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sabato, 17 maggio 2008 Diceva di chiamarsi Maria... (4) Il sondaggio di Repubblica/IPR Marketing è quello che chiamano un Panel Telematico. In pratica, a quanto ho capito, vuol dire che da qualcosa che assomiglia a un call center, le callatrici e i callatori contattano i membri della Famiglia Telepanel in tutta Italia. Racconta un blog tristemente allegro di lavoratori dell'IPR Marketing
Queste persone si fanno, letteralmente, voce telefonica del padrone. L'unica funzione delle corde vocali, almeno durante l'orario di lavoro, consiste quindi nel recitare qualcun altro. Certo, lo fanno per necessità [1]; ma riescono a immedesimarsi a tal punto, da pensare che il rifiuto di ascoltare la voce del padrone che parla attraverso di loro, sia un'offesa personale a loro. E allora, di chi è l'anima di cui parlano? La loro, oppure si tratta di un caso di possessione medianica, o mediatica? Se il Rom è, per definizione, dentro una profonda la discarica, il telefonista-telepanelista cammina su di un filo, con l'angoscia di caderci dentro in ogni istante. C’è un uomo là in alto, Il telepanelista non cade, perché ci sono i genitori che gli danno da mangiare tutti i giorni e gli stirano i vestiti. Ma sa che nel suo futuro, c'è solo un'indistinta nebbia. La felice Famiglia Telepanel, che il telepanelista contatta, consiste invece in qualche migliaio di persone, una sorta di colonia di telespugne che nel loro complesso farebbero l'Italiano Medio (elettore-consumatore). Ogni elemento della Famiglia dovrebbe essere dotato di una specie di computer, offerto dalla ditta. Il computerino a casa della signora Rossi fa bip e spara la prima, surreale domanda. Che non è nemmeno, "Lei pensa che l'esistenza di Rom e di extracomunitari su questo pianeta sia un problema e se sì, perché?" No. E' scontato che sia un problema. E quindi la domanda recita: --SECONDO LEI, IL PROBLEMA DEI ROM / EXTRACOMUNITARI IN ITALIA E' UNA PRIORITA' DA AFFRONTARE?-- Il 75% percento pensa che lo sia nel caso dei Rom, il 72% nel caso degli extracomunitari. --IN PARTICOLARE, RISPETTO ALLA SUA VITA DI TUTTI I GIORNI, PENSANDO SOLO A LEI E ALLA SUA STRETTA FAMIGLIA, SI SENTE PREOCCUPATO O NON PREOCCUPATO DALLA PRESENZA DEI ROM DEGLI EXTRA COMUNITARI?-- Il 60% è preoccupato della "presenza" dei primi, il 47% di quella dei secondi. Ragazze rom dell'Etolia (Grecia) Ma se si esce dalla "vita di tutti i giorni" e si comincia a riflettere sui grandi temi... --INVECE, PENSANDO ALL'ITALIA IN GENERE E NON SOLO ALLA SUA PERSONA, LEI SI SENTE PREOCCUPATO O NON PREOCCUPATO DALLA PRESENZA DEI ROM DEGLI EXTRA COMUNITARI?-- Le percentuali salgono rispettivamente al 67% e al 58%. Poi arriva la domanda fatale: --COMUNQUE SIA, QUALE RITIENE CHE SIA LA SOLUZIONE MIGLIORE PER AFFRONTARE IL PROBLEMA DEI ROM?-- E qui le risposte possibili sono in pratica due: SMANTELLARE I CAMPI ROM ED ESPELLERE DALL'ITALIA TUTTI I ROM contro un fragile ATTIVARE POLITICHE DI INTEGRAZIONE SOCIALE NEI CONFRONTI DEI ROM. L'esito genocida è incontestabile (68% di pulitori etnici). Solo che la formulazione riflette l'immagine extraterrestre che l'italiano medio ha dei Rom: tutti gli omini con le antenne verdi se ne tornino su Marte. Pensate che scompiglio avrebbe portato una domanda formulata invece così: "... espellere dall'Italia tutti i Rom, privando quelli di cittadinanza italiana della loro nazionalità..." Oppure: "... espellere dall'Italia tutti i Rom. Specificare in quale paese confinante si intende mandarli (Francia, Svizzera, Austria, Slovenia, San Marino o Stato del Vaticano)." Poi arriviamo alla sfera degli affetti:
Lasciamo perdere le considerazioni negative.[3] E' più interessante quella che dovrebbe essere una considerazione positiva: "Lo considero uno di noi e mi fa piacere..." In quel "noi", che dovrebbe unire tutti i 1000 intervistati (presumibilmente forzanovisti e rifondaroli, miliardari e disoccupati, clericali e atei, poliziotti e camorristi, pensionati e cubiste...), c'è tutto il concetto del Capro Espiatorio. "Noi" diventiamo tali, mettendo da parte tutti i nostri conflitti, appena riusciamo a focalizzare tutta la violenza comune su un altro. Ora, i Rom che conosco io non sono i miei "noi". Non sono dei traduttori di manuali tecnici con case piene di libri, ad esempio. Cosa avrei potuto rispondere io, che voglio profondamente bene ad alcuni Rom, ma so che c'è un altro Rom grande e grosso che mi vorrebbe vedere morto? O che dire quando i miei nemici storici e mortali sono l'italiano Massimo Introvigne e l'extracomunitario Magdi Allam? Ma perché poi l'essere "uno di noi" dovrebbe essere così importante? Come se questa parte del mondo sapesse partorire solo sistemi totalizzanti, in cui tutti debbono conformare a un unico modello, per non essere gettati nella spazzatura. Dall'Inquisizione al socialismo reale, dal fascismo al consumismo di massa, l'inesorabile meccanismo dell'integrazione forzata si accompagna all'emarginazione o alla liquidazione di ciò che non si integra. Poi è meraviglioso quello sgrammaticato, "e mi fa piacere." Se non provi un brivido di felicità ogni volta che vedi un Rom, ti rimangono solo le opzioni del terrore e del genocidio. Con in mezzo un deprimente, "lo sopporto".
[1] Assolutamente vero, ma provate ad applicare questa attenuante anche ai Rom... [2] Il termine "nomade" è uno sfortunato tentativo di sostituire la parola "zingaro", ritenuta offensiva. Il risultato è che nell'immaginario italiano i Rom sono diventati davvero "nomadi", aggiungendo a tutto il resto anche l'atavica paura dei predoni che vengono da lontano e scompaiono nella notte. [3] Però quel "vorrei vedere che lo Stato lo cacciasse..." è un gioiello di rancoroso voyeurismo. venerdì, 16 maggio 2008 Diceva di chiamarsi Maria... (3) Dunque, Repubblica ha commissionato un sondaggio all'IPR Marketing, un'agenzia che lucra sul bisogno che hanno venditori/politici di sapere minuto per minuto, i consumatori/cittadini come lo vogliono il caffè. Dal sondaggio, emerge che il 4% degli italiani considera che i Rom siano esseri umani; e il 68% vorrebbe che venissero espulsi "dal paese tutti i Rom." In altre parole, due italiani su tre - la signora del piano di sotto con il cagnolino nero, l'edicolante e la zia Carmela - vorrebbero che chiunque sia nato in certe famiglie scomparisse dalla faccia almeno della sua terra. Accantoniamo subito la tentazione di sentirci meglio degli altri, noi 4%. "C'è tanto egoismo in giro", sospirano i luogocomunisti di sinistra, godendo infelicemente della propria superiorità. Quando un individuo fa il serial killer, lo possiamo condannare. Quando i due terzi della popolazione si convertono in potenziali serial killer, i giudizi morali non servono più. Serve capire, perché vuol dire che siamo di fronte a una trasformazione generale della società e dei rapporti umani senza precedenti a memoria d'uomo. Che non riguarda affatto solo l'Italia. Ci vorrebbe un lungo dialogo socratico per arrivarci; purtroppo Internet è il luogo dove anche i rapporti filosofici sono da una botta e via. Però proverò lo stesso a dire la mia. Intanto, guardiamo il sondaggio, perché la sua stessa costruzione ci rivela un'enormità di cose. A me viene da dire che l'autore delle domande contenute nel sondaggio deve essere un titolista di Libero appena licenziato per manifesta indegnità. Però le domande che questo immane imbecille pone si adeguano perfettamente alla psiche dell'italiano medio. E quindi, attenzione, non è un immane imbecille, anzi. Il titolo del sondaggio è, "IL PROBLEMA DEI ROM E DEGLI EXTRACOMUNITARI IN ITALIA". Proprio così. Romà slovacchi, fotografati da Julie Denesha. Tipicamente, sappiamo come si chiama la fotografa, ma non i fotografati Prima di tutto, colpisce l'uso del termine Rom. Lo uso perché è linguisticamente corretto.Però so che è anche politicamente corretto: "zingaro" è una brutta parola, dicono. E a Repubblica sono di sinistra e politicamente corretti. Ora, noi sappiamo che i termini politicamente corretti non servono a nulla, finché il loro contenuto continua a suscitare ribrezzo. "Cimitero", "campo santo" e tanti altri termini sono tutti eufemismi, ma continuiamo a fare le corna ogni volta che ci passiamo davanti. Il neologismo "colf", con tutta la sua aureola di buone intenzioni, suscita oggi gli stessi sentimenti che suscitava una volta "servetta", perché pulire i cessi degli altri resta comunque umiliante. Il creativo dell'IPR Marketing può usare la parola politicamente corretta, ma capisce perfettamente che il contenuto vivente della parola Rom indica sempre la forma estrema, nel nostro paese, di Rifiuto Umano. E così gli viene spontaneo scrivere "Il problema dei Rom". Proprio come scriverebbe, "il problema dei rifiuti a Napoli". Il Rom, dal momento in cui viene legato stretto nella sua culla di legno, da quando gli tagliano i capelli al suo primo compleanno, è un Problema. E' un Rom-problema, e tocca agli altri trovargli una soluzione, si spera finale. Oltre a essere Problemi Ambulanti, i Rom sono un certo numero di famiglie, delle più diverse nazionalità e religioni, di lontane discendenze indiane. Non fanno parte di nessuna organizzazione, non hanno alcuna ideologia strutturata, non hanno nulla a che fare con la politica. E non sono nemmeno particolarmente legate tra di loro. Però hanno in comune alcune regole rigorose per sopravvivere nelle discariche in cui il capriccio della nascita li ha fatti scivolare, e che permettono loro di non cadere nel degrado dei barboni atomizzati. In maggioranza, questi umani-problema che vivono in Italia sono cittadini italiani, proprio come il signor Antonio Noto, direttore dell'IPR Marketing. Nel sondaggio, come avrete notato, i Rom-problema vengono affiancati a una realtà del tutto diversa: la presenza in Italia di individui (in genere non di famiglie) che hanno in tasca passaporti di paesi i cui governanti, per vari casi della politica e dell'economia, non sono stati ammessi a firmare alcuni complessi e incomprensibili trattati - i cosiddetti "extracomunitari". La domanda quindi è unica, solo che i Rom-problema vengono messi in una colonnina, gli extracomunitari-problema in un'altra. Ogni domanda viene costruita sul principio che il rispondente sia "italiano" (e se è italiano, che non sia Rom). Anche quando si fanno le domande sul Problema Rifiuti, si parte dal presupposto che l'intervistato non sia un sacchetto di plastica. Nel prossimo post analizzeremo le singole, allucinanti domande ideate dal titolista licenziato di Libero. P.S. Segnalo qui una straordinaria foto di un campo profughi di Rom del Kosovo, che l'autore ha posto sotto tutti i sigilli possibili di diritto d'autore. giovedì, 15 maggio 2008 Diceva di chiamarsi Maria... (2) Mia madre mi disse "Non devi giocare Grazie a Dio, sono quello che sono perché mia madre non mi ha mai detto così. Però ci sono persone meno fortunate - in questo - di me. Prendete l'ometto in questa foto: non il furbo esibizionista che vediamo a destra, né il Pinocchio d'Egitto che sta al centro. Quell'altro, a sinistra. Per inquadrarlo, si chiama Alessandro Gabriele, fa l'agente immobiliare (credo) e dirige un'associazione chiamata Occidens, di cui è presidente onorario Marcello Pera. Alessandro Gabriele sembra assolutamente terrorizzato, e non solo al pensiero di pagare le esorbitanti tariffe richieste da Magdi Allam per la sua presenza. E' una paura molto più profonda, qualcosa che si deve portare dietro dai tempi dell'asilo. E infatti, Alessandro Gabriele vive letteralmente nel terrore degli zingari nel bosco. Ascoltiamolo:
Cioè qualche anonimo amministratore pensa di fare una discarica per Rifiuti Umani in una zona "boscosa e poco densamente abitata", a ben quindici chilometri dalla gente normale. Geniale, si direbbe, un campione dell'arte subtopica, l'ingegneria più richiesta dei nostri tempi. Eppure per qualcuno nemmeno quello va bene. E c'è qualcosa di grandioso, nella visione di quei lucchesi, "24 ore su 24", su per le colline di Brancoli: mi vedo l'agente immobiliare alle due di notte, perso tra lecci e querce, sotto la pioggia, ad aspettare, furente e spaventatissimo, il nomade che non arriva mai. Per strada tante facce mercoledì, 14 maggio 2008 Diceva di chiamarsi Maria... (1) Fissiamo bene chi è il Nemico del Popolo. Non si sa dove sia nata, né di chi sia figlia. Diceva di chiamarsi Maria. Ora dice di chiamarsi Angelica. E dice di avere quattordici anni. E' "finita in comunità", ed è pure scappata. Ora si trova in carcere, e non poteva finire diversamente. Sembra che non parli bene l'italiano. L'ultima incarnazione della Rapitrice Zingara è quindi anche l'ultima incarnazione del principale prodotto del nostro mondo: il Rifiuto Umano. Il termine sembra poetico, ma non lo è: il concetto di rifiuto umano è la chiave per capire elementi cruciali del nostro tempo. Rifiuto: ciò che è stato scartato - rifiutato - , separato dall'utile, ciò che va a discarica.
immagine di Bruce Dale Lasciamo perdere per ora la domanda, "ma voleva rubare un bambino o no?": come la penso in linea generale su questa questione, l'ho già scritto più volte. Concentriamoci sul contesto, che riguarda tutti. Una folla di persone semplici ha reagito spontaneamente, circondando un giovane straniero: "Calci e pugni, poi una coltellata a una spalla". Il fatto colpisce, perché non si trattava di un bersaglio legittimo. I media sottolineano infatti che il giovane accoltellato ha una casa e fa l'operaio, soprattutto è "rumeno e non rom". La folla, a caccia di Rapitrici Zingare ha poi lanciato molotov contro diversi campi, mentre le massaie hanno fatto la loro parte, cacciando "due nomadi" che facevano la spesa in un supermercato. E così via. A questo punto, è interessante sapere che lo Stato, in qualche sua forma, è intervenuto:
Un Rifiuto Umano non ha un quartiere, ma un campo; e non ha una casa, ma una baracca. La differenza è cruciale, non solo in termini di comodità. Immaginiamo una situazione di tensione tra autoctoni trevigiani e operai pugliesi immigrati. Fin lì, con la fantasia, ci possiamo arrivare. Ma non possiamo nemmeno immaginare una situazione in cui le autorità pongano rimedio alla tensione, spostando, nel giro di poche ore, tutti i pugliesi in un unico quartiere e lasciando che il quartiere pugliese venga dato alle fiamme. Con la mossa di "sistemare" i Rom - parola non casuale, i rifiuti sono per definizione oggetto dei nostri provvedimenti - siamo passati dal livello indistinto della folla, al livello istituzionale. Infatti, Repubblica oggi inserisce il microcosmo di ciò che è successo a Napoli nel macrocosmo di ciò che succede in Italia e in tutta Europa: nelle stesse pagine, leggiamo che: 1) A Milano, "per l'emergenza zingari", il prefetto (né destra né sinistra, lui è lo Stato) ha ricevuto la nomina a "commissario straordinario per i rom". 2) Il governo di destra dell'Italia richiama un regolamento che vorrebbe escludere automaticamente i Rifiuti Umani: per vivere in Italia, devi avere un reddito minimo. 3) Il ministro degli interni di destra dell'Italia progetta di aumentare il tempo di detenzione nei Centri di Permanenza Temporanea - fantastico ossimoro - fino a 18 mesi. 4) Il governo di sinistra della Spagna fa qualcosa di analogo: aumenta i termini di "internamento dei clandestini" da 40 a 60 giorni. 5) Il presidente di sinistra della provincia di Milano, Filippo Penati, espone il proprio progetto: "zero campi rom: i rom non vanno ripartiti, bisogna semplicemente farli ripartire". E' una battuta chiara, efficace e a modo suo memorabile. Da Wikipedia, apprendiamo che il profeta della pulizia etnica Filippo Luigi Penati è
Questo esponente del Partito Democratico, che governa con una giunta sostenuta anche dalla cosiddetta "sinistra radicale", ha dunque alle spalle un mondo del tutto diverso da quello di oggi: l'operaio di Sesto San Giovanni poteva essere sfruttato, ma non era certo un Rifiuto Umano. E quindi Penati riceve - come è giusto - il plauso dei leghisti e di Alleanza Nazionale. 6) Dal comune di Firenze, da sempre di sinistra, arriva un "regolamento": "non solo lavavetri", i divieti occupano 45 pagine fitte. E' importante tornare al concetto di microcosmo e macrocosmo, perché la responsabilità è ovunque e da nessuna parte. "Si sa come sono i napoletani", qualcuno dirà. Bene, la notte del 10 maggio, è stata lanciata una raffica di molotov contro un campo di Rom polacchi a Novara. Dai fuoco, al buio, a baracche in cui dormono in trenta, e trenta ne puoi ammazzare. Solo che le molotov si sono spente sul terreno acquitrinoso: a volte è bene vivere dentro una palude. E quello che troviamo tra la "gente", lo troviamo anche tra i politici e quindi tra le istituzioni. Non lo troviamo tra tutti i politici, ma lo troviamo tra tutti gli schieramenti. Sono abituato a prendermi ondate di insulti da identitari di sinistra, quando dico che destra e sinistra non significano quasi più nulla. Ma è così nei fatti. Il presidente "rosso" della provincia di Milano e il sindaco "nero" di Roma sicuramente assumeranno posizioni diverse su tante piccole cose. Avranno uno stile diverso e si vestiranno in modo diverso. Ma assumono posizioni identiche di fronte al più grande problema dei nostri tempi: l'Emergenza Rifiuti Umani. Mentre dentro uno stesso schieramento, si possono trovare i malvagi ma anche i giusti. Cinque consiglieri comunali del Partito Democratico hanno redatto un documento che chiede la cacciata dei Rom da Napoli (li manderanno a Milano?). Non so nulla dell'assessore alle politiche sociali di quel comune, Giulio Riccio. Presumo che anche lui sia del Partito Democratico, o da quelle parti. Però commentando il documento dei suoi colleghi, Giulio Riccio ha dichiarato: "Mi vergogno di essere italiano". domenica, 11 maggio 2008 Ho l'onore di avere tra i miei link uno al blog di Umm Usama. Per quanto le sue idee possano essere lontane dalle mie (e lei stessa probabilmente non gradirebbe nemmeno che io parlassi di "idee" nel suo caso), il suo coraggio e la sua onestà meritano tutto il nostro rispetto. Oggi, Umm Usama pubblica la traduzione di un articolo di Yvonne Ridley, la combattiva ex-giornalista inglese convertita all'Islam. Tocca il tema cruciale del rapporto tra musica pop, religione e politica. Le religioni, con la significativa eccezione dell'evangelismo statunitense, vedono notoriamente male tutta la cultura pop (che ricordiamo non significa prodotta dal popolo, ma consumata dal popolo). Poiché non appartengo ad alcuna religione, la critica religiosa non è la mia. Non ho obiezioni né teologiche né moralistiche alla cultura pop. Ma vedo un altro problema. Tutte le forme di cultura pop sono parenti del muzak, l'ipnotico suono di sottofondo che nei supermercati induce agli acquisti. Il muzak - che non a caso prende il proprio nome da un'azienda statunitense - è l'applicazione della tecnologia e della psicologia alla produzione di controllo sociale. Questo incantamento delle anime si adatta a ogni consumatore possibile, assumendo le forme più adatte; ma il suo contenuto è unico. Ecco perché non c'è differenza sostanziale tra i prodotti per giovani fumati alternativi, per giovani cattolici o per giovani musulmani. I dominanti non avrebbero nulla da ridire contro un Islam muzakato. Tra l'altro, i musulmani muzakati sanno anche che non possono permettersi la spocchia dei figli dei bianchi, che giocano a fare i satanisti o i provocatori. Per questo la voce di Sami Yusuf, ad esempio, istiga al più stucchevole sentimentalismo piccolo borghese (o gran proletario), dove Dio assurge al ruolo di custode e garante affettuoso della normalità. Yvonne Ridley coglie molto bene questo aspetto (anche se - come è ovviamente suo diritto - ci mette di mezzo anche una critica su basi religiose), e lo stretto legame che esiste tra merce musicale, sistema dei concerti, vacuo giovanilismo e complicità con il massacro e il terrore planetario. Ecco perché il conflitto non passa tra le religioni, e nemmeno tra le religioni e la "laicità", ma dentro ogni religione. Fine del mio commento, adesso ascoltiamo Yvonne Ridley. Miguel Martinez بسم الله الرحمن الرحيم
Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo Nel corso della storia, eminenti sapienti hanno spesso dichiarato che la musica è illecita; non mi ricordo di avere mai letto che i Compagni (radiAllahu ‘anhum) si esaltassero al suono della musica... Non fraintendete. Sono assolutamente favorevole al fatto che la gente si sfoghi, ma in un modo degno e appropriato al proprio contesto. La ragione che mi spinge a esprimere il mio turbamento è la seguente: qualche giorno fa, durante un raduno nel centro di Londra, l’isteria ha sopraffatto le sorelle della fila centrale nel momento in cui una sorta di pop-mania irrompeva nella sala del concerto. E non parlo qui di stupide ragazzine senza giudizio; si trattava di sorelle di 20, 30 o 40 anni, che urlavano, gridavano, si agitavano e ballavano. Perfino gli agenti della sicurezza, che somigliavano più a curapipe che a bulldozer, sembravano stupiti mentre tentavano di impedire alle sorelle velate di salire in piedi sulle loro sedie. Beninteso, gli assistenti di scena hanno ancor più aggravato le cose: agitavano le braccia incoraggiando la folla, largamente composta da donne musulmane, ad “alzarsi e cantare in coro” (si chiamano “fluffers” durante i numeri di spogliarello!). Come può qualcuno trarre un qualsiasi orgoglio dall’essere britannico? La Gran Bretagna è il terzo Paese più odiato del mondo. La bandiera nazionale è rigurgitante del sangue dei nostri fratelli e sorelle di Irâq, Afghanistan e Palestina. La nostra storia gocciola del sangue del colonialismo, è incatenata allo schiavismo, alla brutalità, alla tortura e all’oppressione. Inoltre, non abbiamo mai assistito ad una partita di calcio corretta, fin da quando abbiamo vinto la Coppa del Mondo nel 1966... Ed è sempre questa organizzazione ad aver organizzato delle retate in più di 3.000 abitazioni musulmane dopo l’11 settembre. Mi chiedo veramente che genere di vita si conduca sul Pianeta Sami. Se è tanto orgoglioso di essere inglese, perché vive nella grande democrazia egiziana del Medioriente? Chi bisogna biasimare? Le sorelle scatenate? Gli organizzatori che hanno permesso questo comportamento eccessivo che reca danno all’Islâm? O gli artisti? Abu Ali e Abu Abdul Malik, nella loro lotta per la loro fede, non cercherebbeo certamente di far gonfiare questo genere di isteria. Non più degli artisti eroici e anonimi di an-nashîd che cantano per la libertà; informatevi riguardo “Idhrib Ya Asad Fallujah” per comprendere di cosa sto parlando. Fallujah è attualmente sinonimo di una forma di resistenza eroica che ha innalzato i Palestinesi di Jenin al rango dei Comunardi di Parigi e degli assediati di Leningrado. I militari americani hanno vietato ogni nashîd su Fallujah a causa del potere e della passione che vi sono evocati. Tuttavia, se questi an-nashîd spingessero le sorelle a correre per le strade dondolandosi e danzando, potrebbero essere oggetto di una dissuasione, a causa delle attività illecite derivanti. mercoledì, 23 aprile 2008 “La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia.” Karl Marx, Il 18 Brumaio Qualcuno mi ha chiesto il senso di questo post. Due commenti, di segno contrapposto, si sono concentrati sul dito e non sulla luna. L'autore della citazione è irrilevante: purtroppo attorno a Marx è sorto un tale scontro tra devoti e nemici - grazie a fatti avvenuti decenni dopo la sua morte - che tutti sono attirati solo dal suo nome. Guardiamoci attorno in questi giorni e in queste settimane, e ditemi se Marx non abbia avuto straordinariamente ragione (e i nostri sono "tempi rivoluzionari", anche se in un senso assai più amaro di quello auspicato da Marx). Non avrei nemmeno messo il nome dell'autore, se non per correttezza. martedì, 22 aprile 2008 Quello che segue è il ragionamento su cui baso le scelte della mia vita. Cerco di esporlo nella maniera più semplice, ma non verrà capito lo stesso da quasi nessuno: la maggioranza continuerà a dire, "ma insomma, per chi tifi in questa o quella rissa in rete?" I blog sono in apparenza democratici, nel senso che non c'è uno che parla mentre gli altri ascoltano: parlano tutti contemporaneamente. Anzi, i blog esistono solo nel momento in cui parlano. Ne consegue che devono parlare in ogni istante, non importa di cosa. Come individui, o per usare il termine greco, come atomi. Il blog è quindi il caso estremo di individualizzazione o di atomizzazione.[1] Il blog è quindi semplicemente la manifestazione esteriore di qualcosa che avviene in ogni aspetto del nostro mondo.
Ora, più si è individualizzati, più si diventa uguali agli altri: è il segreto del rapporto stretto che esiste tra emancipazione e sudditanza consumistica. Infatti, il massimo di individualizzazione - di "libertà" - è anche il massimo di impotenza, perché in ogni istante, l'atomo si trova indifeso di fronte alla pressione circostante: se non esiste la possibilità di formare alcun blocco che opponga resistenza, ciascun individuo viene spinto dove vuole la forza soverchiante del controllo economico e mediatico. Proprio per questo, ciò che appare democratico sortisce in realtà un effetto contrario. Il blog (con i suoi annessi chattiformi) è la forma - per ora - ultima di questa condizione umana. Se esistono solo atomi che volano nello spazio, in perpetuo moto, essi finiranno per incontrarsi e scontrarsi casualmente tra di loro. Certo, la prima spinta potrà derivare dal disgusto provato per la faccia di Bruno Vespa, o da qualche incerto elemento identitario. Il sistema capitalistico accelera le trasformazioni, come possiamo vedere in tutti i campi. La rivoluzione elettronica porta questo processo alla quasi simultaneità: nel giro di pochi minuti, leggo un gran numero di blog e reagisco. Ognuna di queste reazioni porta un nuovo elemento, dà una nuova spinta all'atomo vagante nello spazio - o nello Spammo, come dice più precisamente una saggia quattrenne di mia conoscenza: una definizione che mi sembra molto migliore di "blogosfera". Anche perché il termine blogosfera è il prodotto dell'imbecille autocompiacimento di chi crede di appartenere a un mondo a parte, mentre la rete dei blog non è altro che il punto estremo della volatilizzazione umana in corso a tutti i livelli. Ogni incontro e ogni scontro nello Spammo fa deviare l'atomo dalla sua traiettoria iniziale, la fa sbattere da altre parti. Si potrebbe pensare che l'aumento di incontri-scontri faccia crescere anche l'esperienza: ma non è così, perché gli atomi spammanti non possono accumulare nulla - i nostri tempi vedono anche il crollo di tutta la cultura illuminista, che si basava sulla costruzione della conoscenza attraverso lo studio e l'esperienza. Per questo, gli scontri nello Spammo avvengono sempre per motivi psicologici primari. Non voglio dare esempi, perché i soliti ci leggerebbero subito qualche inesistente riferimento trasversale a casi reali. Però penso che tutti abbiamo presente liti avvenute nello Spammo. Sono sempre legate a due o tre pulsioni fondamentali, di tipo adolescenziale. Ieri i quotidiani riferivano di una violenta rissa tra studentesse quindicenni dell'istituto tecnico "Luosi" di Mirandola, l'esito di gelosie sorte "su Internet". La lettura dell'articolo è istruttiva, perché riflette tutti i meccanismi delle cosiddette blogwar, senza però le elaborate finzioni di cui noi, cresciuti nei tempi pre-elettronici, ancora sentiamo il bisogno. L'atomo, spinto di qua e di là da questo incessante scontrarsi, finirà prima o poi per seguire una traiettoria del tutto diversa da quella che si era posto in origine. Lo scontro però non è semplicemente tra due o più individui: avviene sempre davanti a una platea, a volte di migliaia di persone. Dove si creano immediatamente meccanismi ulteriori, sempre elementari, di tifo per e di odio contro. Nascono così nuove catene di azione e reazione, che generano nuove spinte. Non so voi, ma questo moto perpetuo e casuale mi fa orrore. Eppure anch'io ci finisco impelagato, perché non è possibile non trovarsi coinvolti negli incontri-scontri. In ogni singolo scontro, ci può essere chi ha ragione e chi ha torto. Certo, il giudizio non è facile, perché non è avvenuto nessun fatto concreto: ci sono solo chiacchiere e byte attorno a emozioni di persone che magari non si sono mai viste in vita loro. Ma se un simile meccanismo si ripete incessantemente e ovunque, vuol dire che si tratta di una questione strutturale: le singole ragioni e i singoli torti scompaiono di fronte a qualcosa che è iscritto in maniera inevitabile nel sistema stesso. Gli affetti artificiali dello Spammo si trasformano in maniera automatica in odio e nella ricerca vana di nuovi affetti: non è un fenomeno accidentale, è l'essenza del mondo in cui viviamo. Io ho scelto di aprire un blog, con una traiettoria ben precisa in mente. Una traiettoria si può modificare continuamente in base alla riflessione, ma non semplicemente all'impatto con altri atomi. Chiaramente, le persone non sono atomi: potenzialmente sono molto di più. Ma la loro proiezione elettronica spesso lo è. Il sistema in cui viviamo, contestato ingenuamente per tanto tempo come "materialista", è in realtà una smaterializzazione e uno svuotamento dell'umanità reale. I link sono, per definizione, dei legami. Che ti tirano comunque in questa o quella direzione. Ecco che in un colpo solo chiudo cinque link. Sta alla saggezza delle persone che hanno generato quei blog, sapere che loro non sono blog. E che ciò che io penso di loro in quanto esseri umani è cosa diversa da ciò che penso dei loro veicoli elettronici impazziti. Nota: [1] Non mi interessa qui il corretto uso in fisica del termine "atomo". Sto parlando degli atomi che conoscevo io a scuola, sostanzialmente piccole palline colorate a forma di biglia. Mi ricordo che mentre le molecole sembravano complicate opere d'arte fatte con il Lego, gli atomi che se ne stavano per fatti loro, erano piccole sfere plasticose tutte uguali. lunedì, 21 aprile 2008 Due domande importanti. Ritvan mi chiede perché ho tolto alcuni link sul mio blog. Il blog Movimento Assurdo mi pone invece una richiesta precisa. Dopo aver messo in fila alcune proposte politiche, con cui mi potrei trovare anche d'accordo, scrive:
La risposta a entrambe le domande è unica, ma parte necessariamente dalla risposta alla domanda posta da Movimento Assurdo. Il suo è un discorso di buon senso. Non basta, evidentemente, pensare e scrivere; occorre anche fare. L'altro giorno a casa di un amico ho potuto vedere le opere collettive di Lenin che prendevano la polvere su un intero scaffale. Evidentemente, Lenin - nel bene o nel male secondo i punti di vista - ha pensato e scritto, ma ha anche certamente fatto. Però, al contrario di Lenin, chi scrive e pensa, in genere fa poco o nulla: anche quando Zygmunt Bauman - per citare una grande mente di cui condivido quasi tutto - analizza a fondo la liquefazione della nostra società, la società continua a liquefarsi esattamente come prima. I miei pensieri e i miei scritti non valgono ovviamente quelli di Bauman. Però è vero che io sono essenzialmente uno che pensa e che si sente quasi costretto quindi a scrivere. Scrivo, e ciò che scrivo scorre fuori nel vasto pianeta di Internet, dove immagino che serva a ben poco. Di fronte a tale impotenza, esiste sempre la tentazione dell'impegno. In teoria, non ho nulla in contrario. I miei pensieri nascono dalla mia esperienza concreta di vita, più che dalla lettura di libri: prendo dai fatti, posso anche dare fatti. Il guaio è che appena provi a mettere un cauto dito nel mare dei fatti contingenti, le cose finiscono male. Io mi immergo nei fatti partendo dal presupposto che ci siano, da una parte, i miei potenziali alleati e amici e dall'altra i miei potenziali avversari. I miei amici dovrebbero essere, all'incirca, quelle persone che provano rabbia sentendo del bombardamento di Falluja, o vedendo Bruno Vespa in televisione. I miei avversari dovrebbero essere quelli che tifano per le bombe su Falluja e per Bruno Vespa. A quel punto, si tratterebbe di creare un fronte dei primi contro i secondi; e di trovare i mezzi perché i primi possano limitare concretamente i danni prodotti dai secondi. So che questa idea dei "nostri" contro i "loro" può apparire antipatica (e per certi versi lo è), ma la politica è una questione di rapporti di forza, e se non ti unisci con altri, resti debole. Senza unità, non si arriva da nessuna parte. E siccome siamo tutti diversi, questa unità va trovata tra diversi. Invece, non funziona affatto così. Io mi impegno su due piani diversi: scrivendo su questo blog e dando una mano, dove posso, a qualche struttura militante. Vediamo però quali ne sono le conseguenze. mercoledì, 02 aprile 2008 La liquefazione del mondo - descritta così bene da Szygmunt Bauman - si manifesta come velocità e mobilità. Che sono esattamente le due caratteristiche fondamentali di quelle incredibili fortezze mobili in cui si rinchiude e si agita una vasta parte della nostra specie. Su questo tema - lo spirito della fluidità come essenza dei nostri tempi, e la sua materializzazione automobilistica, vi lascio qualche riflessione del geniale Gilles Châtelet, matematico, anarchico, filosofo.
Da Gilles Châtelet, Vivere e pensare come porci. L'istigazione all'invidia e alla noia nelle democrazie-mercato, Arcana Libri, Roma 2002. venerdì, 29 febbraio 2008 Esistono dei geni che riescono a riassumere le più profonde verità in frasi brevissime. Tra questi geni, c'è l'Anonimo dei Bruschetti, autore di un memorabile aforisma che si trova scritto sulle buste dei bruschetti all'olio di oliva in vendita nei supermercati della Esselunga. Questo aforisma riassume in sé l'essenza dei nostri tempi: l'inganno seduttivo delle merci, la ferocia delle leggi e degli avvocati che vegliano sul profitto, il linguaggio globale, la volontà di potenza e il livellamento cosmico. Ascoltiamo con profonda attenzione la frase: "Autentica Trattoria è un marchio registrato del gruppo Unichips worldwide" |
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