lunedì, 05 maggio 2008

Operai, destra e sinistra

Ricopio questo post dal blog di Galatea, cosa che non vi esonera ovviamente da una visita alla fonte.

Non condivido integralmente il suo punto di vista (ma è normale, non mi succede con quasi nessuno); però credo che questo post - oltre a essere scritto straordinariamente bene - aiuti a capire alcune cose fondamentali.

Si dice che gli italiani siano una nazione di commissari tecnici, tutti pronti a spiegare perché si è vinta o persa quella particolare partita e proprio per questo, incapaci di capire la radicale mistificazione che è il calcio-business.

Galatea non appartiene affatto a questa categoria.

Riesce a spiegare la sconfitta elettorale della sinistra senza limitarsi alle solite critiche a questo o a quel politico; spiega la vittoria della destra senza fare ricorso ai "soldi di Berlusconi"; e mostra bene cosa sia oggi la cosiddetta "classe operaia bianca" in Occidente (e non solo nel Veneto).

Incidentalmente descrive perfettamente il nucleo della sinistra reale - il ceto intellettuale subalterno; che per molti versi è anche il ceto dei blogger "impegnati" (compresi certi fallaciani).

Se sapessi scrivere bene come Galatea, mi piacerebbe dire qualcosa su questo.

Perché se la sinistra reale non è una lucida critica dei meccanismi del capitalismo e dell'imperialismo, diventa semplicemente l'espressione delle fisime e delle paure di uno specifico ceto. 

Proprio per questo, la discriminante fondamentale che la sinistra reale pone è quella dello stile: essere "di sinistra" non vuol dire oggi altro che possedere tutti i sottili codici di linguaggio e di abbigliamento e di gusto che permettono l'ingresso nel ceto intellettuale subalterno. 

Unico, perdonabile neo, la grafia di Sharm al-shaykh.


La classe operaia va a Sherm el Sheick
Aprile 28, 2008 di ilmondodigalatea

Sono una schifosa borghese con la puzza sotto il naso. Me ne sono resa conto l’altra sera, quando, a cena da un’amica, mi sono improvvisamente accorta che l’unico operaio vero che conosco è suo moroso. Tutti gli altri amici che frequento possono essere di sinistra, molto di sinistra, perfino di sinistra estrema. Ma sono insegnanti, impiegati, dirigenti d’azienda, consulenti, medici, giornalisti, avvocati, ricercatori o professori universitari. Magari precari, precarissimi, con stipendi da fame o senza stipendio fisso tout court. Ma per le divisioni in classe ottocentesche e marxiste non fanno parte del proletariato: al massimo, possono fare gli intellettuali organici, o i piccolo borghesi frustrati.

Gianluca no, è proprio operaio. Lavora in una azienda media di Porto Marghera, e fa il turnista, addetto ad una macchina che stampa su plastica immagini di paperelle. Quando, in qualche appartamento preso d’affitto in estate, trovate sopra il tavolo una di quelle orripilanti tovaglie in similinoleum con disegnati sopra i granchi che scuotono maracas o gli orsetti che sorridono, ecco, dietro c’è lui, il Gianluca.

Il Gianluca e la Sara sono morosi da anni, e ora aspettano di sposarsi in autunno. Lei, diplomata maestra, fa la postina. Hanno comprato una villetta con giardino, sventrandola per rifarsela all’interno come volevano loro. Butta giù un muro di qua, alza su un muro di là, perché lei voleva la lavanderia separata e la cucina in muratura con il frigo a due piazze, lui la taverna dove mettere il mobile bar con la botte da cui spinare le birra come in un pub, ed entrambi i bagni in stile pompeiano, con la vasca idromassaggio e la doccia a sauna. Sulla scelta della cucina si sono trovati in perfetto accordo, e ne hanno scelta una che pare uscita da una puntata di Dallas: da dietro il tavolo a penisola ti aspetti che possa uscire da un momento all’altro J.R. è bellissima, e puramente decorativa, visto che Sara, messa ai fornelli, ha problemi persino a scongelare la pasta precotta. In salotto c’è una credenza ottocentesca che hanno fatto restaurare dal restauratore di fiducia; perché hanno un restauratore di fiducia per i mobili antichi, i due. Oltre alla credenza, campeggia nella sala un enorme televisore al plasma con lettore dvd. Non una libreria, perché di libri, in tutta la casa, non ce n’è praticamente uno, e quotidiani nisba; non un computer, perché «a me internet non mi prende mica, c’è da leggere troppo, non mi diverto». Però ci sono tre telefonini di ultima generazione, in bella vista, a ricaricarsi in entrata: sono in due, loro, ma, mi spiegano, uno è di scorta, e poi ci si lascia dentro la seconda scheda: cambiarla quando serve è troppo traffico, tanto vale avere un cellulare in più. L’unico problema della nuova casa è il garage: c’è posto per una macchina sola, la station vagon di lui; quella di Sara non ci sta, perché bisogna lasciare dentro le mountain bike per le escursioni in montagna, e l’equipaggiamento da sci, e l’attrezzatura subacquea, sennò si rovinano.

Per il viaggio di nozze, non hanno ancora le idee chiare. Pensavano qualcosa tipo le Maldive, ma anche la Polinesia. Gli States no. Ci è andato per un mese il collega di Gianluca, Massimo, in viaggio di nozze con la moglie, l’anno scorso, e ha detto che sono belli, ma Sara ha paura degli attentati; Gianluca ha escluso Marocco, e Tunisia, e paesi arabi in genere, perché non ci vuole andare fra quei quattro beduini islamici, dice.

«Ma a Febbraio – ricordo io – non siete stati dieci giorni a Sharm el Sheick?»

«Vabbè, ma lì eravamo in un posto tutto gestito da italiani, di arabi non ne ho visto uno»

Già, per dire.

Si sposeranno in chiesa perché ci tengono ad avere una bella cerimonia come si deve, e non convivono già ufficialmente nella casa nuova perché sennò i genitori brontolano, si sa come sono fatti i genitori.

Lei non vuole figli, lo dichiarato fin dall’inizio.

«E il parroco, quando hai fatto il corso prematrimoniale, è stato d’accordo?» chiedo.

«Ah, beh, mica gliel’ho detto, sennò piantava casini con la validità del sacramento… a quella lezione sono stata assente. Un mal di gola può sempre venire, no?» E per tutelarsi, giacché in Italia gli accordi prematrimoniali non si possono fare, è andata dall’avvocato a stilare una carta in cui lui le riconosce, in caso di divorzio, la proprietà indiscussa di una lista di cose presenti nella villetta, ed un rimborso spese per alcuni lavori fatti.

Gianluca vota a destra, presumibilmente Lega; Sara una volta o due centrosinistra, ma adesso non vota proprio; o meglio, ha votato sì, alle ultime elezioni, ma per Panto: «Perché lo sapevo che era un voto disperso, almeno non andava a nessuno dei due, sono tutti uguali.»

Né lui né lei sono iscritti ad un sindacato, e se viene dichiarato uno sciopero lui non aderisce. La politica? No, la politica non gli interessa, è tutto un mangia mangia, e i soldi, sì, i soldi è meglio spenderli nella casa, e nei viaggi, che se li metti in banca non ti danno niente, e poi va a finire che te li ruba Berlusconi o Visco. E quindi la serata passa così, con loro che mi aggiornano sulle ultime discoteche aperte nell’intorno, e sul concerto di Vasco, il trentesimo che Gianluca ha visto dal vivo e Sara no, perché lei alla terza volta che l’ha portata ha preso sonno; e poi mi chiedono contenti come va a me a scuola, e si stupiscono quando gli dico che alle volte mi stresso un po’ perché c’è tanto da fare: «Ma non fai l’insegnante? Hai tutti i pomeriggi liberi!», e come va al giornale, e sono contenti se il blog mi dà soddisfazioni, perché mi vogliono bene, e poi perché io sono sempre stata quella che scrive e legge e pensa, e ogni tanto con gli altri della loro compagnia mi tirano in ballo per far vedere che conoscono qualcuno che, bene o male, un piccola, magari piccolissima fama ce l’ha: la cronista del paese, quella che fa la giornalista.

Me ne vado da casa loro, a tarda notte, con un peso indefinito sullo stomaco, che non è solo dato dalle pennette malamente scongelate che hanno messo in tavola, ma dalla presa di coscienza che quando io, noi tutti parliamo di classe operaia, e di borghesi, e di destra e di sinistra, e di società civile e paese reale e antipolitica e caste e qualunquismo e liberismo e Dio e famiglia e religione, parliamo e parliamo, ma usiamo concetti che non hanno più molti agganci con la realtà. Perché tutto è molto più confuso, incerto e fluido, e la classe operaia di un tempo non va più in paradiso, e fra un po’ nemmeno a Sharm el Sheick: ci è già stata troppe volte, si annoia.


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domenica, 02 marzo 2008

Elezioni

Le elezioni in corso in Italia sono, ovviamente, una sciocchezza, rispetto all'orrore di Gaza.

Le considero una presa in giro di gusto talmente infimo, che non vale la pena litigare con nessuno per come vota o non vota.

Comunque per quello che vale, io ho condiviso e firmato questo appello, non scomunicherò nessuno se la pensa diversamente. Nemmeno se vota per Veltrusconi.

Miguel Martinez

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Assemblea nazionale autoconvocata - Domenica 30 marzo, ore 10,00
ROMA - CSIOA VILLAGGIO GLOBALE (lungotevere Testaccio)


premessa

Le ragioni dell'astensione

Il 13 aprile non voteremo, non ci piegheremo ad alcun ricatto, diremo no ad elezioni truffa che preparano la legislatura dell'americanizzazione integrale del sistema politico italiano.

 

Una legislatura i cui contenuti essenziali sono già tracciati dall'intesa Veltroni-Berlusconi, un'intesa coperta a sinistra dall'arlecchinesco arcobaleno di Bertinotti.

Come ben si capisce dal testo dell'appello il nostro non è un astensionismo ideologico, astorico e decontestualizzato. Al contrario, quel che proponiamo è un astensionismo politico che trova le sue ragioni fondanti nell'attuale tornante della storia del nostro paese.

Per quanto la casta di regime - sia essa di "centro", di "sinistra" oppure di "destra" – si sforzi per dare dignità ad un finto dibattito politico, ampi settori popolari hanno già capito l'essenziale: queste elezioni sono una truffa. Un imbroglio antidemocratico che impedisce ogni vera scelta, perché le vere scelte sono state già fatte e verranno imposte al paese qualunque sia il risultato.

Il rapporto di sudditanza con gli Usa si rinsalderà, insieme alla disponibilità a nuove avventure militari se Washington lo chiederà. Gli interessi delle oligarchie finanziarie saranno la preoccupazione condivisa del nuovo mostro bipartitico, mentre i privilegi del ceto politico saranno ancor più tutelati. La costituzione che prenderà forma sarà apertamente fondata sull'impresa, non più sul lavoro; mentre il sistema istituzionale (legge elettorale inclusa) verrà sempre più piegato alle esigenze delle classi dominanti, verso nuove forme di totalitarismo che includono ma non si esauriscono nel presidenzialismo.

Questa è la Terza repubblica di cui già parlano, frutto velenoso dell'imbarbarimento sociale, prodotto garantito di queste elezioni truffa.

Come rispondere a questo scenario? In teoria ci sono tre possibilità: il menopeggismo, l'identitarismo, il rifiuto. Il menopeggismo (rifondarolo e non solo) è l'ideologia che più ha prodotto danni, dato che il meno peggio prepara sempre il peggio. L'identitarismo di chi pensa che basti avere una falce e martello sulla scheda elettorale (Sinistra Critica, Pcl, ecc.) è comprensibile ma del tutto inefficace.

Resta il rifiuto ed è questa la scelta che proponiamo. Una scelta etica e politica.

Ma il rifiuto, cioè l'astensione, non è fuga. Al contrario, esso vuol essere la premessa di una lotta più ampia che potrà svilupparsi solo a condizione di una rottura totale con l'indecente casta che chiederà il voto il 13 aprile. A volte il voto più forte è quello non dato. A noi sembra che questa volta sia proprio così.

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QUESTA VOLTA NO
votare e' una cosa seria - astieniti

Quelle del 13 aprile non saranno elezioni di ordinaria amministrazione. Esse potrebbero avere conseguenze di portata storica. Le stesse oligarchie che seppellirono la prima Repubblica, sprofondata la seconda nei miasmi delle loro meschine lotte di potere, hanno deciso di fondarne una terza.  

I due partiti di plastica, quello di Veltroni e quello di Berlusconi (forti dell'inopinato sostegno del neonato ectoplasma di Bertinotti che ha assunto il ruolo di garante di questo imbroglio) chiedono di cambiare le  "regole del gioco", nascondendo ai cittadini quali siano il gioco e la posta in palio. Il gioco consiste nell'adottare un modello istituzionale di tipo americano, ovvero una monarchia elettiva fondata su di un bipartitismo coatto più o meno perfetto. La posta in palio, già deciso quali siano i due monarchi, è a chi dei due debba spettare il trono.

Chiunque si piazzerà per primo ricorrerà infatti all'appoggio del secondo classificato (e all'avallo delle due forze di complemento,  quella di Bertinotti per il PD e quella di Casini per il PdL),per fare a pezzi la Costituzione, atto obbligato per passare dalla democrazia parlamentare ad un regime presidenzialista autoritario. Da un sistema in cui la sovranità, almeno legalmente, spetta al popolo, vogliono condurci ad un altro in cui essa sarà appannaggio di ristrette oligarchie che trasformeranno i governi in docili comitati d'affari dei grandi oligopoli capitalistici, e le assemblee elettive in bivacchi schiacciati dagli stivali dell'Esecutivo.

Un sistema oligarchico che farà della democrazia una finzione procedurale, trasformando i cittadini in sudditi, non può essere altrimenti considerato che una dittatura mascherata.

Sappiamo bene che questa tendenza non riguarda solo l'Italia, che essa riguarda tutta l'Europa. Le classi dominanti europee, da sempre prigioniere della supremazia nordamericana, hanno infatti abbracciato il disegno imperialistico di Washington, disegno che fa dell'Alleanza atlantica la punta di lancia della "guerra permanente e infinita" con la quale imporre al mondo le proprie ambizioni imperiali.

Alla guerra permanente contro ogni popolo e nazione recalcitranti corrisponde, entro i confini del blocco imperiale, la necessità di una pace interna cimiteriale, la prevenzione e la soppressione d'ogni conflitto sociale e politico, la violazione dei diritti fondamentali delle persone.

La maniacale ricerca di leggi elettorali truffa, la sacralizzazione del principio della governabilità, vanno infatti di pari passo con l'adozione di leggi lesive delle libertà individuali e collettive, il tutto accompagnato da accanite campagne securitarie razziste e xenofobe. Non si tratta solo del presidenzialismo, ma del passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di Polizia.

Quando la società italiana pulsava, quando la democrazia viveva della partecipazione diretta dei cittadini, questo mutamento sarebbe potuto avvenire solo con un "colpo di stato" —minaccia che è infatti gravata sul nostro paese, dal Piano Solo del 1964, a quello della P2 di Licio Gelli negli anni '70-'80.

Oggigiorno, già disarticolate le istituzioni repubblicane,  neutralizzate le forze antagonistiche, trasformati i cittadini in tele-spettatori/consumatori inebetiti, questo golpe può essere perpetrato in maniera incruenta, grazie ad una competizione elettorale manipolata con ciniche strategie di marketing dai padroni delle TV e dei mass media.

In questo contesto, davanti ad elezioni il cui risultato è già sancito in anticipo, l'astensionismo di massa è la sola risposta che abbia valore etico e senso politico.

Questa volta no, non ci "tureremo il naso", non accetteremo il ricatto di chi, dopo aver scelto il ruolo di comprimario e di complice di un crimine, vorrebbe il nostro voto accreditandosi come innocente. Né riteniamo abbia senso politico presentare liste alternative. Esse, oltre a non aver alcuna possibilità di successo, svolgerebbero, loro malgrado, la funzione di comparsa della messa in scena elettorale.

Chiamiamo quanti condividono quest'appello non solo a sottoscriverlo, non solo a diffonderlo, ma ad attivarsi in una campagna astensionista di massa allo scopo di contrastare la nascita di quella che chiamano "Terza Repubblica".

Una campagna che sola può gettare le premesse per un'opposizione politica futura, intransigente e a tutto campo, non solo contro la svolta autoritaria e per salvare lo Stato di diritto, ma anche per rilanciare la lotta per affermare i principi di eguaglianza sociale, libertà politica e fratellanza umana, principi che restano i soli per costruire un'alternativa di sistema.

Ci impegniamo altresì a convocare una grande assemblea unitaria nazionale affinché l'opzione astensionista e antagonista abbia una dimensione di massa.

Se sottoscrivi questo appello scrivi a: <
mi-astengo@tiscali.it>

Primi firmatari:
 
Franco Alunni – Roma
Adolfo Amoroso - Roma
Maria Grazia Ardizzone - Perugia
Rosario Attanasio – Lecce
Anna Paola Azzi – Lucca
Marino Badiale – Genova
Giorgio Becchetti – Assisi
Graziano Bianchi – Lucca
Giulio Bonali – Piacenza
Bono Luciano - Milano
 Paola Bonoconto - Roma
Massimo Bontempelli – Pisa
Luciano Bronzi – Potenza
Roberto Bugliani – La Spezia
Francesco Cardinali – Foligno
Daniela Ceccaroni – Perugia
Ino Cecchinelli – La Spezia
Giovanni Cenci – Perugia
Angela Cocco – Roma
Maria Grazia Da Costa – Lucca
Laura Dalle Molle – Vicenza
Tusio De Iulis - Pescara
Riccardo Di Vito – Roma
Franco Ferro – Firenze
Nadia Ferro – Firenze
Maurizio Fratta – Perugia
Ugo Giannangeli – Milano
Alessandro Giornalista – Roma
Andrea Giulietti – Roma
Maria Ingrosso – Lecce
Silvia Irti – Roma
Gianfranco La Grassa – Treviso
Gianluigi Maddalena – Vicenza
Luca Maddalena – Vicenza
Michela Maffezzoni – Cremona
Miguel Martinez – Firenze
Daniela Marzi – Siena
Enrico Mascelloni – Spoleto
Leonardo Mazzei – Lucca
Patrizia Mazzei – Lucca
Luca Minghinelli – Lucca
Miozzi Erika - Bologna
Rodolfo Monacelli – Roma
Fabio Montagnani – Siena
Massimiliano Montesi – Foligno
Alessia Monteverdi – Foligno
Ramona Monti – Lucca
Virginio Monti – Lucca
Mauro Moretti – Lucca
Maurizio Neri – Roma
Alice Paccagnella – Padova
Vittorio Paiotta – Pisa
Moreno Pasquinelli – Foligno
Giuseppe Pelazza – Milano
Anika Persiani – Firenze
Gianni Petrosillo – Potenza
Paolo Pioppi - Amelia
Fabio Polichetti - Roma
Costanzo Preve – Torino
Valeria Proia - Roma
Mary Rizzo – Ascoli Piceno
Gabriele Roberto - Roma
Antonio Savini – Roma
Daniele Sello – Perugia
Enrico Sodacci – Perugia
Sergio Spina – Imperia
Sergio Starace – Lecce
Federico Stella – Roma
Giovanni Teti – Perugia
Marcello Teti – Perugia
Mauro Tozzato – Treviso
Luca Travaglini – Chieti
Giuseppe Vaccaro – Perugia
Irma Vari - Roma


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martedì, 26 febbraio 2008

Al ballo mascherato della celebrità

Andiamo avanti con la storia di Marianna (o Maria Anna) Madia, Jeune Fille-novità di Walter Veltroni e capolista del suo "Partito Democratico" nel Lazio. [1]

Mentre leggete, tenete presente in ogni momento alcune cose fondamentali.

Le colpe dei padri non ricadono sui figli.

I legami tra persone non costituiscono, in genere, saldi complotti, ma incontri transitori, dove gli amici di ieri si perdono o diventano i nemici di oggi.

Il 90% di ciò che scrivo qui perderebbe immediatamente di senso, se dovesse dimostrarsi falsa l'affermazione, non documentata, secondo cui Marianna Madia sarebbe la nipote di Titta Madia.

Ciò premesso, scopro che Marianna Madia è una research fellow di Institutions Markets Technologies (IMT), che Repubblica definisce "il superateneo di Lucca voluto da Pera"   o più semplicemente "l'ateneo di Pera", e il cui presidente è stato anche a lungo Presidente della Fondazione Magna Carta, sempre di Marcello Pera.

L'IMT è uno dei vari "centri di eccellenza" più o meno privati che, grazie ai loro padrini politici, riesce a godere di fondi pubblici distolti dalle università.

Oppure, si viene a sapere che l'Arel, il pensatoio dove la Madia lavora, è stato fondato anche da Francesco Cossiga (che poi condivide con la Madia una fisioterapista di nome Mascia).

Ma su Canisciolti  trovo un'altra informazione curiosa, tratta a sua volta da Dagospia, che però come al solito non dà la fonte: lo zio di Marianna Madia sarebbe Titta Madia.

Titta Madia è, o è stato, insieme consigliere del ministro di Giustizia (cioè di Clemente Mastella), avvocato di Pio Pompa  e avvocato di Nicolò Pollari; ma anche difensore dello stesso Clemente Mastella e della sua ormai famosa moglie.

Clemente Mastella a sua volta ha nominato Titta Madia e consorte (Mastella ha sempre curato i valori della famiglia) nel comitato direttivo della Scuola della Magistratura, che Mastella stesso ha promosso a Benevento.

Titta Madia, che ovviamente deve essere un avvocato veramente capace (non affidi la tua libertà a un cretino solo perché raccomandato) ha anche difeso il capo della Guardia di Finanza, il generale Paoletti e pure Sergio Billè, il gioviale presidente della Confcommercio arrestato tempo fa.

Nella difesa di Pio Pompa come in quella di Billè, Titta Madia ha collaborato con un certo Nicola Madia.

Ma l'avvocato Titta Madia, mi chiedo, non ha ormai più di cento anni?

Perché il nome lo ricordo, dalla mia prima adolescenza di assiduo frequentatore di bancarelle di libri usati: Titta Madia era l'autore di Rodolfo Graziani. L'Uomo, de I capi incatenati, scritto in onore del maresciallo Pétain, e altri testi simili.

Adesso andando su Google, il mistero si chiarisce.

C'era un Titta Madia, 1894-1976, che chiameremo "senior", il più famoso cittadino di Petilia Policastro in provincia di Crotone e avvocato.

C'è oggi un Titta Madia, che chiameremo "junior", nato nel 1947,  che esercita a Roma, dove sappiamo che si trovano gli eredi di Titta Madia sr; e ci sono oggi anche due Nicola Madia avvocati, che possiamo presumere siano rispettivamente il fratello e il figlio di Titta Madia jr.

Titta Madia jr dirige oggi la rivista "L'Oratore del giorno" fondato oltre 70 anni fa da Titta Madia sr. e da un certo Nicola Madia.

Credo che possiamo dedurre tranquillamente che Titta Madia jr sia il nipote di Titta Madia sr; e che Nicola sia uno di quei nomi che si tramandano ogni volta che sia possibile, per mantenere saldi i legami di clan.

E chi era Titta Madia sr?

Giovanni Battista Madia detto Titta, figlio di Nicola (e vi sorprende?), è stato una figura archetipica del notabile meridionale colto, che si è dedicato alle due grandi vocazioni retoriche dell'Ottocento: l'avvocatura e la politica. Pagò il prezzo che ancora si chiedeva alle élite dei tempi, partendo volontario nella prima guerra mondiale, dove fu ferito, guadagnandosi quell'aria sacrale che avrebbe circondato i mutilati di buona famiglia (di quelli comuni, meglio non parlarne).

Fu tra i primi deputati fascisti del Sud, e divenne di nuovo deputato nel dopoguerra, ovviamente nelle liste del Movimento Sociale; e fino alla morte, fu membro del Comitato Centrale dell'MSI.

Ricordiamo che essere missino al Sud era cosa molto diversa dall'esserlo al Nord, dove c'era stata la guerra civile. Una cosa molto più tranquilla, ma anche esente dalle tentazioni socialiste che provavano i fascisti settentrionali.

Nell'unica biografia che ho trovato in rete di Titta Madia sr, c'è un brano che dice tutto sull'Italia:

"Nel 1926 Madia interviene per allontanare dal “Fascio” di Crotone e dalle Amministrazioni gli elementi più intransigenti che costituiscono un pericolo per la vita della Città e del suo intero territorio; si ricorda ancora l’allontanamento dei Podestà di Petilia e di Cotronei perché non rispondenti alla linea di moderazione: in questo modo egli cerca di legare al partito fascista gli elementi che appartengono alla classe più accreditata e moderata, per cultura e tradizioni, e per cariche sostenute."

Ed è esattamente questo il capolavoro dei Madia-gattopardi di tutti i tempi: prendere la rivoluzione del momento, qualunque sia, e assorbirla negli interessi della "classe più accreditata e moderata", mettendo alla porta gli illusi che hanno creduto a Garibaldi, al socialismo, a Mussolini o al comunismo, poco importa.

Cosa c'entra Marianna Madia?

Sarebbe un immenso errore, e un'ingiustizia, fare come gli squallidi commissari telematici dell'antifascismo sbirresco, che vedono ovunque complotti e infiltrazioni, "inquinamenti" e "sdoganamenti".

Solo un demente potrebbe squalificare Marianna Madia perché il suo bisnonno (se tale è) ammirava Rodolfo Graziani.

Però il quadro diventa interessante, se lo guardiamo da un punto di vista antropologico.

Diamo di nuovo un'occhiata a tutta la lista di nomi che abbiamo citato tra ieri e oggi:

Veltroni, Marcello Pera, Clemente Mastella, Nicolò Pollari, i notabili fascisti del Meridione, Cossiga, la fisioterapista Mascia, i capi della Guardia di Finanza e di Confcommercio; e aggiungiamo dalla galleria di ieri, Giulio Napolitano, Beniamino Andreatta, Enrico Letta, Gianni Minoli (che alla Rai protegge la giovane Madia).

A cosa somiglia?

Non a qualche monolitica congiura.

Sembra proprio la lista degli invitati a una festa, anzi - se ci mettiamo anche Titta Madia sr, a cent'anni di feste.

Dove non conta affatto l'appartenenza alla destra (il vecchio patriarcato calabrese), al centro (Clemente Mastella e Marcello Pera) o alla sinistra (Veltroni e Napolitano), ma semplicemente, il biglietto di invito.

E Marianna Madia, a quanto pare, con il biglietto di invito ci è nata.

Mica è un delitto.

Però qui si cade in un equivoco facile.

Se Marianna Madia è nata con il biglietto di invito, vuol dire che è una lavativa incapace? Ovviamente no. Veltroni non avrebbe bruciato il posto di capolista nella capitale d'Italia per fare un favore a qualche amico.

Ma allora che problema c'è, se è raccomandata, ma capace?

E' proprio quello che fa paura.

Perché la Marianna sembra esattamente il prototipo dei tecnici del dominio, l'operosa formichina che lavora instancabilmente per affermare gli interessi del mondo in cui è cresciuta.

Che dire, ad esempio - ma dove lo trova il tempo? - della scelta di partecipare, sotto le ali di Enrico Letta [2], all'organizzazione di un "pensatoio bipartisan" e "inter-polista"  che si chiama "VeDrò l'Italia al futuro"?

Nota:

[1] In Lombardia il capolista veltroniano è Matteo Colaninno, Vice Presidente della Confindustria e Presidente del Consiglio Centrale Giovani Imprenditori, vicepresidente del gruppo Piaggio e membro di ben 13 consigli d'amministrazione.

Il Giornale, in perfetta ma brillante malafede, scaglia la prima pietra intervistando una giovane precaria pugliese cui Colaninno aveva offerto un lavoro di sei mesi a 250 euro al mese.

[2] Nel caso ve ne foste dimenticati, quando si passò dal governo Berlusconi a quello Prodi, Enrico Letta subentrò all'incarico di suo zio, Gianni Letta, l'eminenza grigia di Berlusconi e il presidente della Fininvest Comunicazioni. Proprio lo stesso incarico, quello di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.


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lunedì, 25 febbraio 2008

"Se po' ffa'"

"Yes, we can!" è lo slogan dei democratici americani, e fa pensare a una schiera di venditori in giacca e cravatta sotto la frusta del loro animatore: "Can we increase sales by ten per cent this year?" "Yes we can!" "By twenty percent?" "Yes we can!"

I copioni veltroniani hanno tradotto lo slogan. Che da noi suona "se po' ffa'", la frase cara a innumerevoli oscuri mediatori per conto di onorevoli e di cardinali.

Le prossime elezioni saranno un duello tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per decidere quale dei due potrà trasformare l'Italia in qualche forma di regime presidenzialista.

L'Italia è quello che è, e chiunque vinca, finirà impantanato anche lui; ma rimane il fatto che due maschi stanno litigando per avere più potere di quanto abbiano avuto i loro predecessori, a parte Benito Mussolini.

Solo che i due devono contendersi il paese a colpi di immagine, lavorando su due elementi.

Il primo è la Novità.

Che Silvio Berlusconi, ormai settantenne, stia sempre lì per fare la rivoluzione, lo sappiamo da quattordici anni.

Mentre Walter Veltroni, che divenne vicepresidente del Consiglio la bellezza di dodici anni fa ed è parte organica dell'attuale governo, lancia "dodici proposte innovative per cambiare l'Italia".

Proposte approvate ieri in un video di saluto da Francesco Totti, seconda autorità morale di Roma dopo il Papa.[1]

L'altro elemento che  sfruttano sia Berlusconi che Veltroni che tutti, è la Jeune Fille (leggere con attenzione l'articolo che linkiamo qui).

Infatti, i due maschi si manifestano al mondo attraverso alcune femmine-immagine.[2]

La destra punta su quel fenomeno paradossale che è il puttaniere con il crocifisso d'oro al collo, tutto telecomando, turismo sessuale e matrimonio in chiesa.

Si parla infatti di seggi sicuri a destra per varie troiette spettacolari, recuperate dal Grande Fratello o da altre discariche virtuali, anche se sembra che nulla sia stato ancora definito.

Più sottile e interessante la femmina-immagine di Veltroni: Marianna Madia, ventisettenne "ricercatrice".[3]

Il Partito che Cambia Tutto offre un seggio sicuro, quindi, a una rappresentante di quell'immensa schiera di figli (e soprattutto figlie) della piccola borghesia, che hanno studiato tanto, perso tanti treni e si arrangiano precariamente e onestamente. Il grande serbatoio del ceto intellettuale subalterno. Dove risiede la forza identitaria del centrosinistra.

Dice la Madia di se stessa, “Porterò tutta la mia straordinaria inesperienza”. E aggiunge, come in uno spot per detersivi, "Se una come me è stata chiamata per questo ruolo vuol dire che è in corso una rivoluzione. Una rivoluzione dolce."

Anzi, c'è pure il finto scandalo: Madia nega di essere lei che ha scalzato De Mita dalle liste del Partito Democratico.

E su questo, soffermiamoci un attimo.

Intanto, nella società mediatica della pseudotrasgressione, se non c'è scandalo, non c'è divertimento, e quindi attenzione.

Solo che lo "scandalo" verso cui si attira l'attenzione consisterebbe nella sostituzione del vecchio e corrotto notabile democristiano con una giovane bella e simpatica.

Lo scandalo, abbiamo detto, è finto.

Uno, perché dubito che qualunque essere umano normale avrebbe trovato "scandalosa" la sostituzione.

Due, perché la Madia è capolista nel Lazio, e De Mita notoriamente non è laziale.

Ma come si crea comunque lo scandalo inesistente? Negandolo, come fa la Madia.

L'ottimo David Lognoli, che è ricercatore precario (fisico) sul serio, ha scoperto chi è davvero la Ragazza-Detersivo di Veltroni.

O meglio, lo ha letto su un altro blog, ma da solo non ci sarei arrivato, e poi volevo fare un po' di pubblicità lo stesso all'ottimo blog di David.

L'altro blog ha scoperto che Veltroni non ha trovato Marianna Madia "in fila al supermercato".

Marianna Madia, infatti, è figlia di un consigliere di una "lista civica per Veltroni", amico personale di Veltroni.

Lei lavora alla Presidenza del Consiglio, mentre "collabora" con  l’Agenzia Ricerche e Legislazione fondata da Andreatta e attualmente nell'orbita di Enrico Letta (da qui la sua qualifica come "ricercatrice") e conduce pure una trasmissione alla Rai.

E siccome un certo mondo è molto piccolo, Marianna Madia è pure l'ex fidanzata di Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica. No, nemmeno Giulio è un giovane ricercatore, è un sistemato professore universitario. Ah, pure lui è un collaboratore di Letta.

Metto qui una foto che risale ai bei tempi della loro relazione. Non per la Madia, ma perché è la prova che anche i figli dei potenti possono avere un ghigno da deficienti.  

napolitano

 

Note (parecchie e lunghe, oggi):

[1] Veltroni ieri è riuscito anche a combinare un mediatico abbraccio pre-elettorale tra due parenti di vittime degli anni Settanta - Giampaolo Mattei, figlio e fratello di tre proletari di Primavalle bruciati vivi da un commando di borghesi-bene di Potere Operaio, e Rita Zappelli, madre di Valerio Verbano, giovane di sinistra ucciso a sangue freddo da un commando neofascista.
 
Sacrosanto il superamento dei massacri demenziali di allora, ma il messaggio che manda Veltroni è quello del "perdono" esteso a tutti coloro che hanno "peccato" di antagonismo, da una parte o dall'altra. E Santa Madre Chiesa ci insegna che chi estende il perdono, possiede le chiavi del paradiso e dell'inferno, nonché molte chiavi terrene.

[2] Tra i minori, una Jeune-Fille ha scippato direttamente il primo piano. "La Destra" candiderà infatti la Daniela Santanché come premier.

[3] Veltroni ha imbarcato anche l'operaio-immagine (suo malgrado), Antonio Boccuzzi, sopravvissuto al rogo della Thyssen.

 Michele Nobile, nel suo saggio su "la politica come professione" in Forchettoni Rossi. La sottocasta della sinistra radicale (Massari editore, 2007), documenta come nel parlamento uscente vi siano attualmente due deputati operai (uno eletto nella Rosa nel Pugno, uno nell'Ulivo) e tre o zero senatori operai (secondo le fonti). Nessuno, comunque, in tutta la "sinistra radicale".

Boccuzzi siederà in parlamento guardato a vista da Pietro Ichino, il grande teorico della demolizione dei diritti sociali, anche lui patrocinato da Veltroni.


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mercoledì, 16 gennaio 2008

Massimo Fagioli, il guru di Bertinotti

Da tempo, volevo scrivere qualcosa sul rapporto tra il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, e il guru romano Massimo Fagioli. Un rapporto poco noto: dei miei amici che hanno scritto addirittura dei libri su Rifondazione Comunista non ne avevano mai sentito parlare.

Io stesso ci sono arrivato, solo perché me lo aveva segnalato Helena Velena, la quale critica fortemente Fagioli, perché quest'ultimo ritiene che l'omosessualità sia una vera e propria malattia, che lui ovviamente può curare.

Solo adesso trovo un articolo - pubblicato a luglio - che parla, in maniera abbastanza precisa, della questione.

L'autore, Giancarlo Perna, è un giornalista di destra, e l'articolo è uscito sul Giornale.

Che sia di destra non è un problema: nel teatrino politico di oggi, se vuoi notizie critiche su Berlusconi, devi leggere Repubblica; se le vuoi su Bertinotti, devi leggere Il Giornale.

Piuttosto, ci vorrebbe una ricerca molto più profonda sull'ideologia che Fagioli offre. Nella parafrasi di Perna, Fagioli dice in sostanza che

"grazie a noi due, anzi grazie a me, la psiche dell’uomo entra in politica. In altre parole, il comunismo è fallito e io offro a Bertinotti una nuova strada da percorrere: la realtà umana."

Negli ultimi anni, Bertinotti ha cercato di trasformare il proprio partito da campo di battaglia tra litigiosi gruppi togliattiani, operaisti e trotskisti, in un progetto di stalinismo fricchettone, con Bertinotti stesso nel ruolo di uno Stalin sorridente, per l'era di Porta a Porta.

Mentre l'elemento fricchettone - la retorica sui "movimenti" e sui "diversi" e sugli "altri mondi possibili" e tutto il resto - si sarebbe strutturato attorno alle acrobazie verbali prodotte nel laboratorio magico del santone Fagioli.

Tutto ciò non ha funzionato: il grande partito delle bocciofile romagnole avrà tutti i difetti di questo mondo, ma già diffida della cucina indiana, figuriamoci della psiche.

Sospetto che la frustrazione di Bertinotti sia parallela a quella di Giuliano Ferrara, che da anni cerca di convincere speculatori edili laziali e xenofobe trevigiane ad apprezzare il fascino delle tesi neocon sul nichilismo creativo della rivoluzione planetaria capitalista.

Mancano, poi, nell'articolo di Perna, le testimonianze - spesso preoccupanti - di chi è stato seguace di Fagioli: un argomento su cui non sarebbe male ritornare un giorno, qui o altrove.


I Fagioli di Bertinotti: ecco il guru che psicanalizza la sinistra chic

 articolo di Giancarlo Perna - lunedì 09 luglio 2007, 07:00

L’incontro col leader di Prc e un legame inossidabile. Da 32 anni il medico romano sottopone a terapie di folla centinaia di persone a 10 euro a testa

I Grandi della Terra hanno consiglieri segreti. In passato, lo zar Nicola consultava il veggente Rasputin. Oggi, il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, è ispirato dal santone Massimo Fagioli, uno psichiatra. Mentre la storia dei due russi è nota, quella della coppia italica è ancora da scrivere.

Da alcuni anni, Fausto è spesso in compagnia dello psichiatra Max. Non perché sia in cura, essendo uomo di sperimentata sanità mentale, ma per scambi di vedute che col tempo si sono fatte più avvolgenti fino a raggiungere quello stadio sublime delle relazioni umane detto osmosi.

Qualcuno, infatti, parla di «matrimonio» tra Bertinotti e Fagioli. Nozze intellettuali, s’intende, tanto che agli incontri partecipa anche la signora Lella, consorte del presidente da mezzo secolo.

Cosa abbiano da dirsi politico e strizzacervelli resta avvolto nella nebbia per tutti, salvo che per i protagonisti della vicenda. L’intesa, in ogni modo, genera vasti effetti sia in Rifondazione comunista, il partito di Bertinotti, e nella stampa fiancheggiatrice, sia nel mondo dei seguaci di Fagioli, detti «fagiolini».

Per raccapezzarsi, bisogna sapere chi è Fagioli.

Lo psichiatra è una figura molto romana. Pressoché ignoto altrove, nella Capitale è un personaggio. Si cominciò a parlare di Max nel 1976, anno della sua cacciata dalla Società psicoanalitica italiana per due motivi. Il primo è che aveva dato dell’«imbecille» a Freud, che equivale a negare la Trinità in Vaticano. Oggi, affinando il suo giudizio, preferisce dire «quel criminale di Freud».

La seconda e decisiva causa dell’ostracismo cui Max andò incontro fu l’Analisi collettiva, una cura dell’anima di sua invenzione, detta anche «psicoterapia di folla», consistente in mastodontiche riunioni di pazienti guidate da lui con pugno di ferro. Gli aderenti alla Società psicoanalitica, considerando questa terapia una buffonata e il suo ideatore un «cialtrone», decisero di espellerlo. Max non fece una piega, proseguì per la sua strada e l’Analisi collettiva festeggia quest’anno il trentaduesimo genetliaco.

Le riunioni dei fagiolini si svolgono quattro volte la settimana in piazza San Cosimato, nel rione Trastevere. Vi partecipano centinaia di persone. Praticamente, il solo a parlare è Max. Lo fa per ore. Non tollera obiezioni, pena il bando dell’insolente o il divieto di fiatare a tempo indeterminato. Le Analisi collettive sono gratuite. Ma è in uso versare un obolo all’ingresso, mediamente di dieci euro. Moltiplicati per diverse centinaia, quattro volte la settimana, da 32 anni, fanno un patrimonio da sceicco.

Quella dei fagiolini è una tribù adorante che pencola dalle labbra del settantenne Max. Gli affiliati - qualche migliaio - sono professionisti della buona borghesia, signore snob innamorate in massa della loro guida spirituale e 150 psichiatri adepti del Gran Sacerdote. Su questa piattaforma, Fagioli ha costruito un impero. Possiede una libreria, «Amore & Pische», nei pressi del Pantheon; una casa editrice, Nuove edizioni romane; una rivista trimestrale «Il sogno delle farfalle».

Da alcuni anni, l’Università di Chieti ha offerto a Fagioli un corso alla Facoltà di Lettere di 14 sedute l’anno. Da allora, il docente si fregia del titolo di Professore. Alle lezioni chietine non partecipano studenti, ma i soliti fagiolini in trasferta da Roma. Tale è la loro dipendenza dal Maestro che, dopo essersi sciroppati le quattro Analisi collettive della settimana, pellegrinano a Chieti nel week end. La domenica vanno poi al cinema a vedere la pellicola suggerita da Fagioli nei giorni precedenti. Da spararsi.

Max, che è multiforme, ha scritto sceneggiature e girato film. Lo ha fatto con Marco Bellocchio, suo seguace. «Gli incontri con Massimo cambiano le persone», ha detto il regista di lui. Fagioli si tiene stretta la sua legione con diversi espedienti. Una volta che era momentaneamente malato, ha vaticinato durante un’Analisi collettiva che se fosse morto lui tutti i presenti, nonché i fagiolini assenti, sarebbero finiti male.

La sola spiegazione che si possa dare dell’incontro di Bertinotti con un simile uomo è - per essere all’altezza - che si tratti di predestinazione. Qualche contatto c’era già stato negli anni '90, ma la prima vera occasione di confronto tra i due fu nel 2004 a un simposio organizzato da Fagioli sulla «non violenza». I fagiolini, riuniti in villa Piccolomini, tributarono a Fausto un’ovazione. Fausto ne fu commosso alle lacrime. Da allora - si è notato - ha preso le distanze dalla violenza dei no-global e ha emarginato nel partito il muscolare Nunzio D’Erme, celebre per avere sparso letame davanti allo studio del Cav.

Nel 2005, Fausto scelse la libreria fagiolina «Amore & Pische», con Max gran ciambellano, per annunciare la propria partecipazione alle primarie dell’Unione contro Prodi. Nell’autunno 2006, alle manifestazioni di «Liberafesta» - il festival di Rc e del suo organo Liberazione - campeggiava la scritta: «Evento prodotto dalla libreria Amore & Psiche». Sotto questa insegna ha sfilato mezzo partito: Franco Giordano, Giuliano Pisapia, Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, ecc.

L’ultimo incontro pubblico della coppia si è svolto quest’anno, il 2 giugno, all’Auditorium romano. Migliaia di fagiolini, frammisti a rifondazionisti, si sono spellati le mani per entrambi. Fausto e Max, facendosi eco, hanno parlato di «trasformazione», «rapporti interumani», «identità», «realtà umana». Fagioli, nella sua rubrica su Left, settimanale vicino a Rc, ha commentato: «Abbiamo incontrato Bertinotti (plurale maiestatico di Max come incarnazione della comunità fagiolina, ndr), abbiamo parlato; stiamo cercando qualcosa che - superbamente penso - è grande... realtà umana, identità, socialismo, libertà... Mai con socialismo e libertà erano state messe le parole che dicono: realtà umana».

Come dire: grazie a noi due, anzi grazie a me, la psiche dell’uomo entra in politica. In altre parole, il comunismo è fallito e io offro a Bertinotti una nuova strada da percorrere: la realtà umana.

Gli ha fatto eco Gennaro Migliore, il giovane capogruppo dei deputati di Rc, estimatore dell’Analisi collettiva. In Formiche, rivista di area centrista, ha scritto con accenti fagiolini: «Rc deve diventare un’aggregazione politica che rilanci un nuovo umanesimo, mettendo al centro l’uomo. Paolo di Tarso ci avrebbe fatto dire: “Non ci conformiamo con la mentalità del secolo, ma ci trasformiamo rinnovando la nostra mente”, e il subcomandante Marcos avrebbe detto: “Siamo quelli di ieri, ma siamo diversi”».

È in questo guazzabuglio millenaristico che il Bertinotti fagiolinato sta catapultando il suo partito di sodi comunisti. C’è chi è favorevole, in vista dei tremila voti degli alto borghesi fagiolini su cui Rc potrà contare. Tra questi, Sandro Curzi, Rina Gagliardi, il sen. Bonadonna, altri. Ma c’è anche chi, anonimamente, ritiene questo abbraccio psicopolitico «un nuovo cancro, l’ennesima metastasi nel corpo del partito».

Il connubio Fausto-Max ha plastica evidenza nella libreria «Amore & Pische». In vetrina, c’è l’ultimo libro di Bertinotti, «Alternative per il socialismo», la faccia del predetto, copie di Liberazione e di Left.

 Accanto, i sei libri di Fagioli, inclusa la raccolta delle lezioni chietine. Sfogliandoli ci si imbatte in acute osservazioni: «Il desiderio di succhiare lo sperma fisico è cecità», o in ammonimenti: «Bisogna distinguere la buccia dal fico, non fare come gli antichi che mangiavano la buccia e buttavano i fichi».

Lo tsunami Fagioli ha intanto messo in ginocchio Left, erede di Avvenimenti che Diego Novelli fondò anni fa. A rilanciare la rivista nel 2006 è stato Luca Bonaccorsi, factotum dell’editoria rifondazionista, che portò come finanziatore il cognato, Ivan Gardini (figlio di Raul), marito di sua sorella Ilaria. I germani Bonaccorsi sono dei fagiolini.

Primo direttore di Left è stato Giulietto Chiesa, ex corrispondente da Mosca dell’Unità. Ha però sbattuto la porta quando Bonaccorsi, senza avvertirlo, ha affidato a Fagioli la rubrica. Con lui se ne sono andati Adalberto Minucci, Vauro, Nando Dalla Chiesa, Marco Travaglio. La direzione è passata a Alberto Ferrigolo con Andrea Purgatori come vice. I due hanno cercato di arginare Fagioli che, parlando di sesso degli angeli, è il classico cavolo a merenda in una rivista di inchieste.

 Bonaccorsi, per reazione, li ha licenziati in giugno e ha assunto la direzione di fatto del giornale. Quella formale è di Pino Di Maula, un portatore d’acqua. Gardini, a sua volta, è uscito da Left.

Il giornale è nelle peste. Ma ogni giovedì, come niente fosse, la riunione di redazione si interrompe alle 16 perché Bonaccorsi, Di Maula e altri devono correre a ritemprarsi nell’Analisi collettiva di Piazza San Cosimato.

All’inizio, c’era Marx. Una leguminosa invadente ha preso il suo posto nel cuore di Bertinotti.




venerdì, 14 dicembre 2007

OItre il velo della fuffa retorica

Ogni tanto pubblico qualche scritto di Helena Velena.

Helena Velena porta una tale ventata di buon senso, va talmente a fondo oltre il velo della fuffa retorica, che merita la massima diffusione.

Qui lei tocca molti argomenti.

La manifestazione di oggi a Vicenza, il nuovo partito di Ferrando, il pacifismo, le opinioni su Lenin, la proposta anarcosituazionista.

Su alcuni temi sono d'accordo, su altri dissento in maniera netta, ma non è questo il punto.

E' che è fondamentale l'impostazione mentale, l'uscita dalla ritualità ipnotica, la capacità di cogliere i meccanismi sociali e psicologici anche di chi si dice "all'opposizione", la capacità di pensare senza tabù.

Qui abbiamo una citazione nella citazione: questo cappello è mio, il testo che segue è la risposta di Helena Velena a un comunicato intitolato "Saremo a Vicenza" e apparso in un'altra lista: frammenti di tale comunicato appaiono quindi nel testo, preceduti dal solito segno di citazione > .

Miguel Martinez

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>SAREMO A VICENZA

>    pubblicato su www.attac.it il 10 dicembre 2007

>    Saremo a Vicenza perché siamo contro la guerra.

>    Perchè la base di Vicenza sarà l'avamposto di ogni guerra attuale e

>    futura, in Medio Oriente e in Asia.

>    Perché siamo per l'immediato ritiro delle truppe dall'Afghanistan.

SaNremo a Vicenza: il solito Spettacolo, squallido, corrotto, falso, ipocrita, MA TUTTI LO GUARDANO.

Incazzati o delusi, compagni o militonti, ma sempre SPETTATORI, e sempre anche CONSUMATORI.

Alle solite.

L'eterno gioco delle parti, l'eterno falso dualismo tra buoni e cattivi, che e' tanto funzionale al mantenimento della Status Quo.

Siceramente, belle parole sul comunicato.. e poi?

Belle come quelle che rivolge Berlusconi al suo Popolo delle Liberta'.

Belle come quelle scritte sui Vangeli, e approvati dalla piu' grande Dittatura di MalRazzolatori della storia occidentale....

E ALLORA? PREDICHE ANCHE QUESTE?

LISTA DEI BUONI PROPOSITI?

FIORETTI PER TENER BUONA LA MAMMA E BABBO NATALE?

ecco, appunto.

Sinceramente, qualcun* mi puo'/vuol rispondere in modo argomentato rispetto a "che senso ha andare a Vicenza"?

Quando Berlusconi impazzava con la raccolta di firme per far dimettere il governo Prodi, FINI l'ha sbeffeggiato dicendogli :

"Bravo Silvio, bravo davvero. Raccogliene pure 51 milioni, di firme, poi dalle a Prodi, e lui ti risponde -grazie tante- e poi continua a governare".

Serve che ve la spieghi? Le parole di Fini valgono anche per chi  andra' a Vicenza, con l'aggravante, che CHI ORGANIZZA la manifestazione di Vicenza lo fa CON LE STESSE MOTIVAZIONI di Berlusconi, ed ovviamente ne raccogliera' il MEDESIMO RISULTATO.

Indifferenza totale.

Nessun politico di qualunque schieramento si chiedera' neppure com'e' andata o "se c'e stato il morto", e ancor minore sara' l'interesse dell'Esercito degli Stati Uniti.

Ma certo, lo so che questo lo sapete anche voi.

E allora perche' ci andate?

Per contarsi, perche' e' necessario esserci, per dare una risposta al governo, per dimostrare che esiste ancora un'Opposizione.....

Sisi, certo, avete fatto bene i compitini, Mamma e' proprio orgogliosa di voi.

E se lo scenario fosse un'altro?

Se non foste voi, che avete bisogno di contarvi, e per dimostrare che esiste un'opposizione, ma fosse una necessita' dei liderini dei prossimi neopartitini, che hanno bisogno per far cio' di bestiame umano, cioe' voi?

Che hanno bisogno di dimostrare e dimostrarsi che sono in ancora in grado di muovere gente, benche' vecchia e decrepita (non solo in termini di eta', ma anche di pensieri), per verificare se sia il caso di ereditare loro la vecchia frusta falce e il vecchio inutile (solo per darselo sui piedi) martello, e fondare il nuovo Partito Trotzkysta Comunista dei Lavoratori?

SInceramente....

LO SCIOPERO DEGLI AUTOTRASPORTATORI sta dimostrando cosa significa fare una lotta politica seria in Italia, e dimostra che E' ANCORA POSSIBILE.

Anche se, diciamo la verita', la lotta di questa categoria e' organizzata da un deputato ex di FORZA ITALIA in chiave ANTIGOVERNATIVA.

Ma funziona.

Come hanno dimostrato molti analoghi scioperi in Francia.

Uno scontro totale, frontale, senza cedere alle prime lusinghe, FUNZIONA.

una manifestazione pacifista E PACIFICA, no.

Magari avrebbe molto piu' senso un attacco alla base, in cui SENZA violenza verso esseri umani, provochi milioni di euro di danni e distruzioni.

Questo e' il linguaggio del denaro, e in una economia globale basata sul denaro, questo e' l'unico linguaggio comprensibile dalla controparte.

Ma questo, vi dicono, non si puo' ne si deve fare.

Perche' solo una sana e pacifica manifestazione ci dara' la vittoria, cioe' la visibilita' POSITIVA delle nostre azioni e intenzioni.

Bella predica.

In realta' il motivo e' sempre il solito squallidissimo dei fini celati.

a) nessuno sarebbe piu' in grado di gestire uno scontro "armato". Non sono piu' i tempi della Volante Rossa, o degli Arditi del Popolo (che NON erano formazioni fasciste).

Siamo in un'era postmoderna dove il lavoratore, l'operaio ,quant'altro, NON ESISTE.

Esiste solo il CONSUMATORE, che tra l'altro vive in una HYPERREALTA' in cui perfino la politica e' una merce.

Politica che proviene comunque sempre da una delle varie componenti di un tutto unico e granitico, IL COSTRUTTO MAGICO/IDEOLOGICO, sia che si posizioni "a sinistra" o  "a destra".

b) nessuno e' neppure piu' in grado di orchestrare un FINTO SCONTRO con la polizia, pratica in cui era tanto bravo Casarini, perche' perfino i suoi bravi attori si sono "dati", perche' la paga era troppo misera, cioe' non ricevevano in cambio una adeguata GRATIFICAZIONE POLITICA, EMOZIONALE, perfino MILITANTE, a quelle azioni.

c) in realta' lo scontro non lo vuole nessuno.

Chi piu' usa la parola "rivoluzione" e "rivoluzionario" aspira solamente ad un nuovo spazio nel gioco dei RIPOSIZIONAMENTI della grande politica.

Detta molto banalmente:

l'ex PCI ora ha fondato la nuova DC ma non dimentichiamoci che il PCI stesso prese il posto del PSI che si stava spostando verso il centro).

Don Berty-not in my name ha riunito i cespugli della cosa rossa per dar vita al nuovo PCI, in modo ancora piu' netto di come fece coi rimasugli di disillusi dal PCI, e quindi ora si apre a sinistra lo spazio lasciato vuoto dall'ex Rifondazione.

Spazio che per essere occupato non e' affatto necessitante  uno spostamento o una radicalizzazione a sinistra, ma semplicemente di di ricilare le vecchie parole d'ordine rifondarole, quelle scritte nei proclami e volantini,e non quella della politica di Palazzo.

Come fece appunto Silvio Bertinotti (Bertusconi?). Ora questo spazio si apre per i trotzkysti, unici veri eredi tra l'altro del concetto di RIFONDAZIONE COMUNISTA, che fu rubato loro dal solito bandito non certo buono Bertynotti, e che invece ora ha rubato l'ARCOBALENO al movimento GLBT, cioe' all'orgoglio frocio che ha usato e imbrogliato gia' diverse volte. Inutile, quando ladri e mentitori si nasce.......

Per occupare questo spazio comunque occorre mostrarsi pacifici, buonisti,e soprattutto AVERE BELLE PAROLE, parole belle, sante e condivisibili come quelle riportate su QUESTO VOLANTINO.

Solo in questo modo si puo' acquistare credibilita' nelle menti dei possibili NUOVI ELETTORI, cioe' nei CONSUMATORI di una "nuova" MERCE IDEOLOGIA,  cioe' sempre il solito vecchio frusto "comunismo", quello di di MARXISTA e men di meno di MARXIANO non ha proprio nulla, ma anzi e' il solito bollito misto di LENINISMO & STALINISMO in salsa TROTZKYSTA.

Magari questo disegno, anzi questo percorso di slittamento progressivo di ripetizione continua della storia, non e' ancora completamente chiaro nella coscienza di chi ha organizzato questa manifestazione, ma e' solo questione di tempo.

Intanto vorrei chiedere a NUNZIO & SIMONA come mai invece che manifestare a Vicenza nella totale indifferenza degli americani, non si vada invece a manifestare davanti alla sede del governo "di sinistra", ovvero davanti alla sede del PD o della neo SINISTRA ARCOBALENO, che hanno sostenuto e votato la MAGGIORANZA DEI PUNTI contro cui questo volantino si schiera.

Sai, magari mostrare a loro la propria opposizione, simbolico per simbolico, avrebbe un po' piu' di effetto......

ECCOME CE L'AVREBBE, MA AUTODISTRUTTIVO !!!!!

Nello squallido balletto della Merce Politica, chi fa "politica" non lo fa in nome di un popolo, una clase, i lavoratori, e sotto sotto nemmeno gli elettori, ma la fa solo per se stesso.

I partiti oggi rappresentano solo se stessi e il loro posizionamento nella logica del potere.

E se questa logica impone una necessaria conversione al centro,  per lasciare spazio a nuovi "estremisti" che saranno i centristi di domani e che lasceranno il loro posto ai nuovi estremisti di dopo domani, ancora una volta questa tragica farsa ancor piu' sempli e del paradigma vichiano, si avverera'.

Quindi NUNZIO & SIMONA sanno bene che certi equilibri non si devono toccare.

I loro spazi, la loro associazione, la loro operativita' (e non sto affatto parlando di denaro) dipendono da VELTRONI, indi per cui VELTRONI & IL SUO PARTITO non si toccano.

Piuttosto si va a vicenza a protestare CONTRO UN SIMULACRO.

Una bella manifestazione di formiche contro la costruzione di un centro commerciale sul loro formicaio, avrebbe piu' senso di cio'. almeno sarebbe uno scambio simbolico di morte per difendere il proprio spazio. Qui, neppure quello.

Quindi, Veltroni non si tocca, Bertinotti nemmeno, perche' e' con lui che si andranno a contrattare appunto i nuovi spazi lasciati liberi.... O forse, per il momento e' solo piaggeria....

Ma di sicuro FARE LO STESSO GIOCO DI RIFONDAZIONE, non e' altro che continuare ad ingannare la gente nel cui nome si lotta.

>    Perché siamo contro le spese militari, che questo Governo ha

>ripetutamente aumentato, in paradossale discontinuità con il precedente

>governo di centro-destra.

>    Perché siamo contro le basi militari, a partire da quelle straniere,

>che occupano e militarizzano i territori, sottraggono beni essenziali

>alle popolazioni, mettono a rischio le loro vite.

>    Saremo a Vicenza perché siamo contro l'economia della guerra.

Ancora lo ripeto chiaramente.

Responsabili delle decisioni del governo italiano contro cui questa manifestazione si schiera, non sono il governo o l'esercito americano, né la NATO.

Ma e' la politica di POTERE & SUDDITANZA dei partiti di Sinistra, e perfino questo comunicatolo ammette.

Logica vuole che CONTRO DI QUESTI vada rivolta la manifestazione, se si avesse un reale interesse nei contenuti della manifestazione stessa...

Ma se a crederci ancora una volta e' solo il popolo bue, la forza lavoro, il nuovo elettorato/consumatorato massa, allora tutto si spiega cosi' come e' realmente.

E si va a Vicenza per ben altri motivi, occulti, e molto meno edificanti.

>    Perché pensiamo che la buona politica o parte dai movimenti o

>semplicemente non è.

Altre bellissime parole...

Ma forse, visto che come gia' detto piu' volte, una nuova risposta politica non sta partendo né dai movimenti né dal basso, forse queste parole non significano ormai piu' nulla, e forse allora e' meglio che non sia.

Questo e' un linguaggio stantio e pseudo marxista, o meglio e' l'uso, peraltro limitatissimo, che fece LENIN del pensiero MARXIANO.

In questi anni la contraddizione piu' evidente all'interno del Movimento (che  dovrebbe in effetti ancora esistere, ma in forme ben diverse da quelle della "Comunita' Terribile") e' la scarsa o nulla partecipazione delle "nuove generazioni". Perfino nei centri sociali l'eta' media si sta spostando oltre i trenta, e alle manifestazioni CONTRO IL PRECARIATO, cioe' un problema soprattutto delle giovani generazioni, di quei "pischelli" ci sono solo i genitori e pure i nonni. Ma i diretti interessati no.

Questo, e repetita juvant, e' il vero nocciolo del problema.

Un problema che un linguaggio putrefatto, oltre che troppo ideologico e palesemente falso, non puo' minimamente pretendere di farsi udire.

                                               CHE FARE ALLORA?

una soluzione c'e' anzi c'e sempre stata.

Da dopo la Prima Internazionale, volendo, ma limitiamoci pero' a dire che dagli anni 50 almeno e' un fatto chiaro e conclamato che la sinistra LENINISTA, DI MOVIMENTO E NON, ma sempre espressione del medesimo COSTRUTTO MAGICO/IDEOLOGICO, ha sempre cercato di REPRIMERE, ANCHE NEL SANGUE......

Anche prima, consegnando gli italiani ai FASCISTI, gli spagnoli ai FRANCHISTI , i russi sostanzialmente agli STALINISTI.

La soluzione e' sempre stata in una alternativa "a sinistra" (e' una banalizzazione abnorme, ma serve per capirci subito) della STRUTTURA AUTORITARIA VERTICISTICA LENINISTA.

L'odierno disinteresse verso la politica dei pischelli di oggi e' determinato dal loro essere diventati CONSUMATORI che vivono in un mondo HYPERREALE dominato da MERCI E SIMULACRI.

A tutto cio' il pensiero ANARCHICO LIBERTARIO, prima attraverso contaminazioni SITUAZIONISTE, e successivamente POST MODERNISTE e POST COSTRUTTIVISTE ha sempre segnalato questa Spettacolarizazione dell'individualita' e merceologizzazione dell'identita'.

Ma il COSTRUTTO MAGICO/IDEOLOGICO, soprattutto nella sua forma esplicitamente e dichiaratamente leninista, necessari ad esistere in termini (VA) per giustificare la legittimita' dei suoi stessi avversari, e viceversa (cioe' definire se stessi solo in termini di oppositori, "del liberismo", "di berlusconi" etc) ha in primo luogo marginalizzato e cercato di delegittimare (" i BLACK BLOC sono fascisti e poliziotti infiltrati" etc) qualunque pensiero razionale che cercasse di scalfire la logica di questo falso dualismo e proporre altre chiavi di lettura.

E tutto cio' a portato allo sfacelo attuale.

     "Benvenuti tra i rifiuti / qui non c'e la polizia

       benvenuti tra i rifiuti/ non vi cacceremo via"...

cantava negli anni 80     FAUST'O

solo che in questo caso "i rifiuti che danno il benvenuto" sono i rimasugli  cadaverizzati di tutti i vari fallimenti del LENINISMO, che si preparano a ricevere nuovi profeti che come i vecchi, li tradiranno a tempi non molto lunghi.

Senza nessun rinnovamento di sorta.

Senza cambiamento, senza alternativa......

Questi rifiuti sono quelli che accettano ancora una volta di ANDARE A VICENZA, pensando di farlo spontaneamente, ma senza rendersi conto di essere guidati  DA ALTRI ADEPTI dell'eternamente presente pseudo-contropotere che finge di opporsi al COSTRUTTO MAGICO/IDEOLOGICO ma ne e' invece diretta espressione e parte integrante.

Solo cambiando radicalmente prospettiva si possono ottenere dei risultati di miglioramento della qualita' della vita, o per citare un fondamentale detto ANARCOSITUAZIONISTA:

SOLO CAMBIANDOLE CONTINUAMENTE SI PUO' RIMANERE COERENTI CON LE PROPRIE IDEE.

Andare a Vicenza significa parlare un linguaggio putrefatto e zombificato, e rimanere immobili in idee mummificate che ormai rappresentano risultanti totalmente diverse da cio' che, quando eravate pischelli voi, vi vibrarono dentro per la prima volta.

HELENA VELENA

(VA)




martedì, 06 novembre 2007

Chiacchiere e salme

Molti anni fa, ai tempi in cui gli uomini portavano il cappello, c'era un tale che si faceva chiamare Lenin.

Tra diverse cose anche sgradevoli che ha fatto, ce n'erano due molto belle.

Mentre milioni di russi morivano per una guerra del tutto insensata, Lenin disse, tiriamoci fuori da ogni alleanza imperialista e da ogni guerra imperialista.

Poco dopo fece mandare un messaggio anche ai popoli dell'Asia:

"Compagni! Fratelli! E' arrivata l'ora di cominciare a organizzare una vera guerra santa di popolo contro i ladri e gli oppressori. L'Internazionale Comunista si rivolge ai popoli dell'Oriente, dicendo loro: 'Fratelli, vi chiamiamo alla guerra santa, in primo luogo contro l'imperialismo inglese!" [1]

Novant'anni dopo, a Mosca, ci passa un turista. Un avvocato di nome Oliviero Diliberto, politico italiano che ogni sei mesi vota per continuare a sparare sui popoli dell'Asia Centrale, in modo da preservare la più grande alleanza imperialista della storia.

Nell'aria moscovita, il turista ha soffiato un nuvolone con dentro alcune parole che un cronista ha subito raccolto e impacchettato sotto questa forma:

"La mummia di Lenin «potremmo portarla a Roma» se, nella Russia postsovietica di Vladimir Putin, il Cremlino decidesse di rimuoverla."

Quando parlano i membri della Casta, non si capisce se hanno dietro un giornalista che segna tutto, oppure se gli stessi deputati mandano comunicati stampa, oppure se camuffano la voce telefonando alle redazioni per dire quale sia stata la brillante trovata del giorno.

Comunque, è chiaro che una frase del genere esalta i poveretti che hanno votato Diliberto.

Ma il gioco delle parti richiede un'immediata controdichiarazione dell'Altra Parte.

La Controdichiarazione è ovviamente del tutto irrilevante: ci interessa sapere, tutt'al più, se Diliberto progetta di rapire la mummia di Lenin di notte, oppure di comprarla vendendo le sedi del PdCI. Cosa ne pensi il centrodestra rimane irrilevante, fino al momento in cui il centrodestra non tira fuori un'altra notizia concreta, ad esempio la minaccia di trasformare lo stesso Diliberto in una mummia.

La Controdichiarazione, insomma, non offre quasi mai alcunché di significativo; eppure si deve sempre pubblicare.

Sarebbe interessante studiare il grado gerarchico di chi fa le Controdichiarazioni: potremmo scoprire così che a segretario di partitone, risponde segretario di partitone, a consigliere comunale consigliere comunale e così via, come nei ricevimenti diplomatici. O forse in politica vale il principio dello sgarbo, per cui a Segretario risponde solo un Capogruppo.

Fatto sta che al partitino di Diliberto, risponde subito il Capogruppo UDC, Luca Volontè, dottore in scienze politiche:

"Ma mentre parla, il segretario del Pdci non sa di stare per scatenare nel suo Paese una piccola polemica.

«Se Diliberto vuole portare a casa sua o nella sede del suo partito la mummia di Lenin, faccia pure. L'Italia non può certo permettersi di diventare un ricettacolo di emuli dei genocidi comunisti d'Europa»: replica da Roma il deputato Udc Luca Volontè. «Forse quella di Diliberto è stata solo una battuta, magari dovuta al freddo polare e corroborata con qualche bicchierino di vodka locale...», conclude Volontè in un comunicato.

Ora, siamo certi di due cose. Per far parte della Casta, anche se non è necessario essere intelligenti, bisogna essere furbi.

E un deputato furbo sa che ogni suo sussurro fa notizia.

Ne consegue che la frasetta introduttiva del cronista è un semplice espediente retorico.

Notate poi come il discorso di Volontè sia perfettamente insensato: Diliberto può o non può portarsi dietro la mummia? E poi, che vuol dire il riferimento al "ricettacolo"? Diliberto non può rientrare in Italia perché è un emulo? Oppure, è Lenin stesso l'emulo, e di chi?

Questo intrico viene poi condito con due luoghi comuni di straordinaria banalità: il "freddo polare" e il "bicchierino di vodka".

Uno dice che poteva anche starsene zitto, vista la perfetta inutilità di simili parole.

Però questa espressione serve ad almeno tre scopi: il primo, ricordare al mondo che esiste Luca Volontè; il secondo, dire ai propri elettori che Oliviero Diliberto è addirittura un pericoloso comunista. Il terzo, confermare agli elettori di Oliviero Diliberto quello che loro vogliono tanto sentirsi dire: appunto, che Diliberto è un pericoloso comunista.

Ecco che la palla ritorna a Diliberto (è la Contro-Controdichiarazione).

E qui succede una cosa molto strana.

Diliberto sembra smentire di aver detto la frase che ha innescato lo scambio. A logica, o ha mentito Diliberto (cosa che Diliberto evita di dire), oppure ha mentito il giornalista (cosa che Diliberto evita di dire al giornalista). Con un colpo di genio, Diliberto fa cadere la colpa proprio su Luca Volontè:

"Non passa molto tempo prima che arrivi la controreplica di Diliberto: «La salma di Lenin rimarrà come è ovvio a Mosca e solo un buontempone come Volontè poteva immaginare che io pensi veramente di chiederne lo spostamento a Roma».

«Quanto ai vizi, i bicchieri di vodka, cui fa riferimento Volontè - aggiunge il leader del Pdci - sono sicuramente assai più innocenti di quelli che si consumano all'hotel Flora pagando donne e stupefacenti». Un evidente riferimento allo scandalo che ha coinvolto il deputato Cosimo Mele, ora ex dell'Udc, per un festino a luci rosse in quell'hotel."

Ora, Cosimo Mele è diventato famoso per essersi drogato con una prostituta, la quale si è prima lamentata per la figuraccia che lui le ha fatto fare con il fidanzato, e poi è corsa in televisione, pregando pubblicamente di venire assunta a nostre spese, come tante sue colleghe. E fin qui la cosa mi sembra irrilevante.

Per quel patto non scritto tra membri della Casta, che dice di non parlare di corda in casa dell'impiccato, Oliviero Diliberto evita di parlare del vero scandalo Mele:

"E' fatto così, lu Mimmo. Tutto politica e sregolatezza. Come quando era finito in gattabuia a gennaio del 1999 da vicesindaco di Carovigno perché insieme col primo cittadino andavano a giocare al casinò coi soldi delle tangenti. Centinaia di milioni, tra il 1995 e il 1998, per assegnare appalti pubblici o fare assunzioni. Poi la partenza alla volta di Montecarlo per accomodarsi al tavolo verde. Una passione sfrenata, quella per il gioco, che gli costa l'arresto con le accuse di concussione e corruzione. Il processo va avanti."

Ora, quest'uomo è stato accolto dall'UDC, che evidentemente sapeva tutto questo. Non è stato accolto in un centro di recupero per ex-carcerati, ma in una lista bloccata che gli ha assicurato un posto in parlamento.

Va bene che al paese dove prendeva le tangenti, l'hanno votato con entusiasmo. Ricordandoci che la colpa non è tutta dei politici.

Nota:

[1] Grigorij Zinov'ev, capo della Komintern, al Congresso di  Baku, 1920.




lunedì, 29 ottobre 2007

Aggregatore antifuffa

Dacia Valent propone un aggregatore nuovo, Il Partigiano.

Non entro nei dettagli; mi interessa la questione di principio.

Il nuovo aggregatore non è concorrenziale o ostile ad altri aggregatori, ma è riservato a chi si riconosce in tre parole: anticapitalismo, antimperialismo, antirazzismo.

E' una definizione importante. Innanzitutto, è spudoratamente negativa. Si può essere "per" qualcosa,  quando ci sono forze che stanno visibilmente costruendo un mondo diverso. Oggi non è così: nel capitalismo assoluto, il mondo lo stanno costruendo loro.[1] Noi possiamo sognare qualcos'altro, ma adesso tocca difenderci. Battendoci contro i mali dei nostri tempi.

I tre termini poi, non si riferiscono a retoriche fumose, a identità sentimentali o al passato, ma a fatti del presente.

Ad esempio, un antimperialista non è uno che "vuole promuovere il dialogo tra i popoli e le culture".

Magari lo è anche; ma in questo momento ha in mente una cosa molto più concreta: il fatto che stanno mettendo su una superbase imperiale a Vicenza, da cui dovranno partire i futuri attacchi al Medio Oriente; o il fatto che possono mettere in carcere una persona perché guarda siti internet di chi si oppone all'Impero.

Un antirazzista non è solo per "la comprensione e l'integrazione". E' per la chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea e la fine delle deportazioni di meteci colpevoli di avere idee politiche sgradite.

Un anticapitalista non è per l'ossimoro dello "sviluppo compatibile", perché sa che il capitalismo è trasformazione distruttiva.

Le tre discriminanti si basano su fatti e su ragionamenti.

E' legittimo ragionare diversamente, ovviamente. Sicuramente la maggioranza, di destra ma anche di  centro-centro-sinistra, ragiona diversamente da noi su queste cose.

Però qui ci rivolgiamo a chi condivide questi tre punti.

Quando si cerca di fare la quadratura del cerchio, cioè mettere insieme buoni sentimenti e pessime azioni, si deve cessare di ragionare e di guardare i fatti.

Ad esempio, quando ci si dichiara "pacifisti" e poi si vota come vota (più onestamente) Berlusconi, a favore della spedizione militare italiana in Afghanistan oppure (anche se lì non si vota neanche) a favore della superbase imperiale di Vicenza.

Marino Badiale, nel suo contributo all'importante libretto I Forchettoni rossi. La sottocasta della 'sinistra radicale' [2] ci dà una serie di esempi del linguaggio politico quando diventa mistificatorio rumore di fondo.

Prendiamo Lidia Menapace, persona indubbiamente perbene, ma pienamente inserita nel meccanismo della sottocasta.

Inizia così un suo articolo sul Manifesto (del 23.03.07) dal titolo, "Perché voterò sì alla missione". Uno lo legge, quindi, cercando di capire perché è bene mandare soldati italiani a combattere in Afghanistan sotto comando statunitense.

Ecco cosa risponde la Menapace:

"Tra noi sembra che non corra più parola, ma solo lingua e spesso di grado zero, automatica, meccanica, sicché ad alcune formule magiche segue una catena di espressioni prevedibili, non inventive. Sono invece convinta che la necessità di innovazione simbolica e politica sia oggi massima e rischiosissima: ma il riposante linguaggio degrè zero non è meno pericoloso, anzi, e in più non aiuta a capire".

Seguono altri nove lunghi paragrafi nello stesso tono, in cui riesce a non dire assolutamente perché ha votato a favore dell'occupazione militare in Afghanistan sotto comando statunitense.

Questo genere di fuffa, in cui scompaiono i fatti e i ragionamenti, si avvale in genere di appelli emotivi a quella che Marino Badiale chiama l'identità vuota. Fatta di un linguaggio condiviso e di piccoli codici di accesso (pensiamo ai film di Nanni Moretti); di nostalgici ricordi di altri tempi (il "patrimonio di lotte"); di pedigrismo [3]; di nemici personalizzati, demonizzati e tirati in ballo per drammatizzare.

Citiamo sempre dal testo di Marino Badiale. Un "appello degli iscritti di Rifondazione a Genova" condanna l'opposizione del senatore Turigliatto alla guerra in Afghanistan, dicendo che

"Oggi gioiscono Bush e l'amministrazione Usa, il Vaticano e Mediaset".

Piccolo particolare: nell'appello mancano le parole "Afghanistan", "guerra", "spese militari" e, ovviamente, "comando statunitense". "Vicenza" compare, con ineguagliabile ipocrisia, in questa frase:

"Per i lavoratori, per i movimenti, per il popolo di Vicenza oggi è tutto più difficile".

Vediamo un fenomeno analogo nell'aggregatore Kilombo, che è un dignitoso tentativo di quadrare il cerchio, costruito in perfetta buona fede. Nel manifesto per la creazione di Kilombo slow, leggiamo:

"Alcuni non possono sentir parlare di Partito Democratico, altri non ne possono più della sinistra di lotta e di governo. Kilombo rischia di subire questa situazione e di implodere. Sarebbe un peccato, perchè è proprio nel momento in cui la sinistra "reale" si divide che bisogna fare valere le ragioni del dialogo riscoprendo il patrimonio storico e valoriale che ci accumuna ."

No, non è che la gente è litigiosa.

Certo, dividersi sulle quisquilie è sciocco.

Invece è giustissimo dividersi sui fatti.

Cioè su questioni come la base di Vicenza, l'embargo europeo a Gaza o i CPT. Non è mica necessario odiarsi, per capire una cosa semplice. Cioè che al di là del "dialogo" e del "patrimonio storico e valoriale", qui o sei a favore o sei contro.

Noi siamo contro.

Note:

[1] Pensiamo alla vacua imbecillità del termine riformista oggi. Come se il centrosinistra, quando arriva al governo, stesse progressivamente migliorando la qualità di vita di tutti, aumentando la sicurezza sul e del lavoro, abolendo le guerre e gli eserciti, costruendo migliaia di asili o simili. E non semplicemente gestendo alla meno peggio la devastazione capitalistica che, quella sì, fa le riforme.

[2] A cura di Roberto Massari, con Massimo Bontempelli, Marino Badiale, Michele Nobile, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Massari editore, Bolsena, 2007.

[3] Pedigrismo:

"Io sono contro la base a Vicenza, ma il presidente della commissione che lavora per la sua costruzione comunque è stato tesserato al mio stesso partito; e poi c'è un ufologo che è contro la base a Vicenza perché dice che disturba gli extraterrestri, e io con lui non voglio averci niente a che fare, anzi inquina la mia lotta, che deve essere cristallina."

E così, per motivi di pedigree, quando si arriva al dunque, sto con il funzionario che vuole la base, contro l'ufologo che non la vuole. Tra l'altro, è un comportamento assolutamente non marxista: guardare i simboli, le associazioni emotive, le motivazioni apparenti, e non i fatti materiali.




domenica, 28 ottobre 2007

"Non l'hanno calmata neppure quindici commessi"

Come sapete, un anno e passa si fa, si votava sul rifinanziamento della spedizione italiana in Afghanistan.

All'epoca, secondo i sondaggi, il 61% degli italiani voleva il ritiro delle truppe italiane; nel gennaio del 2007, un sondaggio di Repubblica confermò che tale punto di vista era ancora condiviso dal 56% della popolazione, nonostante l'unanimità guerrafondaia dei media.

Si può discutere se quella maggioranza di italiani avesse ragione o torto; comunque non è una questione da poco, e sarebbe naturale che di partecipare o meno a una guerra, se ne discutesse in Parlamento.

Per questo, è interessante ricordare l'intenso psicodramma che nacque, quando si corse (brevemente) il rischio che uno o due deputati del parlamento italiano potessero votare nel senso voluto dalla maggioranza degli italiani.

Ma l'abolizione della democrazia - cioè del diritto di espressione del punto di vista del demos, contrapposto a quello dell'oligarchia - non è una cosa così nuova.

Dieci anni fa, il parlamento italiano votò su una decisiva trasformazione della società: con il cosiddetto Pacchetto Treu, il governo di centrosinistra stava posando la prima pietra della Precarietà - le diamo una "p" maiuscola, vista l'immensa varietà di significati che questo termine ormai possiede.

Anche chi pensa che il nostro paese sia migliorato strepitosamente da allora, sarà d'accordo che fu una scelta rivoluzionaria. E di solito quando si fanno le rivoluzioni, se non volano le teste, almeno se ne discute.

Bene, a rappresentare la totalità dell'opposizione al Pacchetto Treu, e quindi alla flessibilizzazione del lavoro in Italia, fu una splendida e vivace operaia della FIAT e madre di famiglia, Assunta Mara Malavenda, capitata in parlamento per sbaglio e subito cacciata dalla sottocasta di quella che oggi si autoproclama "sinistra radicale": oggi, in tutta la Camera ci sono due persone che dichiarano di essere "operai" (nessuno dei due nel PRC o nel PDCI); al Senato non ce n'è nemmeno uno. [2]

"dopo aver tentato inutilmente di esagerare presentando 1500 emendamenti al 'pacchetto Treu' sull'occupazione e, vedendo che neppure sarebbero stati messi in voazione, [la Malavenda] è andata in escandescenza. Urli, interruzioni, improperi, finché Violante non l'ha espulsa. 'Che fa Bertinotti col suo cachemire..." ha ghignato. E impugnato fischetto e tromba da stadio ha cominciato a rumoreggiare. Non l'hanno calmata neppure quindici commessi".

L'articolo da cui è tratta la citazione si intitola "L'estremista Mara di Pomigliano", ed è uscito su Repubblica del 4 giugno 1997. [2]

Il titolo, come il tono, è significativo. Le persone normali, di destra o di sinistra, sono d'accordo con le Esigenze del Mercato Umano. Chi è contro, è un estremista; cioè a metà tra il buffone divertente e il malato di mente pericoloso, che agisce ovviamente per motivi caratteriali e non politici.

Chi si oppone in maniera pacifica, non è un avversario politico, ma un caso clinico; chi invece si difende con le armi, non è un nemico, ma un terrorista e un delinquente. Perché non è concepibile che qualcuno possa mettere in discussione il Requerimiento, se non per deformazione psicologica o pura malvagità.

E poi, è vero che quando il peso di rappresentare tutta una realtà storica cade sulle spalle di una sola persona, quella persona deve agire fuori dagli schemi, o ai limiti della legalità. In modo, insomma, "estremista".

Anche se quella persona rappresenta una posizione perfettamente sensata e ragionevole, tanto che oggi milioni di persone parlano male del sistema che il Pacchetto Treu ha introdotto.

 Note:

[1] Si veda l'approfondito studio di Michele Nobile, "La politica come professione", in I Forchettoni rossi. La sottocasta della 'sinistra radicale', a cura di Roberto Massari, con Massimo Bontempelli, Marino Badiale, Michele Nobile, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Massari editore, Bolsena, 2007.

[2] Citato in Federico Mello, L'Italia spiegata a mio nonno, A. Mondadori, Milano 2007, p. 17.




venerdì, 26 ottobre 2007

Tenebre virtuali, vita rossa

Questo è un post simbiotico, nel senso che va letto assieme a un altro, pubblicato sul blog Paniscus.

Nel post su Paniscus, si parla del Festival veltroniano del cinema a Roma, apoteosi dell'omino che si appresta a sostituire Berlusconi come telesalvatore del paese.

Solo che Paniscus ci  regala un quadro nascosto e assolutamente inedito di questo  straordinario miscuglio di virtualismo americaneggiante e di cialtroneria all'amatriciana.

Il festival è però inseparabili da altri due eventi, anch'essi in qualche modo virtuali.

Cioè, la contestazione da parte di un tale che ha buttato del colorante rosso nella Fontana di Trevi.

E poi, evento a sé, la reazione mediatica alla contestazione.

Su questi ultimi due temi vi voglio presentare un commento di Helena Velena, non disp