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lunedì, 05 maggio 2008 Ricopio questo post dal blog di Galatea, cosa che non vi esonera ovviamente da una visita alla fonte. Non condivido integralmente il suo punto di vista (ma è normale, non mi succede con quasi nessuno); però credo che questo post - oltre a essere scritto straordinariamente bene - aiuti a capire alcune cose fondamentali. Si dice che gli italiani siano una nazione di commissari tecnici, tutti pronti a spiegare perché si è vinta o persa quella particolare partita e proprio per questo, incapaci di capire la radicale mistificazione che è il calcio-business. Galatea non appartiene affatto a questa categoria. Riesce a spiegare la sconfitta elettorale della sinistra senza limitarsi alle solite critiche a questo o a quel politico; spiega la vittoria della destra senza fare ricorso ai "soldi di Berlusconi"; e mostra bene cosa sia oggi la cosiddetta "classe operaia bianca" in Occidente (e non solo nel Veneto). Incidentalmente descrive perfettamente il nucleo della sinistra reale - il ceto intellettuale subalterno; che per molti versi è anche il ceto dei blogger "impegnati" (compresi certi fallaciani). Se sapessi scrivere bene come Galatea, mi piacerebbe dire qualcosa su questo. Perché se la sinistra reale non è una lucida critica dei meccanismi del capitalismo e dell'imperialismo, diventa semplicemente l'espressione delle fisime e delle paure di uno specifico ceto. Proprio per questo, la discriminante fondamentale che la sinistra reale pone è quella dello stile: essere "di sinistra" non vuol dire oggi altro che possedere tutti i sottili codici di linguaggio e di abbigliamento e di gusto che permettono l'ingresso nel ceto intellettuale subalterno. Unico, perdonabile neo, la grafia di Sharm al-shaykh. La classe operaia va a Sherm el Sheick Sono una schifosa borghese con la puzza sotto il naso. Me ne sono resa conto l’altra sera, quando, a cena da un’amica, mi sono improvvisamente accorta che l’unico operaio vero che conosco è suo moroso. Tutti gli altri amici che frequento possono essere di sinistra, molto di sinistra, perfino di sinistra estrema. Ma sono insegnanti, impiegati, dirigenti d’azienda, consulenti, medici, giornalisti, avvocati, ricercatori o professori universitari. Magari precari, precarissimi, con stipendi da fame o senza stipendio fisso tout court. Ma per le divisioni in classe ottocentesche e marxiste non fanno parte del proletariato: al massimo, possono fare gli intellettuali organici, o i piccolo borghesi frustrati. Gianluca no, è proprio operaio. Lavora in una azienda media di Porto Marghera, e fa il turnista, addetto ad una macchina che stampa su plastica immagini di paperelle. Quando, in qualche appartamento preso d’affitto in estate, trovate sopra il tavolo una di quelle orripilanti tovaglie in similinoleum con disegnati sopra i granchi che scuotono maracas o gli orsetti che sorridono, ecco, dietro c’è lui, il Gianluca. Il Gianluca e la Sara sono morosi da anni, e ora aspettano di sposarsi in autunno. Lei, diplomata maestra, fa la postina. Hanno comprato una villetta con giardino, sventrandola per rifarsela all’interno come volevano loro. Butta giù un muro di qua, alza su un muro di là, perché lei voleva la lavanderia separata e la cucina in muratura con il frigo a due piazze, lui la taverna dove mettere il mobile bar con la botte da cui spinare le birra come in un pub, ed entrambi i bagni in stile pompeiano, con la vasca idromassaggio e la doccia a sauna. Sulla scelta della cucina si sono trovati in perfetto accordo, e ne hanno scelta una che pare uscita da una puntata di Dallas: da dietro il tavolo a penisola ti aspetti che possa uscire da un momento all’altro J.R. è bellissima, e puramente decorativa, visto che Sara, messa ai fornelli, ha problemi persino a scongelare la pasta precotta. In salotto c’è una credenza ottocentesca che hanno fatto restaurare dal restauratore di fiducia; perché hanno un restauratore di fiducia per i mobili antichi, i due. Oltre alla credenza, campeggia nella sala un enorme televisore al plasma con lettore dvd. Non una libreria, perché di libri, in tutta la casa, non ce n’è praticamente uno, e quotidiani nisba; non un computer, perché «a me internet non mi prende mica, c’è da leggere troppo, non mi diverto». Però ci sono tre telefonini di ultima generazione, in bella vista, a ricaricarsi in entrata: sono in due, loro, ma, mi spiegano, uno è di scorta, e poi ci si lascia dentro la seconda scheda: cambiarla quando serve è troppo traffico, tanto vale avere un cellulare in più. L’unico problema della nuova casa è il garage: c’è posto per una macchina sola, la station vagon di lui; quella di Sara non ci sta, perché bisogna lasciare dentro le mountain bike per le escursioni in montagna, e l’equipaggiamento da sci, e l’attrezzatura subacquea, sennò si rovinano. Per il viaggio di nozze, non hanno ancora le idee chiare. Pensavano qualcosa tipo le Maldive, ma anche la Polinesia. Gli States no. Ci è andato per un mese il collega di Gianluca, Massimo, in viaggio di nozze con la moglie, l’anno scorso, e ha detto che sono belli, ma Sara ha paura degli attentati; Gianluca ha escluso Marocco, e Tunisia, e paesi arabi in genere, perché non ci vuole andare fra quei quattro beduini islamici, dice. «Ma a Febbraio – ricordo io – non siete stati dieci giorni a Sharm el Sheick?» «Vabbè, ma lì eravamo in un posto tutto gestito da italiani, di arabi non ne ho visto uno» Già, per dire. Si sposeranno in chiesa perché ci tengono ad avere una bella cerimonia come si deve, e non convivono già ufficialmente nella casa nuova perché sennò i genitori brontolano, si sa come sono fatti i genitori. Lei non vuole figli, lo dichiarato fin dall’inizio. «E il parroco, quando hai fatto il corso prematrimoniale, è stato d’accordo?» chiedo. «Ah, beh, mica gliel’ho detto, sennò piantava casini con la validità del sacramento… a quella lezione sono stata assente. Un mal di gola può sempre venire, no?» E per tutelarsi, giacché in Italia gli accordi prematrimoniali non si possono fare, è andata dall’avvocato a stilare una carta in cui lui le riconosce, in caso di divorzio, la proprietà indiscussa di una lista di cose presenti nella villetta, ed un rimborso spese per alcuni lavori fatti. Gianluca vota a destra, presumibilmente Lega; Sara una volta o due centrosinistra, ma adesso non vota proprio; o meglio, ha votato sì, alle ultime elezioni, ma per Panto: «Perché lo sapevo che era un voto disperso, almeno non andava a nessuno dei due, sono tutti uguali.» Né lui né lei sono iscritti ad un sindacato, e se viene dichiarato uno sciopero lui non aderisce. La politica? No, la politica non gli interessa, è tutto un mangia mangia, e i soldi, sì, i soldi è meglio spenderli nella casa, e nei viaggi, che se li metti in banca non ti danno niente, e poi va a finire che te li ruba Berlusconi o Visco. E quindi la serata passa così, con loro che mi aggiornano sulle ultime discoteche aperte nell’intorno, e sul concerto di Vasco, il trentesimo che Gianluca ha visto dal vivo e Sara no, perché lei alla terza volta che l’ha portata ha preso sonno; e poi mi chiedono contenti come va a me a scuola, e si stupiscono quando gli dico che alle volte mi stresso un po’ perché c’è tanto da fare: «Ma non fai l’insegnante? Hai tutti i pomeriggi liberi!», e come va al giornale, e sono contenti se il blog mi dà soddisfazioni, perché mi vogliono bene, e poi perché io sono sempre stata quella che scrive e legge e pensa, e ogni tanto con gli altri della loro compagnia mi tirano in ballo per far vedere che conoscono qualcuno che, bene o male, un piccola, magari piccolissima fama ce l’ha: la cronista del paese, quella che fa la giornalista. Me ne vado da casa loro, a tarda notte, con un peso indefinito sullo stomaco, che non è solo dato dalle pennette malamente scongelate che hanno messo in tavola, ma dalla presa di coscienza che quando io, noi tutti parliamo di classe operaia, e di borghesi, e di destra e di sinistra, e di società civile e paese reale e antipolitica e caste e qualunquismo e liberismo e Dio e famiglia e religione, parliamo e parliamo, ma usiamo concetti che non hanno più molti agganci con la realtà. Perché tutto è molto più confuso, incerto e fluido, e la classe operaia di un tempo non va più in paradiso, e fra un po’ nemmeno a Sharm el Sheick: ci è già stata troppe volte, si annoia. domenica, 02 marzo 2008 Le elezioni in corso in Italia sono, ovviamente, una sciocchezza, rispetto all'orrore di Gaza. Le considero una presa in giro di gusto talmente infimo, che non vale la pena litigare con nessuno per come vota o non vota. Comunque per quello che vale, io ho condiviso e firmato questo appello, non scomunicherò nessuno se la pensa diversamente. Nemmeno se vota per Veltrusconi. Miguel Martinez ==============================
Assemblea nazionale autoconvocata - Domenica 30 marzo, ore 10,00 martedì, 26 febbraio 2008 Al ballo mascherato della celebrità Andiamo avanti con la storia di Marianna (o Maria Anna) Madia, Jeune Fille-novità di Walter Veltroni e capolista del suo "Partito Democratico" nel Lazio. [1] Mentre leggete, tenete presente in ogni momento alcune cose fondamentali. Le colpe dei padri non ricadono sui figli. I legami tra persone non costituiscono, in genere, saldi complotti, ma incontri transitori, dove gli amici di ieri si perdono o diventano i nemici di oggi. Il 90% di ciò che scrivo qui perderebbe immediatamente di senso, se dovesse dimostrarsi falsa l'affermazione, non documentata, secondo cui Marianna Madia sarebbe la nipote di Titta Madia. Ciò premesso, scopro che Marianna Madia è una research fellow di Institutions Markets Technologies (IMT), che Repubblica definisce "il superateneo di Lucca voluto da Pera" o più semplicemente "l'ateneo di Pera", e il cui presidente è stato anche a lungo Presidente della Fondazione Magna Carta, sempre di Marcello Pera. L'IMT è uno dei vari "centri di eccellenza" più o meno privati che, grazie ai loro padrini politici, riesce a godere di fondi pubblici distolti dalle università. Oppure, si viene a sapere che l'Arel, il pensatoio dove la Madia lavora, è stato fondato anche da Francesco Cossiga (che poi condivide con la Madia una fisioterapista di nome Mascia). Ma su Canisciolti trovo un'altra informazione curiosa, tratta a sua volta da Dagospia, che però come al solito non dà la fonte: lo zio di Marianna Madia sarebbe Titta Madia. Titta Madia è, o è stato, insieme consigliere del ministro di Giustizia (cioè di Clemente Mastella), avvocato di Pio Pompa e avvocato di Nicolò Pollari; ma anche difensore dello stesso Clemente Mastella e della sua ormai famosa moglie. Clemente Mastella a sua volta ha nominato Titta Madia e consorte (Mastella ha sempre curato i valori della famiglia) nel comitato direttivo della Scuola della Magistratura, che Mastella stesso ha promosso a Benevento. Titta Madia, che ovviamente deve essere un avvocato veramente capace (non affidi la tua libertà a un cretino solo perché raccomandato) ha anche difeso il capo della Guardia di Finanza, il generale Paoletti e pure Sergio Billè, il gioviale presidente della Confcommercio arrestato tempo fa. Nella difesa di Pio Pompa come in quella di Billè, Titta Madia ha collaborato con un certo Nicola Madia. Ma l'avvocato Titta Madia, mi chiedo, non ha ormai più di cento anni? Perché il nome lo ricordo, dalla mia prima adolescenza di assiduo frequentatore di bancarelle di libri usati: Titta Madia era l'autore di Rodolfo Graziani. L'Uomo, de I capi incatenati, scritto in onore del maresciallo Pétain, e altri testi simili. Adesso andando su Google, il mistero si chiarisce. C'era un Titta Madia, 1894-1976, che chiameremo "senior", il più famoso cittadino di Petilia Policastro in provincia di Crotone e avvocato. C'è oggi un Titta Madia, che chiameremo "junior", nato nel 1947, che esercita a Roma, dove sappiamo che si trovano gli eredi di Titta Madia sr; e ci sono oggi anche due Nicola Madia avvocati, che possiamo presumere siano rispettivamente il fratello e il figlio di Titta Madia jr. Titta Madia jr dirige oggi la rivista "L'Oratore del giorno" fondato oltre 70 anni fa da Titta Madia sr. e da un certo Nicola Madia. Credo che possiamo dedurre tranquillamente che Titta Madia jr sia il nipote di Titta Madia sr; e che Nicola sia uno di quei nomi che si tramandano ogni volta che sia possibile, per mantenere saldi i legami di clan. E chi era Titta Madia sr? Giovanni Battista Madia detto Titta, figlio di Nicola (e vi sorprende?), è stato una figura archetipica del notabile meridionale colto, che si è dedicato alle due grandi vocazioni retoriche dell'Ottocento: l'avvocatura e la politica. Pagò il prezzo che ancora si chiedeva alle élite dei tempi, partendo volontario nella prima guerra mondiale, dove fu ferito, guadagnandosi quell'aria sacrale che avrebbe circondato i mutilati di buona famiglia (di quelli comuni, meglio non parlarne). Fu tra i primi deputati fascisti del Sud, e divenne di nuovo deputato nel dopoguerra, ovviamente nelle liste del Movimento Sociale; e fino alla morte, fu membro del Comitato Centrale dell'MSI. Ricordiamo che essere missino al Sud era cosa molto diversa dall'esserlo al Nord, dove c'era stata la guerra civile. Una cosa molto più tranquilla, ma anche esente dalle tentazioni socialiste che provavano i fascisti settentrionali. Nell'unica biografia che ho trovato in rete di Titta Madia sr, c'è un brano che dice tutto sull'Italia:
Ed è esattamente questo il capolavoro dei Madia-gattopardi di tutti i tempi: prendere la rivoluzione del momento, qualunque sia, e assorbirla negli interessi della "classe più accreditata e moderata", mettendo alla porta gli illusi che hanno creduto a Garibaldi, al socialismo, a Mussolini o al comunismo, poco importa. Cosa c'entra Marianna Madia? Sarebbe un immenso errore, e un'ingiustizia, fare come gli squallidi commissari telematici dell'antifascismo sbirresco, che vedono ovunque complotti e infiltrazioni, "inquinamenti" e "sdoganamenti". Solo un demente potrebbe squalificare Marianna Madia perché il suo bisnonno (se tale è) ammirava Rodolfo Graziani. Però il quadro diventa interessante, se lo guardiamo da un punto di vista antropologico. Diamo di nuovo un'occhiata a tutta la lista di nomi che abbiamo citato tra ieri e oggi: Veltroni, Marcello Pera, Clemente Mastella, Nicolò Pollari, i notabili fascisti del Meridione, Cossiga, la fisioterapista Mascia, i capi della Guardia di Finanza e di Confcommercio; e aggiungiamo dalla galleria di ieri, Giulio Napolitano, Beniamino Andreatta, Enrico Letta, Gianni Minoli (che alla Rai protegge la giovane Madia). A cosa somiglia? Non a qualche monolitica congiura. Sembra proprio la lista degli invitati a una festa, anzi - se ci mettiamo anche Titta Madia sr, a cent'anni di feste. Dove non conta affatto l'appartenenza alla destra (il vecchio patriarcato calabrese), al centro (Clemente Mastella e Marcello Pera) o alla sinistra (Veltroni e Napolitano), ma semplicemente, il biglietto di invito. E Marianna Madia, a quanto pare, con il biglietto di invito ci è nata. Mica è un delitto. Però qui si cade in un equivoco facile. Se Marianna Madia è nata con il biglietto di invito, vuol dire che è una lavativa incapace? Ovviamente no. Veltroni non avrebbe bruciato il posto di capolista nella capitale d'Italia per fare un favore a qualche amico. Ma allora che problema c'è, se è raccomandata, ma capace? E' proprio quello che fa paura. Perché la Marianna sembra esattamente il prototipo dei tecnici del dominio, l'operosa formichina che lavora instancabilmente per affermare gli interessi del mondo in cui è cresciuta. Che dire, ad esempio - ma dove lo trova il tempo? - della scelta di partecipare, sotto le ali di Enrico Letta [2], all'organizzazione di un "pensatoio bipartisan" e "inter-polista" che si chiama "VeDrò l'Italia al futuro"? Nota: [1] In Lombardia il capolista veltroniano è Matteo Colaninno, Vice Presidente della Confindustria e Presidente del Consiglio Centrale Giovani Imprenditori, vicepresidente del gruppo Piaggio e membro di ben 13 consigli d'amministrazione. Il Giornale, in perfetta ma brillante malafede, scaglia la prima pietra intervistando una giovane precaria pugliese cui Colaninno aveva offerto un lavoro di sei mesi a 250 euro al mese. [2] Nel caso ve ne foste dimenticati, quando si passò dal governo Berlusconi a quello Prodi, Enrico Letta subentrò all'incarico di suo zio, Gianni Letta, l'eminenza grigia di Berlusconi e il presidente della Fininvest Comunicazioni. Proprio lo stesso incarico, quello di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. lunedì, 25 febbraio 2008 "Yes, we can!" è lo slogan dei democratici americani, e fa pensare a una schiera di venditori in giacca e cravatta sotto la frusta del loro animatore: "Can we increase sales by ten per cent this year?" "Yes we can!" "By twenty percent?" "Yes we can!" I copioni veltroniani hanno tradotto lo slogan. Che da noi suona "se po' ffa'", la frase cara a innumerevoli oscuri mediatori per conto di onorevoli e di cardinali. Le prossime elezioni saranno un duello tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per decidere quale dei due potrà trasformare l'Italia in qualche forma di regime presidenzialista. L'Italia è quello che è, e chiunque vinca, finirà impantanato anche lui; ma rimane il fatto che due maschi stanno litigando per avere più potere di quanto abbiano avuto i loro predecessori, a parte Benito Mussolini. Solo che i due devono contendersi il paese a colpi di immagine, lavorando su due elementi. Il primo è la Novità. Che Silvio Berlusconi, ormai settantenne, stia sempre lì per fare la rivoluzione, lo sappiamo da quattordici anni. Mentre Walter Veltroni, che divenne vicepresidente del Consiglio la bellezza di dodici anni fa ed è parte organica dell'attuale governo, lancia "dodici proposte innovative per cambiare l'Italia". Proposte approvate ieri in un video di saluto da Francesco Totti, seconda autorità morale di Roma dopo il Papa.[1] L'altro elemento che sfruttano sia Berlusconi che Veltroni che tutti, è la Jeune Fille (leggere con attenzione l'articolo che linkiamo qui). Infatti, i due maschi si manifestano al mondo attraverso alcune femmine-immagine.[2] La destra punta su quel fenomeno paradossale che è il puttaniere con il crocifisso d'oro al collo, tutto telecomando, turismo sessuale e matrimonio in chiesa. Si parla infatti di seggi sicuri a destra per varie troiette spettacolari, recuperate dal Grande Fratello o da altre discariche virtuali, anche se sembra che nulla sia stato ancora definito. Più sottile e interessante la femmina-immagine di Veltroni: Marianna Madia, ventisettenne "ricercatrice".[3] Il Partito che Cambia Tutto offre un seggio sicuro, quindi, a una rappresentante di quell'immensa schiera di figli (e soprattutto figlie) della piccola borghesia, che hanno studiato tanto, perso tanti treni e si arrangiano precariamente e onestamente. Il grande serbatoio del ceto intellettuale subalterno. Dove risiede la forza identitaria del centrosinistra. Dice la Madia di se stessa, “Porterò tutta la mia straordinaria inesperienza”. E aggiunge, come in uno spot per detersivi, "Se una come me è stata chiamata per questo ruolo vuol dire che è in corso una rivoluzione. Una rivoluzione dolce." Anzi, c'è pure il finto scandalo: Madia nega di essere lei che ha scalzato De Mita dalle liste del Partito Democratico. E su questo, soffermiamoci un attimo. Intanto, nella società mediatica della pseudotrasgressione, se non c'è scandalo, non c'è divertimento, e quindi attenzione. Solo che lo "scandalo" verso cui si attira l'attenzione consisterebbe nella sostituzione del vecchio e corrotto notabile democristiano con una giovane bella e simpatica. Lo scandalo, abbiamo detto, è finto. Uno, perché dubito che qualunque essere umano normale avrebbe trovato "scandalosa" la sostituzione. Due, perché la Madia è capolista nel Lazio, e De Mita notoriamente non è laziale. Ma come si crea comunque lo scandalo inesistente? Negandolo, come fa la Madia. L'ottimo David Lognoli, che è ricercatore precario (fisico) sul serio, ha scoperto chi è davvero la Ragazza-Detersivo di Veltroni. O meglio, lo ha letto su un altro blog, ma da solo non ci sarei arrivato, e poi volevo fare un po' di pubblicità lo stesso all'ottimo blog di David. L'altro blog ha scoperto che Veltroni non ha trovato Marianna Madia "in fila al supermercato". Marianna Madia, infatti, è figlia di un consigliere di una "lista civica per Veltroni", amico personale di Veltroni. Lei lavora alla Presidenza del Consiglio, mentre "collabora" con l’Agenzia Ricerche e Legislazione fondata da Andreatta e attualmente nell'orbita di Enrico Letta (da qui la sua qualifica come "ricercatrice") e conduce pure una trasmissione alla Rai. E siccome un certo mondo è molto piccolo, Marianna Madia è pure l'ex fidanzata di Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica. No, nemmeno Giulio è un giovane ricercatore, è un sistemato professore universitario. Ah, pure lui è un collaboratore di Letta. Metto qui una foto che risale ai bei tempi della loro relazione. Non per la Madia, ma perché è la prova che anche i figli dei potenti possono avere un ghigno da deficienti.
Note (parecchie e lunghe, oggi): [1] Veltroni ieri è riuscito anche a combinare un mediatico abbraccio pre-elettorale tra due parenti di vittime degli anni Settanta - Giampaolo Mattei, figlio e fratello di tre proletari di Primavalle bruciati vivi da un commando di borghesi-bene di Potere Operaio, e Rita Zappelli, madre di Valerio Verbano, giovane di sinistra ucciso a sangue freddo da un commando neofascista. [2] Tra i minori, una Jeune-Fille ha scippato direttamente il primo piano. "La Destra" candiderà infatti la Daniela Santanché come premier. [3] Veltroni ha imbarcato anche l'operaio-immagine (suo malgrado), Antonio Boccuzzi, sopravvissuto al rogo della Thyssen. Michele Nobile, nel suo saggio su "la politica come professione" in Forchettoni Rossi. La sottocasta della sinistra radicale (Massari editore, 2007), documenta come nel parlamento uscente vi siano attualmente due deputati operai (uno eletto nella Rosa nel Pugno, uno nell'Ulivo) e tre o zero senatori operai (secondo le fonti). Nessuno, comunque, in tutta la "sinistra radicale". Boccuzzi siederà in parlamento guardato a vista da Pietro Ichino, il grande teorico della demolizione dei diritti sociali, anche lui patrocinato da Veltroni. mercoledì, 16 gennaio 2008 Massimo Fagioli, il guru di Bertinotti Da tempo, volevo scrivere qualcosa sul rapporto tra il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, e il guru romano Massimo Fagioli. Un rapporto poco noto: dei miei amici che hanno scritto addirittura dei libri su Rifondazione Comunista non ne avevano mai sentito parlare. Io stesso ci sono arrivato, solo perché me lo aveva segnalato Helena Velena, la quale critica fortemente Fagioli, perché quest'ultimo ritiene che l'omosessualità sia una vera e propria malattia, che lui ovviamente può curare. Solo adesso trovo un articolo - pubblicato a luglio - che parla, in maniera abbastanza precisa, della questione. L'autore, Giancarlo Perna, è un giornalista di destra, e l'articolo è uscito sul Giornale. Che sia di destra non è un problema: nel teatrino politico di oggi, se vuoi notizie critiche su Berlusconi, devi leggere Repubblica; se le vuoi su Bertinotti, devi leggere Il Giornale. Piuttosto, ci vorrebbe una ricerca molto più profonda sull'ideologia che Fagioli offre. Nella parafrasi di Perna, Fagioli dice in sostanza che "grazie a noi due, anzi grazie a me, la psiche dell’uomo entra in politica. In altre parole, il comunismo è fallito e io offro a Bertinotti una nuova strada da percorrere: la realtà umana." Negli ultimi anni, Bertinotti ha cercato di trasformare il proprio partito da campo di battaglia tra litigiosi gruppi togliattiani, operaisti e trotskisti, in un progetto di stalinismo fricchettone, con Bertinotti stesso nel ruolo di uno Stalin sorridente, per l'era di Porta a Porta. Mentre l'elemento fricchettone - la retorica sui "movimenti" e sui "diversi" e sugli "altri mondi possibili" e tutto il resto - si sarebbe strutturato attorno alle acrobazie verbali prodotte nel laboratorio magico del santone Fagioli. Tutto ciò non ha funzionato: il grande partito delle bocciofile romagnole avrà tutti i difetti di questo mondo, ma già diffida della cucina indiana, figuriamoci della psiche. Sospetto che la frustrazione di Bertinotti sia parallela a quella di Giuliano Ferrara, che da anni cerca di convincere speculatori edili laziali e xenofobe trevigiane ad apprezzare il fascino delle tesi neocon sul nichilismo creativo della rivoluzione planetaria capitalista. Mancano, poi, nell'articolo di Perna, le testimonianze - spesso preoccupanti - di chi è stato seguace di Fagioli: un argomento su cui non sarebbe male ritornare un giorno, qui o altrove.
venerdì, 14 dicembre 2007 OItre il velo della fuffa retorica Ogni tanto pubblico qualche scritto di Helena Velena. Helena Velena porta una tale ventata di buon senso, va talmente a fondo oltre il velo della fuffa retorica, che merita la massima diffusione. Qui lei tocca molti argomenti. La manifestazione di oggi a Vicenza, il nuovo partito di Ferrando, il pacifismo, le opinioni su Lenin, la proposta anarcosituazionista. Su alcuni temi sono d'accordo, su altri dissento in maniera netta, ma non è questo il punto. E' che è fondamentale l'impostazione mentale, l'uscita dalla ritualità ipnotica, la capacità di cogliere i meccanismi sociali e psicologici anche di chi si dice "all'opposizione", la capacità di pensare senza tabù. Qui abbiamo una citazione nella citazione: questo cappello è mio, il testo che segue è la risposta di Helena Velena a un comunicato intitolato "Saremo a Vicenza" e apparso in un'altra lista: frammenti di tale comunicato appaiono quindi nel testo, preceduti dal solito segno di citazione > . Miguel Martinez --------------------------------------------------------------------- >SAREMO A VICENZA > pubblicato su www.attac.it il 10 dicembre 2007 > Saremo a Vicenza perché siamo contro la guerra. > Perchè la base di Vicenza sarà l'avamposto di ogni guerra attuale e > futura, in Medio Oriente e in Asia. > Perché siamo per l'immediato ritiro delle truppe dall'Afghanistan. SaNremo a Vicenza: il solito Spettacolo, squallido, corrotto, falso, ipocrita, MA TUTTI LO GUARDANO. Incazzati o delusi, compagni o militonti, ma sempre SPETTATORI, e sempre anche CONSUMATORI. Alle solite. L'eterno gioco delle parti, l'eterno falso dualismo tra buoni e cattivi, che e' tanto funzionale al mantenimento della Status Quo. Siceramente, belle parole sul comunicato.. e poi? Belle come quelle che rivolge Berlusconi al suo Popolo delle Liberta'. Belle come quelle scritte sui Vangeli, e approvati dalla piu' grande Dittatura di MalRazzolatori della storia occidentale.... E ALLORA? PREDICHE ANCHE QUESTE? LISTA DEI BUONI PROPOSITI? FIORETTI PER TENER BUONA LA MAMMA E BABBO NATALE? ecco, appunto. Sinceramente, qualcun* mi puo'/vuol rispondere in modo argomentato rispetto a "che senso ha andare a Vicenza"? Quando Berlusconi impazzava con la raccolta di firme per far dimettere il governo Prodi, FINI l'ha sbeffeggiato dicendogli : "Bravo Silvio, bravo davvero. Raccogliene pure 51 milioni, di firme, poi dalle a Prodi, e lui ti risponde -grazie tante- e poi continua a governare". Serve che ve la spieghi? Le parole di Fini valgono anche per chi andra' a Vicenza, con l'aggravante, che CHI ORGANIZZA la manifestazione di Vicenza lo fa CON LE STESSE MOTIVAZIONI di Berlusconi, ed ovviamente ne raccogliera' il MEDESIMO RISULTATO. Indifferenza totale. Nessun politico di qualunque schieramento si chiedera' neppure com'e' andata o "se c'e stato il morto", e ancor minore sara' l'interesse dell'Esercito degli Stati Uniti. Ma certo, lo so che questo lo sapete anche voi. E allora perche' ci andate? Per contarsi, perche' e' necessario esserci, per dare una risposta al governo, per dimostrare che esiste ancora un'Opposizione..... Sisi, certo, avete fatto bene i compitini, Mamma e' proprio orgogliosa di voi. E se lo scenario fosse un'altro? Se non foste voi, che avete bisogno di contarvi, e per dimostrare che esiste un'opposizione, ma fosse una necessita' dei liderini dei prossimi neopartitini, che hanno bisogno per far cio' di bestiame umano, cioe' voi? Che hanno bisogno di dimostrare e dimostrarsi che sono in ancora in grado di muovere gente, benche' vecchia e decrepita (non solo in termini di eta', ma anche di pensieri), per verificare se sia il caso di ereditare loro la vecchia frusta falce e il vecchio inutile (solo per darselo sui piedi) martello, e fondare il nuovo Partito Trotzkysta Comunista dei Lavoratori? SInceramente.... LO SCIOPERO DEGLI AUTOTRASPORTATORI sta dimostrando cosa significa fare una lotta politica seria in Italia, e dimostra che E' ANCORA POSSIBILE. Anche se, diciamo la verita', la lotta di questa categoria e' organizzata da un deputato ex di FORZA ITALIA in chiave ANTIGOVERNATIVA. Ma funziona. Come hanno dimostrato molti analoghi scioperi in Francia. Uno scontro totale, frontale, senza cedere alle prime lusinghe, FUNZIONA. una manifestazione pacifista E PACIFICA, no. Magari avrebbe molto piu' senso un attacco alla base, in cui SENZA violenza verso esseri umani, provochi milioni di euro di danni e distruzioni. Questo e' il linguaggio del denaro, e in una economia globale basata sul denaro, questo e' l'unico linguaggio comprensibile dalla controparte. Ma questo, vi dicono, non si puo' ne si deve fare. Perche' solo una sana e pacifica manifestazione ci dara' la vittoria, cioe' la visibilita' POSITIVA delle nostre azioni e intenzioni. Bella predica. In realta' il motivo e' sempre il solito squallidissimo dei fini celati. a) nessuno sarebbe piu' in grado di gestire uno scontro "armato". Non sono piu' i tempi della Volante Rossa, o degli Arditi del Popolo (che NON erano formazioni fasciste). Siamo in un'era postmoderna dove il lavoratore, l'operaio ,quant'altro, NON ESISTE. Esiste solo il CONSUMATORE, che tra l'altro vive in una HYPERREALTA' in cui perfino la politica e' una merce. Politica che proviene comunque sempre da una delle varie componenti di un tutto unico e granitico, IL COSTRUTTO MAGICO/IDEOLOGICO, sia che si posizioni "a sinistra" o "a destra". b) nessuno e' neppure piu' in grado di orchestrare un FINTO SCONTRO con la polizia, pratica in cui era tanto bravo Casarini, perche' perfino i suoi bravi attori si sono "dati", perche' la paga era troppo misera, cioe' non ricevevano in cambio una adeguata GRATIFICAZIONE POLITICA, EMOZIONALE, perfino MILITANTE, a quelle azioni. c) in realta' lo scontro non lo vuole nessuno. Chi piu' usa la parola "rivoluzione" e "rivoluzionario" aspira solamente ad un nuovo spazio nel gioco dei RIPOSIZIONAMENTI della grande politica. Detta molto banalmente: l'ex PCI ora ha fondato la nuova DC ma non dimentichiamoci che il PCI stesso prese il posto del PSI che si stava spostando verso il centro). Don Berty-not in my name ha riunito i cespugli della cosa rossa per dar vita al nuovo PCI, in modo ancora piu' netto di come fece coi rimasugli di disillusi dal PCI, e quindi ora si apre a sinistra lo spazio lasciato vuoto dall'ex Rifondazione. Spazio che per essere occupato non e' affatto necessitante uno spostamento o una radicalizzazione a sinistra, ma semplicemente di di ricilare le vecchie parole d'ordine rifondarole, quelle scritte nei proclami e volantini,e non quella della politica di Palazzo. Come fece appunto Silvio Bertinotti (Bertusconi?). Ora questo spazio si apre per i trotzkysti, unici veri eredi tra l'altro del concetto di RIFONDAZIONE COMUNISTA, che fu rubato loro dal solito bandito non certo buono Bertynotti, e che invece ora ha rubato l'ARCOBALENO al movimento GLBT, cioe' all'orgoglio frocio che ha usato e imbrogliato gia' diverse volte. Inutile, quando ladri e mentitori si nasce....... Per occupare questo spazio comunque occorre mostrarsi pacifici, buonisti,e soprattutto AVERE BELLE PAROLE, parole belle, sante e condivisibili come quelle riportate su QUESTO VOLANTINO. Solo in questo modo si puo' acquistare credibilita' nelle menti dei possibili NUOVI ELETTORI, cioe' nei CONSUMATORI di una "nuova" MERCE IDEOLOGIA, cioe' sempre il solito vecchio frusto "comunismo", quello di di MARXISTA e men di meno di MARXIANO non ha proprio nulla, ma anzi e' il solito bollito misto di LENINISMO & STALINISMO in salsa TROTZKYSTA. Magari questo disegno, anzi questo percorso di slittamento progressivo di ripetizione continua della storia, non e' ancora completamente chiaro nella coscienza di chi ha organizzato questa manifestazione, ma e' solo questione di tempo. Intanto vorrei chiedere a NUNZIO & SIMONA come mai invece che manifestare a Vicenza nella totale indifferenza degli americani, non si vada invece a manifestare davanti alla sede del governo "di sinistra", ovvero davanti alla sede del PD o della neo SINISTRA ARCOBALENO, che hanno sostenuto e votato la MAGGIORANZA DEI PUNTI contro cui questo volantino si schiera. Sai, magari mostrare a loro la propria opposizione, simbolico per simbolico, avrebbe un po' piu' di effetto...... ECCOME CE L'AVREBBE, MA AUTODISTRUTTIVO !!!!! Nello squallido balletto della Merce Politica, chi fa "politica" non lo fa in nome di un popolo, una clase, i lavoratori, e sotto sotto nemmeno gli elettori, ma la fa solo per se stesso. I partiti oggi rappresentano solo se stessi e il loro posizionamento nella logica del potere. E se questa logica impone una necessaria conversione al centro, per lasciare spazio a nuovi "estremisti" che saranno i centristi di domani e che lasceranno il loro posto ai nuovi estremisti di dopo domani, ancora una volta questa tragica farsa ancor piu' sempli e del paradigma vichiano, si avverera'. Quindi NUNZIO & SIMONA sanno bene che certi equilibri non si devono toccare. I loro spazi, la loro associazione, la loro operativita' (e non sto affatto parlando di denaro) dipendono da VELTRONI, indi per cui VELTRONI & IL SUO PARTITO non si toccano. Piuttosto si va a vicenza a protestare CONTRO UN SIMULACRO. Una bella manifestazione di formiche contro la costruzione di un centro commerciale sul loro formicaio, avrebbe piu' senso di cio'. almeno sarebbe uno scambio simbolico di morte per difendere il proprio spazio. Qui, neppure quello. Quindi, Veltroni non si tocca, Bertinotti nemmeno, perche' e' con lui che si andranno a contrattare appunto i nuovi spazi lasciati liberi.... O forse, per il momento e' solo piaggeria.... Ma di sicuro FARE LO STESSO GIOCO DI RIFONDAZIONE, non e' altro che continuare ad ingannare la gente nel cui nome si lotta. > Perché siamo contro le spese militari, che questo Governo ha >ripetutamente aumentato, in paradossale discontinuità con il precedente >governo di centro-destra. > Perché siamo contro le basi militari, a partire da quelle straniere, >che occupano e militarizzano i territori, sottraggono beni essenziali >alle popolazioni, mettono a rischio le loro vite. > Saremo a Vicenza perché siamo contro l'economia della guerra. Ancora lo ripeto chiaramente. Responsabili delle decisioni del governo italiano contro cui questa manifestazione si schiera, non sono il governo o l'esercito americano, né la NATO. Ma e' la politica di POTERE & SUDDITANZA dei partiti di Sinistra, e perfino questo comunicatolo ammette. Logica vuole che CONTRO DI QUESTI vada rivolta la manifestazione, se si avesse un reale interesse nei contenuti della manifestazione stessa... Ma se a crederci ancora una volta e' solo il popolo bue, la forza lavoro, il nuovo elettorato/consumatorato massa, allora tutto si spiega cosi' come e' realmente. E si va a Vicenza per ben altri motivi, occulti, e molto meno edificanti. > Perché pensiamo che la buona politica o parte dai movimenti o >semplicemente non è. Altre bellissime parole... Ma forse, visto che come gia' detto piu' volte, una nuova risposta politica non sta partendo né dai movimenti né dal basso, forse queste parole non significano ormai piu' nulla, e forse allora e' meglio che non sia. Questo e' un linguaggio stantio e pseudo marxista, o meglio e' l'uso, peraltro limitatissimo, che fece LENIN del pensiero MARXIANO. In questi anni la contraddizione piu' evidente all'interno del Movimento (che dovrebbe in effetti ancora esistere, ma in forme ben diverse da quelle della "Comunita' Terribile") e' la scarsa o nulla partecipazione delle "nuove generazioni". Perfino nei centri sociali l'eta' media si sta spostando oltre i trenta, e alle manifestazioni CONTRO IL PRECARIATO, cioe' un problema soprattutto delle giovani generazioni, di quei "pischelli" ci sono solo i genitori e pure i nonni. Ma i diretti interessati no. Questo, e repetita juvant, e' il vero nocciolo del problema. Un problema che un linguaggio putrefatto, oltre che troppo ideologico e palesemente falso, non puo' minimamente pretendere di farsi udire. CHE FARE ALLORA? una soluzione c'e' anzi c'e sempre stata. Da dopo la Prima Internazionale, volendo, ma limitiamoci pero' a dire che dagli anni 50 almeno e' un fatto chiaro e conclamato che la sinistra LENINISTA, DI MOVIMENTO E NON, ma sempre espressione del medesimo COSTRUTTO MAGICO/IDEOLOGICO, ha sempre cercato di REPRIMERE, ANCHE NEL SANGUE...... Anche prima, consegnando gli italiani ai FASCISTI, gli spagnoli ai FRANCHISTI , i russi sostanzialmente agli STALINISTI. La soluzione e' sempre stata in una alternativa "a sinistra" (e' una banalizzazione abnorme, ma serve per capirci subito) della STRUTTURA AUTORITARIA VERTICISTICA LENINISTA. L'odierno disinteresse verso la politica dei pischelli di oggi e' determinato dal loro essere diventati CONSUMATORI che vivono in un mondo HYPERREALE dominato da MERCI E SIMULACRI. A tutto cio' il pensiero ANARCHICO LIBERTARIO, prima attraverso contaminazioni SITUAZIONISTE, e successivamente POST MODERNISTE e POST COSTRUTTIVISTE ha sempre segnalato questa Spettacolarizazione dell'individualita' e merceologizzazione dell'identita'. Ma il COSTRUTTO MAGICO/IDEOLOGICO, soprattutto nella sua forma esplicitamente e dichiaratamente leninista, necessari ad esistere in termini (VA) per giustificare la legittimita' dei suoi stessi avversari, e viceversa (cioe' definire se stessi solo in termini di oppositori, "del liberismo", "di berlusconi" etc) ha in primo luogo marginalizzato e cercato di delegittimare (" i BLACK BLOC sono fascisti e poliziotti infiltrati" etc) qualunque pensiero razionale che cercasse di scalfire la logica di questo falso dualismo e proporre altre chiavi di lettura. E tutto cio' a portato allo sfacelo attuale. "Benvenuti tra i rifiuti / qui non c'e la polizia benvenuti tra i rifiuti/ non vi cacceremo via"... cantava negli anni 80 FAUST'O solo che in questo caso "i rifiuti che danno il benvenuto" sono i rimasugli cadaverizzati di tutti i vari fallimenti del LENINISMO, che si preparano a ricevere nuovi profeti che come i vecchi, li tradiranno a tempi non molto lunghi. Senza nessun rinnovamento di sorta. Senza cambiamento, senza alternativa...... Questi rifiuti sono quelli che accettano ancora una volta di ANDARE A VICENZA, pensando di farlo spontaneamente, ma senza rendersi conto di essere guidati DA ALTRI ADEPTI dell'eternamente presente pseudo-contropotere che finge di opporsi al COSTRUTTO MAGICO/IDEOLOGICO ma ne e' invece diretta espressione e parte integrante. Solo cambiando radicalmente prospettiva si possono ottenere dei risultati di miglioramento della qualita' della vita, o per citare un fondamentale detto ANARCOSITUAZIONISTA: SOLO CAMBIANDOLE CONTINUAMENTE SI PUO' RIMANERE COERENTI CON LE PROPRIE IDEE. Andare a Vicenza significa parlare un linguaggio putrefatto e zombificato, e rimanere immobili in idee mummificate che ormai rappresentano risultanti totalmente diverse da cio' che, quando eravate pischelli voi, vi vibrarono dentro per la prima volta. HELENA VELENA (VA) martedì, 06 novembre 2007 Molti anni fa, ai tempi in cui gli uomini portavano il cappello, c'era un tale che si faceva chiamare Lenin. Tra diverse cose anche sgradevoli che ha fatto, ce n'erano due molto belle. Mentre milioni di russi morivano per una guerra del tutto insensata, Lenin disse, tiriamoci fuori da ogni alleanza imperialista e da ogni guerra imperialista. Poco dopo fece mandare un messaggio anche ai popoli dell'Asia:
Novant'anni dopo, a Mosca, ci passa un turista. Un avvocato di nome Oliviero Diliberto, politico italiano che ogni sei mesi vota per continuare a sparare sui popoli dell'Asia Centrale, in modo da preservare la più grande alleanza imperialista della storia. Nell'aria moscovita, il turista ha soffiato un nuvolone con dentro alcune parole che un cronista ha subito raccolto e impacchettato sotto questa forma:
Quando parlano i membri della Casta, non si capisce se hanno dietro un giornalista che segna tutto, oppure se gli stessi deputati mandano comunicati stampa, oppure se camuffano la voce telefonando alle redazioni per dire quale sia stata la brillante trovata del giorno. Comunque, è chiaro che una frase del genere esalta i poveretti che hanno votato Diliberto. Ma il gioco delle parti richiede un'immediata controdichiarazione dell'Altra Parte. La Controdichiarazione è ovviamente del tutto irrilevante: ci interessa sapere, tutt'al più, se Diliberto progetta di rapire la mummia di Lenin di notte, oppure di comprarla vendendo le sedi del PdCI. Cosa ne pensi il centrodestra rimane irrilevante, fino al momento in cui il centrodestra non tira fuori un'altra notizia concreta, ad esempio la minaccia di trasformare lo stesso Diliberto in una mummia. La Controdichiarazione, insomma, non offre quasi mai alcunché di significativo; eppure si deve sempre pubblicare. Sarebbe interessante studiare il grado gerarchico di chi fa le Controdichiarazioni: potremmo scoprire così che a segretario di partitone, risponde segretario di partitone, a consigliere comunale consigliere comunale e così via, come nei ricevimenti diplomatici. O forse in politica vale il principio dello sgarbo, per cui a Segretario risponde solo un Capogruppo. Fatto sta che al partitino di Diliberto, risponde subito il Capogruppo UDC, Luca Volontè, dottore in scienze politiche:
Ora, siamo certi di due cose. Per far parte della Casta, anche se non è necessario essere intelligenti, bisogna essere furbi. E un deputato furbo sa che ogni suo sussurro fa notizia. Ne consegue che la frasetta introduttiva del cronista è un semplice espediente retorico. Notate poi come il discorso di Volontè sia perfettamente insensato: Diliberto può o non può portarsi dietro la mummia? E poi, che vuol dire il riferimento al "ricettacolo"? Diliberto non può rientrare in Italia perché è un emulo? Oppure, è Lenin stesso l'emulo, e di chi? Questo intrico viene poi condito con due luoghi comuni di straordinaria banalità: il "freddo polare" e il "bicchierino di vodka". Uno dice che poteva anche starsene zitto, vista la perfetta inutilità di simili parole. Però questa espressione serve ad almeno tre scopi: il primo, ricordare al mondo che esiste Luca Volontè; il secondo, dire ai propri elettori che Oliviero Diliberto è addirittura un pericoloso comunista. Il terzo, confermare agli elettori di Oliviero Diliberto quello che loro vogliono tanto sentirsi dire: appunto, che Diliberto è un pericoloso comunista. Ecco che la palla ritorna a Diliberto (è la Contro-Controdichiarazione). E qui succede una cosa molto strana. Diliberto sembra smentire di aver detto la frase che ha innescato lo scambio. A logica, o ha mentito Diliberto (cosa che Diliberto evita di dire), oppure ha mentito il giornalista (cosa che Diliberto evita di dire al giornalista). Con un colpo di genio, Diliberto fa cadere la colpa proprio su Luca Volontè:
Ora, Cosimo Mele è diventato famoso per essersi drogato con una prostituta, la quale si è prima lamentata per la figuraccia che lui le ha fatto fare con il fidanzato, e poi è corsa in televisione, pregando pubblicamente di venire assunta a nostre spese, come tante sue colleghe. E fin qui la cosa mi sembra irrilevante. Per quel patto non scritto tra membri della Casta, che dice di non parlare di corda in casa dell'impiccato, Oliviero Diliberto evita di parlare del vero scandalo Mele:
Ora, quest'uomo è stato accolto dall'UDC, che evidentemente sapeva tutto questo. Non è stato accolto in un centro di recupero per ex-carcerati, ma in una lista bloccata che gli ha assicurato un posto in parlamento. Va bene che al paese dove prendeva le tangenti, l'hanno votato con entusiasmo. Ricordandoci che la colpa non è tutta dei politici. Nota: [1] Grigorij Zinov'ev, capo della Komintern, al Congresso di Baku, 1920. lunedì, 29 ottobre 2007 Dacia Valent propone un aggregatore nuovo, Il Partigiano. Non entro nei dettagli; mi interessa la questione di principio. Il nuovo aggregatore non è concorrenziale o ostile ad altri aggregatori, ma è riservato a chi si riconosce in tre parole: anticapitalismo, antimperialismo, antirazzismo. E' una definizione importante. Innanzitutto, è spudoratamente negativa. Si può essere "per" qualcosa, quando ci sono forze che stanno visibilmente costruendo un mondo diverso. Oggi non è così: nel capitalismo assoluto, il mondo lo stanno costruendo loro.[1] Noi possiamo sognare qualcos'altro, ma adesso tocca difenderci. Battendoci contro i mali dei nostri tempi. I tre termini poi, non si riferiscono a retoriche fumose, a identità sentimentali o al passato, ma a fatti del presente. Ad esempio, un antimperialista non è uno che "vuole promuovere il dialogo tra i popoli e le culture". Magari lo è anche; ma in questo momento ha in mente una cosa molto più concreta: il fatto che stanno mettendo su una superbase imperiale a Vicenza, da cui dovranno partire i futuri attacchi al Medio Oriente; o il fatto che possono mettere in carcere una persona perché guarda siti internet di chi si oppone all'Impero. Un antirazzista non è solo per "la comprensione e l'integrazione". E' per la chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea e la fine delle deportazioni di meteci colpevoli di avere idee politiche sgradite. Un anticapitalista non è per l'ossimoro dello "sviluppo compatibile", perché sa che il capitalismo è trasformazione distruttiva. Le tre discriminanti si basano su fatti e su ragionamenti. E' legittimo ragionare diversamente, ovviamente. Sicuramente la maggioranza, di destra ma anche di centro-centro-sinistra, ragiona diversamente da noi su queste cose. Però qui ci rivolgiamo a chi condivide questi tre punti. Quando si cerca di fare la quadratura del cerchio, cioè mettere insieme buoni sentimenti e pessime azioni, si deve cessare di ragionare e di guardare i fatti. Ad esempio, quando ci si dichiara "pacifisti" e poi si vota come vota (più onestamente) Berlusconi, a favore della spedizione militare italiana in Afghanistan oppure (anche se lì non si vota neanche) a favore della superbase imperiale di Vicenza. Marino Badiale, nel suo contributo all'importante libretto I Forchettoni rossi. La sottocasta della 'sinistra radicale' [2] ci dà una serie di esempi del linguaggio politico quando diventa mistificatorio rumore di fondo. Prendiamo Lidia Menapace, persona indubbiamente perbene, ma pienamente inserita nel meccanismo della sottocasta. Inizia così un suo articolo sul Manifesto (del 23.03.07) dal titolo, "Perché voterò sì alla missione". Uno lo legge, quindi, cercando di capire perché è bene mandare soldati italiani a combattere in Afghanistan sotto comando statunitense. Ecco cosa risponde la Menapace:
Seguono altri nove lunghi paragrafi nello stesso tono, in cui riesce a non dire assolutamente perché ha votato a favore dell'occupazione militare in Afghanistan sotto comando statunitense. Questo genere di fuffa, in cui scompaiono i fatti e i ragionamenti, si avvale in genere di appelli emotivi a quella che Marino Badiale chiama l'identità vuota. Fatta di un linguaggio condiviso e di piccoli codici di accesso (pensiamo ai film di Nanni Moretti); di nostalgici ricordi di altri tempi (il "patrimonio di lotte"); di pedigrismo [3]; di nemici personalizzati, demonizzati e tirati in ballo per drammatizzare. Citiamo sempre dal testo di Marino Badiale. Un "appello degli iscritti di Rifondazione a Genova" condanna l'opposizione del senatore Turigliatto alla guerra in Afghanistan, dicendo che "Oggi gioiscono Bush e l'amministrazione Usa, il Vaticano e Mediaset". Piccolo particolare: nell'appello mancano le parole "Afghanistan", "guerra", "spese militari" e, ovviamente, "comando statunitense". "Vicenza" compare, con ineguagliabile ipocrisia, in questa frase: "Per i lavoratori, per i movimenti, per il popolo di Vicenza oggi è tutto più difficile". Vediamo un fenomeno analogo nell'aggregatore Kilombo, che è un dignitoso tentativo di quadrare il cerchio, costruito in perfetta buona fede. Nel manifesto per la creazione di Kilombo slow, leggiamo:
No, non è che la gente è litigiosa. Certo, dividersi sulle quisquilie è sciocco. Invece è giustissimo dividersi sui fatti. Cioè su questioni come la base di Vicenza, l'embargo europeo a Gaza o i CPT. Non è mica necessario odiarsi, per capire una cosa semplice. Cioè che al di là del "dialogo" e del "patrimonio storico e valoriale", qui o sei a favore o sei contro. Noi siamo contro. Note: [1] Pensiamo alla vacua imbecillità del termine riformista oggi. Come se il centrosinistra, quando arriva al governo, stesse progressivamente migliorando la qualità di vita di tutti, aumentando la sicurezza sul e del lavoro, abolendo le guerre e gli eserciti, costruendo migliaia di asili o simili. E non semplicemente gestendo alla meno peggio la devastazione capitalistica che, quella sì, fa le riforme. [2] A cura di Roberto Massari, con Massimo Bontempelli, Marino Badiale, Michele Nobile, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Massari editore, Bolsena, 2007. [3] Pedigrismo:
E così, per motivi di pedigree, quando si arriva al dunque, sto con il funzionario che vuole la base, contro l'ufologo che non la vuole. Tra l'altro, è un comportamento assolutamente non marxista: guardare i simboli, le associazioni emotive, le motivazioni apparenti, e non i fatti materiali. domenica, 28 ottobre 2007 "Non l'hanno calmata neppure quindici commessi" Come sapete, un anno e passa si fa, si votava sul rifinanziamento della spedizione italiana in Afghanistan. All'epoca, secondo i sondaggi, il 61% degli italiani voleva il ritiro delle truppe italiane; nel gennaio del 2007, un sondaggio di Repubblica confermò che tale punto di vista era ancora condiviso dal 56% della popolazione, nonostante l'unanimità guerrafondaia dei media. Si può discutere se quella maggioranza di italiani avesse ragione o torto; comunque non è una questione da poco, e sarebbe naturale che di partecipare o meno a una guerra, se ne discutesse in Parlamento. Per questo, è interessante ricordare l'intenso psicodramma che nacque, quando si corse (brevemente) il rischio che uno o due deputati del parlamento italiano potessero votare nel senso voluto dalla maggioranza degli italiani. Ma l'abolizione della democrazia - cioè del diritto di espressione del punto di vista del demos, contrapposto a quello dell'oligarchia - non è una cosa così nuova. Dieci anni fa, il parlamento italiano votò su una decisiva trasformazione della società: con il cosiddetto Pacchetto Treu, il governo di centrosinistra stava posando la prima pietra della Precarietà - le diamo una "p" maiuscola, vista l'immensa varietà di significati che questo termine ormai possiede. Anche chi pensa che il nostro paese sia migliorato strepitosamente da allora, sarà d'accordo che fu una scelta rivoluzionaria. E di solito quando si fanno le rivoluzioni, se non volano le teste, almeno se ne discute. Bene, a rappresentare la totalità dell'opposizione al Pacchetto Treu, e quindi alla flessibilizzazione del lavoro in Italia, fu una splendida e vivace operaia della FIAT e madre di famiglia, Assunta Mara Malavenda, capitata in parlamento per sbaglio e subito cacciata dalla sottocasta di quella che oggi si autoproclama "sinistra radicale": oggi, in tutta la Camera ci sono due persone che dichiarano di essere "operai" (nessuno dei due nel PRC o nel PDCI); al Senato non ce n'è nemmeno uno. [2]
L'articolo da cui è tratta la citazione si intitola "L'estremista Mara di Pomigliano", ed è uscito su Repubblica del 4 giugno 1997. [2] Il titolo, come il tono, è significativo. Le persone normali, di destra o di sinistra, sono d'accordo con le Esigenze del Mercato Umano. Chi è contro, è un estremista; cioè a metà tra il buffone divertente e il malato di mente pericoloso, che agisce ovviamente per motivi caratteriali e non politici. Chi si oppone in maniera pacifica, non è un avversario politico, ma un caso clinico; chi invece si difende con le armi, non è un nemico, ma un terrorista e un delinquente. Perché non è concepibile che qualcuno possa mettere in discussione il Requerimiento, se non per deformazione psicologica o pura malvagità. E poi, è vero che quando il peso di rappresentare tutta una realtà storica cade sulle spalle di una sola persona, quella persona deve agire fuori dagli schemi, o ai limiti della legalità. In modo, insomma, "estremista". Anche se quella persona rappresenta una posizione perfettamente sensata e ragionevole, tanto che oggi milioni di persone parlano male del sistema che il Pacchetto Treu ha introdotto. Note: [1] Si veda l'approfondito studio di Michele Nobile, "La politica come professione", in I Forchettoni rossi. La sottocasta della 'sinistra radicale', a cura di Roberto Massari, con Massimo Bontempelli, Marino Badiale, Michele Nobile, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Massari editore, Bolsena, 2007. [2] Citato in Federico Mello, L'Italia spiegata a mio nonno, A. Mondadori, Milano 2007, p. 17. venerdì, 26 ottobre 2007 Questo è un post simbiotico, nel senso che va letto assieme a un altro, pubblicato sul blog Paniscus. Nel post su Paniscus, si parla del Festival veltroniano del cinema a Roma, apoteosi dell'omino che si appresta a sostituire Berlusconi come telesalvatore del paese. Solo che Paniscus ci regala un quadro nascosto e assolutamente inedito di questo straordinario miscuglio di virtualismo americaneggiante e di cialtroneria all'amatriciana. Il festival è però inseparabili da altri due eventi, anch'essi in qualche modo virtuali. Cioè, la contestazione da parte di un tale che ha buttato del colorante rosso nella Fontana di Trevi. E poi, evento a sé, la reazione mediatica alla contestazione. Su questi ultimi due temi vi voglio presentare un commento di Helena Velena, non disp |