martedì, 13 maggio 2008

Problemi veri

Noi stiamo lì a sguazzare in antipatie e simpatie personali, in identitarismi microscopici di ogni sorta che sorgono dal miasma dei morti del Novecento, in piccoli dettagli di arredamento.

Intanto sta montando in tutto il pianeta una marea gigantesca, che ci spazzerà via a tutti: anzi, senza che ce ne accorgessimo, ha già spazzato via tutto il mondo che conoscevamo: continuiamo a raccontarci il mondo com'era mezzo secolo fa, ma è già qualcosa di totalmente diverso.

Per atavico istinto, tutti cercano di dare un nome umano a questa cosa, per avere qualcuno con cui prendersela: gli zingari, Bush, i comunisti, Berlusconi, i musulmani, i preti, gli atei, gli ebrei, gli arabi...

Sarebbe laicamente più sensato dire, invece, che è Satana, o l'idrovora stessa della storia che ci ingurgita e ci sputa fuori a tutti.

Questo articolo di Luciano Gallino, pubblicato - incredibile - su Repubblica del 10 maggio 2008, ci presenta qualcosa della proporzione del cataclisma, i meccanismi inesorabili che lo producono senza posa, per semplici leggi di flusso dei capitali.

Il meccanismo non esclude il delitto: è fatto esso stesso di migliaia di decisioni di consigli di amministrazione, di migliaia di decisioni di governi: "la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta."

Ringrazio il sito Altre Storie, l'unico a riportare l'articolo in rete: presumo che il curatore del sito lo abbia trascritto a mano.


News: : L'OCCIDENTE PRODUCE FAME
(Categoria: MONDO)
Inviato da altrestorie
Saturday 10 May 2008 - 20:17:40
Tempo fa l´allora presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ebbe a dire che quando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica.

Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.

Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo.

Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee.

L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone.

Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.

Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie.

La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo.

Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta.

Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business.

Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.

È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio.

Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali.

Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.

Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato.

In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio.

Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.

Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo.

Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni.

Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.

Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.

Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere.

Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare.

Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria.

Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati.

Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere.

di Luciano Gallino da Repubblica del 10/5/08




lunedì, 10 marzo 2008

Cosa vuol dire "imperialismo"?

Non so voi. Però noi siamo antimperialisti.

Ma cosa vuol dire "imperialismo"?

Prendiamo il titolo di un libro appena uscito, The Three Trillion Dollar War, di John Stiglitz e Linda Bilmes. 

Three trillion, cioè tremila miliardi, cioè, 3,000,000,000,000 di dollari è la "stima prudenziale" dei costi reali dell'attacco all'Iraq. Per gli Stati Uniti - i costi per l'Iraq non interessano a nessuno.

Per tirare su questa somma, gli Stati Uniti non hanno aumentato le tasse. Anzi, le hanno tagliate, almeno per i ricchi.

E allora, se non sono stati gli americani a farlo, chi ha pagato?

Non è una domanda da poco, visto che three trillion dollars sono pari a circa 500 dollari a testa per ogni essere umano del pianeta, lattanti del Ciad compresi.

La risposta la diede già oltre trent'anni fa l'economista Michael Hudson,  allora collaboratore della Chase Manhattan Bank e attualmente docente di economia, in Super Imperialism. The Economic Strategy of American Empire (1972, ma disponibile in rete con un'aggiornamento introduttivo del 2003).

E' un mattone, ma un mattone importante.

Oggi, il meccanismo che Hudson descrive come "the largest free lunch ever achieved in history" comincia a presentare qualche problema. Ma nei mesi successivi all'invasione dell'Iraq, si stimava che il 60% della crescita economica statunitense fosse dovuta all'aumento delle spese militari.


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martedì, 08 gennaio 2008

L'Impero di Ross 708

Ogni tanto, parlo di "imperialismo" e di "antimperialismo".

Immancabilmente, qualcuno risponde. O meglio, per uno che risponde civilmente qui, ce ne sono dieci altrove che manco ti parlano, ma fanno subito il gioco delle tre carte: se sei contro l'imperialismo, dicono, significa che odi collettivamente "gli americani" oppure - immancabile trucco - "gli ebrei". Così, giusto perché i primi non sanno arrotare la "erre" oppure perché i secondi nascono con cognomi tipo Goldstein.

Sarebbe difficile per me provare antipatie collettive, viste le mie origini transcontinentali, ma le accuse piovono lo stesso.

Questa è una falsificazione interessante perché proviene, congiuntamente, da destra e da sinistra, in un promiscuo fronte rosso-azzurro (dove azzurro è il colore di Forza Italia, per capirci), che va da Magdi Allam a certo cascame anonimo o pseudonimico di Indymedia.

Comunque, è uscito un bell'articolo di Giampaolo Visetti su Repubblica (lunedì 7 gennaio), intitolato "Camerun, la battaglia al cibo globale", che ci dà un esempio molto concreto di cosa voglia dire imperialismo.

Del rapporto tra Camerun e imperialismo, abbiamo già parlato nelle note a questo post  ma qui torniamo sull'argomento per parlare di un fatto più recente.

Partiamo da un pollo, con il bel nome ruspante di Ross 708.

Ross 708  è un'invenzione dell'Aviagen, che assieme a un'altra ditta, la Cobb-Vantress, produce il 90% dei "parentali" dei polli consumati nel mondo. L'Aviagen ha base a Edinburgo e negli Stati Uniti, ma è stata acquistata recentemente dalla tedesca Erich Wesjohann GmbH & Co. KG, e questo ci aiuta a capire perché l'Europa che conta non sarà mai nemica e nemmeno rivale degli Stati Uniti.

chicken_horror_movie

Ross 708 è un coso transgenico, riprodotto con tanto di manuale per l'utente, e qui è facile lasciarsi prendere da paure emotive e forse scientificamente infondate.

E' un fatto però che Ross 708 matura in un mese, e consumando appena un chilo e 600 grammi di mangime, diventa un chilo di carne.

Il Ross 708 quindi sta al pollo normale come la Maxim, la prima mitragliatrice portatile, stava ai fucili ad avancarica dei nativi africani, all'epoca del colonialismo:

And when the heat of Afric's sun
Grew quite too enervating,
Some bloodshed with the Maxim gun
Was most exhilarating!

Il Ross 708 produce un gigantesco petto, e relativamente poco altro. Il Ceto Medio Globalizzato  consuma quei petti. Il resto si potrebbe anche buttare; ma perché non guadagnare qualche dollaro lo stesso con gli scarti?

Così gli avanzi (zampe, cosce, viscere, cresta...), a prescindere dalle loro condizioni eventuali di deterioramento, vengono surgelati e smerciati nel cosiddetto Terzo Mondo. Nemmeno il trasporto costa tanto, visto che i voli internazionali oggi non pagano le tasse sul carburante. E i dazi non sono certo un grosso problema, visto che il Fondo Monetario ha imposto al regime camerunense tutti i sani valori del progresso, dall'apertura dei mercati alle privatizzazioni.

I rottami di Ross 708 arrivano nel Camerun a prezzi talmente bassi da distruggere gli allevamenti locali - due famiglie camerunensi su tre hanno un po' di polli o di altri animali.

Il colpo all'allevamento non arriva solo. Visetti parla anche di

"sacchi di riso da Cina, Vietnam e Thailandia. Cipolle dall'Olanda. Mais dagli Usa. Pomodori dalla Turchia. Pesce dalla Danimarca. Scatolame scaduto dall'Europa. Vestiti e scarpe ancora dalla Cina".

Il risultato è la distruzione radicale dell'economia tradizionale e la migrazione di massa nelle baraccopoli.

Certo, restano le produzioni direttamente al servizio del mercato occidentale.

Al primo posto c'è il petrolio, che come in tutto il resto del mondo è più un male che un bene: dà poco lavoro, inquina, va a finire altrove. E' vero che rende molto denaro, ma solo a un numero ristretto di governanti corrotti, che lo investono nei paesi dominanti. E poi in Camerun è arrivata anche la Halliburton...

Al secondo posto, viene il legname, che dà però lavoro ad appena 25.000 persone in tutto il paese.

Persone che lavorano alacremente - almeno alcuni anni fa, si prevedeva l'esaurimento delle risorse boschive del Camerun entro il 2010.

Il costo umano di Ross 708 (e di tutto il resto, ovviamente) è difficile da calcolare. Cosa significa non solo la perdita di un reddito, ma anche la migrazione nelle metropoli e la distruzione dei legami familiari e tribali, che come in tutte le città del Terzo Mondo vengono sostituiti dalla cultura delle bande dedicate al reciproco saccheggio?

Il nostro asservimento mentale è tale che parliamo di "violenza" solo quando qualcuno, senza divisa, picchia qualcun altro.

In realtà, la violenza sta nell'imposizione di una volontà sull'altra in maniera ineludibile e vincolante, non nella presenza o meno di ematomi.

Gli effetti di Ross 708 sono paragonabili a quelli di un'invasione armata. E quindi sarebbe sciocco negare che anche questa sia violenza.

Arriviamo alle lezioni da trarre da tutta questa vicenda, così simile a quelle di tutti gli altri paesi colpiti dall'imperialismo.

Parlando con elementare linguaggio fallaciano, non sono "loro" che vengono "qui". Prima di tutto, siamo "noi" (o i "nostri" conculturanei dell'Aviagen) che andiamo "lì".

Secondo, quando "loro" vengono "qui", è vero che nascono dei problemi, di cui quello più reale è la svalutazione della forza lavoro proprio quando questa meno serve.

Ma cosa succede quando "noi" andiamo "lì"?

Milioni di persone perdono i mezzi di sopravvivenza, la famiglia, la casa e diventano profughi in immense bidonville da cui non si può sperare di uscire mai.

Terzo (e qui vediamo allontanarsi molti amici che si ritengono "progressisti" e "democratici"), la soluzione non si trova con le buone intenzioni o gli aiuti: l'ambigua e spesso famelica orda delle ONG crea e insieme sfrutta la nostra percezione delle esigenze del "Terzo Mondo", canalizzandola verso la devastante via di "altri soldi".

Quarto, sopravvivenza e indipendenza sono inseparabili; e ci renderemmo ridicoli se dovessimo cercare di suggerire noi in base a quali principi i popoli debbano liberarsi: l'indipendenza è per definizione cosa loro e non nostra.

Ma sappiamo che i paesi del Terzo Mondo sono in genere governati da imprenditori, che sfruttano il fatto di avere il monopolio delle armi e dei posti statali, unicamente per accumulare tesori da investire in banche estere. Sembra un paradosso, ma più è "forte" un regime, più tende a indebolire la nazione davanti agli interessi stranieri.

Perciò, la sopravvivenza presuppone qualcosa di molto difficile, che può accadere solo raramente: liberarsi insieme dai lacci internazionali e da quelli locali.

Ecco, in una frase, cosa vuol dire antimperialismo.




lunedì, 29 ottobre 2007

Aggregatore antifuffa

Dacia Valent propone un aggregatore nuovo, Il Partigiano.

Non entro nei dettagli; mi interessa la questione di principio.

Il nuovo aggregatore non è concorrenziale o ostile ad altri aggregatori, ma è riservato a chi si riconosce in tre parole: anticapitalismo, antimperialismo, antirazzismo.

E' una definizione importante. Innanzitutto, è spudoratamente negativa. Si può essere "per" qualcosa,  quando ci sono forze che stanno visibilmente costruendo un mondo diverso. Oggi non è così: nel capitalismo assoluto, il mondo lo stanno costruendo loro.[1] Noi possiamo sognare qualcos'altro, ma adesso tocca difenderci. Battendoci contro i mali dei nostri tempi.

I tre termini poi, non si riferiscono a retoriche fumose, a identità sentimentali o al passato, ma a fatti del presente.

Ad esempio, un antimperialista non è uno che "vuole promuovere il dialogo tra i popoli e le culture".

Magari lo è anche; ma in questo momento ha in mente una cosa molto più concreta: il fatto che stanno mettendo su una superbase imperiale a Vicenza, da cui dovranno partire i futuri attacchi al Medio Oriente; o il fatto che possono mettere in carcere una persona perché guarda siti internet di chi si oppone all'Impero.

Un antirazzista non è solo per "la comprensione e l'integrazione". E' per la chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea e la fine delle deportazioni di meteci colpevoli di avere idee politiche sgradite.

Un anticapitalista non è per l'ossimoro dello "sviluppo compatibile", perché sa che il capitalismo è trasformazione distruttiva.

Le tre discriminanti si basano su fatti e su ragionamenti.

E' legittimo ragionare diversamente, ovviamente. Sicuramente la maggioranza, di destra ma anche di  centro-centro-sinistra, ragiona diversamente da noi su queste cose.

Però qui ci rivolgiamo a chi condivide questi tre punti.

Quando si cerca di fare la quadratura del cerchio, cioè mettere insieme buoni sentimenti e pessime azioni, si deve cessare di ragionare e di guardare i fatti.

Ad esempio, quando ci si dichiara "pacifisti" e poi si vota come vota (più onestamente) Berlusconi, a favore della spedizione militare italiana in Afghanistan oppure (anche se lì non si vota neanche) a favore della superbase imperiale di Vicenza.

Marino Badiale, nel suo contributo all'importante libretto I Forchettoni rossi. La sottocasta della 'sinistra radicale' [2] ci dà una serie di esempi del linguaggio politico quando diventa mistificatorio rumore di fondo.

Prendiamo Lidia Menapace, persona indubbiamente perbene, ma pienamente inserita nel meccanismo della sottocasta.

Inizia così un suo articolo sul Manifesto (del 23.03.07) dal titolo, "Perché voterò sì alla missione". Uno lo legge, quindi, cercando di capire perché è bene mandare soldati italiani a combattere in Afghanistan sotto comando statunitense.

Ecco cosa risponde la Menapace:

"Tra noi sembra che non corra più parola, ma solo lingua e spesso di grado zero, automatica, meccanica, sicché ad alcune formule magiche segue una catena di espressioni prevedibili, non inventive. Sono invece convinta che la necessità di innovazione simbolica e politica sia oggi massima e rischiosissima: ma il riposante linguaggio degrè zero non è meno pericoloso, anzi, e in più non aiuta a capire".

Seguono altri nove lunghi paragrafi nello stesso tono, in cui riesce a non dire assolutamente perché ha votato a favore dell'occupazione militare in Afghanistan sotto comando statunitense.

Questo genere di fuffa, in cui scompaiono i fatti e i ragionamenti, si avvale in genere di appelli emotivi a quella che Marino Badiale chiama l'identità vuota. Fatta di un linguaggio condiviso e di piccoli codici di accesso (pensiamo ai film di Nanni Moretti); di nostalgici ricordi di altri tempi (il "patrimonio di lotte"); di pedigrismo [3]; di nemici personalizzati, demonizzati e tirati in ballo per drammatizzare.

Citiamo sempre dal testo di Marino Badiale. Un "appello degli iscritti di Rifondazione a Genova" condanna l'opposizione del senatore Turigliatto alla guerra in Afghanistan, dicendo che

"Oggi gioiscono Bush e l'amministrazione Usa, il Vaticano e Mediaset".

Piccolo particolare: nell'appello mancano le parole "Afghanistan", "guerra", "spese militari" e, ovviamente, "comando statunitense". "Vicenza" compare, con ineguagliabile ipocrisia, in questa frase:

"Per i lavoratori, per i movimenti, per il popolo di Vicenza oggi è tutto più difficile".

Vediamo un fenomeno analogo nell'aggregatore Kilombo, che è un dignitoso tentativo di quadrare il cerchio, costruito in perfetta buona fede. Nel manifesto per la creazione di Kilombo slow, leggiamo:

"Alcuni non possono sentir parlare di Partito Democratico, altri non ne possono più della sinistra di lotta e di governo. Kilombo rischia di subire questa situazione e di implodere. Sarebbe un peccato, perchè è proprio nel momento in cui la sinistra "reale" si divide che bisogna fare valere le ragioni del dialogo riscoprendo il patrimonio storico e valoriale che ci accumuna ."

No, non è che la gente è litigiosa.

Certo, dividersi sulle quisquilie è sciocco.

Invece è giustissimo dividersi sui fatti.

Cioè su questioni come la base di Vicenza, l'embargo europeo a Gaza o i CPT. Non è mica necessario odiarsi, per capire una cosa semplice. Cioè che al di là del "dialogo" e del "patrimonio storico e valoriale", qui o sei a favore o sei contro.

Noi siamo contro.

Note:

[1] Pensiamo alla vacua imbecillità del termine riformista oggi. Come se il centrosinistra, quando arriva al governo, stesse progressivamente migliorando la qualità di vita di tutti, aumentando la sicurezza sul e del lavoro, abolendo le guerre e gli eserciti, costruendo migliaia di asili o simili. E non semplicemente gestendo alla meno peggio la devastazione capitalistica che, quella sì, fa le riforme.

[2] A cura di Roberto Massari, con Massimo Bontempelli, Marino Badiale, Michele Nobile, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Massari editore, Bolsena, 2007.

[3] Pedigrismo:

"Io sono contro la base a Vicenza, ma il presidente della commissione che lavora per la sua costruzione comunque è stato tesserato al mio stesso partito; e poi c'è un ufologo che è contro la base a Vicenza perché dice che disturba gli extraterrestri, e io con lui non voglio averci niente a che fare, anzi inquina la mia lotta, che deve essere cristallina."

E così, per motivi di pedigree, quando si arriva al dunque, sto con il funzionario che vuole la base, contro l'ufologo che non la vuole. Tra l'altro, è un comportamento assolutamente non marxista: guardare i simboli, le associazioni emotive, le motivazioni apparenti, e non i fatti materiali.




lunedì, 10 settembre 2007

Este es el canto justiciero

Undici settembre, once de septiembre.

Una data da non dimenticare, una svolta epocale.

Oggi sono passati 34 anni da quell'11 settembre in cui l'esercito cileno, mettendo in pratico l'Operation FULBET della CIA, prese d'assalto il palazzo presidenziale, uccidendo il legittimo presidente del paese e arrestando e torturando decine di migliaia di persone.

Non era, come pensavano allora gli ingenui, "il colpo di coda della reazione", roba da vecchi cardinali e feudatari.

No. L'11 settembre è stato il primo segno di un mondo nuovo: Augusto Ugarte Pinochet instaurò il primo regime neoliberale della storia, con l'aiuto di consiglieri inviati direttamente dagli Stati Uniti per trasformare il paese in un laboratorio, per il sistema del capitalismo assoluto.

E ricordiamo allora l'11 settembre, segniamocelo nelle vene, con le parole di Etnairis Rivera.

Questa poetessa è del Puerto Rico - paese che il nemico dell'umanità e di tutti gli esseri viventi occupa da un secolo e oltre; ma nelle sue parole c'è la memoria di tutte le americhe.

 

Este es el canto justiciero

como lo son mis ojos y el amor de ustedes,

el color de nuestra piel en lucha.

 

Ante las paredes de la bestia,

seamos como el amanecer, inviolables,

sabios y locamente santos.

 

Ante los demonios del imperio

seamos ángeles libertarios,

expertos saboteadores de las noches

ocupadas por marines,

de la tierra tuya y mía ocupada por marines

 

y supertanqueros

y mucho inglés

y poca leche y poco arroz

y ningún día libre,

 

verdadero, digo, como para decir: no más yanquis,

no más bombas, no más ladrones del futuro.

no más guerra.

 

Este es nuestro canto.

El que sienta miedo, que respire hondo,

que piense en el mar,

en el beso de su amante.

pMA165

"Questo è il canto giustiziere / come sono i miei occhi e il vostro amore / il colore della nostra pelle nella lotta. Davanti ai muri della bestia, dobbiamo essere come l'alba, inviolabili,  / saggi e follemente santi. Davanti ai demoni dell'impero / dobbiamo essere angeli libertari / esperti sabotatori delle notti occupate dai marines / della terra tua e mia / occupata da marines / e superpetrolerie / e molto inglese / e poco latte e poco riso / e nessun giorno libero. Dico davvero, come per dire: mai più yankee / mai più bombe / mai più ladri di futuro, mai più guerra. Questo è il nostro canto. / Chi ha paura / respiri a fondo/ pensi al mare e al bacio dell'amante."


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sabato, 08 settembre 2007

La società energivora

Sul blog di Paniscus, un'importante recensione che si collega direttamente al discorso sul capitalismo assoluto...

Da diversi mesi semino qua e là promesse vaghe di recensire e commentare qualcuno dei titoli citati nella colonnina qui a fianco, giusto per non dare l'impressione spaccona di voler vantare letture vacue, e magari per dare qualche contentino in più alla manica di disperati che arriva qui cercando riassunti di libri già letti.

Il post di ieri su Kelebek, che allude a produzioni abnormi, scarti e corse cieche alla trasformazione ossessiva di ogni cosa, mi riporta a un impegno scientifico e morale che mi ero presa mesi fa, di dire qualche parola su uno dei testi di divulgazione più straordinari che mi siano passati per le mani nell'arco di diversi anni.

(continua)


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lunedì, 06 agosto 2007

Intervista con la resistenza irachena

LA RESISTENZA IRACHENA, LE SUE COMPONENTI E LA SUA PROSPETTIVA

intervista ad al-Kubaysi

 

 

Abduljabbar al-Kubaysi, influente leader politico della Resistenza irachena e segretario generale dell'Alleanza Patriottica Irachena (API), risponde alle domande di Willi Langthaler sulla situazione che si va delineando in Iraq.

 

 

Parigi, luglio 2007

 

 

Domanda: In quest'ultimo periodo i media europei, nel trattare dell'Iraq, ci hanno parlato esclusivamente di una guerra civile interconfessionale. Che cose succede in realtà?


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giovedì, 02 agosto 2007

Adunata segreta di terroristi

Ricordo a tutti l'incontro che si terrà all'Isola Polvese, dal 31 agosto al 2 settembre.

C'è da definire il numero di camere e di pasti, e quindi sarebbe bene che chi vuole partecipare si faccia vivo al più presto, telefonando a Leonardo 347-7815904. Oppure scrivete a leomazzei@alice.it.

polvese05


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martedì, 17 luglio 2007

Adunate da paura

Tra il caldo e il lavoro (aspetto ancora i soldi da Peshawar, ma tardano questo mese), mi limito a postare una foto dell'Isola Polvese, dove tra breve si riunirà l'Elite del Terrore.

 A questo ingrandimento, si capisce poco, ma proprio vicino al punto in cui finisce il riflesso del sole sull'acqua, c'è un puntino.

Il puntino è una folaga.

 Look at you, sloven shortwings, your nests
    a dereliction of twigs poked in sludge
    beyond the gardened soils of the pond.

polvese02

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lunedì, 16 luglio 2007

Rovesciando il mondo

Sì, lo so. Ci saranno Marx e Nietzsche, Islam e i conflitti mondiali.

Però ci sarà anche l'Isola Polvese. E non è poco.


 polvese01

 ROVESCIANDO IL MONDO

idee e argomenti della lotta antimperialista

Isola Polvese dal 31 agosto al 2 settembre

 Iscrizione obbligatoria. Telefonare a Leonardo: 347.7815904

 

Programma del Seminario politico culturale

 VENERDI 31 AGOSTO

Prima sessione

ATENE E GERUSALEMME

Il messianismo cristiano nel processo di secolarizzazione europea

Relatore: Costanzo Preve


Seconda sessione

COLONIALISMO MISSIONARIO

Il socialismo europeo e l’interiorizzazione della superiorità dell’Occidente

Relatore: Massimo Bontempelli


SABATO 1 SETTEMBRE

Prima sessione

LA ROTTURA INCOMPIUTA

Marx e Nietzsche: dal rifiuto della filosofia all’apologia della scienza e del progresso

Relatore: Moreno Pasquinelli

 

Seconda sessione

UNA TERZA VIA?

Gli islam, la deriva delle civiltà e la lotta antimperialista

Relatore: Umar Andrea Lazzaro


DOMENICA 2 SETTEMBRE

Prima sessione

LA SOCIETA’ FUORI TUTELA


Per una critica degli antagonismi nelle società a capitalismo avanzato

Relatore: Gaetano Calabrò

 

Seconda sessione

RESISTERE ALL’ATTACCO

Gli assi portanti della strategia antimperialista

Relatore: Leonardo Mazzei


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Just Foreign Policy Iraqi Death Estimator


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