devono aver riportato condanne penali in  Italia o all'estero né avere implicazioni con movimenti politico-ideologici e/o fondamentalisti".
Il primo requisito esclude che i musulmani immigrati possano gestire se stessi; mentre il secondo requisito assicura in modo radicale il controllo delle loro opinioni.

Ma nella pratica, chi deve decidere se i candidati hanno "implicazioni con movimenti politico-ideologici"? E' semplice.

La proposta della Co.Re.Is. recita:
"Viene costituita presso il Ministero dell'Interno una Commissione Mista formata da Funzionari del Ministero dell'Interno, Docenti che hanno collaborato alla realizzazione della Carta dei Valori, Membri della Consulta per l'Islam Italiano con  specifica preparazione sulle funzioni legate al Culto Islamico".
Traduciamo. "Funzionari del Ministero dell'Interno" lo capisce chiunque.

La "Carta dei Valori" è un documento sempre del Ministero degli Interni.

E la Consulta per l'Islam altro non è che un gruppo di persone che il Ministro degli Interni Pisanu chiamò con criteri suoi del tutto personali, per "consigliarlo" sull'Islam. La consulta è costituita in parte da emissari di regimi mediorientali, in parte da vari avventurieri scelti perché amici del  politico italiano giusto, in parte perché impiegati della Western Union e  addirittura, in piccolissima parte, perché musulmani. Tra questi ultimi, quelli della Co.Re.Is., guarda caso, sono tra i pochi ad avere "specifica preparazione sulle funzioni legate al Culto Islamico".


Ora di religione islamica, megayacht, imam crociati e certi Piccoli Musulmani (III)Un neo-imam si dedica alla ricerca spirituale

Ricapitoliamo per l'ammiratore-democratico-di-Fini medio: Il Ministero degli Interni, cioè una rispettabile  congrega di poliziotti non  musulmani, deve decidere chi va a parlare di Islam ai "piccoli musulmani".[2]

La Co.Re.Is.dice che i futuri imam scolastici non devono avere legami con"movimenti politico-ideologici".

Alleanza Nazionale evidentemente non è un "movimento politico-ideologico": abbiamo già; parlato a lungo qui dell'intreccio sentimentale tra la Co.Re.Is. e Andrea Ronchi (che i conoscenti chiamano amichevolmente "Gollum"), un signore che non conosce alcuna lingua straniera, ma è Ministro per le Politiche Comunitarie grazie alla sua fedeltà a Gianfranco Fini.

Nella sua proposta, Adolfo Urso non cita esplicitamente la proposta della Co.Re.Is.; ma il riferimento è chiarissimo:
"Ad insegnare l'ora d'Islam, dovrebbero essere docenti riconosciuti italiani, al limite anche imam a patto che abbiano i requisiti e siano registrati in un apposito albo".
Se si arriverà o no davvero all'ora di religione islamica nelle scuole (o al parallelo divieto del velo), non è possibile dirlo adesso.

Ma è un tassello in un mosaico molto più grande, che riguarda il dominio sulle immense forze che il capitalismo mette in moto.

Questo dominio ha innumerevoli aspetti, che non si riducono affatto alla dualità mediatica tra beceri razzisti (detti anche coraggiosi difensori della nostra identità) e generosi sostenitori dell'accoglienza (detti anche fessi che aprono le nostre porte ai cavalli di Troia).

I migranti svalutano il costo e la forza del lavoro, e sono quindi preziosi per il sistema; ma a loro volta, vengono controllati tramite la perenne incertezza sui loro diritti, il labirinto sempre cangiante di regole insensate e il terrore dell'espulsione. Vengono integrati culturalmente mentre vengono emarginati; e sono essi stessi mercato: la violenza con cui il sistema poliziesco internazionale ha colpito le reti delle rimesse dei migranti lascia il monopolio a organismi come la Western Union, che ama i migranti ovunque si trovino, perché sulle loro rimesse arriva a lucrare fino al 15%; ma su un piano più modesto, abbiamo segnalato qui come la Somedia abbia lanciato il Marketing multiecnico.

La forza che fa costruire  megayacht ai migranti per poi spremerne le rimesse si sposa perfettamente con il meccanismo del controllo istituzionale delle devianze e delle scintille di rivolta.

Chiaramente non è la minuscola Co.Re.Is. a decidere tutto questo movimento. Però, qualora la proposta mediatica di Adolfo Urso si  trasformasse in proposta di legge, sarebbe il primo caso in cui tutti i membri di un movimento acquisterebbero quasi  automaticamente un posto di lavoro a spese dello Stato: non è un caso che la Co.Re.Is. stia nominando un po' ovunque degli imam in questi mesi.

Per quanto potranno essere pochi i posti disponibili di Docente di Islam a Piccoli Musulmani per Conto del Ministero degli  Interni, i militanti della Co.Re.Is. saranno comunque ancora di meno.

Note:

[1] Lo stesso file in cui presentano la proposta di un registro si intitola "albo", più precisamente
http://www.coreis.it/Testi/albo%20imam%20contributo%20coreis%20pdf.PDF

[2] Aggiungiamo che la proposta di legge del Co.re.is. prevede persino l'obbligo di tenere le prediche del venerdì "in lingua  italiana", presumibilmente allo scopo di risparmiare sulle spese per i traduttori al Ministero degli Interni. Di questa  improbabile idea, abbiamo già parlato qui.



giovedì, 22 ottobre 2009

Ora di religione islamica, megayacht, imam crociati e certi Piccoli Musulmani (II)


La Co.Re.Is. o Comunità Religiosa Islamica non nasconde di trarre la propria ispirazione dal pensiero di René Guénon.

Chi non conosce affatto René Guénon, o magari ne ha sentito solo parlare in qualche demente lista di proscrizione intellettuale redatta da complottisti, sarebbe molto sorpreso a scoprire quanti guenoniani ci sono, a partire da Carlo, Principe di Galles.[1]

O meglio, visto che René Guénon non ha mai creato una setta, quanta gente ha letto le sue opere, rimanendone sottilmente influenzata. I "guenoniani" li trovi numerosi nelle logge massoniche e negli ambienti paramassonici (ben più ampi), ma anche in ambienti cattolici; tra le frange alfabetizzate della destra, come tra intellettuali di sinistra non rigorosamente laicisti; tra gli artisti come tra i liberi professionisti; tra i viaggiatori e coloro che hanno un orizzonte un po' più vasto della provincia Italia. Forse l'unico ambiente dove è difficile incontrarne è quello della New Age.

I guenoniani non si notano perché non praticano il proselitismo e non vogliono, di solito, cambiare il mondo. Possono appartenere a religioni diverse o a nessuna, e avere ogni sorta di idea politica;[2] e possono essere insopportabili, come possono essere invece dignitosamente modesti.

Esistono però anche piccoli circoli chiusi di guenoniani, con le loro litigiose riviste e scissioni. Come in tutte le formazioni antropologiche di quel tipo, il potere di ciascuno deriva dal grado di ortodossia rumorosamente conclamato. Chiameremo gli aderenti a questi circoli i guenonisti.

René Guénon giocava su due registri: da una parte, la vera conoscenza può essere solo iniziatica; dall'altra, per arrivarvi, occorre vivere dentro una "religione tradizionale": lui personalmente scelse di farsi musulmano, ma un guenoniano potrebbe anche essere cattolico, ortodosso, induista o membro di una loggia massonica ritenuta "tradizionale".

Volendo essere cattivi, possiamo dire che i guenonisti sono ben coscienti di essere degli iniziati che nei fatti ascoltano solo Guénon, mentre compiono le pratiche esteriori di una qualche religione.

In quanto iniziati godono della soddisfazione di essere al di sopra dei praticanti ordinari, da cui prendono tutte le distanze.

Il mondo che queste persone frequentano non può essere quello dei musulmani ordinari; è piuttosto un mondo trasversale di occidentali alla ricerca di iniziazioni.  Il loro essere musulmani non consiste nel farsi fratelli di un miliardo di mortali, ma nella precisione rituale accompagnata dalla ricerca di un'iniziazione in qualche confraternita. Ma l'iniziazione non è necessariamente solo islamica: le iniziazioni si possono collezionare tanto in una tribù di nativi americani quanto in qualche ordine cavalleresco, vero o di fantasia.

Avevamo già pubblicato qui la foto di Felicino Abdul Wahid Pallavicini, in abito di cavaliere di Malta:


Abdul Wahid
Pallavicini Coreis

La foto è curiosa, perché la storia dell'Ordine di Malta consiste in un unico, secolare conflitto con i musulmani del Mediterraneo, come dimostrano anche le grandi croci che campeggiano sull'abito di Pallavicini.

Vogliamo però tranquillizzare quei musulmani che potrebbero temere infiltrazioni crociate: non si tratta del Sovrano Militare Ordine di Malta, l'ordine di Malta universalmente noto, che ha già abbastanza candidati da non dover raccogliere anche musulmani.

Dopo molte ricerche, siamo riusciti a stabilire che quello di Pallavicini dovrebbe essere l'Ordine Sovrano di San Giovanni di Gerusalemme - Cavalieri di Malta,[3]. Il Gran Maestro è un certo Louis Scerri Montaldo che in effetti indossa paramenti simili, come si può vedere in questa immagine, interessante anche per il contesto.

Può sorprendere che qualcosa di così quintessenzialmente europeo come un Ordine Cavalleresco si produca - come l'immaginario disneyano del Medioevo - negli Stati Uniti. L'Ordine Sovrano di San Giovanni di Gerusalemme - Cavalieri di Malta è infatti una ramificazione, assieme a innumerevoli altre, dei Cavalieri di Shickshinny

Shickshinny, fonte di gran parte della nobiltà dei nostri tempi, è infatti un ridente paesino della Pennsylvania di mille anime, tutte di pelle bianca; qui ad esempio vediamo due caratteristiche dame di questa specie di Camelot:

Shickshinny knights
I cavalieri di Shickshinny furono creati da un certo Charles Pichel, un chiropratico con precedenti per truffa e spaccio di sostanze stupefacenti, probabilmente verso il 1956. Pichel comunque sosteneva il diritto di creare autentici cavalieri di Malta, grazie ai suoi contatti con alcuni profughi russi, che a loro volta avrebbero avuto qualcosa a che fare con alcuni cavalieri di Malta. Si è ovviamente liberi di credergli, e non pensiamo che l'iniziazione nell'Ordine possa fare male.

Imitando lo storico Ordine di Malta, l'Ordine Sovrano di San Giovanni di Gerusalemme - Cavalieri di Malta nomina anche degli "ambasciatori": Felicino Pallavicini, in particolare, ne è "l'Ambasciatore Islamico per l'Europa".

Sappiamo con certezza che in altri "ordini" molto simili, l'appartenenza a una fede cristiana è assolutamente obbligatoria (e in alcune sembra che vi sia anche un esplicito divieto di appartenenza massonica). Non siamo riusciti a trovare divieti simili nell'Ordine di Scerri Montaldo, anche se in prima pagina su un loro sito le seguenti parole campeggiano in bella evidenza, come una sorta di proclama:
"L'euroetnicità della razza maltese emerge anche da un'occhiata superficiale all'elenco telefonico dell'isola! Per cultura e tradizione, i maltesi sono europei e cristiani; ad esempio, l'araldica, un concetto totalmente alieno al mondo arabo, è profondamente radicata nelle isole maltesi. I maltesi possono anche vantare una nobiltà antica e illustre, profondamente radicata nelle tradizioni della cavalleria europea. E' in Europa che si trovano le radici e il destino di Malta." (citato da Addendum: The Maltese Race, del colonnello in pensione Charles A. Gauci).
Nella cerimonia di Beirut, Felicino Pallavicini non era solo: tra i nuovi cavalieri investiti assieme a lui c'era l'on. Alberto Simeone di Alleanza Nazionale e l'ex-eurodeputato, Vito Napoli, che qui potete vedere mentre si  inchina di fronte alla spada di Scerri Montaldo. Ma per Vito Napoli non doveva essere un'esperienza così nuova, visto che anni prima, era stato iniziato anche alla P2 di Licio Gelli (tessera n. 887).

Note:

[1] Il principe Carlo è stato introdotto alla cultura "perennialista" da Charles Le Gai Eaton, convertito all'Islam sotto il nome di Hassan Abdul Hakeem. Il principe Carlo partecipa regolarmente ai grandi convegni internazionali dei cosiddetti "tradizionalisti", cioè dell'area che si rifà al pensiero di René Guénon e di coloro che gli erano più vicini.

[2] Fantasticare sul passato non è necessariamente più reazionario che fantasticare sul futuro, visto che viviamo unicamente nel presente. E poi chi legge libri non piglia pesci: ciò che conta in politica non sono i pensieri, ma i fatti, e quelli non li fanno certamente i cultori di antichi testi sacri.

[3] Esistono in realtà due organizzazioni con lo stesso identico nome e in duro conflitto tra di loro. L'altra organizzazione  omonima, diretta da Thorbjorn Paternò Castello,  non ha più nulla a che fare con Scerri Montaldo, e nessun Pallavicini risulta tra i  suoi membri. Qui potete vedere le foto dell'onorevole Carlo Giovanardi mentre partecipa ai prodromi della cerimonia di investitura dell'Ordine Sovrano di San Giovanni di Gerusalemme - Cavalieri di Malta di Thorbjorn Paternò Castello al Palazzo Brancaccio la scorsa primavera.

(Continua...)



lunedì, 19 ottobre 2009

Con il niqâb a scuola

Aisha Farina, curatrice della blog più censurata d'Italia (suo marito, l'Imam di Carmagnola, ha invece il blog più censurato) mi scrive da un cybercafè del Senegal, luogo immagino di ossessivo interesse per oziosi operatori della Digos.

Come al solito, Aisha Farina si prende zero in political correctness, cosa che va tutto a suo merito.

Tutto il testo che segue è di Aisha Farina.



BismillahirRahmanirRahim

Caro Miguel,

ho letto il tuo interessante articolo.

Mi permetto una piccola precisazione riguardo al niqâb nelle scuole.

Prima di tutto, non è esatto dire che non ci siano stati (anche se raramente) casi di giovani munaqqabât; ti allego ad esempio una vecchia intervista ad una sorella italiana diplomatasi (appunto con - o nonostante- il suo bel niqâb) nel 2000, e pubblicata sulla rivista che curavamo in Italia, "Al-Mujahidah".

Inoltre, ti assicuro che tante altre giovani di mia conoscenza manifestano, parlando con me come con altre sorelle, il desiderio di velarsi integralmente, cosa che per esempio in un paese come l'Inghilterra non presenterebbe particolari problemi. E dove infatti qualche decina di convertite italiane sono già emigrate per salvare soprattutto i bambini dal vero e proprio terrorismo psicologico cui sono sottoposti quotidianamente nelle nostre scuole: "E perché porti il foulard? E perché digiuni il Ramadân? Tua madre ti obbliga? Tuo padre ti minaccia? E se ti volessi far cristiano? E se volessi fare la ballerina? E cosa ne dicono i tuoi di Bin Laden?..."... Mi fermo, ma ti assicuro che non sto scherzando, le domande (evidentemente non della farina del sacco di innocenti scolari) sono proprio sempre, e purtroppo solo, queste. E cominciano in seconda elementare.

Per questo, oggi come oggi è già un bel jihâd per le nostre giovani indossare un semplice fazzolettino, per non parlare del niqâb.

Percio' io, molto a malincuore, mi vedo costretta a consigliare alle sorelline che non possono emigrare (ché questo è il mio primo consiglio) di mettersi bene il loro foulard, e di pazientare, per il niqâb, fin dopo il diploma, a meno che non si sentano cosi' coraggiose da andare a scuola, ogni mattina, come se scendessero sul campo di battaglia.

E a tutte queste femmine o femministe (ché poi non vedo come si possano chiamare cosi' delle donne che oggettivamente inquietano, minacciano, combattono e terrorizzano altre donne), a queste pseudo-femministe - dicevo - vorrei chiedere come facciano ad essere cosi' sicure che noi musulmane siamo proprio quelle succubi inette che esse immaginano. Vorrei chiedere come mai, nella loro arroganza di donne occidentali, debbano pensare, guardandoci velate, che cio' che non piace a loro debba per forza non piacere neppure a noi.

E vorrei chiedere se sia mai venuto loro il dubbio di essere state prese in giro dai loro colleghi politici, che starnazzano da quasi un decennio a proposito della liberazione della donna afghana dal burqa, e per liberarla meglio la ricoprono, coi suoi bambini, di meravigliose bombe...

Queste ipocrite che sostengono di volerci far del bene spogliandoci del nostro meraviglioso niqâb non ricordano, secondo te, quella donna Prassede di manzoniana memoria, la quale era, come loro, tanto convinta in cuor suo di voler far del bene (e il bene, si sa, si deve talvolta fare anche contro il volere dell'interessato...)? E pure donna Prassede (come queste sue degne compari) era convinta di fare il bene per volontà del cielo... peccato che il più delle volte confondesse il cielo col suo cervello storto!...

Grazie e buon lavoro,
Aisha Farina


Col niqâb alla maturità
Intervista alla sorella Amina


tratto da "Al-Mujahidah" n. 14 (marzo 2001)
(i nomi delle persone sono stati sostituiti per rispetto alla loro privacy)


La prima volta che ho parlato con Amina,l'ascoltavo e - subhanaAllah - mi sembrava di ascoltare qualcuna delle storie delle Shabiyyât!! Dapprima era riluttante nel raccontare la sua esperienza, perché, disse, non voleva sembrare una che si mette in mostra. Io penso invece che, ascoltando la sua storia, molte sorelle giovani potranno avere la forza di dichiarare apertamente la loro fede e di praticare l'Islâm.

Domanda: cara sorella, vorresti raccontarci come hai cominciato ad avvicinarti all'Islâm?


Risposta: Circa 3 anni fa, frequentando la terza superiore dell'Istituto professionale per il turismo nella mia città, feci amicizia con il rappresentante degli studenti in Consiglio d'Istituto, che era un musulmano marocchino. Avevamo un bel rapporto d'amicizia, in quanto, essendo curiosa, gli rivolgevo molte domande sulla sua cultura cosi' distante dalla mia. Un giorno, durante il corso di educazione ambientale, questo ragazzo era nel nostro gruppo, e parlando ci chiese: "Ma voi credete in Dio?". Io gli risposi di si', anche se non ne avevo la piena certezza. Allora lui mi disse: "Facciamo un esempio: vedi quel cespuglio pieno di rose? Che rosa sto guardando?". Io ne indicai una, e lui mi confermo': "E' giusto. Come hai fatto a scoprirlo?". Gli risposi: "Ma che ne so? Sarà stato per caso! Perché c'ho fortuna!". E lui: "Questa è la differenza tra voi e i musulmani: noi, quando accade ogni singolo avvenimento, pensiamo: E' stato per volere di Allah. Invece voi parlate della fortuna...".

Quello fu il primo episodio che mi spinse veramente a pormi delle domande/

D. E cominciasti a leggere il Corano?

R. Si', l'estate seguente comprai il Corano e cominciai a leggerlo.

D. All'inizio che impressione ti fece?

R. Fin da subito, ebbi un profondo senso di colpa nei confronti di Dio, pensando a quanti errori avevo commesso. Infatti, anche se, essendo giovane, fino ad allora mi sembrava di non aver commesso "niente di male", pian piano mi rendevo conto che davanti ad Allah (SWT) anche quelle che qui in occidente vengono ritenute "piccolezze" erano comportamenti sbagliati.

D. Fammi un esempio.

R. Per la prima volta pensavo "veramente" al Giorno del Giudizio. Infatti, fino a quel momento, l'avevo sempre presa alla leggera, ritenendo che la religione potesse essere veramente praticata soltanto dai vecchietti.
Io, ragazza del 2000, chiedevo aiuto a Dio soltanto nei momenti del bisogno.

D. E dopo avere studiato un po' l'Islâm decidesti subito di praticare la religione?

R. SubhanaAllah, appena capii che l'Islâm chiede all'uomo di praticare, ossia di seguire in tutto e per tutto la Legge di Allah, la Shari'ah, sentii dentro di me come una spinta a cambiare stile di vita.

D. SubhanaAllah sorella! E' la prima volta che sento una convertita che è riuscita a capire cosi' presto la necessità di far seguire alla fede le azioni!

Ma avevi parlato con qualche sorella musulmana nel frattempo? Eri stata in qualche moschea?


R. No, solo col Corano.

Allah l'Altissimo dice:

In verità il tuo Signore è perdonatore e misericordioso nei confronti di quelli che commisero il male per ignoranza e poi si pentirono e si corressero (Corano XVI. An-Nahl, 119)

D. Allora cominciasti da subito a pregare?

R. Chiesi a Muhammad (quel mio compagno di scuola) un libretto per la preghiera.

D. Ma lui cosa ti disse?

R. Quando seppe della mia intenzione di diventare musulmana, ando' di corsa a cercarmi il libretto della Salât. Era il mese di ramadân. Io cominciai a studiare e a pregare di notte, di nascosto dai miei. Quando Muhammad si rese conto che facevo sul serio, subhanaAllah mi disse che avrebbe voluto sposarmi!

D. Certamente i kuffâr che sentissero queste parole penserebbero che ti sei "convertita per amore" come dicono sempre quando is trovano davanti una italiana musulmana. Che cosa diresti per far capire loro che non è cosi'?

R. Queste sono le loro solite battutine! Al contrario, Muhammad, pur essendo marocchino, essendo vissuto in Italia fina dall'età di nove anni, non aveva mai approfondito la sua religione, ed è stato proprio vedendo una ragazza italiana che fino quasi al giorno prima era in minigonna con la sigaretta (astaghfirullah), imparare la Salât e pregare, che decise di approfondire i suoi studi islamici.

D. Quanto ci hai messo ad imparare la Salât?

R. Una settimana.

D. SubhanaAllah, ma come hai fatto?


R. In un hadîth Qudsî Allah l'Altissimo dice: "Quando il servo s'avvicina a Me di un palmo, Io M'avvicino a lui d'un cubito; e se egli s'avvicina a Me d'un cubito, Io M'avvicino a lui d'un braccio, e se egli viene verso di Me camminando, Io vado verso di lui a passo veloce".

D. Quando hai pronunciato la Shahâdah?

R. Nel gennaio del '99

D. E con la tua famiglia com'è andata?


R. Dice Allah (SWT):

O voi che credete, non prendete per alleati i vostri padri e i vostri fratelli se preferiscono la miscredenza alla fede. Chi di voi li prenderà per alleati sarà tra gli ingiusti (Corano IX. At-Tawba, 23)

Quindi, ogni loro avversione nei miei confronti aumentava la mia fede (Imân), perché sapevo che si trattava di una prova che mi aveva mandato Allah. Addirittura, sono arrivati a cacciarmi di casa.

D. SubhanaAllah, ma dove sei andata?

R. Alhamdulillah, in quel momento ero già sposata, e sono andata a vivere dai miei suoceri con mio marito.

D. Ma come mai allora vivevi ancora in famiglia?

R. E' una storia un po' lunga. Io e Muhammad ci siamo sposati in moschea subito dopo la mia conversione, ma siccome ero ancora minorenne, non potevo andare a vivere a casa sua, per non mettere nei guai i miei suoceri... Infatti i miei genitori ci hanno anche denunciati, ma naturalmente le accuse sono cadute nel vuoto, perché per la legge italiana "non" eravamo marito e moglie, dato che il matrimonio islamico non vale!! I miei genitori non avrebbero avuto nulla da dire se la loro figlia minorenne avesse avuto "il ragazzo", o anche più di uno, ma il fatto che si fosse sposata in moschea li faceva vergognare, astaghfirullah!!

D. E dunque tuo marito lo vedevi solo a scuola?

R. No, mio marito, dato che si era fatto una famiglia, si era messo a lavorare, dunque non ci vedevamo mai, perché mio padre mi accompaganva in macchina davanti alla scuola e mi veniva a prendere.

D. E tutto questo quanto è durato?

R. Alhamdulillah solo un paio di mesi, ma per me erano tanti, perché Muhammad mi avrebbe potuto aiutare nello studio dell'Islam, e darmi dei consigli su come comportarmi con gli altri, sostenermi riguardo all'hijâb, ecc...

Alla fine la smisero con quell'atteggiamento, perché vedevano che non serviva a nulla. pero', nei mesi seguenti, continuarono ad ostacolarmi per cio' che riguardava la pratica dell'Islam e cercavano di allontanarmi da mio marito, anche se alhamdulillah ci vedevamo di nascosto.

D. Ma mettevi già il velo?

R. In quel momento no. Mettevo il foulard, ma ero costretta a togliermelo prima di entrare a casa. Quando qualcuno racconto' a mia madre di avermi vista nella strada con l'hijâb, mia madre mi picchio'.

Io mi chiusi in camera a pregare, lei mi scopri' e mi picchio' di nuovo.

Cercai di mantenere la calma ricordando che Allah ci avvisa, nel Corano:

Sicuramente vi metteremo alla prova con terrore, fame e diminuzione dei beni, delle persone e dei raccolti. Ebbene, da' la buona novella a coloro che perseverano, coloro che quando li coglie una disgrazia dicono: "Siamo di Allah e a Lui facciamo ritorno"... (Corano II. Al-Baqara, 155-156)

D. Ed è stato in quel momento che ti ha cacciata?


R. Non proprio. Io le dissi che, se mi avesse accettata col foulard, avrei aspetato di finire la scuola prima di mettermi il niqâb (come volevo fare) e di andare a vivere con mio marito, altrimenti me ne sarei andata subito. Lei mi minaccio' un po' pesantemente... Mancava poco perché arrivassi ai 18 anni, dunque cercai di avere Sabr? pero', appena diventata maggiorenne, i miei genitori mi obbligarono ad andarmene, e dunque andai a vivere con Muhammad a casa dei suoi genitori e misi il niqâb.

D. E come eri arrivata a questa decisione? Andando a scuola, non hai avuto problemi? Ti faccio questa domanda, perché moltissime sorelle giovani hanno paura addirittura a mettersi il foulard a scuola! Tu come ti sei organizzata da munaqqaba?


R. Dice Allah l'Altissimo:

Quando Allah e il Suo Inviato hanno decretato qualcosa, non è bene che il credente o la credente scelgano a modo loro. Chi disobbedisce ad Allah e al Suo Inviato palesemente si travia (Corano XXXIII. Al-Ahzâb 36)

Studiando la vita del Profeta (sallAllahu 'alayhi waSallam), naturalmente ho studiato anche la vita delle sue spose, le Madri dei Credenti. Sappiamo che queste donne benedette, che devono essere l'esempio da seguire per ogni musulmana in ogni tempo, si velavano completamente. Dice Allah:

O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, cosi' da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è perdonatore, misericordioso. (Corano XXXIII. Al-Ahzâb, 59)

Certamente, il niqâb deve essere il compimento di un percorso di fede, perché coprirsi non basta: occorre migliorare costantemente il proprio comportamento islamico e la pratica religiosa; la Salât, il digiuno, ecc.
Comunque, per quanto ti prendano magari in giro, per la strada, se c'è una donna munaqqaba su un mariciapiede e una in minigonna su quello opposto, gli uopmini dicono "quella signora" parlando della prima, e quella in minigonna la chiamano in un altro modo...

D. E a scuola come hai fatto?

R. Diciamo che tutta la scuola si è divisa in due gruppi, sia per cio' che riguardava i professori,che per i compagni. Alcuni cercarono di venirmi incontro, dicendomi che, pur non condividendo la mia scelta, era doveroso rispettarla. Altri mi presero in giro, e qualche professore cerco' in tutti i modi di mettermi i bastoni tra le ruote, soprattutto in vista della maturità.

D. SubhanaAllah, penso sia il primo caso in Italia di esame di maturità con il niqâb. E com'è andata?

R. Alhamdulillah il presidente della commissione esaminatrice era una professoressa, cosi' ho fatto vedere il viso solo a lei. L'esame alhamdulillah è andato bene, ho fatto la tesina su "pregiudizi e stereotipi sulle donne musulmane" e alla fine ho preso 81/100.

D. SubhanaALlah! E alla fine i tuoi genitori non sono stati contenti? Avranno capito che la tua era una decisione presa seriamente! Ora li vedi?


R. Dopop che è nata la mia bambina, ci siamo un po' riavvicinati; io cerco di mantenere i legami di parentela, perché il rispetto per i genitori ci è stato ordinato da Allah (SWT) nel Corano, anche quando essi siano miscredenti...

Diciamo che all'inizio cercavo in tutti i modi di far loro "Da'wah", perché l'essere diventata musulmana era per me una gioia cosi' grande che volevo condividerla con tutti... Mi sembrava che l'Imân potesse soltanto accrescersi cercando di condividere la grande pace che avevo trovato con tutti quanti.Credevo impossibile che qualcuno, dopo essere venuto a conoscenza dei contenuti del Corano, potesse rifiutarlo! I miei argomenti mi sembravano molto convincenti, parlavo col cuore, eppure, semplicemente, non venivo ascoltata! Poi, un giorno, sentii la conferenza di un fratello e capii una cosa fondamentale. Questo fratello diceva che, se tu hai davanti a te una persona assetata, e hai l'acqua, vorresti dargliela... Eppure, se questa persona non ha un recipiente in cui raccoglierla, tu non puoi versargliela in testa, perché lo irriti e non lo disseti...

Da quel momento, ho capito che, pur essendo nostro dovere fare Da'wah, bisogna avere presente che non tutti ascolteranno; infatti, Allah Ta'ala ci ha spiegato che Egli guida chi vuole...

D. E per tua figlia, cosa chiedi ad Allah ta'ala? Come pensi di affrontare le difficoltà di educare i nostri bambini in questa società non-musulmana?

R. InshaAllah mio marito ed io abbiamo il desiderio di andare a vivere, appena possibile, in un Paese Islamico. Se cio' non ci sarà ,possibile, chiedo ad Allah Ta'ala di aiutarmi ad educare i miei figli soprattutto riuscendo ad essere un esempio per loro. Infatti, se i bambini crescono in un ambiente religioso, se vedono la mamma e il papà che pregano, digiunano, ecc. anche loro saranno naturalmente portati a divenire buoni Musulmani.

Alhamdulillah, in questo periodo stiamo ancora vivendo a casa dei miei suoceri, che mi hanno tanto aiutata. Infatti, essendo italiana, ho imparato un sacco di cose vivendo in una casa organizzata islamicamente. Comunque, inshaAllah cerchiamo una casa per noi, anche se, come ti ho detto, spero di andare presto in un altro Paese inshaAllah.

D. Che cosa vorresti consigliare alle altre sorelle italiane?


R. Vorrei consigliare loro di avere timore solo di Allah. Non abbiate paura di indossare l'hijâb, anche a scuola, anche quando magri un professore vi insulta o vi schernisce. Sappaite che, come dice Allah Ta'ala nel Corano, ognuno di noi avrà delle prove da superare per dimostrare la sua fede. Pero', alla fine chi si tiene stretto al Corano e alla Sunnah, inshaAllah trionferà in questa vita e nell'Altra.
 

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venerdì, 16 ottobre 2009

Stragi, strategia della tensione e ruota della fortuna

Facciamo emergere alcuni punti dai commenti al mio post di ieri.

La discussione si è soffermata in gran parte sulla strage di Bologna: una discussione interessante, ma il mio intento non è quello di rifare la storia delle stragi in Italia, bensì di focalizzare l'attenzione sul meccanismo con cui tendiamo a interpretare episodi analoghi, anche quelli che avvengono oggi.

 
Verità ufficiale, verità antagonista

Intanto, non si tratta di contrapporre "verità ufficiali" e "verità antagoniste". Sia le "istituzioni" (in senso lato e compresi i grandi media), sia gli antagonisti possono essere "complottisti". Ed entrambi possono mentire.

Tra il 1969 e il 1980, sono avvenute in Italia quattro stragi contro quelli che potremmo chiamare "civili": Piazza Fontana, Brescia, l'Italicus e Bologna. E' bene ricordare il numero ridotto e la distanza temporale tra una strage e l'altra, perché è evidente che episodi così isolati non costituivano la norma e non creavano nessun clima generale di terrore. Nulla a che vedere, ad esempio, con gli attentati suicidi compiuti quasi quotidianamente dai palestinesi in Israele in un certo periodo.

La versione che allora era antagonista è oggi la versione più o meno ufficiale: non c'è commissione parlamentare o editoriale che parli di quegli anni senza citare la "strategia della tensione" volta a "soffocare la democrazia in Italia".

Il quadro che ne emerge è di un immenso sistema tentacolare, in grado di compiere stragi tremende senza lasciare traccia, di far sparire le prove, di condizionare tutte le indagini e di far sì che i giudici assolvessero i rei.

Da chi era costituito questo sistema tentacolare? Nessuno cerca di soffocare la democrazia come passatempo; lo fa perché vuole monopolizzare il potere, di cui probabilmente già possiede molto.

Allora chi era il regista della strategia della tensione? La famiglia Agnelli? Per carità, sono l'anima dell'impresa italiana. Il governo degli Stati Uniti? Per carità, sono il baluardo della democrazia. Il Papa? Per carità, è il custode dei Nostri Valori e occorre parlarne con rispetto. Resta poco più della P2, che in realtà era soprattutto un sistema di raccomandazioni per persone molto diverse tra di loro e che già contavano qualcosa; e la P2 comunque è stata smantellata dalla stessa magistratura che non è riuscita a punire le stragi.[1]

L'errore qui non sta nel credere ai complotti, che se ne fanno tutti i giorni di veri;  ma sta nella concezione che molti hanno del potere, anzi del Potere, immaginato come un ente astratto e unitario.

Esistono in realtà potenti di ogni sorta, in perenne corsa su e giù per la ruota della fortuna e in incessante lotta tra di loro, nonché con il colesterolo e le proprie mogli. E che non sono sostanzialmente diversi da noi poveri mortali.

Ecco perché uso con parsimonia la parola "potere", e preferisco "dominio", con riferimento a tutta l'impostazione della società capitalista occidentale, quella sì davvero capace di sopravvivere e riprodursi all'infinito. Ma sono concetti difficili per chi è abituato a ragionare in termini di "potere occulto", di "trame oscure" e cose simili.[2]
 
 
Motivazione e carte processuali

Nel guardare gli anni Settanta, confondiamo due realtà completamente diverse: la diffusa violenza quotidiana, che talvolta sfociava in omicidio, e le quattro grandi stragi. La confusione proietta sulla violenza diffusa qualcosa dell'oscurità delle stragi: anche atti brutali, ma perfettamente comprensibili nelle loro motivazioni, vengono inseriti nell'atmosfera complottista. Come se ci volesse la P2 per spiegare che hai dato una coltellata a uno che ti aveva tirato una molotov perché tu gli avevi dato fuoco al motorino. Ah, dimenticavo, lo hai fatto quattro giorni prima che Andreotti litigasse con Fanfani...

L'omicidio e la strage hanno comunque alcuni elementi in comune.

Una strage, o anche un semplice omicidio politico premeditato, è una faccenda difficile da organizzare. Anche per acquistare una pistola, devi rivolgerti a un malavitoso, che ti deve conoscere abbastanza bene da fidarsi di te, mentre tu non potrai mai fidarti di lui. Figuriamoci l'acquisto di grandi quantità di esplosivo. Le grandi azioni difficilmente si possono compiere da soli; ma la banale esperienza con innocui fatti privati ci mostra che quando due persone sanno qualcosa, lo sa tutto il mondo. Se pensiamo poi al mondo sempre pettegolo e spesso demenziale dell'estremismo politico...

Anche chi è più o meno apertamente coperto da potenti macchine statali può compiere errori clamorosi: ricordiamo il tentativo fallito di avvelenare Khalid Meshal da parte del Mossad, o la scia di indizi lasciata dai rapitori statunitensi di Abu Omar.

Certo, in un villaggio dell'Aspromonte, si può contare sul fatto che anche se spari a viso aperto a qualcuno in piazza, tutti diranno di non aver visto niente (ma esistono anche i pentiti di Mafia). Però in luoghi socialmente più complessi, chi compie un'azione del genere sa che prima o poi lo potranno prendere, per un errore qualsiasi.

Per compiere un omicidio politico o una strage, ci vuole quindi una forte motivazione; e ci vuole anche un progetto e uno scopo.

Qualcuno mi ha chiesto se ho letto le carti processuali della strage di Bologna. Ovviamente, per parlare seriamente della strage di Bologna, avrei dovuto farlo. Sono 500 mila pagine, e non me ne importa abbastanza di quello specifico fatto per farlo: l'ho citato solo come esempio.

Ma le carte processuali, la grande risorsa dei cronisti e degli autori di "inchieste" (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi su questo orrendo genere letterario), ci dicono tutto sulla lettura giuridica e carceraria di un fatto; ma difficilmente rivelano la motivazione, il progetto o lo scopo.  

Non viviamo in un sistema inquisitoriale, e quindi le motivazioni ricevono un'attenzione minima, trovandosi sommerse da infiniti dettagli, che a loro volta possono nascondere infiniti bachi. La figura umana dei protagonisti - che è tutto quando parliamo di motivazione - scompare nel nulla. E permette anche le più sgradevoli demonizzazioni di persone trasformate in semplici ruoli nella recita del delitto.

 
Motivazioni materiali e ideali

Le motivazioni possono essere di tipo materiale o ideale.

Un grupppo di potere, con uno scopo ben preciso (siamo sempre lì) può affittare un serio professionista del tritolo o dell'omicidio, pagandolo somme ragguardevoli e organizzandogli attorno un'ampia infrastruttura nonché ovviamente una via di fuga, preferibilmente verso qualche isola tropicale. Chiaramente ci si rivolgerà a un tecnico e non a qualche inaffidabile fanatico politico - non è certo tra gli estremisti che bisogna cercare i sicari seri, come saggiamente mi disse un signore che si fece quattro anni di carcere per le accuse più improbabili, finendo poi assolto.

Una persona che non possiede potere corre rischi invece per motivazioni ideali. Questo è un termine che non uso con alcun intento morale; potete anche trovare un altro termine, meno simpatico, però se non capiamo il concetto, non arriviamo da nessuna parte.

Cogliere la motivazione ideale non significa semplicemente credere a ciò che qualcuno scrive di se stesso, magari reinterpretandolo secondo i nostri criteri. Bisogna sempre cercare una specie di punto focale dei discorsi.

Ad esempio, Forza Italia si presenta con questi ideali sul sito della divertente soubrette Gabriella Carlucci. Mica voglio negare che Gabriella Carlucci in qualche modo ci creda; ma è ovvio che il punto focale dei militanti di Forza Italia è diverso - è una simpatica congrega di affaristi, che mirano a ricoprire il massimo numero possibile di assessorati. Cosa che emerge più da una chiacchierata con qualche dirigente di Forza Italia che dalla loro carta scritta.

A volte, i nostri pregiudizi ci impediscono di cogliere il punto focale di un movimento, che si può nascondere in quello che ci sembra un dettaglio.

Il Gush Emunim e i Neturei Karta sono due gruppi di barbuti "fondamentalisti" ebrei, che sembra che scrivano più o meno le stesse cose e condividono gli stessi riferimenti di base. Ma una divergenza nel modo di interpretare alcuni dettagli fa sì che i primi appoggino qualunque cosa faccia l'esercito israeliano e i secondi preghino tre volte al giorno per l'abolizione dello Stato d'Israele.

Proprio la differenza del punto focale comporta differenze radicali nelle scelte di gruppi che possono apparire simili: non esistono "i comunisti", i "fascisti", i "cattolici", i "fondamentalisti islamici" o gli "estremisti ebrei".

I delitti commessi da estremisti politici hanno quasi sempre motivazioni ideali, che comprendono cose viscerali come la vendetta. Queste motivazioni spiegano innumerevoli fatti: le azioni delle Brigate Rosse, l'omicidio del giudice Occorsio per vendicare lo scioglimento di Ordine Nuovo, l'attentato di Mohammed Game a Milano e così via. Ogni singola azione compiuta da Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, per quanto spesso contro poveri disgraziati, rispondeva a una precisa logica di questo tipo (vendetta, soppressione di presunti infiltrati, rapine per sopravvivere una volta lanciato il meccanismo che li ha portati alla latitanza).

I responsabili di queste azioni hanno sempre agito in prima persona, hanno colpito bersagli significativi e hanno pagato: non si tratta di una considerazione morale, ma di qualcosa che ci permette ragionevolmente di escludere misteriosi scenari dietro le quinte.

 
La logica delle stragi

A maggior ragione, anche le stragi devono avere una loro logica. Sembra brutto dirlo, perché siamo programmati per condannare e non per capire le cose brutte.

Il modello insuperato delle stragi terroristiche è stato il sistema di bombardamento a tappeto angloamericano durante la seconda guerra mondiale, ripetuto dagli statunitensi nel Vietnam. Centinaia di migliaia di donne, bambini e vecchi arrostiti nella maniera più atroce. Ma non è stata opera di un individuo sadico, bensì di un'équipe di esperti - compresi  esperti di macellazione per studiare gli effetti sui corpi umani - con uno scopo perfettamente logico. Quello di ricordare agli esaltati soldati tedeschi sul fronte che finchè durava la guerra, anche i loro bambini potevano morire di una morte spaventosa.[3]

Accantoniamo i giudizi morali, e diciamo che la tecnica è stata molto efficace in Italia, meno in Germania, pochissimo nel Vietnam.

Un'azione di questo tipo, compiuta però da "idealisti" (in senso tecnico) e non da "sicari", è stata la strage della metropolitana di Madrid. E' logico pensare che lo scopo degli attentatori fosse quello di portare la guerra dell'Iraq in casa degli invasori, colpendo un bersaglio accessibile. Non solo: un'azione di questo genere deve sempre offrire alla controparte la possibilità di far cessare il terrore facendo una concessione ragionevole: in questo caso, il ritiro delle truppe spagnole dall'Iraq. Ottenuta la concessione, non ci sono stati più attentati "jihadisti" in Spagna.

Conosco solo superficialmente il caso di Madrid; non posso garantire che la magistratura spagnola abbia preso i reali responsabili; ma mi sembra plausibile che i reali responsabili facessero parte almeno degli stessi ambienti che la versione ufficiale accusa. Ambienti precisi, di qualche decina di persone al massimo, mica "i musulmani" o "gli immigrati".

 
Perché si fa una strage?

Esiste una strage nella storia italiana di cui conosciamo abbastanza bene la logica. Una strage dimenticata, perché i delitti di Mafia non toccano le corde identitarie della politica: parliamo della strage di via dei Georgofili a Firenze. Che non fu isolata, ma accompagnata da una serie di altre azioni analoghe.

Ricostruisco a memoria, per cose lette nel tempo, e posso sbagliare nei dettagli. Ma mi sembra che la faccenda sia andata così.

A compierla non furono estremisti politici, bensì - come è ovvio - sicari professionisti, che agivano con una ragionevole copertura da parte di una potente organizzazione: non abbastanza potente, alla fine.

Le stragi furono decise dai cosiddetti corleonesi, cioè un gruppo preciso di persone. Non dalle "forze oscure della reazione", e nemmeno da "la Mafia", ma da un gruppo che doveva guardarsi continuamente alle spalle da altri gruppi.

Lo scopo era perfettamente ragionevole. Tramite vari emissari, hanno presentato una precisa richiesta al governo, una richiesta che il governo avrebbe potuto trovare la maniera di soddisfare: allentare le restrizioni cui andavano soggetti i boss arrestati in carcere.

Inoltre, hanno fatto un calcolo militarmente ineccepibile. Lo Stato stava per mandare molte forze in Sicilia, per sopraffare i corleonesi. Colpendo a caso in punti qualsiasi di tutto il territorio italiano, i corleonesi erano certi di poter distrarre  la maggior parte di queste forze, costrette a presidiare inutilmente ogni incrocio del paese. E colpendo obiettivi turistici, i corleonesi contavano anche di fare un danno all'economia.

La strategia è fallita perché altri gruppi mafiosi hanno deciso invece che fosse meglio mantenere un profilo basso, entrando nei partiti politici. E la forza di questi gruppi fu tale da bloccare i primi.

Tutto ciò è perfettamente logico; e se sei il tipo di persona che campa facendo morire migliaia di ragazzi di eroina e facendo a pezzi nelle vasche di acido i parenti dei tuoi nemici, possiamo anche accantonare troppe considerazioni morali.

Questa vicenda la conosciamo però solo per caso. Se non si fosse mai scoperto il vero movente, avremmo tutti proiettato le nostre fantasie su qualcuno che ci stava antipatico: gli anarchici non erano più di moda dopo il 1972, i fascisti sono diventati obsoleti negli anni Ottanta, forse ce la saremmo già presa con i musulmani che odiano i simboli dell'arte occidentale. In fondo, per decidere chi ha messo la bomba sull'Italicus nel 1974, è bastato un unico volantino che avrebbe potuto scrivere chiunque.

Magari dopo la bomba ai Georgofili, avrebbero trovato qualche ambulante senegalese che si aggirava in maniera sospetta da quelle parti e che aveva come unico alibi quello di essersi incontrato con un altro ambulante di cui si sono perse le tracce; e forse un compagno di cella, il solito pentito, avrebbe raccontato in seguito ai giudici di aver avuto da lui chi sa quali confidenze.

Infatti, essere anticomplottisti non significa affatto credere alla correttezza della magistratura, né tantomeno dei media.

Semplicemente, non è necessario pensare che il magistrato desideroso di fare carriera fosse anche lui della partita dei  corleonesi. E per spiegare il poliziotto che suggerisce al "pentito" cosa dire, è sufficiente ricordare che ogni poliziotto, come chiunque, vive sotto costante pressione per produrre. E che è sempre più facile produrre a spese di piccoli disgraziati, di gente che non ha connessioni di potere, di estremisti politici sciroccati.

La vera strategia della tensione

Tutto questo significa che non esiste la "strategia della tensione"?

Certamente esiste, ma su un piano diverso e perfettamente visibile. Consiste semplicemente nella maniera in cui il sistema spettacolare ci presenta i fatti. Una rom che fa un furtarello compare su tutte le locandine davanti alle edicole, o nelle serate di Bruno Vespa. Non c'è certo bisogno di montare stragi e rischiare ergastoli, per manipolare la realtà e per diffondere un senso sempre crescente di panico.

La strage di Falluja - decine di migliaia di persone massacrate dal "nostro imprescindibile alleato americano" - invece non esiste nella coscienza mediatizzata comune. E non è reato non parlarne in televisione.

Tutto questo non richiede una centrale occulta: chi fa carriera nei media è selezionato per agire spontaneamente così.

Anche negli anni Settanta, non mancava un riferimento quotidiano agli "opposti estremisti", senza che fossero necessarie le stragi - bastava un corteo un po' rumoroso per dire che non se ne poteva più.[4]

A questo si aggiungono infinite piccole azioni compiute veramente da elementi dei servizi o dei carabinieri: Cossiga ci ha ricordato allegramente come fosse prassi infilare bustine di eroina in tasca a noti sovversivi e poi arrestarli; mentre conosciamo le infinite dritte dei servizi ai media, in cui si racconta che un comando di musulmani sta per compiere le cose più assurde.  Poi non succede niente (i produttori di veline mica rischiano sul serio a organizzare un attentato contro il Papa), le fonti sono vaghe e tutto viene dimenticato, lasciandosi dietro però una scia di paranoia.

Note

[1] Il fatto che quelli della P2 abbiano pagato poco, mentre piccoli estremisti politici si sono fatti anni di carcere, non dipende da qualche complotto, ma dal fatto che le leggi sono strutturalmente a favore dei più potenti.

[2] E' interessante notare come anche in ambienti neofascisti, il mito della "strategia della tensione" sia stato pienamente assorbito: la versione neofascista di ciò che è successo in quegli anni coincide quasi perfettamente con quella dell'estrema sinistra, tolti ovviamente i riferimenti a singoli gruppetti neofascisti, che comunque sono sempre immaginati come "infiltrati dai servizi".  Ovviamente lo erano, ma è facile confondere l'infiltrazione con il controllo delle linee politiche.

[3] Il terrorismo richiede continuità: infatti gli squadroni di centinaia di bombardieri partivano a un certo punto quasi ogni giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

[4] A ogni strage, come a ogni azione armata delle BR, si sono aggravate le leggi contro i reati associativi. Se tale fosse lo scopo delle stragi (ma non lo so), la sinistra mainstream di allora come quella di oggi se ne è fatta pienamente complice.
 



mercoledì, 14 ottobre 2009

L'attentato di Milano, la dietrologia e i bachi

Ieri abbiamo parlato dell'attentato contro la Caserma Santa Barbara di Milano.

Tra i commenti al mio post, gip chiede:
"Sentite lo so che è una domanda senza riposta, ma a me pare una brutta coincidenza che Game faccia scoppiare il suo fertilizzante proprio in giorni in cui in Italia culmina una tensione che montava da mesi. E aggiungo un'altra cosa: proprio non riesco a capire perché mentre il tg1 di Minzolini spreme dalla notizia tutto quello che può, il sito del primo quotidiano nazionale lo gratifica prudentemente solo di una SESTA posizione in pagina. Insomma, è pur sempre il primo attentato "islamico" in Italia. E' giusto guardare nella storia di Game, e meno male che almeno i blog come questo si preoccupano di farlo. E se a a fare il dietrologo fosse solo D'alema con le sue scosse potremmo anche mandarlo al diavolo. Ma in tutto questo ci sono note stonate e qualche sospetto viene. Che ne pensi curatore del blog? che ne pensate lettori?"
E' un sospetto legittimo. Noi non sappiamo con certezza cosa sia successo, ed è giusto esplorare ogni pista.

Tenendo presente, come dice Gip, che la sua è quindi "una domanda senza riposta", rispondo con quello che penso in questo momento e con i dati che abbiamo.

Voglio intanto rovesciare la formulazione di Gip. E' facile lanciare "sospetti", perché qualunque faccenda può essere piena di quelli che possiamo chiamare bachi, per copiare il linguaggio informatico.

Miguel Martínez è un personaggio strano, con una vita movimentata alle spalle in varie parti del globo e tutta una serie di insolite amicizie e interessi bizzarri (pensate che sul suo blog ci sono link ai siti del Comandante Carlos,  dell'Imam di Carmagnola, di Barbara Aisha Farina e persino di  Alessandra Colla).

Dov'era l'11 settembre del 2001?

A casa, lui dice. A parte i familiari - inaffidabili per definizione - l'unico alibi che è in grado di tirar fuori è che afferma di aver ricevuto una telefonata nel pomeriggio da parte di una persona che gli raccontava confusamente dell'attentato a New York.

Può darsi che si riesca a risalire, dai tabulati, all'esistenza di quella telefonata. Che però potrebbe essere stata fatta apposta per creare un alibi per Miguel Martínez. Oppure i tabulati potrebbero essere andati opportunamente perduti nel frattempo (ricordiamo tutte le strane vicende che hanno riguardato la Telecom in questi anni).

E chi gli ha telefonato, per avvisarlo dell'attentato? Un noto americanista che a suo tempo era stato amico personale del sovversivo musulmano Malcolm X; che aveva seguito la guerriglia comunista in Guatemala e aveva vissuto il Settembre Nero accanto ai palestinesi in Giordania; e che una volta aveva intervistato l'ayatollah Khomeini.

Quindi il sospetto su Miguel Martínez è più che legittimo; ma è molto più difficile formulare un'ipotesi positiva sul possibile ruolo di Miguel Martínez nei piani di Osama bin Laden.

Torniamo all'attentato di Milano.  

Dire che l'attentato nasconde "qualcosa", vuol dire che nasconde il contrario di ciò che appare.

Se dai sospetti, passiamo a un'ipotesi positiva, l'attentato non sarebbe un attentato di un islamista contro il governo, bensì un attentato del governo contro l'opposizione. Il governo può usare un attentato di questo tipo, ad esempio, per chiedere ulteriori leggi repressive; oppure per screditare una sinistra che non è abbastanza ostile all'immigrazione; o per distogliere l'attenzione pubblica da altre notizie che mettono in imbarazzo il governo.

La cosa è ovviamente possibile, perché no?

E' probabile, però?

Vediamo prima il caso particolare, poi trattiamo una questione più generale.

Mohammed Game ha rischiato e pagato di persona: l'attentato non è stato compiuto da qualche anonimo sicario.

Per cui dobbiamo cercare le sue probabili motivazioni.

Ora, la tensione di cui parla Gip riguarda alcune vicende molto italiane - le onorevoli escort di Berlusconi, il Lodo Alfano, la riforma della scuola, l'UDC e la Chiesa che ammiccano al centrosinistra e così via.

Nei media, queste cose vengono enfatizzate quasi esclusivamente da Repubblica e su Internet.

Posso ipotizzare che Mohammed Game non comprasse Repubblica. Probabilmente guardava la televisione italiana, che tace sui guai del governo; e probabilmente aveva l'antenna parabolica e quindi guardava al-Jazeera, che non si occupa proprio dell'Italia.

La "tensione montante" c'era, ma riguardava la questione afghana. E' infatti importante sprovincializzarsi un po' su queste cose: alla maggior parte della gente del mondo, compresi gli immigrati, delle vicende di Berlusconi non gliene potrebbe importare di meno. Non abbassiamo i massacri compiuti dagli aerei alleati nei villaggi afghani, le carceri e le torture a qualcosa di secondario rispetto alle troiette del nostro primo ministro. Opporsi all'invasione dell'Afghanistan è una motivazione altamente etica e sensata per fare qualcosa (non necessariamente per fare ciò che Mohammed Game ha fatto, ovviamente).

La motivazione nota - la rabbia per l'occupazione militare dell'Afghanistan - è quindi la più plausibile, anche se non possiamo dire che sia "la verità".

Questo ci porta a una considerazione generale sul rapporto tra violenza politica e complotti in Italia.

Si dice spesso che gli attentati avvengano in momenti di "tensione crescente".

Posso essere d'accordo per un caso: la strage di Piazza Fontana, avvenuta effettivamente nel momento di massima tensione sociale dell'Italia post-bellica.

La strage ha messo fine all'immenso moto dell'Autunno Caldo e quindi ha una sua logica. Ci sono centinaia di migliaia di pagine di documenti processuali, che più si guardano, meno si capisce, perché più carta vuol dire più bachi. Su infiniti bachi, si possono costruire infiniti sospetti, fino a cadere nel più completo delirio. Provate a leggere oltre pagina dieci di uno di quei demenziali elenchi telefonici con connessioni casuali che pretendono di dirci la verità su Piazza Fontana e capirete cosa intendo.

Facendo piazza pulita di tutta la fuffa, restiamo però con alcuni fatti: che gli autori della strage non sono mai stati identificati con certezza (e siamo nel paese in cui anche Craxi è stato fatto fuori dai magistrati), per cui forse godevano di particolari protezioni; che l'ipotesi più plausibile è che si mirasse a far cadere la colpa di una brutale strage di innocenti sull'estrema sinistra, in un momento in cui un grande moto di sinistra minacciava le istituzioni. In questo senso, la strage ha certamente funzionato come terapia-choc, senza bisogno di colpi di stato.

Quindi è ragionevole ipotizzare che piazza Fontana sia stata realmente una strage "di Stato".

Piazza Fontana ha però creato un meccanismo psicologico nella sinistra che si avvicina a una vera e propria psicosi dietrologica. Da allora in poi, ogni fatto è stato inserito nel meccanismo della ricerca dei bachi e della produzione dei sospetti. La paranoia ha generato un fangoso linguaggio sbirresco-giornalistico: loschi e ambigui personaggi, guarda caso, infiltrati, "coincidenza" tra virgolette, trame oscure,  figura inquietante, stretti legami con, sedicente, provocatore, sottobosco, rete di contatti, idee deliranti, cui prodest (anche le capre si dedicano al latino), manovalanza, al servizio di...

Essendo interamente basata sui bachi, non si è mai capito quale fosse l'ipotesi positiva: chi avrebbe fatto che cosa a quale scopo. Semplicemente, nella nebbiosa confusione, dietro i bachi si intuivano  i servizi segreti, la Chiesa cattolica, la Massoneria, le banche, l'Opus Dei, la Mafia, i militari, la CIA e ovviamente e ovunque "i fascisti". Un mostro senza volto, senza storia, senza analisi sociale, dove lo studente sedicenne e il dirigente della Confindustria operavano al servizio dello stesso Potere Occulto.   

Questo modello è stato applicato a tutti i fatti successivi di violenza. Alle grandi stragi come alle azioni delle Brigate Rosse.

Prendiamo la strage della stazione di Bologna. Gli imputati, che hanno molte altre colpe certe e confesse, sono in questo caso palesemente innocenti.[1] Non viene in mente alcun movente plausibile, né per loro (non erano un gruppo di odiatori di treni) e forse nemmeno per il "sistema": non c'era un Autunno Caldo da fermare, non è stato il pretesto per un colpo di Stato. Nessuno ha provato ad accusare la sinistra della strage. L'ipotesi che si sentiva in giro allora, "vogliono spaventare la gente così si fermano le lotte sociali", è priva di qualunque logica.[2]

Ovviamente, la strage ha avuto una causa, ma attualmente non sappiamo assolutamente quale fosse.

La dietrologia ha colpito anche le Brigate Rosse. Non ho alcuna intenzione di giustificare alcunché. Però le Brigate Rosse sono state molto chiare e coerenti nella strategia. Con i bachi, si è riusciti a creare una melma senza fondo anche attorno a loro.

I mali della destra li conosciamo; ma quello forse principale della sinistra è la dietrologia.

Se avviene qualcosa che dà spazio alla destra, ci deve essere dietro il Complotto. Le azioni delle BR hanno come effetto anche quello di screditare la sinistra presso il grande pubblico? Bene, è sufficiente per dimostrare il Complotto, basta trovare un numero sufficiente di bachi per appoggiare una tesi di cui si è già certi. E' interessante la premessa perbenista che c'è dietro: lo scopo della sinistra sarebbe di avere una buona immagine, qualunque cosa danneggi quell'immagine è per forza "di destra". Così si trasforma lo scontro sociale in scontro puramente morale: noi siamo persone buone, quindi le azioni cattive devono averle fatte i nostri avversari.

Mentre sarebbe sufficiente ipotizzare, in linea di massima, che in un paese con sessanta milioni di abitanti, prima o poi qualcuno farà qualcosa di cui la propaganda della destra potrà approfittare: una rissa, un omicidio, un furto commesso da un immigrato... Approfittare lo fanno tutti, lo fanno anche i cattolici quando si lamentano perché qualcuno toglie un crocifisso, o la sinistra quando salta addosso a un cretino che allo stadio fa il saluto romano, senza che questo significhi che i militanti dell'UAAR o i giocatori della Lazio siano agenti dell'Opus Dei o dell'Internazionale Comunista.

L'evento bacato si dice che avvenga sempre "guarda caso" in un momento "particolare", tanto ogni momento è particolare, in un paese dalla politica confusa e rissosa come l'Italia.

Questo non vuol dire che dietro singoli episodi, non ci possa essere davvero un complotto. Tra tanti bachi, qualcuno forse porta davvero alla verità.

Ma in generale, le stranezze che ogni caso presenta vengono amplificate dalla stranezza di persone che scelgono di usare le armi e rischiare la galera e la morte: pensiamo al caso di Gianfranco Bertoli, un uomo tremendamente complesso, dalla vita confusa e avventurosa, comunista, tossicodipendente, frequentatore di un kibbutz, informatore dei servizi in tempi lontanissimi, lettore di esaltati testi di Max Stirner, scrittore sensibile e artista, che lanciò una bomba nel 1973 contro la questura di Milano, uccidendo quattro persone.[3]

Bertoli, arrabbiato contro il sistema quanto Game, non fece nulla per nascondersi e subì decenni di carcere. Eppure fu immediatamente messo in croce da tutti i dietrologi, come perno di chissà quale complotto;[4] per dimostrare la propria estraneità, arrivò a cercare di suicidarsi.

Riassumiamo. La premessa è che ogni evento può essere utile a qualcuno; ogni evento è pieno di bachi. Lo sono in particolare gli eventi che riguardano anime irrequiete. E sono in genere le anime irrequiete che compiono gesti clamorosi.

In certi casi, gesti clamorosi possono davvero fare parte di qualche strategia più grande: è legittimo cercare di approfondire la possibilità, ma solo tenendo ben salda la premessa.

Note

[1] Dire che sono innocenti non vuol dire che esiste un complotto del sistema per accusarli. I vasai devono produrre vasi, i magistrati devono produrre sentenze, e se manca la materia prima di qualità, ci si arrangia come si può. A Bologna la verità complottista è diventata la verità ufficiale; ma non mancano i dietrologi che seguono altre piste, altrettanto improbabili.

[2] Quando minaccio qualcuno, devo farmi capire in modo chiaro. Una bomba contro persone di ogni sorta che vanno in vacanza non lancia alcun messaggio comprensibile, soprattutto quando non ha alcun seguito. Chi vuole stroncare le lotte sociali con la violenza fa casomai come in Colombia, uccidendo a uno a uno migliaia di dirigenti sindacali e politici.

[3] Dire che qualcuno è strano, nel senso di fuori dal comune, o complesso, non vuol dire insultarlo dandogli del pazzo. In Bertoli c'è stata una forma estrema di sanissima curiosità, voglia di capire, desiderio di esserci, intensità di vivere, ricerca della varietà delle cose, che lo ha condotto di disastro in disastro. Una versione  meno elegante di Eduardo Rózsa Flores.

[4] Il ministro Mariano Rumor, bersaglio mancato dell'attentato di Bertoli, fino al giorno prima oggetto di ogni sorta di dietrologia, fu improvvisamente santificato dai complottisti. E questo indica dove porta il perbenismo innato dei complottisti. Ci sono degli "antagonisti" che ogni tanto tirano fuori  con scandalo il fatto che una persona che conosco, allora di destra e oggi di tutt'altra idea, una volta subì una perquisizione della polizia, pensate...



martedì, 13 ottobre 2009

Il padre accoltellatore, la bomba islamica di Milano, niqab e burqa nelle fantasie di Mara Carfagna

A Osimo, nelle Marche, un padre italiano accoltella la figlia, rea di essersi messa con un albanese.

L'episodio viene descritto con estrema ragionevolezza nei media per quello che è: un signore scoppiato che non sopportava il fidanzato della figlia. Non ci sono stati assalti di cronisti con microfoni nascosti per scovare i predicatori dell'odio nelle chiese, né le telecamere hanno inquadrato le opere di Oriana Fallaci esposte nelle vetrine delle librerie.

La seconda notizia.

Un ingegnere, che dirigeva una ditta edile con molti operai, dopo il fallimento della propria azienda, entra in un ciclo di depressione e si fa saltare per aria, con un successo paragonabile a quello del Bombarolo di Fabrizio De Andrè: il suo artigianale ordigno infatti fa male solo a lui.[1]

Qualcosa della vita di questo imprenditore fallito, il libico Mohammed Game, lo raccontano i giornali:
"«Aiutateci ad avere una casa più dignitosa. Viviamo in sei senza nemmeno il bagno», si era lamentato un paio di mesi fa con una giornalista di «Cronaca Qui» questo ingegnere elettronico mancato di 37 anni, mancato pure come attentatore.

L’appartamento al primo piano lo aveva occupato sette anni fa con Giovanna M., la sua compagna italiana, mai musulmana, badante e colf di professione, innamorata della persona sbagliata dopo aver lasciato un altro uomo da cui aveva avuto due bambini, Davide di dieci anni, Alessandro di nove. Sei anni fa era nato Islam. Tre anni fa Omar. Tutti insieme in quel bilocale pianoterra scala D dove gli agenti della Digos hanno frugato per trovare niente. Non uno straccio di volantino, un proclama, un qualcosa che da qui arrivasse fino ad Al Qaeda e non ai deliri di un uomo frustrato che ce l’aveva con tutto e tutti."
Attenzione, non intendo con questo partecipare al solito gioco per cui chi compie un'azione di questo tipo viene esaltato da una parte come un terribile fanatico; dall'altra, denigrato come un povero cretino. E' una persona che ha avuto il coraggio delle proprie scelte, comunque motivate.

Però il caso aiuta a mettere a fuoco tutta la questione del cosiddetto "terrorismo islamico" in Italia.

Quello dell'attentato contro la Caserma Santa Barbara di Milano è il primo caso nella storia di "terrorismo islamico" in Italia, e ha assunto la forma che ci si aspetterebbe.

Statisticamente è inevitabile che dopo un decennio di espulsioni, arresti, minacce,  sorveglianza incessante, gente che non ti affitta casa, parlamentari che gridano che sei un pericolo per l'umanità, trasmissioni televisive che ti attaccano tutti i giorni, librerie piene di testi che ti descrivono come un mostro, guerre in mezzo mondo contro i tuoi correligionari, a qualcuno - su oltre un milione di musulmani immigrati - saltino i nervi.

La chiave sta nel concetto di "saltare i nervi", fatto non organizzato e imprevedibile: l'attentatore  di Milano non si è formato in alcuna delle mitiche Scuole del Jihad, né è andato a caccia di vergini paradisiache promessegli da barbuti predicatori. Mohammed Game  è scoppiato (mentalmente) guardando il telegiornale, cioè la descrizione edulcorata e sterilizzata di ciò che la spedizione militare italiana sta facendo in Afghanistan.

La tragedia sta proprio nell'impossibilità di incidere su qualcosa che però entra quotidianamente nella nostra vita: un cittadino straniero non può nemmeno votare per un partito che condanni la spedizione afghana, e Mohammed Game evidentemente non aveva le risorse per sfogarsi vanamente alla tastiera, come abbiamo noi.

Abbiamo sempre detto che gli obiettivi di azioni armate sono obiettivi militari: anche l'11 settembre del 2001, sono stati colpiti il Pentagono e il Centro Mondiale del Commercio, la cosa più simile al cuore economico del pianeta.

Mohammed Game non ha cercato di colpire i mitici "simboli dell'Occidente" cari ai media: che so, un quadro di Raffaello o una ragazzina in minigonna con l'iPod che si beve un whisky. Pur nella sua evidente confusione, ha scelto di colpire un obiettivo indiscutibilmente militare: la caserma da cui sono partiti i carabinieri che partecipano all'occupazione dell'Afghanistan.

Giustamente, il magistrato lo ha incriminato per (tentata) strage, ma non per terrorismo.

Questo non vuol dire che Mohammed Game non avrebbe potuto saltare per aria, per incompetenza, nel tragitto da casa alla caserma, magari su un autobus affollato. Ma se fosse sucesso, non sarebbe perché "i musulmani odiano gli autobus".

Intanto, il ministro-escort Mara Carfagna propone il divieto del "niqab e del burqa" nelle scuole.
"Non in quanto simboli religiosi, come, per esempio, il velo, bensì per le storie che nascondono, storie di donne cui vengono negati diritti fondamentali come l’istruzione o la possibilità di lavorare, storie di violenza e di sopraffazione".
Cioè, avete capito bene, in nome del diritto all'istruzione, le studentesse che indossano "niqab e burqa" verrebbero cacciate dalle scuole.[2]

Attenzione però che c'è il trucco: il ministro-escort ha semplicemente parlato "a margine di un convegno",  storica sede per dire sciocchezze senza seguito.

Notate poi la curiosa erudizione con cui parla Mara Carfagna: se le hanno messo in bocca paroloni come "niqab e burqa" (sommariamente, il velo che copre tutto il volto tranne gli occhi, e il velo a filigrana che copre anche gli occhi), precisando anche la distinzione con il "velo" il motivo ci deve essere. Anzi, ce ne sono due.

Il primo è che in Italia, il velo o foulard non saranno mai vietati per la ferma opposizione della Chiesa cattolica, visto che non sarebbe possibile allora permettere alle suore di girare a capo coperto.

Il secondo è che i miei amici musulmani confermano che non esiste in tutta Italia una studentessa che indossi il "niqab o burqa", come sottolinea Paniscus. [3]

Insomma, anche se si facesse la legge, non cambierebbe nulla (e quindi non creerebbe problemi per il ministro-escort).

Eppure, Mara Carfagna riesce a trasformare il nulla (zero ragazze con niqab, zero ragazze con burqa) in un pericolo non da poco:
"Il tempo sta per scadere, è in atto un tentativo di sopraffare secoli di civiltà, di instaurare un 'regime' che nega i
diritti -  ha concluso la Carfagna - non bisogna permettere che ciò accada".
A differenza di altri, ammiro la Carfagna. Ha capito perfettamente come si fa politica, inventando notizie, mettendo in imbarazzo i propri avversari (nessuno oserà schierarsi "a favore del burqa"), drammatizzando pericoli inesistenti, operando sulle paure collettive.

Peccato che a guardarla in televisione c'è magari qualche altro Mohammed Game, vagamente musulmano ma molto arrabbiato, a corte di altre guance da porgere.

Note

[1] Vedremo in che cosa consistano i presunti complici di Mohammed Game e l'esplosivo sequestrato. E' evidente che un complice, magari involontario, c'è, se l'attentatore si è procurato da qualche parte le sostanze esplosive: un chimico ci potrà chiarire meglio se qualcuno può detenere ingenti quantità di nitrato per motivi pacifici. Pare che i "complici" non abbiano fatto nulla per nascondersi.

[2] Ricordiamo en passant il tentativo del sindaco di Milano, sempre del partito della Carfagna, di vietare l'iscrizione alla scuola dell'infanzia ai figli di immigrati irregolari.

[3] Questo è un fatto, non un giudizio. Due delle donne più toste che io conosca in rete vestono integrale: Barbara Aisha Farina e  e Malika el Aroud

Il padre accoltellatore, la bomba islamica di Milano, niqab e burqa nelle fantasie di Mara Carfagna
P.S. Leggiamo adesso che
"nel corso delle indagini sono stati sequestrati "circa 40 chili di nitrato d'ammonio e sostanze chimiche utili, ove combinate al nitrato, per la fabbricazione di ordigni esplosivi apparentemente dello stesso tipo di quello esploso in piazzale Perrucchetti". Il nitrato, venduto come fertilizzante in pacchi da 50 chilogrammi, sarebbe stato rinvenuto in uno stabile in via Gulli, lo stesso dove abitava il libico fermato e frequentato anche dagli due. Il procuratore ha rivelato inoltre che il nitrato d'ammonio servito a confezionare l'ordigno rudimentale fatto esplodere ieri "è stato acquistato una settimana fa da Game".
Difficile al momento capire quindi che ruolo avrebbero dovuto avere i presunti complici.



mercoledì, 07 ottobre 2009

Morte al Nono Secolo! La teologia del progresso

Lo scorso 24 settembre, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha tenuto un discorso alle Nazioni Unite. Un buon oratore cerca di manipolare i luoghi comuni profondi del suo pubblico e quindi un discorso, più è retorico, più ci dice sugli ascoltatori.

Lasciamo perdere i soliti elementi di hasbara adoperati da Netanyahu e che ormai tutti conosciamo a memoria, e passiamo alla maniera con cui Netanyahu tratta il tempo.

All'inizio del discorso, dichiara:
"Signor Presidente, Signore e Signori, circa 62 anni fa le Nazioni Unite riconobbero il diritto degli Ebrei – popolo antico di 3500 anni – ad un proprio stato nella patria dei propri antenati."
E' un'affermazione che fa acqua storica e archeologica da ogni parte, ma ribadisce il concetto fondante del nazionalismo ottocentesco: uno Stato - concetto esclusivamente moderno - appena assicuratosi un territorio, inventa le carceri, una lingua ufficiale e un Antico Passato che per motivi misteriosi dovrebbe legittimarne l'esistenza.

I Savoia hanno il diritto di occupare Napoli, perché Virgilio è esistito.

Ma qual è il nemico dello Stato? Nel caso specifico, a Netanyahu interessa istigare altri a colpire l'Iran al posto suo.

In un consesso multireligioso come quello delle Nazioni Unite, non è però il caso di inveire contro l'Islam, o contro le razze orientali. Piuttosto, Netanyahu inveisce contro il Nono Secolo, in nome del Ventunesimo:
"La lotta contro questo fanatismo [l'Iran] non è uno scontro di religioni nè uno scontro di civiltà. E’ uno scontro fra la civiltà e la barbarie, fra il 21° e il 9° secolo, fra coloro che glorificano la vita e coloro che glorificano la morte.

L’arretratezza del 9° secolo non può tener testa al progresso del 21° secolo.

Il richiamo della libertà, il potere della tecnologia, l’ampiezza della comunicazione vinceranno sicuramente. Il passato non può davvero trionfare sul futuro. E il futuro offre a tutti i popoli magnifiche riserve di speranza. Il progresso avanza a velocità esponenziale.

Sono passati secoli fra la macchina da stampa e il telefono, decenni fra il telefono e il personal computer, soltanto pochi anni fra il personal computer e internet. Quello che pochi anni fa sembrava irraggiungibile oggi è già obsoleto, e a malapena possiamo immaginare le evoluzioni future. Troveremo la chiave del codice genetico. Cureremo l’incurabile. Allungheremo la vita. Troveremo una alternativa economica ai combustibili fossili e ripuliremo il pianeta.

Sono orgoglioso che il mio paese, Israele, sia all’avanguardia in questo progresso e traini l’innovazione nelle scienze e nella tecnologia, in medicina, biologia, agricoltura e acqua, energia e ambiente. Ovunque si sviluppino, queste innovazioni offrono all’umanità un futuro illuminato da promesse mai immaginate prima."
Lasciamo perdere la pedante domanda, cosa c'entri Ahmedinejad - di sette anni più giovane di Netanyahu - con il nono secolo,[1] e cerchiamo di cogliere il senso del quadro retorico che Netanyahu dipinge.

Netanyahu esprime perfettamente l'altra metà della grande fantasia ottocentesca sul tempo: l'ineluttabile Marcia del Progresso. Chi ha un Antico Passato ha marciato di più e quindi è più nel futuro di chi non ce l'ha.

Questa visione del tempo ha un'origine ben precisa.

E' la visione di chi, nell'Ottocento, possedeva i mezzi per soggiogare il mondo. Ritenendo il proprio il migliore dei mondi mai esistiti, il nucleo imperiale dell'Occidente proiettava se stesso in un futuro ancora migliore. Se il Futuro è bene, il Passato è male. Essendo gli uomini del passato per definizione morti, la teologia del progresso non aiuta a definire un nemico concreto, se non si ricorre a un trucco: quello di definire la grande massa dei propri contemporanei - quelli che andavano soggiogati - come "sopravvivenze" o "ritorni" del passato.

Siamo abituati a dividere gli autori di quei tempi in buoni (universalisti) e in cattivi (razzisti). In realtà, progressisti razzisti e progressisti universalisti appartenevano entrambi a un unico mondo concettuale.

Scriveva l'antropologo americano Lewis Henry Morgan nel 1877,
"Man mano che risaliamo il corso della storia, dall'uomo civilizzato verso il selvaggio, il volume del cranio diminuisce e le sue caratteristiche animali si rivelano: è un segno della necessaria inferiorità dell'individuo".
Visti con il telescopio della storia, i teschi lontani sembrano più piccoli. Un bel razzista, direte. Ma nella pratica, le conseguenze che tira sono forse diverse da quelle di Friedrich Engels, quando - criticando i concetti di uguaglianza e fratellanza sostenuti dagli anarchici - scriveva:
"Gli Stati Uniti e il Messico sono due repubbliche; in entrambe il popolo è sovrano.

Come ha potuto accadere che tra queste due repubbliche, le quali in base alla teoria morale dovrebbero essere "affratellate" e "federate", scoppiasse una guerra a causa del Texas, che la "volontà sovrana" del popolo americano, sorretta dal coraggio dei volontari americani, abbia spostato di alcune centinaia di miglia più a sud, "per necessità geografiche, commerciali e strategiche", le frontiere tracciate dalla natura? Bakunin accuserà forse gli americani di aver condotto una "guerra di conquista" che, pur dando un duro colpo alla sua teoria basata sulla "giustizia e l'umanità", è stata combattuta soltanto nell'interesse della civilizzazione?

O il fatto che la splendida California sia stata strappata ai pigri messicani che non sapevano che farsene costituisce una sventura?

E' una sventura che con il rapido sfruttamento delle miniere d'oro che vi si trovano, gli energici yankees accrescano i mezzi di circolazione, concentrino in pochi anni una densa popolazione e un ampio commercio nelle località costiere più adatte del Pacifico, costruiscano grandi città, realizzino una ferrovia che corre da New York fino a San Francisco, schiudano finalmente l'Oceano Pacifico alla civilizzazione e per la terza volta nella storia imprimano un nuovo indirizzo al commercio mondiale?

L'"indipendenza" di alcuni californiani e  texani spagnoli ne soffrirà, qua e là verranno violate la "giustizia" e altre norme morali; ma che significa al cospetto di tali avvenimenti storici di portata mondiale?"
[2]
Il riferimento al Messico non è casuale: da cinque tremendi secoli, il México artificial - vicerè, frati, massoni, conservatori filospagnoli e affabulatori del mitico "passato azteco",  imprenditori stranieri, economisti socialisti e liberisti - conduce una vana e fallimentare guerra di "riforme" contro il México profundo.[3] Il mistero di quell'incessante resistenza e la ricerca di una maniera di vincerla - dunque, un obiettivo  profondamente militare - ha portato indirettamente alla nascita stessa dell'antropologia.

mexico profundo

Il padre dell'antropologia fu infatti Edward Burnett Tylor, non a caso agnostico e non a caso cresciuto in una laboriosa famiglia di imprenditori quaccheri. Il suo primo libro fu Anahuac, or Mexico and the Mexicans, in cui si auspicava l'annessione del Messico agli Stati Uniti. L'antropologia nasce così: mettere in fila tutti i popoli, da quelli con un piede nel futuro a quelli addormentati nel passato, per cercare come civilizzare o almeno addomesticare i secondi.[4]

All'orizzonte il Futuro, con noi la Storia.[5]

Ora, qui c'è una cosa curiosa. Netanyahu fa un discorso costruito per i ceti politici e mediatici del pianeta. Per farlo, usa due luoghi comuni - il Popolo Antico che Legittima lo Stato Moderno e il Progresso contro il Passato - tipici del pieno Ottocento, proprio agli inizi della rivoluzione industriale.

E' comprensibile che ai tempi in cui si poteva salire per la prima volta su un treno, aspettandosi chissà quali altre affascinanti diavolerie dietro l'angolo, queste retoriche potevano avere un loro fascino.

Da allora, però, abbiamo scoperto la natura assolutamente aleatoria e sfuggente di quello che ai nostri ormai lontani avi sembrava l'Ineluttabile Progresso. Per la maggior parte degli esseri umani, il futuro è precario e imprevedibile, quando non è semplicemente minaccioso.

Eppure, nulla ha sostituito il Luogo Comune dell'Ottocento, perché nulla ha sostituito il capitalismo. E il capitalismo lavora nel tempo, fondandosi sulla scommessa di investire oggi per guadagnare di più domani. Il capitalismo deve credere al futuro, quindi. Certo, un Futuro da conquistare con i denti, le ruspe e le bombe, ma che è garantito a chi si agita a dovere.

Più , dei filosofi, i pubblicitari vanno all'essenza delle cose. Ascoltiamo come il cuore del pensiero di Morgan, Tyler,  Engels e Netanyahu viene riassunto in uno slogan sul sito di Mondopromoter (un nome, un programma):
"Non perdere questa occasione per costruire il tuo futuro e ricorda che la professionalità è l’unica arma vincente in un mercato sempre più competitivo."
Note:

[1] O cosa c'entri il nono secolo con un paese come l'Iran, diventato sciita nel sedicesimo secolo.

[2]p. 375, Engels, Il panslavismo democratico, in Marx-Engels, critica dell'anarchismo, Einaudi.
 
[3] Si veda Guillermo Bonfil Batalla, México profundo. Reclaiming a Civilization, University of Texas Press, 1996 (2007).

[4] La Mission dell'antropologo, per citare un neologismo:
"Ai promotori di ciò che è buono e valido e ai riformatori di ciò che è dannoso alla cultura moderna lo studioso della cultura rende il duplice servizio di fornire una dottrina coerente dello sviluppo umano che deve spingerli a farlo ancora avanzare, poiché si mette a loro disposizione una visione più chiara della storia e delle possibilità della nostra specie e permette di individuare i resti di una rozza cultura antica che devono essere eliminati".
E.B. Tylor, Primitive Culture, Vol. I, p. 539, citato in Giulio Angioni, Tre saggi sull'antropologia dell'età coloniale, S.F. Flaccovio Editore, Palermo, 1973, p. 88.

[5] Tra tanti cultori dell'evoluzione, non cito Charles Darwin. Le cui scoperte furono subito integrate nella religione del progresso, ma per mano di altri: la teoria dell'evoluzione in sé è un'altra cosa.



venerdì, 02 ottobre 2009

Il figlio di Ahmed si mette la minigonna

Ragionare con un islamofobo è un'impresa ardua: "Sì, sarà vero che a Parigi un musulmano accusato di voler mettere una bomba era innocente, ma che mi dici del senegalese sotto casa che tiene la musica ad alto volume o di quello che ha detto un tizio con la barba in un villaggio nel Pakistan contro la polenta? Avanti, rispondi!"

Però, se gli islamofobi non ragionano, mi offro a ragionare un attimo al posto loro. Diciamo che faccio loro da insegnante di sostegno.

Separiamo gli innumerevoli motivi, personali, teologici o culinari, per cui qualche aspetto del mondo tra Dakar e Borneo possa risultarci sgradito, dal nocciolo del discorso islamofobo. E separiamo anche l'islamofobia da tutti i problemi che ovunque accompagnano le migrazioni (tipo, non capiscono le nostre barzellette, mangiano troppo piccante, fanno la pipì sui muri, ecc. ecc.).

L'islamofobia vera e propria mi sembra si basi su due premesse fondamentali. Se stanno in piedi, gli islamofobi hanno qualcosa da dire. Se non stanno in piedi, farebbero meglio a darsi alla raccolta di francobolli, che è anche più rilassante.

La prima premessa è che in Europa, esistano qualcosa come "i musulmani".

La seconda premessa è, che quei musulmani abbiano sia l'intenzione che la possibilità concreta di cambiare la vita che viviamo noi.[1]

Infatti, non è molto interessante sapere se una ragazzina di origine egiziana a Milano porterà anche lei il foulard islamico, come lo portava sua nonna al Cairo. In quel caso, c'è solo uno spostamento geografico: volete comprare elettrodomestici cinesi? Volete farvi le vacanze a Sharm el-Sheikh o Cancún? E allora zitti, se oltre agli oziosi, si spostano pure i lavoratori con le loro famiglie.

Il punto è che nella ragazzina egiziana che a Milano indossa il foulard, non c'è proprio nulla che intacchi la mia vita, nessuna "islamizzazione" di ciò che non è islamico.

La domanda cruciale è, i musulmani faranno portare il foulard a mia figlia, che non è di origine egiziana? Ovviamente esiste la remota possibilità che mia figlia scelga di farsi musulmana, come potrebbe farsi Testimone di Geova o buddhista del Soka Gakkai, ma l'islamofobo non sta parlando di improbabili scelte individuali, bensì di un rischio per tutta la società.

Torniamo alla prima premessa. Esistono i "musulmani"? Beh, sulla carta sì. Solo che i musulmani reali che conosco io sono:
- ingegneri socialisti laureati all'università di Casablanca, attualmente muratori

- contadini berberi della montagna marocchina, che ci tengono molto a non essere arabi

- pizzaioli giordani che inveiscono contro i marocchini (berberi o arabi)

- scapestrati algerini scappati dal proprio paese, che vogliono divertirsi, bere alcol e correre dietro le ragazze lontani dall'imam e soprattutto dai parenti

- pittori astrattisti persiani con una casa a Stoccolma e un'altra a Los Angeles

- miliardari egiziani che parlano con i propri figli esclusivamente in inglese

- curdi dell'Anatolia che maledicono i turchi

- curdi dell'Iraq che maledicono gli arabi

- turchi aleviti comunisti che odiano i sunniti

- nazionalisti turchi che non amano gli arabi, i curdi o gli aleviti

- iracheni sunniti in fuga dagli sciiti

- albanesi che chiamano i propri figli Kevin, Elvis o Rossella

- rom kosovari che si trovano meglio con i serbi ortodossi che con i suddetti musulmani di nome Kevin, Elvis e Rossella
Potrei continuare per ore, ma fermiamoci qui. Siccome occorre essere buoni con i non raziocinanti, facciamo finta di non aver appena demolito la base dell'islamofobia, e diamo per buono che "esistano i musulmani", nel senso in cui negli anni Cinquanta "esistevano i comunisti": cioè milioni di persone che aderivano a un movimento transnazionale, più o meno unito allo scopo di cambiare il mondo.

Ora, questi musulmani come dovrebbero procedere per cambiare il mondo, per "islamizzarlo" insomma? Facendo figli, ci rispondono gli islamofobi. Probabilmente, l'idea è che se fanno tanti figli, poi diventeranno la maggioranza e faranno eleggere un governo che imporrà la legge islamica a tutti.

Gli europei non fanno figli, gli immigrati musulmani sì... il punto però è che fanno figli pure i peruviani e i cinesi e i filippini. Insomma, i musulmani rimarranno sempre una minoranza tra gli immigrati. E peruviani, cinesi e filippini non hanno la minima intenzione di farsi musulmani in blocco.

L'islamofobia sostiene che la cultura islamica si potrebbe imporre su quella che possiamo chiamare (scusate il termine riduttivo) cultura europea. Se dovesse succedere, potrebbe essere solo per un miracolo, che dimostrerebbe non solo che Dio esiste, ma che è pure dalla parte dei musulmani: non resterebbe che prenderne atto.

Abbiamo infatti visto che non ci potrà essere un'islamizzazione per maggioranza numerica. L'islamizzazione si potrebbe imporre solo perché gli italiani (o i peruviani) ne restano affascinati.

Infatti, non si è mai vista una cultura dominata imporsi su una cultura dominante. Certo, il teatro greco si è imposto a Roma; ma i romani erano già convinti in partenza di avere tutto da imparare, in materia, dai greci. Insomma, i greci erano i trendsetter in materia, i romani no. Mentre i quattro gatti di romani erano trendsetter in materia di urbanistica e di lingua, tanto che celti, iberi e germani accorrevano a farsi romani.

E' vero che la cultura europea si potrebbe benissimo appropriare di qualche aspetto delle culture di persone che si ritengono musulmane: il kebab ad esempio.

Ma il fatto che mangiamo pomodori, non vuol dire che gli europei siano diventati aztechi. Vuol dire che gli europei si sono mangiati sia i pomodori che gli aztechi.

Poniamo, per semplificare, che i musulmani non solo esistano, ma che costituiscano il 10% della popolazione di un paese europeo medio. Vuol dire che il 90% della popolazione, per ora, non è musulmana, e sta lì che attende di essere abbagliata dai musulmani.

Ora - a parte pittori astrattisti persiani e chirurghi siriani, che comunque esistono - i musulmani sono in genere degli sfigati. Se va bene, lavorano in fonderia.

Invece i trendsetter dei nostri tempi non lavorano in fonderia. Stanno in televisione, negli studi pubblicitari, sulle spiagge delle Maldive (dove applicano i loro costumi alla faccia dei locali, altro che shari'ah) e altri luoghi gradevoli. A voi calcolare quanti musulmani ci sono in televisione, negli studi pubblicitari o sulle spiagge delle Maldive, tolti ovviamente quelli che puliscono i gabinetti.

Gli islamofobi hanno in genere bisogno di disegnini, per cui gliene facciamo due.

Il primo disegnino raffigura dei musulmani a casa loro. Precisamente in Marocco, dove li vediamo impegnati a fare il lavoro sporco per portare La Fattoria 3 (quella del 2006) a casa nostra.

la-fattoria-sfigati
Nel secondo disegnino, vediamo una simil-escort di nome Justine Elizabeth Mattera, mentre lavora anche lei alla produzione della Fattoria 3, sempre in Marocco. Una dei Nostri che fa cose nostre a Casa Loro per portarci Casa Loro dentro Casa Nostra, insomma.

justine-matteramarocco
Possiamo porre la domanda così: i trendsetter saranno i laboriosi della prima foto (di cui tipicamente non si vedono nemmeno le facce) o l'oziosa della seconda foto?

Completiamo quindi il quesito fondamentale sull'islamizzazione: è più probabile che mia figlia indossi il foulard islamico, o che la figlia di Ahmed, turnista al macello comunale, indossi la minigonna?

Questo ragionamento mi è venuto in mente leggendo su una mailing list un tipico post contro "ciò che vorrebbe imporci la legge islamica."

La prova che qualcuno vorrebbe "imporci la legge islamica" consiste in una presunta intervista con un anonimo teppista in Svezia. L'anonimo teppista, di cui non vengono precisate le origini etniche e che non parla di religione, afferma: «Voglio guidare una Saab turbo ed abitare in una bella villa».

Che a me sembra una mirabile dichiarazione di fede nei valori fondamentali dell'Occidente contemporaneo. Il figlio di Ahmed si è messo la minigonna, insomma.

Non che gli servirà a molto cercare di fare il vichingo ganzo: un frequentatore della stessa mailing list commenta,
"Quuesti schifosi cavernicoli invasati e bestiali rovineranno il mondo, se non li fermiamo OVUNQUE ricacciandoli a calci nel culo nel loro abisso di inciviltà!..... Altro che "integrazione"!!!!!!!!!!!!"

Nota:

[1] Lo so da me che i musulmani credenti amerebbero veder convertire il mondo. Anche il Capitano Ashtar Sheran cerca di farci cambiare vita, ma nei fatti incontra qualche problema.



mercoledì, 23 settembre 2009

Sanaa Dafani, Roberto Sardi, Giuseppe Mandanici (anche se non ve li ricordate)

Qualcuno mi ha chiesto cosa penso del caso di Sanaa Dafani, la giovane barista di Pordenone uccisa da un padre ossesso alcuni giorni fa.

In realtà, avevo già scritto qualcosa a suo tempo a proposito di un caso curiosamente analogo, quello di Hina Salima, anche lei impiegata in un bar, anche se qui il caso sembra molto più individuale e il Pakistan non è certamente il Marocco.

Lascio la parola invece a Dafne Eleutheria, che ho già avuto l'onore di citare su questo blog.

Dafne Eleuteria è uno spirito libero di notevole buon senso e  ha seguito con attenzione alcuni casi che la cattiva coscienza italiana ha fatto presto a dimenticare.

Riprendo integralmente il post di Dafne (l'originale è sul suo blog) però vi invito a leggere soprattutto la seconda parte, che è certamente quella più interessante.

Leggo la vicenda sfortunata di questa giovane ragazza sul sito de "La Repubblica":
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/pordenone/pordenone/pordenone.html

Il signor El Ketawi Dafani ha ucciso la figlia diciottenne Sanaa. L’ha sorpresa in auto con il fidanzato, l'ha inseguita e l'ha finita con una coltellata alla gola. Prima di ucciderla ha ferito il suo fidanzato Massimo De Biasio che aveva cercato disperatamente di difenderla. La motivazione: non sopportava che frequentasse quell'uomo di tredici anni più grande di lei. In Marocco, dove Sanaa Dafani era nata, la tradizione non permette di convivere con un uomo senza sposarsi. E invece Sanaa, da tre mesi, era andata a vivere a Montereale Valcellina con il suo fidanzato.

Ovviamente a nulla sono valse le parole de’ vari imam che hanno condannato senza condizioni il gesto mortifero affermando che nel Corano non è scritto da nessuna parte che un padre è legittimato ad uccidere la propria figlia perché ha deciso di vivere in maniera “troppo occidentale”, ma si sa, in questo paese si ascoltano solo determinate dichiarazioni degli imam, quelle che fanno “più comodo”. Una tragedia familiare, dunque, la cui gravità rimane ovviamente immutata; sul fatto che il signor El Ketawi debba marcire nel posto che si merita nessuno lo mette in dubbio, tuttavia lo schifoso sillogismo: il signor El Ketawi è un musulmano, il signor El Ketawi ha assassinato sua figlia perché la sua religione glielo chiede, tutti i musulmani assassinano la propria figlia quando la loro religione lo richiede, sta facendo rivoltare nella tomba il buon Aristotele e contribuisce a gettare benzina sul fuoco nel paese in cui vivo. La ministra Carfagna giunge addirittura a volersi costituire “parte civile”, così come leggo in questo sito de “La Repubblica”:

http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/SANAA-CARFAGNA-CI-COSTITUIREMO-PARTE-CIVILE/news-dettaglio/3717693

"Un delitto orribile, disumano, inconcepibile, frutto di una assurda guerra di religione che e' arrivata fin dentro le nostre case. Per questa ragione chiederò all’Avvocatura dello Stato di potermi costituire parte civile nel processo, non appena sarà iniziato”. Così il Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, commenta l’uccisione di Sanaa, la ragazza marocchina di Pordenone di diciotto anni che voleva vivere con un ragazzo di religione cristiana. “Casi terribili come questi ci inducono a proseguire la strada del ‘modello italiano’ nell’integrazione degli immigrati: ciascuno, in Italia, deve avere il diritto di professare la propria fede come crede, ma il Paese può accettarlo soltanto se questa è rispettosa dei diritti umani, compreso quelli delle donne, e delle leggi dello Stato”.

Una guerra di religione? Ma qui che cos’è che confligge, l’interpretazione personale della propria religione con la cultura laica del paese in cui si vive oppure la religione musulmana con quella cristiana? Perché nell’articolo c’è scritto: “la ragazza marocchina di Pordenone di diciotto anni che voleva vivere con un ragazzo di religione cristiana”? Perché questa volontà di voler citare a tutti i costi la religione cristiana? Se Sanaa si fosse innamorata di un ateo suo padre non avrebbe detto nulla? Se si fosse innamorata di un induista a suo padre non sarebbe importato nulla? Non è forse il desiderio di vivere laicamente, e non cristianamente, il vero, autentico problema?

Quello del signor El Ketawi è un problema presente in tutte le culture e in tutte le religioni. E’ il problema che nasce nel momento in cui i nostri figli decidono di vivere la loro vita seguendo strade che noi non condividiamo. Per noi l’efferatezza di cui il signor El Ketawi si è reso responsabile è qualcosa di inconcepibile, e su questo nessuno ha nulla da ridire, ma ciò non toglie che anche nelle famiglie cristiane, laiche o atee possano sorgere problemi, incomprensioni, gesti odiosi che non portano all’omicidio, ma che restano, comunque, odiosi e senza giustificazione alcuna.

Ho un’amica che rimase incinta e che fu costretta dai suoi genitori ad abortire. Contro il suo parere, dal momento che voleva tenere il proprio figlio, eppure fu costretta ad abortire perché troppo giovane per poter affrontare, da sola, una vita con il nascituro. E’ evidente che se questa mia amica avesse portato a termine la gravidanza non sarebbe stata ammazzata dal padre, ma si sarebbe comunque ritrovata in mezzo a una strada. Non un omicidio, ma pur sempre un atto estremo.

Ricordo che a Rocca, un paesino vicino alla mia città, c’era un signore che aveva deciso che suo figlio avrebbe fatto il prete. Questo ragazzino era obbligato dal padre ad andare in chiesa tutti i giorni a servire il prete. Un giorno decise di andare a giocare a pallone con i suoi amici, il prete, non vedendolo arrivare, informò il padre e questi, non appena il figlio tornò a casa, lo pestò, sicché da quel giorno ritornò a frequentare la chiesa tutti i giorni. Ha qualcosa a che fare la religione cristiana con questa testa di cazzo che aveva già deciso per suo figlio? Certo che no, eppure se la stessa cosa la facesse un musulmano assisteremmo ad un “tutti  i musulmani che vogliono che il proprio figlio diventi un imam lo pestano a sangue nel caso si rifiuti, e tutto questo a causa della LORO religione”.

E veniamo al caso estremo: uccidere il proprio figlio, il sangue del proprio sangue.

Nell’Estate del 1993 a Cerignola, in provincia di Foggia, Roberto Sardi fu ucciso dal padre Raffaele a colpi di pistola. La motivazione fu: «Non potevo più sopportare la sua diversità e tutto quello che comportava per me e per la mia famiglia, uno scandalo». Ovviamente si sarà capito che Roberto era gay. Colpa dell’educazione cristiana? Ovviamente nessuno – giustamente – lo affermerebbe.

Nell’Estate del 1995 Vincenzo Mandanici assoldò due sicari, Massimiliano Calcedonio Maniscalco e Francesco Floramo per uccidere il figlio Giuseppe perché non sopportava il disonore che gli aveva causato il figlio “femminello”. Giuseppe Mandanici fu ferito la sera del 13 Agosto 1993 mentre si prostituiva a Furnari, in provincia di Messina, vestito da donna. Sottoposto ad un delicato intervento chirurgico le sue condizioni si aggravarono per una improvvisa infezione e morì. L’ipotesi dell’accusa, suffragata da una sentenza di condanna di primo grado, fu completamente ribaltata e il padre padrone fu assolto con formula piena. La difesa riuscì a convincere che Floramo e Maniscalco volevano “solo” dare una lezione al gay e che questi era morto in ospedale perché, con il suo comportamento irrequieto, si era esposto all’infezione. I soliti salti mortali del nostro bel paese (e vengono in mente altri salti, come quello di Pinelli per cui fu coniata addirittura la formula del “malore attivo” per accontentare tutti). In primo grado la Corte d' assise inflisse dodici anni a Vincenzo Mandanici, dieci anni a Maniscalco ed otto anni e otto mesi a Francesco Floramo, condannandoli tutti per omicidio preterintenzionale. Dopo il “ribaltone” i giudici d' Appello assolsero gli imputati dall' accusa di omicidio volontario. Conclusione: assoluzione piena per Vincenzo Mandanici, e per i rei confessi? Tre anni e quattro mesi per “omicidio colposo” a Massimiliano Calcedonio Maniscalco che ammise di avere sparato all' omosessuale, e due anni per “detenzione di armi” a Francesco Floramo, che la sera dell’agguato al gay aveva guidato l’auto del killer. Proprio un bel paesino questa nostra Italietta, non c’è che dire.

C’è qualcuno che si permetterebbe mai di imputare alla religione cristiana il fatto che ogni tanto qualche genitore indignato decide di mettere fine alla vita del proprio figlio frocio? Certo che no, i genitori che compiono questi atti estremi sono persone che combattono contro fantasmi tutti personali (e non solo purtroppo) che niente hanno a che vedere con la religione in cui credono. E allora, perché nel caso in cui è una ragazza musulmana ad essere uccisa s’invoca sempre la colpevolezza del Corano? Inoltre, nei casi testé citati c’è forse qualcuno che si sia mai costituito come parte civile? Che demente che sono, la Carfagna ha addirittura dato disposizioni affinché venisse tolta dal sito del suo inutile ministero la pagina Web in cui si parla della lotta all’omofobia. Di fronte alla semplice domanda: “Perché?” la risposta – dal ministero – è stata altrettanto semplice: “Non è stata ritenuta prioritaria”. E infatti, stando alle ultime vicende di cronaca, bisogna ammettere che queste persone hanno proprio capito tutto….



lunedì, 21 settembre 2009

Daniela Santanchè tra i poliziotti

Apprendiamo che la comproprietaria, assieme a Flavio Briatore, del Billionaire, Daniela Santanché, si è presentata  in mezzo a un nugolo di poliziotti ai festeggiamenti di fine Ramadan alla Fabbrica del Vapore di Milano: un nome che indica il tipo di luoghi in cui i lavoratori musulmani che mandano avanti questo paese possono precariamente ritrovarsi.

Per gli appassionati di moda, riferiamo che la signora Daniela Santanchè indossava  occhiali Ray-Ban in stile pariolina-anni-Settanta e una mimetica con tanto di stellette.

La signora Daniela Santanchè ha gridato frasi sconnesse contro le donne musulmane presenti e secondo alcuni avrebbe anche cercato di spogliarne qualcuna.

A quanto dicono i media, un signore con il braccio ingessato avrebbe reagito. Cogliamo l'occasione per esprimergli tutta la nostra simpatia e anche la disponibilità a cercare di aiutarlo in caso avesse bisogno di assistenza legale.

Credo che questa immagine renda abbastanza bene cosa voglia dire cercare di essere musulmani oggi.

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giovedì, 10 settembre 2009

Ferruccio De Bortoli rilancia il Prodotto Oriana Fallaci

La Rizzoli in questi giorni rilancia in una nuova edizione - niente banale ristampa - La rabbia e l'orgoglio di Oriana Fallaci. Con una prefazione di Ferruccio De Bortoli, che spiega dettagliatamente come questo imprenditore milanese ha costruito il Prodotto Fallaci. Cose già note, ma su cui vale la pena ritornare.

Ricordiamo che la pubblicazione del testo di Oriana Fallaci fu un evento credo unico,  o quasi: il principale quotidiano italiano - in eterna concorrenza con Repubblica - ha  dedicato numerose pagine, compresa la prima, non a una notizia, ma al confuso sfogo di una persona dimenticata da quasi tutti ed evidentemente non più tanto sana di mente.

Sulla natura caotica dello scritto della Fallaci, che inizia parlando di "quarantamila, quarantacinquemila" morti nella strage dell'11 settembre, dicemmo più o meno quanto vi fosse da dire, alcuni giorni dopo la sua uscita.

Un prodotto mediatico offre infinite possibilità di giocare con gli specchi. Ferruccio De Bortoli lancia il prodotto, poi annuncia al mondo che il prodotto è una notizia. Il giorno dopo l'uscita dell'articolo di Oriana Fallaci, il Corriere della Sera titolava, infatti: «L’Italia si divide nel nome di Oriana».

In un certo senso era vero: il circo si scatenò, da una parte ("Brava Oriana, calci in culo a 'sti immigrati e bombe a volontà sugli arabi!") e dall'altra ("Alla Fallaci vogliamo tanto bene, ma forse stavolta esagera"). Entrambe le fazioni hanno trascurato un fatto fondamentale: gli scritti post-11 settembre di Fallaci sono inconsistenti su qualunque piano, storico, politico o letterario.

Per farvi capire che non lo diciamo per spirito di parte, proponiamo un piccolo esperimento: mettete a confronto gli sfoghi della Fallaci e il romanzo Il campo dei santi di Jean Raspail.

Jean Raspail sosteneva le stesse tesi e faceva gli stessi errori di fondo di Oriana Fallaci.

Ma Jean Raspail coinvolgeva nella lettura, presentava personaggi complessi, sapeva cos'è l'ironia, cercava di analizzare le cause delle cose, conosceva la storia, non sfuggiva ai dilemmi etici, non insultava... Con un autore così ti puoi arrabbiare tremendamente, ma lo prendi sul serio. Eppure la casalinga di Voghera sa chi è Oriana Fallaci e non ha la più pallida idea chi sia Jean Raspail.

Oriana Fallaci è (ri)diventata famosa quindi non per merito dei suoi contenuti, ma per motivi di mercato.

Il nome di Oriana Fallaci, infatti, è stato un timbro di rispettabilità messo sui rancori di massa di milioni di italiani. Grugniti, sbrodolamenti, eruzioni, dischi rotti che si ripetono, parolacce, spintoni, corna che spuntano dai finestrini delle auto, voglia di ficcare ombrelli negli occhi del prossimo.

ferruccio de bortoli e oriana fallaci Tutte cose che giustamente non pretendono di avere alcun valore letterario o culturale. La rabbia e l'orgoglio rispecchia quindi perfettamente il cliente medio del libro, che non distingue più tra se stesso e l'autrice. Mentre il sofisticato testo di Jean Raspail, in apparenza tanto più gradevole da leggere, non rispecchia affatto gli sfoghi unidimensionali delle masse.

Il mercato quindi c'era, mancava il prodotto. E mancava soprattutto il produttore. Le società occidentali, infatti, tengono insieme le cattive intenzioni con il collante dei buoni sentimenti obbligatori. E quindi fino al 2000, nessun produttore serio poteva permettersi di entrare in quel mercato.[1]

Nel 2000, i neoconservatori hanno trionfato negli Stati Uniti. Con l'intenzione di lanciare lo "scontro di civiltà" in tutto il pianeta, mentre l'intifada si intensificava in Palestina.

Ecco che il prodotto è diventato lecito. E ha trovato subito un produttore, Ferruccio de Bortoli, allora direttore del Corriere della Sera - poi della RCS Libri, del Sole 24 Ore e di nuovo del Corriere della Sera.

Lo dice la prefazione alla nuova edizione della Rabbia e l'orgoglio. E' interessante notare come il Corriere della Sera regali un po' di pubblicità gratuita al Prodotto del proprio direttore, presentando gratuitamente ai propri lettori la prefazione.

Lasciamo perdere le frasi esaltate di de Bortoli ("Ecco, Oriana è stata la nostra Madre Coraggio") e andiamo al sodo.

De Bortoli dice che fu la Fallaci a chiamarlo al telefono, per dirgli qualcosa di sconnesso a proposito degli attentati. De Bortoli colse subito l'occasione per praticare la grande circonvenzione d'incapace:
"«Potremmo fare un’intervista, Oriana, che ne dici?». Si fece convincere. «Ma la devi fare tu, d’accordo?». «Va bene». «Prendi il primo aereo e vieni». Attesi la riapertura dei collegamenti fra l’Europa e gli Stati Uniti e salii sul primo aereo fra Milano e New York. Era il 15 settembre."
  Cioè, nel momento più critico della storia recente, il direttore del principale quotidiano si assentò a tempo indeterminato per intervistare una pensionata che non aveva nulla di nuovo da dire.

Ferruccio de Bortoli arrivò, e trovò che Oriana Fallaci aveva già scritto da sola un lungo sfogo. Lui le chiese di poterlo pubblicare al posto dell'intervista, lei esitò.  De Bortoli racconta come fatto normale che lui doveva bloccarla quando lei si alzava per urlare un po' di parolacce ("epiteti") dalla finestra contro gli immigrati sotto casa.

 De Bortoli le chiese almeno di scrivergli una lettera pubblica, e tornò all'assalto il giorno dopo, promettendole addirittura la prima pagina:
«Faremo un palchettone, a nove colonne (c’erano ancora), poi girerai all’interno in un inserto speciale. Sarà come un libro che si pubblica la prima volta su un quotidiano, va bene?» 
Nel 2007, Repubblica avrebbe intervistato Roberto Sandalo, ex-killer di Prima Linea diventato militante antislamico:
E l´impegno anti-islamico com'è nato?

«Un anno fa abbiamo deciso di dar vita a "Sos Italia", un'associazione che raccogliesse il testimone delle battaglie iniziate da Oriana Fallaci - per me resta la "compagna Emilia", il suo nome di battaglia nella Resistenza - dopo l´11 settembre. Molta gente anche di sinistra è convinta, come me, che non sia accettabile che ogni quattro giorni si apra una moschea in Italia».
Poco dopo, ognuno sarebbe tornato al proprio posto. Roberto Sandalo in carcere per alcuni goffi attentati antislamici, Ferruccio De Bortoli alla direzione del Corriere della Sera.

Nota:

[1]In Italia, Il campo dei santi è stato pubblicato dalla minuscola casa editrice di estremissima destra, Edizioni di Ar, con un ritardo di ben 25 anni sulla sua uscita in Francia.

P.S. Ringrazio R. che ha segnalato l'uscita della nuova edizione della Rabbia e l'orgoglio.



lunedì, 06 luglio 2009

Terrorismo, Gran Bretagna detenuto per 8 anni senza accuse

2009-07-03 18:49
TERRORISMO: GB, DETENUTO PER 8 ANNI SENZA ACCUSE

(di Mattia Bernardo Bagnoli)

"Ritengo responsabile Tony Blair, la Camera dei Lord, la Regina, i politici e il Parlamento: tutti loro hanno le mani sporche in questa storia". E' il durissimo 'j'accusé di Dina Al Jnidi, moglie di Mahmoud Abu Rideh, rifugiato palestinese arrestato nel 2001 in Gran Bretagna per sospette attività terroristiche e detenuto per otto anni senza mai vedere uno straccio di accusa. Un'ordalia che lo ha lasciato menomato nella mente oltre che nel fisico. "Ricordo perfettamente il giorno che la polizia è venuta a prendersi mio marito: era il 19 dicembre del 2001". Inizia così il racconto di Dina, pubblicato oggi a doppia pagina dal quotidiano britannico Independent.

 "Erano in 30, tutti armati: hanno puntato i fucili in faccia a me e ai miei bambini. Alcuni si sono fatti la pipì addosso. Hanno scaraventato a terra mio marito, gli sono saliti sulla schiena. Lui urlava. 'Zitto, fottuto terrorista', hanno risposto". Mahmoud Abu Rideh a quel punto sparisce. Per 40 giorni Dina lo cerca invano ma le autorità britanniche tengono la bocca cucita. Alla fine Mahmoud 'spunta' presso la prigione di Belmarsh. "Sono andata a trovarlo, con i miei figli", ricorda Dina. "Lo hanno tenuto dietro a un vetro: mio marito non conosce bene l'inglese ma non gli hanno permesso di parlare in arabo". Mahmoud denuncia comunque alla moglie le violenze e le privazioni che avrebbe subito di continuo in carcere. Alla fine i suoi nervi cedono e viene trasferito all'ospedale psichiatrico di Broadmoor dove, stando a Dina, Mahmoud ha iniziato a ferirsi da solo.

Poi, nel 2005, Rideh è stato 'liberato' e posto agli arresti domiciliari secondo le disposizioni contenute nel Prevention of Terrorism Act: braccialetto elettronico, obbligo di firma digitale, niente internet per sé o i suoi familiari, niente visite se non autorizzate dal ministero dell'Interno. Condizioni che, nonostante le sentenze contrarie della Corte europea di giustizia e dei diritti umani, permangono tuttora.

Dina, esasperata, ha infine lasciato il Regno Unito e si è trasferita in Giordania da alcuni parenti. A Mahmoud è stato però negato il permesso di espatriare. Sino ad oggi. Dopo anni di battaglie legali, grazie anche al sostegno di Amnesty International, Rideh si è infatti presentato all'Alta Corte del Regno Unito con una sola richiesta: quella di poter lasciare per sempre il paese. E davanti ai giudici dell'Alta Corte il governo ha finalmente accettato di emettere un "permesso di viaggio" della durata di cinque anni.

"Io e mio marito - scrive Dina - siamo scappati dalle torture degli israeliani per trovare una situazione peggiore in Gran Bretagna. Io sono britannica, anche i miei figli lo sono. Perché è accettabile che si venga trattati in questo modo?". "Sin dal 2001 - ha detto Kate Allen, direttore di Amnesty International UK - Mahmoud è stato imprigionato senza accuse formali o soggetto a limitazioni della libertà. Non gli è mai stato permesso di vedere le 'prove' che sono state raccolte a suo carico.

Nessuna sorpresa che la sua stabilità mentale sia così severamente compromessa. Se il governo reputa che Rideh abbia dei legami con organizzazioni terroristiche lo mandi a processo". "Il mio assistito - ha detto Gareth Peirce, avvocato di Rideh - farà richiesta questo pomeriggio e speriamo di ottenere il documento entro due settimane al massimo. Era in uno stato di completa disperazione: oggi questa condizione è stata in qualche modo alleviata. 0ra dobbiamo solo aspettare e vedere cosa accade". (ANSA).



domenica, 31 maggio 2009

Non divulgate i vostri sentimenti, ordina la Digos...

La Digos, veniamo a scoprire, ha appena portato a termine un'importante operazione, denominata - con immancabile americanismo - "Operazione Switch Off".
"Individuati e oscurati da Digos e polizia postale di Torino due siti web che contenevano riferimenti alla Jihad e altri scritti contro i paesi occidentali."
Siccome contribuisco a mantenere questa gente con le mie tasse, mi chiedo esattamente come la Digos abbia speso quei soldi.[1]

Intanto, i due misteriosi siti che la Digos, dopo mesi di indagine, avrebbe "individuato", se ne stavano felicemente linkati dal mio blog da quasi due anni, per motivi che abbiamo spiegato ampiamente qui.

Secondo, i due blog hanno poco a che fare con l'Italia, per cui mi chiedo come abbia fatto la polizia italiana a "oscurarli".

Infatti i due blog ummusama.blogspot.com e abulbarakat.blogspot.com erano ospitati negli Stati Uniti.

Sono i blog, rispettivamente, di 'AbdulQâdir FadlAllâh Mamour (variamente storpiato nei media) e di Aisha Barbara Farina.

Entrambi i blog sono in lingua italiana, ma solo il gestore di Ummusama è di nazionalità italiana e comunque lei vive in Senegal; e i due blog parlano raramente dell'Italia.

Quindi, se ho ben capito, la polizia italiana può chiudere siti ospitati negli Stati Uniti gestiti da cittadini senegalesi perché contengono "riferimenti alla Jihad" e "altri scritti contro i paesi occidentali".

Veramente di "riferimenti alla Jihad" ce ne sono, secondo Google, su 24.600.000 siti web...

Ma il sito della polizia di stato precisa, invece, che è una questione di sentimenti:
"Attraverso questi canali, gli autori, individuati dagl'investigatori nell'ex imam di Carmagnola (Torino), Abdul Qadir Fall Mamour e sua moglie, Barbara Farina, divulgavano dal Senegal sentimenti di odio e violenza, inneggiando alla Jihad."
Sembra che uno degli elementi di accusa più gravi sia stato l'invito rivolto dal blog Ummusama a pregare per Malika el Aroud (Oum Obeyda), la straordinaria scrittrice in carcere in Belgio: un invito che celerebbe un ordine a immaginarie "cellule dormienti" a liberarla con la forza.

Chi sa quale era allora il messaggio in codice quando Benedetto XVI ha dichiarato lo scorso 24 maggio, Giornata di Preghiera per la Cina.

Ribadisco tutta la solidarietà di questo blog - per quel che può contare - con chiunque venga perseguitato per le sue idee o per i suoi "sentimenti", anche quando non si tratta delle mie idee o dei miei sentimenti.

E vi segnalo che a poche ore dalla trionfale conclusione di Operazione Switch Off, Ummusama è rinata, con tutti i suoi burqa' e jihad e scorrettezze politiche, a questo indirizzo:


Nota:

[1] Premio per la migliore Spiegazione Incomprensibile del 2009 al dirigente della Digos torinese, Giuseppe Petronzi, che dichiara a proposito dei due blog chiusi:
«Un fenomeno come questo è preoccupante nella misura in cui, in maniera serena, dobbiamo capire quanto questo tipo di messaggio sia fine a se stesso o possa essere raccolto sul territorio, per cui si deve decidere di procedere nel momento in cui ci sia motivo di ritenere che il messaggio sia troppo intenso, o di natura violenta o recepibile sul territorio».



martedì, 19 maggio 2009

Magdi Allam spiega perché le mucche volano

La politica dovrebbe essere quella cosa che permette ai cittadini, agli abitanti della polis, di decidere della propria sorte.

Oggi vige invece un consenso, per cui a decidere della nostra sorte deve essere invece il libero mercato, o meglio chi possiede il mercato; nonché un'impenetrabile rete di trattati, segreti o semplicemente incomprensibili, che ci legano alla NATO, all'Organizzazione Mondiale del Commercio e alle misteriose strutture europee.

I proprietari del mercato sono vari e litigano spesso e volentieri tra di loro; ma le loro alleanze cambiano continuamente e sono del tutto trasversali a quella che chiamiamo "destra" e "sinistra", o "laicismo" e "cattolicesimo".

I potenti si incontrano in vari cenacoli e circoli, o magari semplicemente ristoranti, ordinati in maniera sottilmente gerarchica, dall'Aspen Institute giù giù fino ai piccoli locali di provincia.

All'unità in alto, si contrappone una feroce divisione in basso, tra i semplici funzionari che non possono accedere ai circoli alti e devono quindi farsi strada dentro una della due fazioni simboliche in cui resta divisa la società: la Destra oppure la Sinistra, con le maiuscole dovute a contenitori quasi puramente nominali.

Tutta una serie di meccanismi psicologici e sociali tengono in piedi le due fazioni simboliche.

Prendiamone uno. Vi ricordate di Magdi Allam, detto il Pinocchio d'Egitto per la sua creatività ai tempi in cui lavorava per Repubblica e per il Corriere della Sera? Al momento è ridotto a frequentare qualche circolo teocon, ma presto ne sentiremo parlare di nuovo, visto che a giugno verrà quasi sicuramente eletto al parlamento europeo.

Magdi Allam ha recentemente rilasciato un'intervista a Klaus Davi, che un'agenzia stampa riassume così:
"Allam: Olocausto gay in Paesi Arabi? Omertoso silenzio omo Roma, 14 MAG (Velino) - "Perche' le associazioni gay tacciono sulla persecuzione degli omosessuali nei Paesi arabi? Semplice, perche' e' una sinistra islamicamente corretta, che fa si' che, nei confronti dei musulmani, si preferisca non dire e non fare tutto cio' che possa urtare la loro suscettibilita'. E' un silenzio omertoso islamicamente corretto. Un certo mondo gay di sinistra e associativo che e' in prima fila contro la Chiesa, contro il Papa, contro le scuole cattoliche, ma e' in prima fila nella difesa delle moschee, delle scuole coraniche e persino del diritto, o presunto diritto, delle donne musulmane di indossare il velo integrale non solo nei loro Paesi d'origine, ma anche qui in Europa". Nel corso del programma Klauscondicio Magdi Allam ha commentato i recenti assassini di persone gay in Iraq, Palestina, Egitto, Iran in merito al quale "certe lobby gay tacciano ma e' un silenzio omertoso frutto dell'islamicamnete corretto". (com/dbr) 141122 MAG 09 NNNN"

Le parole di Magdi Allam ricordano chi ti chiede con aggressiva insistenza, "avanti, spiegami perché le mucche volano?" Prima di rispondere alla domanda, il saggio si accerta, se è vero o no che le mucche volano.

Giustamente, Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay, dice di essere rimasto "senza parole" per le sue affermazioni, ed elenca un gran numero di attività condotte dall'Arcigay contro il trattamento degli omosessuali nei paesi islamici.

L'intero brano di Magdi Allam è infatti una balla, dall'inizio alla fine. Non solo le "associazioni gay di sinistra" non tacciono sui problemi delle persone omosessuali nei paesi islamici; ma non hanno mai difeso, che mi risulti, i diritti dei musulmani in Italia. Non è certo un rimprovero - nulla obbliga un'associazione che per statuto deve difendere i gay di protestare, ad esempio, per espulsioni arbitrarie di persone accusate di covare "sentimenti antioccidentali".

Ma una menzogna così palese, espressa con tanta convinzione, maschera necessariamente qualcos'altro.

Infatti l'intervento di Magdi Allam riflette più ampie fantasie della Destra sulla Sinistra.

Alla base, c'è un perverso senso di invidiosa inferiorità.

La Destra ha interiorizzato in pieno la discutibile certezza della Sinistra di essere moralmente superiore. "Io posso farmi le vacanze ai Caraibi, ma sono di Destra e quindi sono scusato, però come si permette uno di Sinistra di avere anche la casa al mare, ipocrita radical-chic!" Un'idea curiosamente cattolica della moralità come semplice privazione.

Qui esplode tutto quel filone di fantasie sui vegetariani che andrebbero in giro con le scarpe di cuoio, i black bloc che si recherebbero alle manifestazioni con l'autista che passa loro le molotov nascoste nel baule della Mercedes e quant'altro. La Sinistra vuole essere il clero dei nostri tempi, e quindi si prende addosso tutto quel rancore che una volta i semplici riservavano per i frati, sospettati di godersi in realtà la vita mentre fingevano di soffrire.

Poi c'è l'idea che la Sinistra, in quanto incarnazione della giustizia, deve protestare per tutte le ingiustizie del mondo, anche quelle che subisco o credo di subire io. La formula è sempre quella: "Perché la sinistra tace su..." Ciò su cui si accusa la sinistra di tacere appartiene sempre a una di due categorie.

Nella prima, rientrano una serie di fatti che fanno arrabbiare realmente quello di Destra: "Perché la sinistra tace sul rumeno che ha rubato un portafoglio in metropolitana?" "Perché la sinistra tace sul fatto che io non posso allargare il balconi di casa mia?" Al che uno direbbe, ma perché non protesti tu, invece?

Nella seconda categoria, ci sono una serie di cause di cui non gliene importa in realtà nulla a quello di Destra, ma che servono per far sembrare ipocrita la Sinistra: gente che non sa dove si trovi il Vietnam, o pensa che gli iraniani siano arabi, chiede furiosa, "perché la sinistra tace sui montagnard vietnamiti?" O, appunto, "perché la sinistra tace sui gay iraniani?"

Il "Perché la sinistra tace?" viene lanciato senza informarsi prima se effettivamente la Sinistra tace su quello specifico tema. Ed è interessante notare che nemmeno un ex-vicedirettore del Corriere della Sera, come Magdi Allam, prende la briga di informarsi.

Un altro elemento è l'unificazione complottistica del nemico. Magdi Allam odia i comunisti. Magdi Allam odia i musulmani. Quindi, i musulmani e i comunisti devono costituire un blocco unico. Che è come dire, mi sta antipatico Magdi Allam. Mi sta antipatico il localino di Roberto Cavalli vicino casa. Quindi, Magdi Allam deve essere amico di Roberto Cavalli.

A questa falsificazione, se ne aggiunge un'altra: è prassi utile attribuire sempre al nemico un idealismo che non possiede.

Ecco che si fa finta di credere che i funzionari diessini sognino segretamente una sanguinosa rivoluzione con esproprio di tutti i cellulari, e abbiano bisogno di orde fanatiche di musulmani per condurla. O magari è il contrario, il kebabbaro pakistano che ha paura dei Rom, non ama la Guardia di Finanza, disprezza i marocchini, diffida dei Panjabi, odia gli sciiti, racconta barzellette sconce sugli afghani e guarda il Grande Fratello, in realtà è venuto in Italia solo per manipolare gli ingenui comunisti e conquistare il potere.

Ora, è vero che gli amministratori di Sinistra sono a volte più tolleranti verso gli immigrati di quelli di Destra. Non è dovuto a un complotto, ma semplicemente al fatto che gli amministratori di Sinistra sono in genere politici di professione, che provengono dal vecchio PCI oppure (più di quanto si pensi) dalla vecchia DC. Non sanno fare altro e non vogliono bruciarsi la carriera in qualche drammatico falò; e quindi si muovono con grande cautela, mediando, discutendo, cercando di farsi più amici che nemici. Ma la Sinistra ha quasi sempre taciuto (per citare la frase di Magdi Allam) quando i musulmani vengono cacciati o arrestati con accuse puramente ideologiche.

Perché vi giuro che l'Islam non l'hanno inventato i comunisti, e nemmeno viceversa.



martedì, 12 maggio 2009

L'albero del pane e la polenta: divagazioni globali

Grazie al sistema dei commenti, un blog ti obbliga a discorrere. Cioè a monologare o a dialogare.

Monologare - un'attività che si può fare anche in parecchi - significa lanciare cori di "evviva!" ogni volta che la nostra squadra segna un punto e urlare invece "venduto", "infiltrato" o semplicemente "verme schifoso" ogni volta che si alza una voce di opposizione.

Dialogare significa ritenere che ci si possa avvicinare di più alla verità, rivedendo continuamente le proprie idee in base a ciò che gli avversari ci fanno notare.

Per un buon dialogo, ci vuole un buon avversario: cioè una persona che sostiene  una posizione più o meno opposta alla nostra, ma si sa esprimere in maniera corretta e intelligente.

Prendo come mio avversario socratico del giorno, quindi, Lif del blog Euro-holocaust, che è intervenuto qui ieri tra i commenti. Invece di rispondere direttamente al suo intervento, vado sul suo blog e trovo una frase breve e chiara, che può benissimo essere oggetto di una discussione interessante.

In un post Lif scrive:
"I mille e sempre nuovi fronti aperti per le varie minoranze (dalla critica anti-colonialista al ricordo del genocidio ebraico, dai diritti degli omosessuali all'accettazione di pratiche sociali alloctone in terra europea) servono solo a sviare dalla critica fondamentale, ossia quella della struttura politico-sociale. Il sempre maggiore spazio agli stranieri e ai diversi in genere non mette in discussione l'esistente. Vladimir Luxuria e Fiona May non rappresentano un miglioramento della società, ma solo una sverniciata ipocrita."
Senza qualche premessa condivisa, non ci può essere dialogo: se Tizio dice che la Luna è tonda, e Caio gli risponde dicendo che no, il postino non è ancora passato, non si va lontano.

Qui invece esiste un concetto su cui ci troviamo d'accordo: che la critica fondamentale è quella della struttura politico-sociale.

Qualcuno sicuramente dirà, "ma lo dice solo per mascherare il suo razzismo". Questa è un'obiezione valida, quando un potente uomo politico, in grado di decidere delle nostre vite, ammanta azioni di un tipo con parole di un altro tipo.

Ma non è un'obiezione valida quando ci sono solo le parole, come in un blog: non conosco di persona Lif, ma sono sicuro che lui, come me, sia una persona priva di qualunque potere concreto. E quindi discuto delle sue parole, non di vane ipotesi sulla sua psiche.

Mi trovo parzialmente d'accordo con un altro concetto che Lif esprime: cioè che "Vladimir Luxuria e Fiona May non rappresentano un miglioramento della società, ma solo una sverniciata ipocrita."

Solo che l'intera tesi di Lif può essere rovesciata. Prendiamo un esempio.

Esistono veramente dei professionisti della chiacchiera che strillano perché una canzonetta a Sanremo racconta come sia bella la conversione di un certo Luca dall'omosessualità all'eterosessualità. E questi stessi professionisti della chiacchiera spesso accolgono tranquillamente la flessibilizzazione del lavoro o la spedizione militare in Afghanistan.[1]

Ma è la teledisputa in sé  a "sviare dalla critica fondamentale". Non svia solo lo stipendiato dell'Arcigay, svia anche il suo compare in ozio, il cardinale dagli abiti svolazzanti che gli risponde.

In modo analogo, esaltare il vincitore Rom del Grande Fratello oppure infuriarsi perché ci sono i bambini Rom all'asilo costituiscono modi paralleli di "sviare".

Ho detto che non condivido la confusione tra "varie minoranze." Semplificando molto la storia, è l'80% della specie umana che ha subito il colonialismo - e anche di più, se tra chi ne ha subito gli effetti ci mettiamo, storicamente, gli irlandesi, gli italiani del sud o le tante altre "colonie interne" del passato. La critica anticolonialista, se fatta seriamente, costituisce quindi la storia stessa degli ultimi secoli.[2]

Del ricordo del genocidio ebraico abbiamo parlato spesso qui: ebrei e armeni hanno ovviamente il diritto di ricordare le violenze subite, ma la metastoria dell'Olocausto non è un discorso di minoranza, bensì costituisce oggi il mito  fondante dell'Occidente.

L'emancipazione delle persone di orientamento omosessuale è strettamente legata a un sistema economico che non si basa più sulle strutture collettive - familiari e non - ma sul consumo individuale.[3]

Infine, per quanto riguarda le presunte pratiche sociali alloctone... quelle che ci sono, sono semplicemente modi di vivere che seguono i loro portatori. Che, ricordiamo, sono il motore di quel che resta dell'economia italiana. In buona parte le "pratiche alloctone" si perdono presto e non vengono certamente mai imposte agli altri. Basta porsi la domanda, è più probabile che mia figlia porti il hijab a vent'anni, o che la figlia di Rashid, operaio di fonderia, porti la minigonna alla stessa età?

Lif però si contraddice, affermando invece qualcosa che condivido in pieno: "Il sempre maggiore spazio agli stranieri e ai diversi in genere non mette in discussione l'esistente." Il "buon musulmano" che appare in televisione per dire qualunque banalità insulsa possa piacere al pubblico non sta islamizzando l'Occidente; sta occidentalizzando l'Islam. E così il vincitore Rom del Grande Fratello, chiamato con teleintimità "Ferdi":
"Ferdi era perfetto se si voleva rappresentare il caso umano e pietoso e nello stesso tempo non rompere i tabù dei luoghi comuni e del pregiudizio. Lui, il bambino vittima ma riscattato, diventato un buon cittadino italiano, i suoi genitori, i rom rappresentano invece faccia cattiva del popolo rom, quella dell’immaginario collettivo, della propaganda leghista, per la quale tutti rom sono ladri, sfruttatori dei figli e ladri dei bambini altrui."
Ben più incisive sono altre pratiche alloctone: l'italiano medio non ha avuto bisogno di incontrare un solo marocchino, per arrivare a vivere in maniera praticamente indistinguibile dal resto del ceto medio globalizzato. Abbigliamento, abitazione, alimentazione, arredi... già con la prima lettera dell'alfabeto, la vita a Paderno Dugnano diventa quasi identica alla vita a Rio de Janeiro.

E non è una storia nuova. Pratiche alloctone sono il consumo della polenta a base di mais, della pizza al pomodoro, dello zucchero e del caffè. Perché la globalizzazione è un fatto, non della fine del Novecento, ma della fine del Quattrocento.

Passiamo così dai ragionamenti a raccontare tre aneddoti.

Bernardo de Balbuena era il figlio illegittimo di un indio messicano con proprietà in Spagna e in Messico e di una donna spagnola: e già in questa coppia, troviamo qualcosa che ci fa rivedere qualche luogo comune.

Nel 1604, Balbuena scrive nel suo poema epico, La grandeza mexicana:
"Con il Perù, le Molucche e la Cina,
la Persia, la Scizia, la Mauria
e altri popoli, vicini o lontani,
con la Francia, l'Italia e i suoi tesori,
con l'Egitto, il Grande Cairo e la Siria,
la Taprobane e il Chersoneso d'Oro,
con la Spagna, la Berberia,
l'Asia, l'Etiopia, l'Africa, la Guinea,
la Gran Bretagna, la Grecia, le Fiandre e la Turchia,
con tutti costoro [il Messico] commercia e corrisponde".
E in quel mondo, dice Balbuena, sorgono:
"Uomini e donne
di colori e di mestieri diversi
differenti per lingua e origine
intenzioni, scopi e desideri,
e talvolta credenze e opinioni."

Oppure, meno poeticamente. Grazie al cinema già globale da un secolo, conosciamo tutti l'ammutinamento del Bounty. Ma forse non tutti sappiamo perché la nave salpò dall'Inghilterra, finendo la sua carriera nel Pacifico.

Joseph Banks, botanico inglese che era stato nel Pacifico con il capitano Cook, dirigeva un luogo eminentemente politico: i giardini botanici reali di Kew.

Da lì, cercò di gestire la globalizzazione delle piante, facendo seminare cactus e oppio in India e caffè in Australia, con esiti - per fortuna - in genere fallimentari.

Nel 1787, mandò il capitano William Bligh sulla nave Bounty. Dall'Inghilterra a Tahiti, per procurare gli alberi del pane.

Alberi del pane da portare e piantare nei Caraibi, come alimentazione a poco prezzo per gli schiavi - trascinati in altre navi dall'Africa [4] - che producevano lo zucchero (canna da zucchero, produzione un tempo araba): il principale prodotto, allora, di tutto l'impero globale britannico.

Ultimo aneddoto.

Abbiamo già parlato qui e qui della campagna per impedire la costruzione di una moschea a Colonia, in Germania.

La campagna è stata lanciata da un movimento che si chiama Bürgerbewegung pro Köln (movimento dei cittadini pro-Colonia), che si è recentemente allargato diventando pro-NRW (Bürgerbewegung pro Nordrhein-Westfalen, il nome della regione).

A quest'ultimo movimento ha recentemente aderito un ricchissimo imprenditore edile, il novantenne Günther Kissel. I soldi per contestare altre moschee non gli mancheranno, visto che l'impresa di Günther Kissel ha da poco incassato 3,2 milioni di euro dall'Unione Europea e dalla regione per la costruzione della moschea Merkez (gestita da un'agenzia dello stato turco) nel quartiere di Marxloh a Duisburg.

Note:

[1] In realtà, sono buoni tutti a criticare la flessibilizzazione del lavoro o la povertà nel mondo, è come lamentarsi del tempo. Mentre criticare la spedizione in Afghanistan significa citare i nomi e i cognomi di chi l'ha voluta.

[2] Un'altra questione è la natura romanzesca di certe narrazioni che servono per giustificare il presente: i neri tutti fratelli che vengono dall'antico Egitto, le fantasie sulle glorie passate degli indoeuropei, il regno immaginario di Salomone, i nativi americani sentimentali ed ecologisti...

[3] Pim Fortuyn e mille altri ci dimostrano l'ovvio: che in una società in cui i diritti di chi nasce omosessuale non vengono contestati, gli omosessuali possono diventare carogne come tutti.

[4] Introduzione al calcolo mercantile: costava di meno comprare uno schiavo nuovo, che allevarlo; per cui le schiave venivano fatte abortire (altroché "invenzione della cultura della morte di Pannella"). Con l'abolizione della tratta nel 1807, i proprietari incoraggiavano le loro schiave, invece, a sposarsi per produrre nuova manodopera.







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