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mercoledì, 30 aprile 2008 Tre parole uccello: zacuan, tzinitzcān, quechōlli. Non so se ho mai visto il zacuan, né se ho mai sentito il suo canto. [1] Probabilmente no: il zacuan vive nelle profonde foreste, io quando ero piccolo stavo nell'altopiano, a guardare colibrì, scorpioni e soprattutto le lucciole pulsanti che illuminavano la mia stanza. Il zacuan è un uccello - il Gymnostinops montezumae - ma non solo. E' anche il nome delle piume nere e arancione di un diverso uccello, lo zacuantōtōtl o trupiale. Piume che entravano a far parte, una volta, del zacuantica: ne parla il frate Bernardino de Sahagún, uomo incredibile, calato dalla Spagna che avrebbe finito per raccogliere quasi tutto ciò che si sa del mondo dei Mexica. Diceva lui, i zacuantica erano "bandiere a mano fatte con piume di quetzal che si alternavano a strisce con piume di trupiale, bandiere di piume di airone, bandiere d'oro decorate nelle punte con piume di quetzal". Ma il zacuan forse è ancora altro se, come narrano gli Anales de Cuautitlán, il dio Quetzalcóatl viveva nella "bella casa di corallo [o di conchiglia], che si chiama Zacuan" ("no kalli, sakwan, no kallin tapach...") Accanto al zacuan, troviamo il "bellissimo tzinitzcān". Nei dizionari della lingua náhuatl, leggiamo che quest'ultimo sarebbe il Trogon ambiguus o Trogon mexicanus (in inglese, il Doubtful Trogon): è certo un caso, ma nella nazione in cui la frontiera tra i mondi è un solco profondo dentro ogni anima, è bello trovare insieme le parole ambiguus e mexicanus. Ma qui di nuovo c'è qualcosa che ci sfugge: le fonti che parlano dello tzinitzcān lo indicano come un uccello acquatico dal piumaggio nero, ben diverso dal colorato e ambiguo messicano. Come zacuan, anche questo termine si carica di altri significati: tzinitzcān indica anche le piume che provengono da una piccola parte della base dell'ala di diversi uccelli. La terza parola uccello è quechōlli, e si riferisce alla spatola rosa [2], una sorta di fenicottero dal becco largo: "in mosakwan in mokechōl " - "Questo è il tuo zacuan, questo è il tuo quechōlli", si diceva presentando il bambino al Sole. Tutto questo lo raccontiamo, per poter affrontare sette righe di parole, che sopravvivono in un unico documento. Questo documento risale a due secoli dopo la Conquista. Il testo si chiama Cantares de los Mexicanos y otros opusculos, e nel fondo riservato dei libri della biblioteca nazionale del Messico, si trova in mezzo a libri di chiesa, manuali di artiglieria e disattesi regi decreti. [3] Messicanamente, la datazione ci offre un'altra ambiguità. Noi non sappiamo chi abbia detto, o meglio cantato quelle parole; e abbiamo solo un'idea vaga di chi le ha trascritte. Quindi possono risalire a uno di due mondi in apparenza opposti: il cosmo azteco, oppure quello dei conquistadores e dei missionari. Ciò che i Mexica hanno dipinto è andato in massima parte perso; ciò che rimane, è opera di chi li ha insieme distrutti e tramandati. Sappiamo che questa canzone, di cui non possiamo nemmeno intuire la musica, era ciò che chiamavano un otoncuicatl, una canzone otomì. Gli otomì sono un popolo doppiamente evanescente, perché sottomesso dagli stessi aztechi; e che parla una lingua distante da quella náhuatl, quanto lo è il cinese dall'italiano. Ma la lingua di questa "canzone otomì" non è l'otomì: per nostra fortuna, è proprio náhuatl, che di tutte le lingue del Messico - il Messico non avendo lingua ufficiale, riconosce come tali tutte le centinaia di idiomi che si parlano sul suo territorio - è forse l'unica che un italiano può sperare di pronunciare. Non ci si spaventi per l'apparente lunghezza di quelle che sono in realtà parole composte. Gli Otomì, che si dice "abitassero nelle grotte e vivessero di caccia", erano spesso i mercenari degli aztechi. Otomitl assume quindi un altro senso - il guerriero sanguinario. Non è una canzone per le penose orecchie dei cultori di Puerto Escondido, quindi. Dell'aspetto sanguinario di questo canto, cogliamo solo le enigmatiche parole, "tra le mie mani ci sono i fiori piangenti della guerra".[4] Il resto ci sfugge, ma certamente c'è.
Note: [1] La pronuncia è semplicemente, "sàquan" (gli ispanofoni non cadano nella tentazione di mettere l'accento sull'ultima), e quindi preferisco premettere "il" come articolo. [2] Il nome scientifico, e non stiamo scherzando, è Ajaia ajaja. [3] Nel tardo Ottocento, un americano, Daniel Garrison Brinton, trova per caso una copia dei Cantares, e traduce i testi dal náhuatl. Brinton è stato un medico; è stato uno dei più grandi etnologi americani; ed è stato anche un anarchico. Ma quei grandi uomini dell'Ottocento che nella scia degli imperi si dedicarono a cercare di capire il mondo meriterebbe un discorso a parte. Alcuni testi di Brinton sono stati pubblicati nell'ambito del benemerito progetto Gutenburg. E da lì traggo appunto questo piccolo testo. Mi limito a tradurre dall'inglese, purtroppo. Ho comunque modernizzato (e deispanicizzato) la grafia dell'originale. [4] Elsisiwi, che traduciamo qui come "piangente", deriva da una radice con molti rimandi: interiezioni di sofferenza, lamentarsi con qualcuno, sospirare. lunedì, 14 aprile 2008 Torno da una settimana senza Internet e senza giornali, appena in tempo per non votare alle elezioni, e scopro che non sono per niente portato a fare il detective. Roberto Sandalo l'avevo escluso subito da ogni responsabilità negli attentati contro le moschee in Lombardia. Nessuna persona che avesse alle spalle problemi con la polizia come i suoi, sarebbe stata così stupida da esporsi in quel modo. Solo una persona poco accorta avrebbe potuto appoggiarsi per la parte tecnica a un tale che va in giro scrivendo STOP ISLAM e il proprio numero di telefono sui muri di mezza Italia. Solo un cretino avrebbe abbinato la vita clandestina da attentatore a una vita pubblica da proclamatore estremista. Mi sembrava impossibile che un ex-sottufficiale degli Alpini, con tre omicidi alle spalle, potesse compiere attentati tecnicamente così incompetenti come quelli compiuti dal Fronte Cristiano Combattente. Solo un deficiente avrebbe potuto compiere simili attentati praticamente sotto casa. Solo un idiota avrebbe tenuto in macchina un arsenale, come faceva lui. Solo un dissalato cerebrale avrebbe usato la propria macchina-arsenale per fare attentati. Evidentemente, ho sopravvalutato il più sfigato bombarolo d'Italia. Dopo questo colpo alla mia autostima, me ne arriva subito un altro. Guardo su Google e scopro di avere una sorta di gemella: http://kelebek.iobloggo.com/. Gemella, mi sembra, più di nome che di anima, ma decidete voi. In compenso, ho trovato finalmente il libro adatto per studiare la lingua georgiana. Le lingue sono una cosa viva, suoni evanescenti che hanno un misterioso ordine; ma inevitabilmente, quando si cerca di dire che cosa sono, si finisce per ucciderle, dividendone i pezzi tra due poli. Da una parte, c'è chi ci presenta la pura astrazione grammaticale, che ricorda un po' le vetrine di certi musei ottocenteschi con i loro animali impagliati. Dalla parte opposta, ci sono testi che manifestano una sorta di finta allegria, con grandi illustrazioni a colori: ne emerge una lingua forse di una certa utilità pratica, ma priva di ogni ricchezza e senso. Mentre il georgiano è ricchezza e senso, senza alcuna evidente utilità pratica se non abiti tra Trebisonda e Baku. La grammatica ideale, invece, ti porta direttamente in situazioni reali e in frasi possibili, mentre si sofferma continuamente per farti cogliere lo spirito della lingua. Ti fanno ragionare quanto le grammatiche serie, ma in modo vitale. Questo è il grande merito dei libri pubblicati dalla casa editrice Assimil (ma il loro libretto sulla lingua georgiana è troppo stringato per applicare questo metodo). Il georgiano, con il suo incredibile sistema verbale, si presta molto al genere grammatiche astratte, e infatti non avevo finora trovato altro. Finché non ho scoperto l'altro giorno il Lehrbuch der georgischen Sprache, di Lia Abuladze e Andreas Ludden (Helmut Buske Verlag, Hamburg, 2006). Lo so, occorre conoscere il tedesco prima, ma è una passeggiata in confronto al georgiano. Lo raccomando vivamente a tutta la comunità degli amanti delle cose meravigliosamente inutili e profonde per cui vale la pena vivere. venerdì, 28 dicembre 2007 Apprendo, da una di quelle notiziole con cui i media cercano di alleggerire il puro orrore e la folle menzogna delle prime pagine, che una rivista tedesca ha fatto scegliere a una propria giuria il termine "più bello tra tutte le lingue del mondo". E' stato scelto il termine turco, yakamoz (la "z" finale sonora, come la "s" di rosa), che indica sia la noctiluca scintillans, un microrganismo bioluminescente che nelle calde notti estive illumina le acque del Bosforo, sia il riflesso della Luna piena sulle acque mosse dal vento. Solo una piccola cosa. Vado a cercare la parola sul mio dizionario turco, sulla cui fedeltà ideologica non possono sussistere dubbi, visto che è pubblicato dall'Istituto Atatürk. E il dizionario dice che la parola è di origine greca, senza però citare la forma originale. Chiaramente non intendo contribuire a demenziali diatribe etnonazionaliste. Al contrario, è interessante sottolineare la continuità nei tempi dei noctiluca, così indifferenti ai vari passaggi umani; e la natura profondamente unitaria della cultura marittima bizantina, ottomana e comunque prenazionalista. Però mi vengono due curiosità. Qual è il rapporto tra bioluminescenza degli organismi acquatici e le fasi della Luna? E poi quale sarebbe la parola greca da cui deriverebbe yakamoz? giovedì, 13 dicembre 2007 Di 'ishq, diversamente pronunciato, si impregna tutta la poesia della Persia. Nel furore dei nazionalismi occidentalizzati, si dimentica che la Persia non fu tanto una nazione, quanto un registro. Da Istanbul a Delhi, si parlavano mille lingue. Iraniche, ma anche neoindiane, semitiche, turche, caucasiche e altro ancora; e tra queste lingue, la lingua persiana codificata - a differenze delle forme spontaneamente parlate - , la "lingua degli angeli", offriva un registro particolare, quello della poesia.[1] La poesia persiana, che esteriormente copiava le strutture di quella araba, trasforma coloro con cui entra in contatto: la poesia urdu come pashto, armena come turca, ne riprende in pieno lo spirito. Poesia? Non so se sia la stessa cosa che noi, oggi e qui, chiamiamo con questo nome. Salvo rare eccezioni, la poesia è il dominio della démiculture di provincia. Forse l'esponente supremo di quella démiculture è un pensionato toscano che si vanta di essere Accademico Onorario dell'Accademia "Artisti Europei" di Salerno e cittadino altrettanto onorario della Città di Kudjianda nel Tagikistan; e cerca il più che può di pubblicizzare i propri libri di versi: Luce di stelle alpine, Riccioli d'oro nel vento e, mirabile ultimo, Ho finito l'inchiostro. Sopratutto, si vanta di essere un membro dell'Accademia dei Micenei, imperdibile raccoglitore di ex-insegnanti di Reggio Calabria affetti da musite. Fa un certo effetto pensare che quell'anziano signore si chiami Licio Gelli, lasciandoci nel dubbio - era tutto un abbaglio dei complottisti, oppure si può essere insieme cialtroni e pericolosi? La poesia, colta o popolare, del mondo che andava dall'India ai Balcani è stata chiaramente altra cosa: un elemento cruciale della cultura, dell'ideologia, della religiosità, della vita collettiva e individuale. Arabo, turco e persiano sono lingue diverse tra di loro quanto l'italiano, il somalo e il giapponese; eppure la poesia persiana li fonde in un'unica lingua, il cosiddetto turco ottomano, l'idioma evanescente della corte dei sultani di Istanbul. Trovo noiosa in traduzione quasi tutta la produzione poetica del registro persiano. Sembra mancare la narrazione; ogni singolo verso ci sembra un elemento a sé, che potrebbe stare in qualunque ordine con gli altri versi; e ricorrono sempre le stesse metafore -il cipresso, il coppiere, la luna piena, il neo... Per apprezzarne la ricchezza, occorrerebbe conoscere perfettamente la lingua, cogliere i ritmi nascosti, i sottilissimi giochi di immagine, i rimandi mistici, le infinite piccole originalità inattese, cosa che non mi sarà concessa in questa vita. Per dare un'idea di questa fusione culturale, presento quindi non un brano classico, ma un testo in prosa rimata di Halit Ziya Uşaklıgil (1866-1945), autore decisamente moderno, che visse il grande passaggio dal mondo ottomano a quello repubblicano, ma usava ancora la scomparsa lingua ottomana, discioltasi poi nell'attuale turco. Scritto in lettere arabe, tutto è pronunciato con suoni turchi e con la peculiare musicalità turca, e segue una sintassi turca; ma è costruito con parole turche, arabe e persiane, a loro volta in parte arabe, ognuna delle quali rimanda ad altri mondi di immagini. Solo per dare una pallida idea di questa commistione, ho messo in rosso le parole arabe, in verde parole (e costruzioni) persiane, lasciando in nero quelle turche: "Sahranın derin bir noktasında – ellerinde şimşir-i dirahşan şems-i garibin eşya-i haziniyle iltima ederek – süvariler mehip atlar üzerinde geçiyorlardı. Nota: [1] Prima che mi si accusi di nostalgia, va da sé che lingue e nazioni erano irrilevanti finché i popoli erano semplicemente oggetto di dominio e non protagonisti; quando i turcofoni erano solo braccianti e carne da cannone, i mercanti armeni, greci ed ebrei potevano vivere in pace a un piano leggermente superiore. martedì, 11 dicembre 2007 Questo mondo, lo so, è terra, In principio, vi fu un semplice rampicante che produce fagioli di un viola acceso, velenosi eppure commestibili se bolliti a lungo, una varietà del lablâb che si chiama 'ashaq. Il lablâb A parlarcene fu al-Khalîl ibn Ahmad, un beduino del deserto dell'Oman, inventore, nell'ottavo secolo, della scienza araba della lessicografia, come anche di quella metrica, ispiratagli, si dice, dall'ascolto di un fabbro di Bassora, che batteva ritmicamente sul ferro. Al-Khalîl scrisse il Kitâb al-'ayn, il "Libro della lettera 'ayn", dedicato, nel titolo, a una consonante così aliena da sfuggire alla nostra stessa scrittura. Il nome della consonante era comune sin dall'inizio alle lingue semitiche, e significava "occhio", "sorgente", "gemma" di un albero; e i Greci - che non sapevano cosa farsene del carattere fenicio che la indicava, e che era a forma di cerchio come le parole che il suo nome descriveva - ebbero la trovata di trasformare la 'ayn nella nostra "o". Per il resto, nelle grafie latine, 'ayn ci appare come un semplice vuoto (il nome dell'Iraq inizia per consonante...) oppure un enigmatico apostrofo. E' con questa consonante che inizia la parola 'ashaq, per cui mi sembra giusto scrivere, il 'ashaq. Il 'ashaq, dice al-Khalîl, si arrampica, stringendosi agli alberi, e avvizzisce quando è strappato al suo sostegno. Per questo, con il gioco di prestigio di vocali che caratterizza l'arabo, ne deriva il sostantivo 'ishq. 'Ishq è l'intenso desiderio e l'assenza dolorosa, profondamente presenti nella cultura araba, prima che Avicenna, innestandovi Platone, vi dedicasse un trattato. Gerardo da Cremona, poi, tradurrà 'ishq con la bella espressione, amor iliscus. Il 'ishq, dice Avicenna, è qualcosa che pervade il mondo celeste come quello terrestre, il vegetale, il minerale e l'animale: e conclude che il significato del 'ishq è alla fine inconoscibile, e ogni tentativo di spiegarne il senso non può che renderlo più incomprensibile. Il 'ishq tende alla luce, ma ha anche un volto oscuro. L'eccesso travolgente, la cecità verso i difetti di ciò che si desidera; 'ishq è anche il male del sussurro - marad waswâsi; e dal male del sussurro, chi è travolto dal 'ishq si può avvicinare alla condizione del qutrub. Il senso primario di qutrub sembra fosse, ciò che si muove incessantemente, come la pulce d'acqua sulla superficie dello stagno; ma si riferisce anche all'agitarsi notturno, come quello della civetta o del ladro, o il maschio del demone chiamato si'lâh; anche il cucciolo di jinn è un qutrub. Essere vivente e moto tenebroso, e infine umore: qutrub è una forma di malinconia che insorge, dicevano i lessicografi, nel mese di febbraio. Prima, quindi, che fiorisca il lablâb. lunedì, 22 gennaio 2007 a jatta fatusciata nni cuntau - ìeru nu piscaturi e na fimmina bedda assai mfaccia a iddu, a fimmina bedda assai "talè talè u Suttanu 'u Rienti vinniru vinniru s'accattaru a jatta fatusciata curri curri Il resto, insha'Allah, a domani. mercoledì, 06 dicembre 2006 Nella profonda Mongolia, tra le montagne e la steppa, scorre il fiume Orhon. Da qualche parte, lì vicino, il 18 luglio del 1889, l'esploratore russo Nikolaj Jadrincev scoprì una serie di statue e di stele, risalenti (si sarebbe saputo solo più tardi) all'ottavo secolo dopo Cristo. Alcune delle quali riportavano iscrizioni in una scrittura sconosciuta. Somigliava esteriormente alle rune germaniche, ma solo perché l'uso della pietra richiedeva tecniche simili di incisione.
Oggi, possediamo alcune centinaia di iscrizioni, e qualche frammento di libri, in questa scrittura, provenienti da a un'area che va dalla Mongolia fino all'Europa orientale, e alcuni di questi testi sono più antichi di oltre mille anni; ma il termine, "alfabeto dell'Orhon" è rimasto in uso. In realtà, testi nello stesso alfabeto erano stati notati e raccolti in Europa almeno dai tempi dell'avventuroso, pignolo e folle medico tedesco Daniel Gottlieb Messerschmidt (1685-1735), inviato dallo zar Pietro il Grande a esplorare per otto anni la Siberia meridionale, dove per "esplorare" si intende, chiaramente, scoprire cosa si poteva prendere e chi poteva creare dei problemi. Messerschmidt fu anche il primo a raccogliere informazioni serie sui misteriosi mammut i cui corpi congelati venivano rinvenuti di tanto in tanto in Siberia. Il ghiaccio che si scioglie sui mammut crea anche la prima, piccola crepa nelle certezze creazioniste: certo, la Bibbia non dice che le specie non si potevano estinguere, ma la cosa in qualche modo stona con un quadro ordinato di specie coeve. Trovo qualcosa di significativo nel fatto che tutte queste cose siano avvenute insieme, e nel contesto della conquista della Siberia, un evento drammatico quanto quella dell'America (anche se un po' meno tragico per i popoli nativi). Che però non ha lasciato la minima traccia nel nostro immaginario. Eppure c'è di tutto: la figura di Pietro il Grande, lo spietato modernizzatore, che provocò la fuga nella taigà dei cristiani tradizionalisti dei suoi tempi;resti di animali misteriosi e alfabeti sconosciuti; mondi naturali e culturali di enorme interesse; avventurieri di ogni nazionalità, saccheggiatori, dementi e mistici, scienziati che hanno scelto di vivere disagi inimmaginabili. Ma tutto questo non è mai entrato nella mitologia mediatica. Che ci proietta e riproietta, invece, la storia degli Stati Uniti: il pellegrinaggio di una catena di eroi, dei Founding Fathers, che vanno dai puritani a George Washington, dagli esploratori del West fino a Franklin Roosevelt e Martin Luther King, li conosciamo tutti anche noi. Gli Stati Uniti non solo non sono "senza storia", non potrebbero esistere senza storia, perché quella storia, continuamente reinventata, è il racconto della Missione, del Destiny salvifico e imperiale. Ma torniamo alla scrittura della valle dell'Orhon. Una copia dei testi arrivò a Vilhelm Thomsen (1842-1927), il figlio di un postino che aveva studiato arabo, persiano, giapponese, cinese, romanes e qualche altra decina di lingue, diventando professore di linguistica comparata a Copenhagen. In tempi in cui non circolavano certamente CD interattivi e non c'erano laboratori linguistici multimediali, e in cui non ci si poteva mettere d'accordo con il proprietario di un ristorante cinese per fare conversazione, esistevano persone capaci di apprendere le lingue più remote: Karl Gustav Jung, ad esempio, sapeva scrivere in latino, e conosceva il greco e il sanscrito. Vilhelm Thomsen riuscì a decifrare la scrittura. E la prima parola che lesse fu l'antico nome del dio del cielo, Teñri, in una forma arcaica di turco: "Teñri teg Teñri yaratmış Türk Bilgä Kağan sabım..." "Come Dio, da Dio posto quale guida dei turchi, Bilge Kagan, ecco la mia parola..." Questa scoperta, compiuta con l'assoluta innocenza degli scienziati veri, avviene negli anni in cui il mondo occidentale, o occidentalizzato, è furiosamente impegnato a reinventarsi tradizioni. Tradizioni che dovranno essere instillate nelle scuole, e che si cristallizzano quindi attorno alle lingue in cui quell'insegnamento verrà trasmesso, secondo il modello della République francese. E' l'epoca in cui si inventa il serbocroato, ci si dedica a speculazioni ardite di filologia germanica. Un certo Eliezer Yitzhak Perelman cambia il proprio nome in Eliezer Ben-Yehuda e inventa una lingua nuova, il cosiddetto ebraico moderno, venendo per questo scomunicato dalla comunità ortodossa. Nel 1906, Ettore Tolomei stila il Prontuario dei nomi locali dell'Alto Adige, creando - spesso di sana pianta - una versione italiana per non meno di 16.735 nomi di città, villaggi, montagne, fiumi, ruscelli e località del Sudtirolo. E così, quando Kemal Atatürk - il nome, ricordiamo, vuol dire Padre dei turchi - crea un popolo, dota quel popolo di una lingua. Che si basa sul turco che era già parlato, ma ha un orientamento completamente diverso: non a caso, l'imposizione della nuova forma della lingua si accompagna a una nuova scrittura e persino a un nuovo copricapo, con la violenta soppressione del fez. E anche a una nuova storia. Così le iscrizioni scoperte da un russo in Mongolia e tradotte da un danese si trasformano nelle radici di una lingua mediterranea. Qui potete vedere le cosiddette rune dell'Orhon; per installarle come font sul vostro computer, potete fare clic in alto sulla parola tıklayınız.
domenica, 03 dicembre 2006 E' affascinante scoprire le tessere del dominio statunitense. A volte, come in questo caso, cercando in rete riferimenti alla linguistica turanica. Il dominio passa per mille cose e coinvolge alla fine l'intera struttura sociale degli Stati Uniti, un po' come, ai tempi gloriosi dei vichinghi, l'industria del saccheggio coinvolgeva anche il più pacifico costruttore di vele, o la casalinga che salava le carni per i giovinastri che dovevano partire per lunghi viaggi. Ma nei conti runici, la voce "spese militari" ci avrebbe solo parlato di acquisti di spade, non di tutto il resto. Prendiamo l'istruzione linguistica, che da noi è quanto di meno si possa associare alla guerra: lo sa bene chi, come me, ha frequentato quel sano covo di inutili mistici, terroristi e sognatori islamonazicomunisti che è la facoltà di lingue orientali di Venezia. La National Security Language Initiative (NSLI) , lanciata il 5 gennaio scorso in una conferenza stampa congiunta di Bush, Condoleezza Rice e Donald Rumsfeld, mette insieme il Ministero dell'Educazione, degli Interni, della Difesa e la "Office of the Director of National Intelligence", cioè il famigerato John D. Negroponte. Possiamo supporre che le spese siano registrate, nel bilancio nazionale, sotto la meritoria voce della "pubblica istruzione": più scuole, meno armi, avrebbero detto i pacifisti di una volta. L'iniziativa mira a istruire migliaia di statunitensi in "critical need foreign languages" ("lingue estere di necessità critica"), precisamente in arabo, cinese, russo, hindi, farsi, urdu, coreano e turco, a partire addirittura dall'asilo. Lo scopo viene dichiarato in maniera esplicita: "Una componente essenziale della sicurezza nazionale degli Stati Uniti nel mondo dopo l'11 settembre consiste nella capacità di impegnare [engage, termine carico di molteplici significati, ndt] i governi e i popoli esteri, in particolare nelle regioni critiche, in modo da incoraggiare le riforme, promuovere la comprensione, portare rispetto per altre culture e fornire un'occasione per saperne di più dell'America e dei suoi cittadini". Insomma, raccogliere informazioni, "riformare" le altre società secondo gli interessi nazionali e fare propaganda. O come ha detto Bush, per "comunicare con la gente che potrebbe avere una visione sbagliata e limitata degli ideali e della cultura americana". Ma lo scopo è anche, come spiegano altri documenti, di rendere competitive le imprese americane: economia, spionaggio, guerra e propaganda costituiscono un unico groviglio. Anzi, proprio in una società privatistica e decentrata come gli Stati Uniti, questo groviglio è la Republic. La NSLI prevede numerose iniziative, come gli "Intensive Summer Language Institutes", imitazione laica del Summer Institute of Linguistics, lo strumento che ha permesso agli evangelici di penetrare nelle più isolate comunità dell'America Latina, ma ha anche fornito un prezioso strumento agli interessi dei suoi finanziatori, la dinastia dei Rockefeller, nonché ai servizi segreti statunitensi. Oppure possiamo prendere "Advancing America Through Foreign Language Partnerships" ("advancing" ha, all'incirca, il senso di "promuovere gli interessi di"), un programma dell'NSLI che parte dall'asilo e arriva fino all'università; il "Language Teacher Corps", dove l'assonanza militare di "Corps" non è casuale, come non è casuale l'esistenza addirittura di un "Civilian Linguist Reserve Corps" - corpo civili di linguisti riservisti, che deve "identificare e reclutare almeno 1.000 membri" entro il 2010. I programmi "Flagship" ("Nave ammiraglia"), promossi dalla "National Security Education Program", finanziano invece le università private, piegandole - non che ci voglia un grande sforzo - agli interessi imperiali. Il programma STARTALK, direttamente alle dipendenze dei servizi segreti (National Intelligence) deve reclutare studenti "a tutti i livelli" (non viene specificato se anche all'asilo) e "durante tutte le sua fasi, il Programma del Campo Linguistico Estivo STARTALK farà uso delle risorse delle persone appartenenti a varie comunità etniche e all'esperienza dello staff della comunità dell'intelligence, compresi dipendenti in pensione". Il dominio non è un'astrazione, ma ha anche le sue biografie. A volere il programma di sicurezza linguistico è stato l'ex-senatore democratico dell'Oklahoma, David Boren, eletto a suo tempo con l'83% dei voti. Il signor Boren è anche ex-governatore dello stato dell'Oklahoma, nonché ex-presidente per molte legislature della commissione del senato per i servizi segreti, nonché attuale rettore dell'università dell'Oklahoma, nonché direttore della notissima multinazionale Texas Instruments, nonché presidente o copresidente della "National Coalition for Peace Through Strength" di cui hanno fatto parte tutti i principali esponenti della destra americana, nonché promotore della David L. Boren Undergraduate Scholarship, borse di studio da 20.000 dollari che mandano studenti politicamente motivati - in senso americano oppure sionista - a studiare in "regioni del mondo cruciali per gli interessi statunitensi". David Boren, è anche membro della "Skull and Bone Society", buffa associazione goliardica di cui si entra a far parte, però, solo se si appartiene all'elite dominante del paese: ne fa parte lo stesso George Bush. Va da sé, poi, che Boren sia figlio di un altro senatore dello stesso Stato. Per tutte queste cose, Boren non ha mai avuto problemi. Ma nel 1978, Boren, che si è distinto per aver partecipato a varie campagne contro l'omosessualità, è stato costretto a giurare pubblicamente sulla Bibbia di non essere omosessuale lui stesso. Nel 1993, venne addirittura accusato di aver molestato giovani membri (maschi) del proprio staff nell'ascensore del Senato e poco dopo si dimise. E anche questo è significativo, se ci pensate. martedì, 16 maggio 2006 I genitori che volessero dare al proprio bambino o bambina un nome turco possono leggere con profitto il libretto Çocuk İsimleri ("I nomi dei bambini"), di Nilay Gençay, (ASM Yayıncılık, 2004).
Tra i vezzosi nomi femminili, troviamo anche questo: "BELİN: (di origine turca): chi resta perplesso, guardando a occhi spalancati." domenica, 20 marzo 2005 Di Xoloitzcuintli, imperi e squinzie Algofifa è un termine che non troverete sui dizionari: si dice in alcune parti del sud della Spagna per indicare una sorta di mocio, adoperato per pulire il pavimento. Il termine è di chiara derivazione araba, ma non è facile capire da quale parola provenga - forse da al-khafîfa, "la leggera"? Infatti, esiste la variante aljofifa, che ha una pronuncia molto simile alla parola araba. Il cane algofifa, o meglio perro algofifa, è quindi un cane mocio, con tentacoli di pelo che scivolano in ogni direzione. Il perro algofifa non possiede un verso definito: nulla distingue, ad esempio, la zampa dalla coda o dal muso. È, insomma invariante per rotazione e probabilmente anche per traslazione: su una superficie piana, il perro algofifa può muoversi in qualunque direzione, senza bisogno di girarsi. Lo Xoloitzcuintli è il contrario del perro algofifa, come il Nuovo Mondo era il contrario del Vecchio Mondo. Se il Perro Algofifa cova i suoi segreti pensieri ben nascosto in una foresta lanosa, lo Xoloitzcuintli è esposto a tutti gli sguardi, e questo influisce notevolmente sul suo carattere, rendendolo uno dei più tremebondi e timorosi degli esseri. Il termine xoloitzcuintli viene usato nella lingua Nahua, l'antica (e tuttora vivente) lingua del Messico centrale e dell'impero azteco. La "x" deve essere letta come veniva letta in spagnolo ai tempi dei Conquistadores, cioè come la "sc" in "scirocco". E poiché i messicani sono rilassati di carattere, lo Xoloitzcuintli degli aztechi è diventato un più lieve Xoloescuintle nel parlare contemporaneo. Luís Cabrera, un signore di Zacatlán nello stato di Puebla vissuto nel tardo Ottocento, di cui sappiamo che era figlio del panettiere del villaggio e uomo di straordinaria cultura, ha scritto un Diccionario de Aztequismos (Colofón, México, quinta edizione 2002). Alla voce Xoloescuintle ci presenta questo inquietante quadro: "Una specie estinta di piccolo cane, quasi senza pelo sul corpo, dalla pelle rugosa, color cenere, macchiato di nero (Canis mexicanus; canis caribacus). Probabile antenato del cane chihuahua. Etimologia: cane rugoso; da xolóchtic, rugoso, e ixcuintli, cane."Nino Filastò nel suo romanzo, Incubo di signora, definisce il "cane nudo messicano" semplicemente "un incubo". Se lo Xoloitzcuintli è un cane nudo messicano, il perro algofifa è evidentemente un cane vestito spagnolo, rispecchiando perfettamente i costumi dei conquistatori e dei conquistati. Lo Xoloitzcuintli svolge un ruolo cruciale nel romanzo di Filastò. Esso sarebbe stato introdotto in Europa solo nel Seicento, e quindi permette di scoprire che un quadro in cui compare, attribuito al Cinquecento, sarebbe un falso moderno. Ma Filastò sostiene anche che lo Xoloitzcuintli girerebbe ancora tra di noi, posando appunto per falsari dei nostri tempi. Rémi Siméon, un francese che accompagnò come studioso la sfortunata spedizione di Massimiliano in Messico, nel suo Diccionario de la lengua Náhuatl o mexicana, ci offre un'etimologia diversa - da xolotl, le piume di un tipo di pappagallo chiamato toznene: lo Xoloitzcuintli sarebbe quindi non solo calvo, ma anche piumato. Tutti comunque concordano che non deriva da Xolotl, il personaggio mitologico che per sfuggire alla morte, scelse di trasformarsi prima una pianta di maguey e poi in un axolotl, un anfibio ancora più inquietante dello Xoloitzcuintli. Siméon cita Fray Bernardo de Sahagún per fornirci un ulteriore, bizzarro dettaglio: lo Xoloitzcuintli sarebbe una "specie di lupo o di cane completamente calvo, che gli indios coprivano con un panno per proteggerlo dal freddo della notte". Non certamente per altruismo, visto che lo Xoloitzcuintli veniva ingrassato (e coperto con panni) per scopi alimentari. Non sono al corrente di ricette, ma presumo che fossero piccanti. L'itzcuintli (ixcuintli sarebbe più corretto), cioè il cane, ci porta per analogia all'escuincle o escuintle, che nell'Ottocento indicava il ragazzo di strada; insomma, il cane che non veniva ricoperto di panni, ma propro per questo riusciva - in linea di massima - a evitare di essere mangiato. Poiché il termine indica oggi giovani in generale, e quindi anche ragazze, qualcuno (cioè io, ma avrei preferito far ricadere la responsabilità su altri restando nel vago) ipotizza che potrebbe avere a che fare con il bizzarro termine neomilanese, squinzia, per indicare una giovane, presumibilmente con precise caratteristiche consumistiche e consumibili. Innumerevoli bande di giovani barbari milanesi sono calate a Puerto Escondido o a Cancún (due località in provincia di Rimini, nei pressi di Sharm al-Sheikh). In genere parlano solo loro, comunque è possibile che uno di questi individui si sia tolto il walkman il tempo necessario per cogliere l'espressione, e grazie al suo carisma personale sia riuscito a imporre squinzia con la stessa forza e ricchezza culturale con cui minchia è entrata nel neodialetto meneghino. Ovviamente squinzia potrebbe avere tutt'altra origine, escluderei solo quella atlantidea. Passaggi di questo tipo sono sempre possibili. Prendiamo il caso di ch'avò, il termine fondamentale della lingua e della cultura dei Rom o "zingari". Significa infatti, "bambino", e chi non è rom o romnì, cioè uomo (magari sedicenne) o donna (magari tredicenne) regolarmente sposato/a, o è ch'avò o non è. Essendo quella Rom una cultura in cui la più alta organizzazione è la famiglia, i bambini assumono un valore più elevato che altrove. Affamati, ammalati, annegati, ammazzati, amati, sono una specie di superbambini, o di bambini archetipici. E siccome noi che non siamo Rom guardiamo i Rom con un misto di orrore, fascino e paura, siamo quasi costretti a riflettere su questi bambini, che per noi sono insieme i "nostri figli che ci sono stati rapiti", "piccoli schiavi" e future minacce alla nostra sicurezza. Ma c'è anche dell'altro, e la cultura ispanica ha saputo convivere con i Rom in maniera diversa. Infatti il termine ch'avò, pur perdendo l'aspirazione e cambiando l'accento, entra inequivocabilmente nella parlata messicana, come chavo e come chava, che significa all'incirca, "giovane", "ragazzo". Più inaspettatamente, entra anche nell'inglese, seppure un po' più umilmente, sotto forma di shaver, un modo ormai desueto di dire la stessa cosa. Una nota importante: con questo post, il perro algofifa, una specie esistita finora solo in forma orale, entra nel mondo del linguaggio scritto. |
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