mercoledì, 30 aprile 2008

Il bellissimo tzinitzcān

Tre parole uccello: zacuan, tzinitzcān, quechōlli.

Non so se ho mai visto il zacuan, né se ho mai sentito il suo canto. [1]

Probabilmente no: il zacuan vive nelle profonde foreste, io quando ero piccolo stavo nell'altopiano, a guardare colibrì, scorpioni e soprattutto le lucciole pulsanti che illuminavano la mia stanza.

Il zacuan è un uccello - il Gymnostinops montezumae - ma non solo.

E' anche il nome delle piume nere e arancione di un diverso uccello, lo zacuantōtōtl o trupiale.

Piume che entravano a far parte, una volta, del zacuantica: ne parla il frate Bernardino de Sahagún, uomo incredibile, calato dalla Spagna che avrebbe finito per raccogliere quasi tutto ciò che si sa del mondo dei Mexica.

Diceva lui, i zacuantica erano "bandiere a mano fatte con piume di quetzal che si alternavano a strisce con piume di trupiale, bandiere di piume di airone, bandiere d'oro decorate nelle punte con piume di quetzal".

Ma il zacuan forse è ancora altro se, come narrano gli Anales de Cuautitlán, il dio Quetzalcóatl viveva nella "bella casa di corallo [o di conchiglia], che si chiama Zacuan" ("no kalli, sakwan, no kallin tapach...")

Accanto al zacuan, troviamo il "bellissimo tzinitzcān".

Nei dizionari della lingua náhuatl, leggiamo che quest'ultimo sarebbe il Trogon ambiguus o Trogon mexicanus (in inglese, il Doubtful Trogon): è certo un caso, ma nella nazione in cui la frontiera tra i mondi è un solco profondo dentro ogni anima, è bello trovare insieme le parole ambiguus e mexicanus.

Ma qui di nuovo c'è qualcosa che ci sfugge: le fonti che parlano dello tzinitzcān lo indicano come un uccello acquatico dal piumaggio nero, ben diverso dal colorato e ambiguo messicano.

Come zacuan, anche questo termine si carica di altri significati: tzinitzcān indica anche le piume che provengono da una piccola parte della base dell'ala di diversi uccelli.

La terza parola uccello è quechōlli, e si riferisce alla spatola rosa [2], una sorta di fenicottero dal becco largo: "in mosakwan in mokechōl " - "Questo è il tuo zacuan, questo è il tuo quechōlli", si diceva presentando il bambino al Sole. 

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Tutto questo lo raccontiamo, per poter affrontare sette righe di parole, che sopravvivono in un unico documento.

Questo documento risale a due secoli dopo la Conquista.

Il testo si chiama Cantares de los Mexicanos y otros opusculos, e nel fondo riservato dei libri della biblioteca nazionale del Messico, si trova in mezzo a libri di chiesa, manuali di artiglieria e disattesi regi decreti. [3]

Messicanamente, la datazione ci offre un'altra ambiguità.

Noi non sappiamo chi abbia detto, o meglio cantato quelle parole; e abbiamo solo un'idea vaga di chi le ha trascritte.

Quindi possono risalire a uno di due mondi in apparenza opposti: il cosmo azteco, oppure quello dei conquistadores e dei missionari.

Ciò che i Mexica hanno dipinto è andato in massima parte perso; ciò che rimane, è opera di chi li ha insieme distrutti e tramandati.

Sappiamo che questa canzone, di cui non possiamo nemmeno intuire la musica, era ciò che chiamavano un otoncuicatl, una canzone otomì.  Gli otomì sono un popolo doppiamente evanescente, perché sottomesso dagli stessi aztechi; e che parla una lingua distante da quella náhuatl, quanto lo è il cinese dall'italiano.

Ma la lingua di questa "canzone otomì" non è l'otomì: per nostra fortuna, è proprio náhuatl, che di tutte le lingue del Messico - il Messico non avendo lingua ufficiale, riconosce come tali tutte le centinaia di idiomi che si parlano sul suo territorio - è forse l'unica che un italiano può sperare di pronunciare. Non ci si spaventi per l'apparente lunghezza di quelle che sono in realtà parole composte.

Gli Otomì, che si dice "abitassero nelle grotte e vivessero di caccia", erano spesso i mercenari degli aztechi. Otomitl assume quindi un altro senso - il guerriero sanguinario. Non è una canzone per le penose orecchie dei cultori di Puerto Escondido, quindi.

Dell'aspetto sanguinario di questo canto, cogliamo solo le enigmatiche parole, "tra le mie mani ci sono i fiori piangenti della guerra".[4]

Il resto ci sfugge, ma certamente c'è.

Ika ye ninapanao tlaokolxochikozcatlon, nomak ommanian
elsisiwilischimàlxochitlon, nik ewaya in tlaokolkwikatloo,
nikchalchiwkokawikomana yektli yankwikatl, nik
awachxochilakatzoa, yn o chalchiweweuhilwitl, itech
niktlaxilotia in nokwikatzin in nikwikani ye nikinkwilia in ilwikak
chanekeo sakwantototl, ketzaltzinitzkantototl teokechol
inon tlătoa kechol in ki sesemeltia in tloke.

 Mi adorno con i gioielli dei fiori più tristi;
tra le mie mani ci sono i fiori piangenti della guerra;
alzo la mia voce in canti tristi;
offro una nuova e degna canzone, bella e melodica;
tesso canzoni fresche come la rugiada dei fiori;
sul mio tamburo addobbato di pietre preziose e piume
io, il cantante, batto il tempo della mia canzone
mentre la traggo da coloro che vivono nei cieli,
l'uccello zacuan, il bellissimo tzinitzcān, il divino quechōlli
questi uccelli melodici che donano la gioia alla Causa di Ogni Cosa.

 Note:

[1] La pronuncia è semplicemente, "sàquan" (gli ispanofoni non cadano nella tentazione di mettere l'accento sull'ultima), e quindi preferisco premettere "il" come articolo.

[2] Il nome scientifico, e non stiamo scherzando, è Ajaia ajaja.

[3] Nel tardo Ottocento, un americano, Daniel Garrison Brinton, trova per caso una copia dei Cantares, e traduce i testi dal náhuatl. Brinton è stato un medico; è stato uno dei più grandi etnologi americani; ed è stato anche un anarchico. Ma quei grandi uomini dell'Ottocento che nella scia degli imperi si dedicarono a cercare di capire il mondo meriterebbe un discorso a parte.

Alcuni testi di Brinton sono stati pubblicati nell'ambito del benemerito progetto Gutenburg. E da lì traggo appunto questo piccolo testo. Mi limito a tradurre dall'inglese, purtroppo. Ho comunque modernizzato (e deispanicizzato) la grafia dell'originale.

[4] Elsisiwi, che traduciamo qui come "piangente", deriva da una radice con molti rimandi: interiezioni di sofferenza, lamentarsi con qualcuno, sospirare.







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