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martedì, 23 gennaio 2007 Leggo due post liberatori su una vicenda che non ha voluto restare privata. Parlo della breve storia tra un'anonima insegnante (che per motivi di discrezione professionale adopera il nome d'arte di "Lia di Haramlik"), e Roberto Piccardo noto come Hamza, piccolo editore ligure convertito all'Islam. Un caso su cui, per diversi mesi, si è fatto di tutto allo scopo di attirare l'attenzione dei media. L'attenzione è arrivata, ed è passata sopra tutti con la solita furia da tornado, accompagnata da un'orda di sciacalli politici accorsi per mangiarsi le carogne. Una montagna di rovine è stata così innalzata su un topolino di vicenda. [1] Per fortuna Lia ha avuto il senso di responsabilità di parlarci di ciò che c'era sotto la montagna. Meglio troppo tardi che mai. Sul suo blog, invece, Dacia Valent ci presenta fatti e opinioni: ci fa sapere qualcosa su come quella montagna è stata messa in piedi, e aggiunge una dose di commenti propri. In realtà, le informazioni che Dacia presenta erano già note da tempo a chi ha avuto la sfortuna di seguire da vicino questa vicenda. Se non le conoscevate già, capirete adesso perché ho cercato di tenermene fuori. Però quei fatti vanno contestualizzati. Certo, Lia ha commesso una leggerezza, scrivendo un post che molti hanno letto come un'accusa proprio a Dacia. Il risentimento per un simile attacco pubblico rende il tono di Dacia comprensibile, ma non condivisibile. Non credo che Lia avesse fini reconditi nell'attaccare la sua amica e (finora) alleata. Penso che abbia agito semplicemente in condizioni di stress che possiamo tutti immaginare e che dobbiamo rispettare. Chi segue il blog di Lia conosce bene il disagio psicologico che lei vive da quando è rientrata dall'Egitto, un disagio che non ha mai nascosto ai propri lettori, e gli ultimi avvenimenti, per quanto prevedibili, non avranno certo giovato. Dacia, che ha frequentato Lia quasi quotidianamente negli ultimi mesi, avrebbe forse dovuto concedere una certa tolleranza. Ora, Dacia si occupa da una vita dei problemi dei migranti. Proprio per questo dovrebbe capire che il bisogno economico può essere esso stesso generatore di comportamenti: ricordo che quando arrivai in Egitto, tra le poche parole che riconoscevo, c'erano i numeri. E mi sembrava che la gente per strada li usasse in continuazione, evidentemente per parlare di soldi e di prezzi, argomenti fondamentali per chi non sa come arriverà alla fine del mese. Ed è facile dimenticare che oggi non basta un solo stipendio per vivere, nemmeno in Italia. Ma preferisco uscire da questo piano per riflettere su qualcosa di più generale. Sappiamo tutti che esiste una profonda scissione tra i grandi artisti, in quanto persone, e le loro opere. Ernest Hemingway, nelle sue lettere private, si è vantato di aver ucciso, a sangue freddo e con gran divertimento, ben 122 prigionieri di guerra disarmati, uno dei quali un sedicenne che gli ricordava suo figlio. Ma ciò non toglie, né aggiunge nulla ai suoi racconti. Infatti, alla fine, le opere diventano indipendenti dai loro autori, e hanno valore solo per quello che dicono a noi. Per questo il giudizio sulle fragilità umane degli autori diventa quasi irrilevante. Il fatto che Lia scriva sotto pseudonimo ci permette di distinguere nettamente tra l'anonima insegnante e "Lia di Haramlik", autrice di alcune straordinarie riflessioni sul Medio Oriente. Il mio giudizio su Lia di Haramlik non potrà mai essere obiettivo, perché la sensibilità che abbiamo entrambi verso l'Egitto è profondamente simile: abbiamo vissuto lo stesso paese. Per questa sua capacità di scrivere ciò che sento io, ritengo che "Lia di Haramlik" sia una delle menti migliori della rete. Ho anche un grosso debito verso Lia: è grazie al suo incitamento e ai suoi consigli che ho aperto, esitante, questo blog. Mi sembra che la gente giudichi spesso in base all'ultimo rapporto, in ordine di tempo, con una persona: nove abbracci seguiti da una litigata fa una litigata e basta. Credo che sia importante, invece, giudicare in base al bilancio di tanti rapporti, di quelli negativi come di quelli positivi. E per quante umane défaillance [2] possa avere la signora XX, il bilancio di "Lia di Haramlik", nella mia vita, nella mia sensibilità, è senz'altro positivo. P.S. Però non le perdonerò mai per aver scritto sul suo blog che haramlık è una parola araba. E' casomai una parola ottomana, fatta con pezzi di lingue diverse. Proprio per quello è bella. Note: [1] Non intendo criticare l'idea meritevole di chiedere che le comunità islamiche in Italia rispettino i diritti islamici delle donne separate. [2] Una concisa definizione: Cessation de l'aptitude d'une unité fonctionnelle à accomplir une fonction requise. |
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