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domenica, 30 novembre 2008 Estrarre denaro dalle zolle di terra. Prendere il denaro, investirlo in terra, navi, merci, armi. Ecco la nascita congiunta del capitalismo e dell'imperialismo.
Richiede terra, innanzitutto; ma anche un'operazione di calcolo: misurare e riconfigurare la terra, ricavarne dei numeri astratti che poi possano diventare moneta. La terra su cui si fonda tutto viene da un unico, grande gesto di stato: la dissoluzione di 800 monasteri britannici da parte di Enrico VIII, re d'Inghilterra. La terra passa al re, il re la rivende a mercanti e nobili e costruisce la marina che globalizzerà il pianeta e ci renderà tutti anglofoni, per quanto esitanti e insicuri. L'operazione è resa possibile da una delle prime grandi campagne moderne di propaganda, lanciata dai pulpiti, però anche usando le scricchiolanti ma già efficaci tipografie a mano. Una campagna che opera su tre chiavi profonde della psiche umana: sesso, solidarietà e avidità. Innanzitutto, una profusione di storie titillanti sulla vita depravata di frati e suore; una denuncia dello sfruttamento dei contadini sottoposti ai frati; e la tesi che con l'esproprio delle terre, non ci sarà mai più bisogno di pagare le tasse. Sui primi due punti, i propagandisti potevano avere qualche ragione, ma gli appetiti di un frate si limitavano a molta birra e molta carne, mentre quelli di un capitalista sono infiniti. Fino a quel momento le misure erano state qualitative: il terreno che si poteva coltivare in una giornata di lavoro, oppure quanto bastava a nutrire una famiglia. La stessa famiglia lavorava in genere diversi piccole strisce di terra, le rig, alcune fertili e alcune povere, sparse in maniera da garantire a ciascuna mezzi più o meno simili; in mezzo si estendevano i common, i pascoli collettivi. Una ripartizione della terra insensata dal punto di vista dei nuovi proprietari. "Gesù, in nome di Dio, come puoi trattare in modo così terribile noi povera gente?", chiede una vedova a John Palmer, un proprietario terriero che l'ha appena sfrattata dalla sua casa. Risponde Palmer, "Non lo sai che la grazia del re ha soppresso tutte le case dei monaci, dei frati e delle suore? E quindi è arrivata l'ora che noi signori buttiamo giù le case di poveri disgraziati [poor knaves] come siete voi".[1] Esattamente tra il primo e secondo grande esproprio, nel 1537, un certo Richard Benese pubblica un libretto dal lunghissimo titolo, This boke newely imprynted sheweth the maner of measuryng of all maner of lande as well of woodlande, as of plowelande, and pastore in the felde, [and] comptynge the true nombre of acres of the same. Newely inuented and compyled by Syr Rycharde Benese, Chanon of Marton Abbay besyde London. Il testo spiega in maniera meticolosa come misurare la terra con corde e raffigurarla poi su mappe denominate plat. Migliaia di surveyor - i sorveglianti feudali che si stanno trasformando in geometri - calano con l'opera di Benese in mano sulle disordinate terre dei monasteri. Per trasformare la stessa maniera di vedere e misurare la terra, dove il riferimento non è più il bisogno umano, ma una corda sempre uguale a se stessa, che si stende e poi dà un numero. Tanti numeri, tanto capitale. Alla base quindi del mondo moderno, c'è il geometra: "voi siete la causa per cui gli uomini perdono la loro terra; e talvolta vengono privati dei diritti di cui hanno a lungo goduto nelle proprietà signorili; e i costumi si cambiano, sono spezzati e talvolta pervertiti, oppure espropriati per colpa vostra", scrive Norden nel Surveior's Dialogue. Ma Robert Recorde, nella premessa a un proprio manualetto per geometri, scrive un poema di elogio dei nuovi eroi della modernità: "I surveyor hanno ben motivo di lodarmi / e così tutti i signori che possiedono terre: / ma ai contadini affittuari, temo, piacerò di meno. Eppure non faccio del male / ma misuro ogni cosa in modo veritiero, / e do a ogni uomo i suoi pieni diritti. / La proporzione geometrica non ha mai oppresso nessuno,/ e se a qualcuno è stato fatto un torto / voglio che sia raddrizzato." Uno splendido manifesto dell'etica moderna, tutta fondata sulla falsa innocenza dell'astrazione. Avranno detto le stesse parole i geometri (teorici del positivismo scientifico) con le carte in regola che ai tempi di Porfirio Díaz in Messico espropriapavano i contadini, o quelli del Fondo Nazionale Ebraico che preparavano lo sfratto degli abitanti dei tredici villaggi della Galilea - 240 chilometri quadri - appena venduti loro dalla famiglia dei Sursock, ricchi mercanti cristiani di Beirut. Chi è padrone delle carte è padrone delle persone; ma prima ci vogliono i geometri per disegnarle. P.S. Siccome viviamo nell'epoca del politicamente corretto, delle Vittime e dei Vittimi e della Jeune-Fille, è probabile che qualcuno strillerà subito, "ma come ti permetti... non tutti i geometri... mestiere dignitoso... gratuite offese...". Perché nessun lettore di blog ha un cugino ridotto alla fame dai geometri della Monsanto, ma molti hanno un cugino geometra. Si può rispondere in due modi. Primo, noi traduttori compiamo delitti molto simili a quelli dei geometri. Secondo, tutti i contadini cacciati dalle loro case e dalle loro terre nel corso degli ultimi cinquecento anni valgono più del leso onore dei geometri. O dei traduttori. Nota: [1] Andro Linklater, Measuring America. How the United States Was Shaped by the Greatest Land Sale in History, Plume Books, 2002. |
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