sabato, 17 giugno 2006

Pausa estiva

Ai quattro amici di questo blog, nonché ai suoi quarantaquattro nemici...

Sarò via per alcuni giorni, senza connessione Internet.

Comunque qualcuno veglia sempre sulla qualità dei commenti, anche in mia assenza.

A presto!

postato da kelebek alle 12:25 | link | commenti (169)

"Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio" (VII)


Abbiamo visto come Magdi Allam abbia da sempre avuto il desiderio di diventare, o giornalista o Capo di Stato.

Solo che lo Stato in questione non è l'Egitto, ma l'Italia.

Il modello che Magdi Allam cita è offerto da un altro, illustre, mediorientale:

"Dunque, seguiamo l'esempio di Gesù: cacciamo i mercanti dal nostro tempio! [...] Questo è il tempo di cacciare i mercanti dal tempio, perché, se non lo facciamo noi, se non lo facciamo ora, soccomberemo, e con noi morirà la civiltà umana. Rimbocchiamoci le maniche, diamoci la mano e collaboriamo insieme per salvare l'Italia, l'Occidente e l'islam". (p. 292)
Da vero raìs, proclama:
"Pertanto dico a Bush e ai leader occidentali: no a questa democrazia formale perché porta al potere i fascisti e i nazisti islamici, perché è foriera di dittatura e morte." (p. 289)
Il primo ostacolo, oltre alla democrazia "formale", è l'Italia stessa, per cui Magdi sembra provare non solo un viscerale amore, ma anche un viscerale odio:
"Siamo in balia di una classe politica schiava di vecchie, logore e controproducenti logiche di potere [...] La nostra Italia è avvelenata dalla cultura del buonismo, del 'volemose bene' [...] La nostra Italia non conosce, e forse non ha mai conosciuto, la responsabilità del singolo". (p. 287)
Proponendosi un po' troppo platealmente come candidato, dice
"Noi italiani siamo ancora in attesa di un leader e di una classe politica che affrontino i problemi reali anziché ecclissarli, [..] che innalzino il vessillo dei valori, dell'identità e della civiltà" (p. 287)
Magdi Allam era già stato consacrato leader e innalzavessilli, in quello che chiama "uno dei momenti più intensi della mia vita", (p. 121) dalla signora Rossana di Pordenone, "di mezza età, composta e timida", che alle ore 15.30 del 25 settembre 2005, alla fine di una conferenza, si avvicinò a lui, dicendogli:
"Lei è il migliore degli italiani".
L'iniziazione all'italianità da parte della signora Rossana ebbe su Magdi "l'effetto di un terremoto esistenziale".

Eppure, Magdi dice, "di complimenti ne ho ricevuti tantissimi in questi ultimi anni" (p. 125), compresi quelli proferiti da una signora ottantenne che alle ore 17.30 del 13 agosto 2004 gli aveva dichiarato, "Io l'amo!" in un rifugio sui monti di Corvara.

La stessa identica frase di Rossana fu pronunciata, alle ore 17.30 di sabato 15 ottobre 2005 (Magdi Allam apprezza la precisione cronologica), dalla signora Loredana, "anche lei di mezza età", a Vigevano. E questa volta, Magdi Allam capì che si trattava di un "nuovo pressante invito a riflettere sulla mia attività professionale": insomma, il Migliore degli Italiani doveva salvare l'Italia.

Magdi Allam aveva le idee chiare:

"La condizione essenziale, che ho posto a me stesso prima di porla agli altri, è di fare politica solo se mi fosse data l'opportunità di poter ricoprire un ruolo istituzionale nel governo".
E così, il 14 maggio del 2005, telefona a Gianni Letta ("a cui sono legato da un rapporto di stima e amicizia"). Magdi Allam gli spiega che un seggio sicuro non gli basta perché "la mia qualifica di vicedirettore del 'Corriere della Sera' vale dieci seggi" e passa direttamente a chiedere un nuovo ministero, quello della "Immigrazione, Integrazione e Cittadinanza". Gianni Letta gli promette una cena con Berlusconi.

"Il 20 maggio [2005] ho iniziato un rapporto più intenso con il presidente del Senato Marcello Pera", ci informa Magdi Allam che nella stessa pagina ci tiene a farci sapere che Fiamma Nirenstein è una sua "cara amica", e che Roberto Formigoni (presidente della Regione Lombardia), Giorgio Vittadini (capo dell'impero imprenditoriale di Comunione e Liberazione) e Alberto Savorana, direttore di Tracce, sono invece "amici fraterni". Ma il libro è tutto uno sfoggio di amicizie: alle pagine 82-83, Magdi Allam elenca nomi e cognomi di ben ventinove giornalisti, solo per il piacere di dire che li ha conosciuti tutti.

In questo mi ricorda molto Durmuş, un gigantesco bracciante alevita turco che lavorava nella campagna siciliana. Un giorno, venne da noi tutto trafelato, per dirci che era arrivata nel porto di Siracusa una nave turca, e che i marinai non credevano che lui potesse avere davvero degli amici italiani. Fummo così costretti ad andare sulla nave, in quattro o cinque, per dimostrare che anche Durmuş aveva veri amici italiani (compreso questo messicano).

Ma lasciamo Durmuş e torniamo a Magdi.

Passano i mesi, e niente cena con Berlusconi. Magdi Allam incontra Berlusconi a un convegno a settembre, e Magdi riesce a fargli promettere un incontro a breve: "tuttavia non ho ricevuto nessuna telefonata e nessun invito".

Magdi Allam cerca di lavorare Berlusconi ai fianchi, tramite Pera e Formigoni. Approfitta anche di un incontro con Confalonieri, mentre Magdi firma un contratto che cede a Mediaset "l'esclusiva delle prestazioni televisive". Magdi riporta compiaciute le parole di Confalonieri: "Per Mediaset lei è come Gilardino. Un ottimo investimento". Ma niente incontro con Berlusconi, nonostante Magdi tempestasse Antonio Martino, Letta, Pera, Formigoni, Cicchitto e lo stesso Confalonieri di telefonate per ottenerlo (p. 244).

Nel frattempo, il ministro degli interni, Giuseppe Pisanu, aveva deciso di inserire nella consulta islamica l'Ucoii, l'organizzazione di cui Magdi Allam chiedeva ogni giorno la messa al bando. Evidentemente Pisanu non mancava di una certa saggezza democristiana, e aveva calcolato che era inutile tenere fuori dalla consulta l'unica organizzazione islamica minimamente rappresentativa. A differenza della signora Rossana di Pordenone, il ministro degli interni non era costretto a basarsi sulle invettive pubblicate sul Corriere della Sera per giudicare la pericolosità o meno dell'Ucoii.

Qualche mese dopo, Magdi Allam, in un'intervista al Gazzettino, spiegherà bene i propri sentimenti:

"Ce l'ho con l'ex ministro degli Interni, Pisanu. Io ce l'ho con lui".

Finalmente, Sandro Bondi riesce a combinare l'incontro. Berlusconi gli sorride, gli regala una "confezione delle famose cravatte Marinella" (p. 247) e lo mette alla porta.

Come nella favola della volpe e dell'uva, Magdi Allam sostiene che la colpa è dell'Italia:

"Mi sono reso conto che in Italia non ci sono le condizioni culturali ed etiche, prima ancora che politiche, perché possano avere spazio personalità che vogliano veramente cambiare dalle fondamenta il marciume che paralizza e impedisce la governabilità del paese."
E così, niente più telefonate per pietire un ministero da Berlusconi. Per cambiare dalle fondamenta la marcia Italia, Magdi Allam decide di lanciarsi in politica da solo, costituendo qualcosa che chiama il "Movimento per la vita e la libertà".

Cita il vecchio detto, "fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani" (p. 255). Intendendo che sarà proprio lui, Magdi Allam di Nazlat Samman, a farli, o a farci, o a farsi, o a farvi, secondo i punti di vista.

Viene in mente quel simpatico personaggio di Kagemusha, descritto in uno splendido film dallo stesso nome, del regista Akira Kurosawa. Alla morte del potente capo del clan dei Takeda, un ladruncolo di infima casta, che somiglia straordinariamente al defunto, viene arruolato dalla corte perché impersoni il capo, in modo che gli altri clan continuino a crederlo vivo. Il ladruncolo inizia a immedesimarsi nel proprio ruolo, fino a credersi davvero il capo del clan; ma quando non serve più, viene crudelmente scacciato, con una borsa piena di monete, sotto una pioggia battente.


Kagemusha guarda con nostalgia attraverso le
sbarre del recinto dei Takeda da cui è stato espulso

E qui, sotto la pioggia, salutiamo il piccolo Magdi che se ne va verso nuovi orizzonti.

"Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ed essere un burattino come prima; ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane."
 
(fine, almeno per ora)



venerdì, 16 giugno 2006

"Truffatore, ma non musulmano"

Ci sono serate in cui le lacrime scorrono a fiotti, dal ridere e dall'allegria.

Un attimo prima che la notizia arrivi nei telegiornali, mi chiama un amico, e mi dice,

"sai che hanno arrestato Vittorio Emanuele, e che al centro della storia c'è Massimo Pizza?"
Nei prossimi giorni, qualcuno ricostruirà tutta la storia, dove c'è di tutto, dalle puttane servite ai giocatori al casinò di Campione d'Italia, alla tragedia somala.

Lasciamo stare il vecchio omicida debosciato amico di Bruno Vespa, accusato adesso di " associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al falso e allo sfruttamento della prostituzione."

Io invece sono interessato a Massimo Pizza.

Massimo Pizza l'ho conosciuto come vicepresidente dell'Associazione Musulmani Italiani, una bizzarra congrega di reduci della dittatura di Siad Barre e di improbabili personaggi italiani, dedita allo smercio di finti titoli nobiliari somali, che si riuniva all'epoca attorno a un ex-mormone, tale Massimo Palazzi, che però preferisce essere chiamato "Dott. Prof. Mawlana Shaykh Abdul Hadi Palazzi Abu Omar al-Shafi'i, Gran Cancelliere dell'Ordine e Gran Precettore per la lingua italiana del Supremo Ordine Salomonico dei Principi del Shekal". Insomma, il pittoresco padrino dei "musulmani moderati" d'Italia.

Sedicente ex-generale dei carabinieri, nonché agente della "sezione K del Sismi" che si sarebbe dovuta occupare di cacciare i movimenti islamisti dalla Somalia, Massimo Pizza è stato il testimone della difesa in un mitico processo contro il giornalista Dimitri Buffa, che aveva accusato un pacifico medico omeopata siriano di voler comprare tutta l'acqua potabile d'Italia allo scopo di avvelenarla: Dimitri Buffa aveva anche accusato i musulmani italiani di aver effettuato prove di astensione dall'acqua del rubinetto, in modo da avvelenare solo i cristiani.

Solo che il processo andò male a Buffa, quando i carabinieri spiegarono al giudice che non riuscivano a trovare Massimo Pizza, perché non c'era mai stato un carabiniere con quel nome.

Ed è divertente pensare come in questo vortice sia andato a finire anche il finto governo somalo, che proprio in questi giorni ha chiesto che l'ONU invadesse la Somalia.

Visto che Palazzi ci attacca dalla mattina alla sera, visto che Buffa ha scritto articoli demenziali contro chi gestisce questo blog, visto che ci siamo occupati della Somalia...

insomma, questo blog pare che si trovi nell'occhio del ciclone, ma dalla parte dei buoni, o se preferite dei cattivi, comunque dalla parte opposta dei Pizza e dei Vittorioemanueli.

L'ANSA ci rivela come Pizza definisce se stesso, dopo alcuni giorni di carcere.

"Nei due interrogatori, Pizza si definisce rappresentante del Governo somalo, «agente provocatore», consulente storico, consulente, bibliografo, «scambiatore di notizie», analista, venditore di informazioni e anche «truffatore ma non musulmano», quando ricorda che è stato vicepresidente dell'Associazione musulmana italiana. (ANSA). RES 16-GIU-06 21:03 NNN"
  E' bello mettersi sulla riva del fiume e aspettare...



giovedì, 15 giugno 2006

Si concedano i visti

IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO

 

Bollettino del 14 giugno 2006

http://www.iraqiresistance.info

iraqlibero@email.it

 

 

ADESSO E' ORA
VOGLIAMO ASCOLTARE LA RESISTENZA!

FIRMA SUBITO LA LETTERA-APPELLO A D’ALEMA

 AFFINCHE' SIANO CONCESSI I VISTI A
IRACHENI E PALESTINESI
 
DIFFONDI IL TESTO CON OGNI MEZZO!
Invia le firme a
vistiora@email.it

 

Nel 2005 il governo Berlusconi impedì il regolare svolgimento della Conferenza Internazionale “Per una pace giusta in Iraq”.

Ad un anno di distanza le ragioni della Conferenza sono rimaste immutate, mentre la sua importanza è addirittura cresciuta.

L’occupazione continua e con essa continuano le brutalità di ogni tipo: bombardamenti aerei, stragi di civili, arresti di massa, torture. La stessa occupazione brutale, la stessa negazione di ogni diritto la ritroviamo in Palestina.

 

Per questi motivi abbiamo deciso di riconvocare, col titolo “Per una pace giusta in Iraq e in Palestina”, la Conferenza Internazionale che avrebbe dovuto tenersi nell’autunno scorso a Chianciano Terme.

 

Vogliamo la Conferenza Internazionale per dare voce a chi si batte per la libertà del popolo iracheno, per il riconoscimento politico della Resistenza, per riunire i suoi rappresentanti e quelli degli altri popoli del Medio Oriente in lotta con le forze del movimento contro la guerra e la globalizzazione.

Una conferenza per dare voce ai legittimi rappresentanti palestinesi, per la fine dell’embargo imposto da Israele, Usa ed Unione Europea nei confronti del governo uscito dalle elezioni del gennaio scorso; un embargo affamatorio che (come fu in Iraq dopo il 1991) colpisce crudelmente l’intero popolo palestinese.

 

Affinché la Conferenza possa svolgersi regolarmente è necessario superare lo scoglio dei visti, un anno fa negati da Fini.

 

Chiediamo perciò a tutti coloro che condividono lo spirito e gli scopi della Conferenza, a chi avverte la necessità di impedire che vengano nuovamente calpestati i più elementari diritti democratici, di dare vita ad una vasta campagna di raccolta di firme sul testo che pubblichiamo di seguito.

A tutti chiediamo la firma e la massima diffusione, nei siti internet, attraverso le mailing list, eccetera. Questa è una battaglia che appartiene a tutto il movimento contro la guerra, mobilitiamoci da subito!

 

 

LETTERA A MASSIMO D’ALEMA

Al Ministro degli Esteri

On. Massimo D’Alema



     Ella sarà certamente venuto a conoscenza che nell’ottobre scorso, a Chianciano Terme, avrebbe dovuto tenersi una Conferenza internazionale “PER UNA PACE GIUSTA IN IRAQ”.

 

     Saprà che detta Conferenza dovette essere annullata dai promotori a causa della gravissima decisione dell’allora Ministro degli Esteri G. Fini di non concedere i visti ai rappresentanti della società civile e della resistenza irachena all’uopo invitati.

 

     Lo stesso Ministro degli Esteri negò addirittura il visto anche ad Haj Ali, l’uomo incappucciato dai carcerieri, diventato in tutto il mondo simbolo dei torturati nella prigione di Abu Ghraib. Con questi atti vennero calpestati non solo i diritti democratici, ma anche i più elementari diritti umani che pure a parole tutti riconoscono.

 

     A fronte di queste decisioni molti furono gli appelli e le proteste in Italia ed all’estero. Tra questi ricordiamo la lettera di 41 parlamentari appartenenti a diverse forze politiche, inviata al ministro Fini nel novembre scorso. In quella lettera i suddetti parlamentari giudicando “immotivata la linea seguita dal Ministero”, chiedevano che venisse garantito l’ingresso agli esponenti iracheni.

     Le medesime associazioni di solidarietà coi popoli arabi  - tenuto conto della mutata situazione politica del nostro paese, frutto anche della volontà di pace della maggioranza degli italiani -, hanno deciso di riconvocare, col titolo “Per una pace giusta in Iraq e Palestina”,  la Conferenza Internazionale che avrebbe dovuto tenersi nell’autunno scorso a Chianciano Terme.  Importanti personalità irachene, rappresentative dell’ampio fronte di forze che si oppongono all’occupazione del loro paese,  nonché alcuni dei legittimi rappresentanti del popolo palestinese, hanno espresso la loro disponibilità a prendere parte all’incontro, nella speranza che non debbano subire l’umiliante trattamento loro riservato dal governo Berlusconi.

       
     La pace potrà scaturire soltanto dal dialogo. La Conferenza Internazionale sarà un’occasione utile affinché questo dialogo possa svilupparsi, contribuendo alla ricerca di una pace giusta in Iraq ed in Palestina, nel rispetto del diritto all’autodeterminazione dei popoli.


      I sottoscritti, considerati l’alto valore della suddetta Conferenza sia sotto il profilo politico che quello del rispetto dei vincoli del nostro dettato Costituzionale, vista la conclamata necessità  di gesti che segnino una forte e netta discontinuità rispetto alla politica estera perseguita dal precedente Esecutivo, chiedono quindi a Lei e al governo,  affinché la suddetta Conferenza possa svolgersi regolarmente, di garantire il rilascio dei necessari visti d’ingresso alle personalità politiche invitate in Italia.

 

Primi firmatari:

-         Falco Accame – ex Presidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati

-         Giovanni Bacciardi – Docente universitario, Firenze

-         Marino Badiale – Professore di matematica, Università di Torino

-         Aldo Bernardini – Docente di Diritto internazionale, Università di Teramo

-         Massimo Bontempelli – Filosofo, Pisa

-         Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia

-         Pino Cacucci - Scrittore

-         Franco Cardini – Istituto Studi Umanistici, Firenze

-         John Catalinotto – International Action Centre, Usa

-         Andrea Catone – Insegnante, Bari

-         Luigi Cortesi – Professore emerito Università “l’Orientale”, Napoli

-         Giorgio Forti – Ordinario Università Statale di Milano e socio Accademia Lincei

-         Giovanni Franzoni – Animatore di Comunità Cristiane di Base

-         Piero Fumarola – Docente di Sociologia delle Religioni, Università di Lecce

-         Don Andrea Gallo – Comunità San Benedetto al Porto, Genova

-         Umberto Gay – Giornalista Radio Popolare, Milano

-         Roberto Giammanco – Scrittore e americanista

-         Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano

-         Giulio Girardi – Filosofo e teologo della Liberazione

-         Massimo Grandi – Docente universitario, Firenze

-         Margherita Hack - Astrofisica

-         Alessandra Kersevan – Ricercatrice storica

-         Gianfranco La Grassa – Economista

-         Raniero La Valle – già Parlamentare

-         Domenico Losurdo – Filosofo, Università di Urbino

-         Roberto Massari – Editore

-         Noori al Moradi – Agronomo, Università di Malmö e rappresentante del Partito Comunista Iracheno “al Kader”

-         Carlo Oliva – Pubblicista

-         Jean Pierre Page – Comitato francese della Prima Conferenza Internazionale per il sostegno della Resistenza del popolo iracheno

-         Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano

-         Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano

-         Nico Perrone – Docente Storia dell’America, Università di Bari

-         Hamza Roberto Piccardo – Editore e portavoce del Consiglio direttivo dell’UCOII

-         Costanzo Preve – Filosofo, Torino

-         Edoardo Sanguineti – Poeta e docente di Letteratura italiana, Università di Genova

-         Fausto Schiavetto – Università di Padova

-         Gabriella Solaro – Responsabile Archivio Storico INSMLI (Ist. naz. per la storia del Movimento di Liberazione in Italia)

-         Carlos Varea – Coordinatore Campagna Spagnola contro l’Occupazione e per la Sovranità dell’Iraq

-         Gianni Vattimo – Filosofo ed ex parlamentare europeo

  

Aggiungi la tua firma scrivendo a vistiora@email.it

 


postato da kelebek alle 18:16 | link | commenti (63)

"Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio" (VI)


Magdi Allam vive con la propria compagna, cinque carabinieri e la morte. Non siamo informati a proposito di eventuali gatti.
"Vivere con la morte. Assediato dai nemici che mi vogliono uccidere e dagli 'amici' che attendono che venga ucciso. Tutto è già pronto. La condanna a morte è stata decretata ai più alti vertici dell'organizzazione terroristica palestinese Hamas. E' stata ispirata, raccolta, legittimata sul piano coranico e rilanciata dai loro agenti locali affiliati all'Ucoii" (p. 131).
Nel grande complotto contro Magdi Allam spicca "la Iadl (Islamic anti-defamation league), una sorta di tribunale dell'inquisizione islamica che opera come braccio legale dell'Ucoii".[1]

Attingendo ai loro inesauribili fondi, l'Ucoii e l'Iadl "sono riusciti ad assoldare nel loro plotone di esecuzione estremisti di sinistra e di destra, impegnati in prima fila nello spargere veleni sulla mia credibilità e onorabilità" e diffondere "una marea di ingiurie e di menzogne".

Fermiamoci un attimo. Ci sono plotoni di esecuzione, pagati da specifiche organizzazioni che devono uccidere Magdi Allam. E l'unica cosa che sanno fare è scrivere "ingiurie e menzogne" sulla "credibilità e onorabilità" di Magdi Allam, anziché sparargli.

Quali sono le prove di ciò che Magdi Allam afferma come dato di fatto, cioè che Hamas, movimento che non ha mai compiuto una sola azione fuori dal territorio palestinese, abbia deciso di fare un'unica eccezione, non per Bush o Rupert Murdoch, ma per un oscuro giornalista in Italia?

Magdi Allam dice di aver ricevuto una segnalazione in tal senso dal Sisde, nel 2003, e ogni tentativo di capirci di più finisce lì. In fondo, lo stesso Magdi Allam, così sicuro di poter attribuire i pericoli ai "più alti vertici" di Hamas, ammette di non sapere chi ce l'ha con lui:

"Da chi sono minacciato? Sono consapevole di non essere al corrente di molte minacce, di cui sono invece informati i servizi segreti" (p. 138).
Però denuncia le minacce "di cui sono venuto a conoscenza", e che fanno di lui "la personalità civile più minacciata e scortata d'Italia" (p. 136). Ecco le più drammatiche:
1) Dacia Valent avrebbe aperto un sito satirico intitolato "www.magdiallam.it".

2) Dacia Valent, sul proprio blog, avrebbe apostrofato Magdi Allam con i seguenti minacciosi epiteti, che lo stesso Magdi elenca minuziosamente: (p. 134):

"Zio Tom in Alabama", "lo schiavo che vuole la felicità del padrone più della propria", "l'aladino del Corsera", "il Paperoga del Corriere", "Maddaleno Allamo", "italiano di provincia", "creto (il diminutivo mi sembra francamente riduttivo)".

3) Hamza Piccardo, segretario dell'Ucoii, avrebbe detto una volta che "Magdi Allam è un nemico dell'Islam", una valutazione che ci sembra ragionevole, almeno quanto quella di chi afferma che Silvio Berlusconi è un nemico del comunismo.

4) Sempre Hamza Piccardo gli avrebbe dato del "cristiano copto" [2].

5) Sempre Hamza Piccardo avrebbe definito un ennesimo attacco da parte di Magdi Allam il "colpo di coda di uno scorpione". Allam considera che questa sia una minaccia di morte, perché ha trovato un detto attribuito al profeta Muhammad, secondo cui sarebbe lecito uccidere gli scorpioni anche durante il pellegrinaggio alla Mecca, quando è normalmente vietato prendere la vita degli animali.

6) Sempre e ancora Hamza Piccardo avrebbe detto di lui, "si è inventato un lavoro strapagato: il madrelingua arabo" (p. 142)

7) Nour Dachan, presidente dell'Ucoii, durante un battibecco in TV, avrebbe detto - in arabo - a Magdi Allam "Noi abbiamo deciso di non avere più nulla a che fare con te".

8) L'editorialista Pietrangelo Buttafuoco avrebbe composto un elaborato poemetto satirico su Magdi Allam [3].

9) Nel 2004, un certo Ismael Youssef di Udine ha scritto una lettera a Magdi Allam, sostenendo di aver ricevuto l'ordine di ucciderlo, "da una persona a Bruxelles". Magdi Allam dice di aver denunciato l'aspirante giustiziere, ma non ci dice nulla a proposito di eventuali indagini nel corso dei due anni che sono passati da allora.
Nonostante prove così inconfutabili di un complotto omicida, Magdi Allam si lamenta di trovarsi
"costretto a dimostrare che non sono un millantatore, che sono un musulmano, che non sono un fuorilegge, che sono una persona perbene".
Fa un curioso effetto vedere il vicedirettore di quell'immensa corazzata che è il Corriere della Sera, tanto preoccupato davanti alla nave pirata del blog di Dacia Valent.

Ma pare che il pericolo più grave provenga dallo stesso stato. In qualunque momento, infatti, gli stessi carabinieri che convivono con lui potrebbero portarlo via:
"Cos'altro devo attendermi da una classe politica ignorante, disinformata, pavida, sottomessa e che si è arresa al nemico? Arriveranno a condannarmi e ad arrestarmi per attentato alla pace, all'ordine e alla sicurezza nazionale? Quale pace? Quale ordine? Quale sicurezza? Ormai non posso escludere nulla".
Parole che ricordano, in qualche modo, quelle profetiche di Carlo Lorenzini, meglio noto come Collodi:
"Alla fine, e per buona fortuna, capitò un carabiniere, il quale, sentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll'animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie.

Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere che barricava tutta la strada, s'ingegnò di passargli, per sorpresa, frammezzo alle gambe, e invece fece fiasco."



NOTE

[1] L'Iadl in realtà raccoglie alcuni avvocati, quasi nessuno dei quali musulmani, che presentano denunce per fatti palesi di razzismo e discriminazione contro migranti, non solo di fede islamica.

[2] La voce - errata - secondo cui Magdi Allam sarebbe un cristiano copto fu messa per iscritto la prima volta dal giornalista neocon, Dimitri Buffa, nell'articolo "Dietro lo scoop sull'imam integralista la lotta di potere alla moschea di Roma?", La Padania, 10 giugno 2003.

Per un curioso caso del destino, abbiamo invece saputo che un'ex-compagna di Magdi Allam aveva sempre creduto che lui fosse cristiano. A quanto pare, fare taqiya delle proprie origini islamiche era, da parte di Magdi Allam, un delicato gesto di riguardo verso le sensibilità di questa signora, di religione ebraica e dalle forti convinzioni sioniste.

[3] E' lo stesso Magdi Allam (p. 152) a riportarlo per intero:
"Non andrà là, resterà qua.
Starà sempre sul sofà senza credere in Allah.
L'esperto dell'islam, magnate del "Corriere della Sera", noto volto della tv quest'estate non farà venerdì,
ma solo weekend di tolleranza.
Non scriverà che lettere a Oriana Fallaci e al pascià di Custonaci.
Con l'autorizzazione della Cia andrà solo a 'Stambul,
nel paesul fatto di sei tukul dove per trastul del fanciul si trovano gli Abdul.
Ci andrà su d'un mul ed entrerà nel tukul,
col cadì di Paranà che (manco a dirlo) non crede in Allah.
Sarà paparazzato previa autorizzazione del Pentagono". 




mercoledì, 14 giugno 2006

"Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio" (V)


Zero
.

Zero morti, zero feriti, zero attentati, zero aggressioni. Persino zero risse. Forse anche zero pernacchie.

Molte centinaia di arresti, ma zero condanne.

Questo è il bilancio, a modo suo impressionante, di cinque anni di Scontro di Civiltà nel nostro paese, e mostra esattamente in che cosa consiste la Grande Emergenza Terrorismo.

Per fare qualche confronto, ricordiamo che in Italia - dal 1969 al 1980 - vi furono 12.690 attentati ed episodi di grave violenza politica, che provocarono 362 morti e 4.490 feriti. E credo che la prima cifra, quella degli atti di violenza, sia molto sottostimata.

Non possiedo i poteri paranormali di Maga Lisistrata. Non posso quindi escludere che domani mattina qualcuno scenderà nella metropolitana di Milano o di Roma, e compierà una strage enorme. E' successo altrove, potrebbe succedere anche qui - sta nella stessa natura di grandi città che combinano luoghi molto affollati con un facile accesso alla tecnologia.

Ma la differenza cruciale tra allora e oggi non sta nel numero di morti e di feriti: sta nel numero di episodi di violenza, che allora furono oltre tre al giorno, ogni giorno dell'anno, per undici anni consecutivi (e ripeto, si tratta sicuramente di una cifra molto sottostimata).

Possibile che ci sia una "guerra in corso", tra Occidente e Islam, o tra "civiltà e barbarie", senza che finora sia stato picchiato un solo libraio che esponeva in vetrina i libri della Fallaci? Senza che mai un prete sia stato infastidito da bande di barbuti? E' tutta qui la differenza tra un fenomeno sociale e un fenomeno individuale. Un fenomeno individuale può anche essere atroce, ma non rappresenta nulla sul piano politico.

Magdi Allam ha ricostruito tutta la sua carriera su questo immenso zero. Ricostruito, perché per i primi vent'anni non si è occupato né di Islam, né di migrazioni, ma solo di questioni politiche mediorientali.

Un fatidico giorno del 1998, prese il telefono e chiamò Hamza Piccardo, segretario dell'UCOII, la principale associazione islamica in Italia. Dicendogli che si parlava in giro di simpatie per il "terrorismo" nell'Islam italiano, e che lui voleva scrivere un articolo che smentisse tali voci. Magdi Allam si piazzò così per alcuni giorni nello studio di Piccardo, mentre il segretario dell'UCOII gli faceva un veloce corso introduttivo all'Islam italiano. Davanti ad Allam, Piccardo fece un giro di telefonate ad alcuni diffidenti esponenti dell'Islam italiano, garantendo per la buona fede di Allam e invitandoli a lasciarsi intervistare.

magdi allam hamza piccardo islam italiano

Magdi Allam mentre si fa spiegare l'Islam italiano nello studio di Hamza Piccardo a Imperia

Ne vennero fuori cinque puntate, dal tragicomico titolo, Il sogno di un'Italia islamica nei ghetti fanatici di Allah. Nell'inchiesta, un curioso ma significativo dettaglio. Allam, pur proveniente dai ceti sociali più bassi, ha evidentemente interiorizzato i pregiudizi classisti egiziani, se racconta di come rimase scioccato nel vedere un musulmano a Milano che indossava la "jallabiya, una tunica informe bianca, e una barba lunga e incolta". In effetti, tutti i locali egiziani di un certo livello hanno cartelli che vietano l'ingresso ai portatori di jallabiya.

All'epoca, a parte simili elementi di colore, le uniche notizie significative erano la simpatia che alcuni musulmani italiani dimostravano per i loro fratelli che avevano combattuto in Cecenia e soprattutto in Bosnia, e lo scontro tra l'ambasciatore marocchino e quello saudita per il controllo della moschea di Roma.

In una successiva inchiesta, Magdi Allam va a Londra, dove intervista il pittoresco Capitan Uncino del jihad, Abu Hamza. E trova un volantino, ben in vista e a disposizione del pubblico, che invita i giovani a partecipare a "tre giorni di corsi di sopravvivenza e di arti marziali, attività ginniche e conferenze islamiche".

Si tratta di una versione artigianale dei corsi di indottrinamento e krav maga che organizzano regolarmente le organizzazioni sioniste di destra in tante città dell'Occidente, nella speranza di indurre i giovani ad addestrarsi poi sul serio in Israele.

"Il 27 novembre 1998, 'La Repubblica' pubblicò in prima pagina il mio reportage dal titolo La scuola di guerra della Jihad a Londra. Ero rimasto scioccato [...] quando mi resi conto che la notizia venne accolta in Italia solo come uno scoop giornalistico, senza comprenderne l'enorme portata eversiva e distruttiva per l'intera Europa".
Anche le decine di migliaia di italiani che frequentano "corsi di sopravvivenza e di arti marziali, attività ginniche" avranno avuto difficoltà a comprendere.
"Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con sua grande maraviglia, sente spuntarsi un bel paio d'orecchie asinine e diventa un ciuchino, con la coda e tutto."
  (Continua...)



martedì, 13 giugno 2006

"Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio" (IV)


"Fu più o meno nell'anno della maturità, quando si fa più impellente la necessità di chiarire a se stessi che cosa veramente vorremmo fare da grandi, che dentro di me mi diedi questa risposta: "Vorrei fare il giornalista o il capo di Stato" (p. 25).
Così rifletteva il giovane Magdi.

Un progetto da realizzare con qualunque mezzo. Anni dopo, Magdi Allam avrebbe fatto della "difesa della vita" - un termine che ricorre più volte nel libro - il proprio motto. Quando il quotidiano La Repubblica gli chiese, nel 2003, di lasciare il suo eccellente albergo a Kuwait City, dove scriveva i propri articoli e soprattutto opinionava in TV, per recarsi al fronte, Magdi Allam si rifiutò per un motivo ben preciso:

"Per me la salvaguardia della vita è al primo posto. E' un atto di fede." (p. 101)
Invece, il giovane Magdi è stato, a suo stesso dire, una sorta di kamikaze dell'emigrazione: il capitolo che ne parla si titolo, infatti, "Anche a costo della vita".

Dopo la maturità, Magdi aveva cominciato a lavorare presso l'Ufficio culturale austriaco al Cairo. Dove un giorno si riempì di psicofarmaci e si rinchiuse nel bagno. Si risvegliò in ospedale, per annunciare, "Voglio andare in Italia, costi quel che costi". La madre lo affidò "alle cure di un noto psichiatra", che lo imbottì di sedativi e gli fece sperimentare "la tortura della scossa elettrica".

Poco dopo, Magdi avrebbe ottenuto una borsa di studio per iscriversi all'università di Roma. Così, nel 1972, arrivò in quella che lui chiama "la Terra promessa", che lui contrasta con l'odiato deserto egiziano (p. 53), compiendo così il "matrimonio con l'Italia, voluto con tutto me stesso", mentre l'Egitto era, per lui, qualcosa che "dovevo a tutti i costi abbandonare".

Qui le versione divergono, almeno in parte. Magdi Allam sostiene di essersi iscritto subito a filosofia, all'università di Roma, mentre alcuni suoi vecchi amici sostengono che almeno per un anno, non avrebbe avuto nulla a che fare con l'università. In ogni caso, come dice nell'intervista a Grazia,

«I primi anni sono stati durissimi. Ero disorientato: fumavo, bevevo alcolici e caffè, fino a farmi scoppiare il fegato».
Insomma, più o meno come il nostro amico Amer.

Magdi Allam iniziò presto ad arrotondare la sua borsa di studio lavorando come "cameriere o portiere d'albergo". Un lavoro, si può presumere, doppiamente in nero: all'epoca era molto più difficile che oggi impiegare legalmente stranieri, mentre dubito che si possa percepire una borsa di studio mentre si lavora.

Nel 1975, iniziò a scrivere per la stampa, grazie alla sua conoscenza della lingua araba, forse non perfetta, ma certamente superiore a quella della media degli italiani. La sua firma appariva anche, seppure di rado, su Repubblica. Quando, un giorno, Magdi si trovò con il permesso di soggiorno in scadenza e a rischio di espulsione dal paese, Giorgio Signorini, capo della redazione Esteri, senza peraltro avere la facoltà di farlo,

"tirò fuori da un cassetto della scrivania un foglio di carta intestata e scrisse a macchina: "Certifico che Magdi Allam è un collaboratore fisso del quotidiano 'La Repubblica' e percepisce mensilmente un regolare compenso" (p. 74).
Grazie a questa falsa dichiarazione, Magdi Allam potè rinnovare il permesso di soggiorno e avviarsi poi alla cittadinanza italiana.

Nello stesso periodo, si mise a frequentare un

"gruppo di amici carissimi che, proponendosi di scardinare la società per introdurvi un cambiamento, si erano ribattezzati 'piedi di porco'".
Tutto questa storia di tentati suicidi, documenti falsificati, alcol e propositi di "scardinare la società" si può leggere in due modi diversi.

C'è il modo che potremmo definire nostro. Sappiamo che le persone cambiano. Che le migrazioni sono sempre molto difficili. Che "scardinare la società" può essere una simpatica metafora per attività del tutto pacifiche. Che per un documento falso non è mai morto nessuno. Anche se quasi tutte le "condanne di terroristi" in Italia sono in realtà arresti per terrorismo, che finiscono nella bolla di sapone di una condanna per infrazioni alle regole che governano l'immigrazione.

Poi c'è il modo che potremmo definire magdiallamesco di trattare simili temi.

Il modo magdiallamesco consiste nel chiedere che venga "considerato reato penale l'incitamento a destabilizzare il fronte interno italiano [...] rifiutandone i valori" (p. 276).

Consiste nel chiedere che si consideri "l'immigrazione illegale un reato che comporta l'immediata espulsione del clandestino nel paese da cui è partito prima di arrivare in Italia" (p. 274) - e sicuramente la falsificazione di documenti e la violazione delle condizioni di ingresso nel paese (per studio e non per lavoro) costituiscono forme evidenti di "immigrazione illegale".

Magdi Allam ha fatto la sua fortuna, citando fuori contesto bofonchiamenti di immigrati intercettati al telefono, frasi di oscuri testi medievali di teologia scovati dalla polizia nelle baracche, borbottii in una predica del venerdì in qualche scantinato italiano, ed esigendo l'immediata espulsione dal paese dei responsabili.

Siamo quindi certi che se lui avesse scoperto, e non fatto parte, della banda dei "piedi di porco", intenti a "scardinare la società", l'avremmo trovata in prima pagina sul Corriere della Sera.

- Che cos'è quel baraccone? - domandò Pinocchio, voltandosi a un ragazzetto che era lì del paese.

- Leggi il cartello, che c'è scritto, e lo saprai.

- Lo leggerei volentieri, ma per l'appunto oggi non so leggere.

- Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che in quel cartello a lettere rosse come il fuoco c'è scritto: GRAN TEATRO DEI BURATTINI...
  (Continua...)


Infopal

Come potete vedere, a destra c'è un nuovo banner.

Porta al sito di Infopal, un sito dedicato a fornire informazioni su ciò che sta succedendo in Palestina.

Dove un popolo intero, già espulso dalla maggior parte della propria terra, vive da 39 anni, una vita intera, sotto occupazione militare, con un'economia annientata, con migliaia di morti e decine di migliaia di mutilati.

Dove da mesi, nonostante la tregua unilaterale decisa dal legittimo governo palestinese, democraticamente eletto, si susseguono quasi quotidianamente omicidi e bombardamento - solo l'altro giorno, un'intera famiglia palestinese è stata assassinata sulla spiaggia di Gaza - accompagnati da un tentativo di lanciare una guerra civile tra disperati.

Tutto questo non costituisce uno dei normali conflitti di cui il mondo è pieno.

Israele non è né migliore né peggiore di qualunque altro stato al mondo che cerca di imporre il dominio di un'etnia su un'altra. A modo suo, questo è normale.

Il vero crimine è nostro.

 Perché l'l'Italia, e l'Europa, sono complici diretti e orgogliosi dello strangolamento della Palestina e della sua democrazia.

Chi volesse riprendere il banner, non ha che da copiare il codice html:

<a href="http://www.infopal.it/" target="_blank""http://www.flickr.com/photos/90213843@N00/165653799/" title="Photo Sharing"><img src="http://static.flickr.com/50/165653799_128741f40c_o.gif" width="138" height="75" alt="infopal_banner_b" /></a>






lunedì, 12 giugno 2006

"Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio" (III)


Sul suo blog, Dacia Valent ha compiuto una delle provocazioni per cui noi la amiamo, mentre i polli che ci cascano la vorrebbero morta.

Ha semplicemente ripreso alcuni episodi traumatici della vita di Magdi Allam, descritti in Io amo l'Italia, senza però specificare a chi si riferivano. Commenta un furente "Andreamig", che evidentemente non ha capito di chi si parlava:

"Questa gentaglia deve stare fuori dall'Italia. Lo hai detto tu questo potrebbe essere un serial killer. Che se ne stia a casa sua. Pure mussulmano è e per questo ancora più pericoloso. Già c'abbiamo i nostri matti.........ci mancano anche quelli col turbante..............."
Crediamo che il titolo di serial killer sia inappropriato per descrivere Magdi Allam. Lo potremmo chiamare, piuttosto, un serial lover. Guardiamo, infatti i titoli di alcuni capitoli del suo libro:
Il primo "vagito italiano"
Un segno del destino [di diventare italiano]
Sognando Sivori [noto giocatore di calcio dell'epoca]
Italiani buoni egiziani
La Terra promessa [l'arrivo in Italia]
L'Italia da vivere
Grazie agli italiani
"Lei è il migliore degli italiani"
L'Italia da salvare
L'Italia, terra di conquista islamica
Per Magdi Allam, notoriamente, basta la visione di un sito internet, o ascoltare una predica di un quarto d'ora in moschea, per diventare kamikaze. Forse esagera; comunque è evidente che passare gli anni formativi, abbandonato dalla madre e vivendo, giorno e notte, in madrase gestite da religiosi, tra suore, preti e scout, lascia come dice lui stesso, "una traccia indelebile nella mia formazione umana" (p. 26).

Infatti, Magdi Allam è passato dalla materna e le elementari gestite dalle suore comboniane, alla Don Bosco, gestita dai salesiani.

Il passaggio di scuola fu

"una decisione repentina presa da mia madre perché i salesiani le garantivano che si sarebbero occupati di me dodici mesi l'anno".
Mamma Safeya "dal cuore d'oro" si era licenziata dalla famiglia Caccia, per diventare la domestica di un'aristocratica saudita, che la pagava molto di più, ma che Mamma Safeya doveva seguire in giro per il mondo. E così, per comprare l'Abbecedario a Magdi e soprattutto permettergli di "vivere in un ambiente socialmente superiore a quello della media degli egiziani" (p. 16), lo abbandonò totalmente nelle mani del clero italiano.

E' dal clero, e da qualche insegnante laico, che Magdi apprende il gusto di scrivere (definisce l'italiano la sua lingua madre); "è con i salesiani che ho conosciuto il Cairo", con loro che legge Topolino, e impara a tifare Juve.

Il contesto è quello surreale degli italiani d'Egitto, di cui ho conosciuto gli ultimi scampoli una quindicina di anni fa.

Magdi Allam, ovviamente, li ama.

Ora, è interessante sapere che si tratta dello stesso Magdi Allam che dedica un capitolo dello stesso libro, per spiegare il proprio concetto di integrazione: l'immigrato "deve conoscere adeguatamente la lingua italiana" (p. 270),

"è tenuto alla conoscenza della cultura italiana nel senso più ampio, comprese la religione cristiana e le altre fedi",
deve "condividere, interagire e far propri i valori fondanti della nostra identità nazionale", "deve condividere attività sociali, educative, ricreative, di volontariato, culturali con gli italiani".

Il tutto viene controllato tramite esami di "primo e secondo livello". Chi non riesce a distinguere perfettamente tra condizionale e congiuntivo, chi ignora la modalità della processione dello Spirito Santo che distingue cattolici da ortodossi (per modum intellegibilis actionis e per spiramen), o che non può portare almeno quattro biglietti usati della discoteca Las Vegas Ecstasy di Menegotto Superiore, deve essere espulso dall'Italia.

Se criteri simili fossero stati applicati agli stranieri d'Egitto, sarebbero rimasti davvero in pochi: cioè proprio quelli, come Edward Lane, Carlo Alfonso Nallino e René Guénon, che non erano venuti per fare fortuna.

Ho conosciuto italiani residenti in Egitto da tre o quattro generazioni, che in arabo sanno dire, al massimo, "vieni qui!", "portami questo!" e "costa troppo!"

I greci d'Alessandria possiedono un gigantesco isolato in città, dove c'è il consolato, il circolo culturale e le loro madrase, servite da insegnanti inviati direttamente dalla Grecia, che ai ragazzi fanno provare l'ebbrezza di sentirsi discendenti di Omero e di Pericle.

La domenica, l'intera comunità greca è invece in chiesa, ad ascoltare prediche rigorosamente in greco - ricordiamo che Magdi Allam esige che nelle moschee in Italia si parli solo in italiano. Ripeto, non si tratta di immigrati recenti, ma di nipoti e pronipoti. Almeno il 95%, poi, sono analfabeti, del tutto incapaci di leggere - né tantomeno scrivere - nella scrittura ufficiale del paese che li ospita.

In questo, non c'è vero e proprio razzismo: greci e italiani sono disposti a interagire, e persino a sposarsi, con nativi egiziani che abbiano un ottimo reddito, parlino perfettamente qualche lingua occidentale e indossino regolarmente la giacca e la cravatta. Nativi egiziani che devono condividere lo sdegno, diffuso tra stanieri di tutte le comunità, per l'oltraggioso comportamento del governo italiano, che non ha permesso la sepoltura dell'ultimo re d'Italia nel Pantheon.

Tutto questo, ovviamente, Magdi Allam, sopraffatto da invidioso amore, non ce lo racconta.

Racconta invece dei problemi che hanno avuto molti italiani nel 1967. Ricordiamo che quell'anno, l'Egitto fu attaccato da un suo vicino, che si autodefinisce "stato ebraico". Lo stesso Magdi Allam accenna alla distruzione in poche ore dell'intera aviazione egiziana, l'esercito in rotta, i bombardamenti su Cairo e le immense masse di profughi che fuggiranno poi dai bombardamenti israeliani su Port Said e Suez (lo racconta solo per lamentarsi di come questi buzzurri abbiano intasato la "sua" Cairo).

Tutto questo non lo preoccupa. Invece, scrive con sdegno di come "la gente mostrava dei pupazzi raffiguranti lo stereotipo dell'ebreo e li bruciava pubblicamente", non si sa bene perché.

Tutto ciò mi ha fatto venire in mente Sigrid, una splendida signora tedesca che aveva sposato un medico egiziano - cristiano - subito dopo la guerra, e che si distingueva da tanti stranieri per l'autentico rispetto che aveva per l'Egitto.

Era il novembre del 1956. Senza dare preavviso, Israele, Inghilterra e Francia avevano attaccato l'Egitto. Migliaia di civili erano morti nei bombardamenti.

Sigrid, che abitava ad Alessandria, rimase in casa per ore, dopo aver sentito la notizia. Bionda e dalla pelle chiarissima, inconfondibilmente khawâga, pensava, se esco verrò linciata.

Poi si fece coraggio, uscì dal portone e salì su un tram.

I passeggeri la guardarono sorpresi.

Poi un signore si alzò e le disse, "itfaddalî": "Prego, si sieda".

Dopo poco Geppetto tornò: e quando tornò aveva in mano l'Abbecedario per il figliuolo, ma la casacca non l'aveva più. Il pover'uomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava.

- E la casacca, babbo?

- L'ho venduta.

- Perché l'avete venduta?

- Perché mi faceva caldo.



domenica, 11 giugno 2006

"Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio" (II)


Grazia
di questa settimana ci fa sapere "come usare la kabbalah per tenersi il marito", ci presenta le "ragazze dei calciatori", e ci spiega come ci si può "vestire da geishe anche se si è alte e bionde come Cate Blanchett".

Sulla stessa rivista, Stefania Rossetti ci offre un'intervista a Magdi Allam che "arriva all’appuntamento accompagnato da cinque carabinieri e due macchine blindate." Non ci dice se le sirene fossero accese o spente. Ritorneremo più avanti sulla questione di questo status symbol, un omaggio dell'ex-ministro Pisanu quando era ancora amico di Allam.

L'articolo di Grazia ha un titolo indimenticabile:

MAGDI ALLAM: “HO FATTO LA COMUNIONE E FONDERÒ UN PARTITO
Spiega la Rossetti:
"Non c'è dubbio: Allam è un uomo che si aspetta molto da sé. E che molto si piace. Dice: «Ho sempre sognato di fare il giornalista. O il capo di Stato»."
In alto, un occhiello ci riporta al nostro tema:
"Musulmani affidati, da piccoli, alle suore"
Non siamo noi che raccontiamo la vita di Magdi Allam in termini di quello che succede ai musulmani quando li si affida da piccoli alle suore: è Magdi Allam stesso a farlo.

All'inizio di tutto, c'è Mamma Safeya, la Madre Primordiale.

Mezza sudanese - i sudanesi stanno agli egiziani come i marocchini stanno agli italiani -, analfabeta, di mestiere domestica, nata non si sa bene quando, abbandonata da un marito poligamo e alcolista. Attorno ai vent'anni, nell'Egitto dove la famiglia è tutto, è una madre sola di un figlio unico, appunto il nostro Magdi. Ma con una "volontà inesauribile" di far uscire il proprio figlio da quella vita. E di mandarlo il più in alto possibile sulla scala sociale.

A un certo punto, la svolta: Mamma Safeya incontra la famiglia dei Caccia, ricchissimi industriali tessili italiani del Cairo. I quali vogliono Safeya tutta per loro, e quindi le impongono di chiudere il piccolo Magdi, all'età di quattro anni, in un collegio-asilo gestito da suore italiane. La direttrice, per calmare il bambino urlante, lo ficca sotto le sue vesti, e lì, tra le cosce verginali della suora, Magdi emette quello che lui chiama il suo "primo vagito italiano".

L'episodio ricorda i bambini che le madri balcaniche disperate facevano a gara per dare ai reclutatori ottomani, affinché venissero allevati nelle caserme di Istanbul come i più devoti guerrieri del sultano.

Ma la cosa straordinaria è che Magdi racconta la cacciata dalla propria famiglia e la reclusione nel collegio, dicendo che il signor Caccia "mi adottò come un figlio". I Caccia, "che mi hanno consentito di varcare la porta d'accesso al lungo percorso che mi condurrà in Italia, mi accolsero a braccia aperte".

Magdi Allam racconta di una foto che lo ritrae, con un grande sorriso sul volto, assieme ai suoi compagni di prima elementare:

"Io, figlio di poveri contadini delle campagne del Basso Egitto, accudito da una madre dal cuore d'oro, con una fede nella vita incrollabile e una forza di volontà inesauribile, ero immensamente fiero di potermi esibire in mezzo a coetanei ben più fortunati e avvantaggiati per il semplice fatto di essere italiani." (p. 7).
Tutto il libro di Magdi Allam è una nota a piè di pagina a queste parole. Abbiamo scelto questo brano perché è molto sintetico, ma gli stessi concetti vengono ribaditi per oltre 300 pagine, in una continua ripetizione.

C'è l'adesione al progetto materno, la vergogna delle proprie origini, e la fame terribile di riconoscimento umano.

Ma il riconoscimento può provenire solo dal khawâga: un termine che indica, in associazione inscindibile, "signore" (a sua volta, nel doppio senso italiano, di padrone e come titolo generico) e "straniero" (bianco, europeo e cristiano). E questo termine già ambiguo ha una sottilissima doppia connotazione di risentimento e di rispetto: lo straniero domina in Egitto per definizione.

Il Servo non è semplicemente subordinato al Padrone; deve pensare al Padrone in ogni momento. La sua vita dipende dal compiacimento che provoca nel Padrone. Ora, il Padrone si compiace certamente di un lavoro ben fatto, ma anche del rispetto, del sorriso, della capacità di prevenire gli stessi desideri del Padrone. Ma sono tutte cose che non si possono fingere: bisogna che la felicità del Padrone diventi lo scopo stesso della vita del Servo.

Allo stesso tempo, il Figlio del Servo vorrebbe essere come il Padrone, da cui lo distingue sostanzialmente la nascita: una cosa insieme insignificante, ma incancellabile. Si può solo dedicare tutta la propria vita al vano tentativo di fingere una seconda nascita.

La finzione richiede lo sradicamento dalla propria anima di ogni traccia della propria identità. Ma l'inkhawagamento ci deve coinvolgere totalmente; per cui non possiamo ammettere che quell'identità esista ancora in noi. Occorre allora proiettare lo sradicamento all'esterno, annientando chiunque porti quella stessa identità con orgoglio.

La finzione obbliga a studiare ogni gesto del Padrone, per carpirne il segreto. Mentre il Padrone si sdraia pigramente al sole, godendosi la propria, immeritata superiorità, il Figlio del Servo applica una volontà tremenda per capire tutta la sua scala di valori e farla propria: parlare con perfezione, pensare coscientemente ciò che per il Padrone è semplice moto di viscere. Ed ecco che il Figlio del Servo supera facilmente il Padrone, ma non può accontentarsene.

Il Figlio del Servo vuole soprattutto essere amato dal Padrone: non più come Servo, ma come membro integrato della Casta dei Padroni. Ma per essere amati, occorre amare: il Figlio del Servo si innamora così alla follia di cose che il Padrone dà semplicemente per scontato.

Ora, in un mondo dominato da ben altri popoli, fa un po' ridere quel Figlio del Servo che vede proprio negli italiani la Casta dei Padroni. Ma furono gli italiani che si presentarono al bambino abbandonato dalla "madre dal cuore d'oro" nell'asilo di Zamâlek.

Come dice Magdi Allam, ciò che distingueva qualunque egiziano dal più miserabile avventuriero italiano in Egitto, era il "semplice fatto di essere italiani". Magdi Allam ha dedicato cinquanta dei suoi cinquantaquattro anni all'unico scopo di realizzare quello che lui chiama il proprio "destino", quello di rinascere come italiano.

Un'impresa gigantesca, che gli ha fruttato milioni di euro, un gran potere apparente, e che ha coinvolto in modo catastrofico centinaia di persone. Eppure un'impresa totalmente fallita, se pensiamo che Allam è noto unicamente come "quel giornalista egiziano che è un musulmano moderato".

Come italiano, Magdi Allam non servirebbe a nessuno.

"Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino sentì consolarsi tutto.

Ma quale fu il suo disinganno, quando incominciando a mangiare, si dové accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al naturale."




sabato, 10 giugno 2006

"Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio" (I)

"C'era una volta...

- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.

No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno."
Mi sono spesso chiesto, come fa una persona che occupa un posto molto influente nella società, a perdere il proprio tempo cercando sistematicamente di rovinare la vita a operai e venditori ambulanti sconosciuti, nonché a traduttori di manuali tecnici e piccoli editori?

Come fa a inventarsi complotti inesistenti in cui coinvolgere questi disgraziati, mettendo abilmente insieme fatti veri ma insignificanti, voci e pure e semplici invenzioni?

Come si fa, in una parola, a essere Magdi Allam?

Non mi accontento della spiegazione semplicistica, "lo fa per i soldi". Certo, sembra che ci sia un rapporto causa ed effetto, ad esempio tra la dichiarazione fatta recentemente da Magdi Allam:

"noi vincitori del Premio Dan David vi diciamo “Grazie Israele”, vi diciamo “Noi amiamo Israele”, vi diciamo “Siamo tutti israeliani”, vi diciamo “Viva Israele”, vi diciamo "Am Israel hay"!
e il fatto che abbia pronunciato queste parole mentre spartiva con altri tre individui un premio da un milione di dollari offerto proprio da un'agenzia israeliana.

Poverissimi soldati indios hanno sparato a Che Guevara per mille volte di meno.

Ma in Magdi Allam c'è anche qualcos'altro.

A rivelarci con straordinario candore il percorso di tragedie che trasformano un bambino del Cairo in un Pinocchio d'Egitto, è lo stesso Magdi Allam. Lo fa nel suo ultimo libro, dal pittoresco titolo, Io amo l'Italia, ma gli italiani la amano?

E' un libro, come dire, candido, anche se privo di ogni traccia di ironia:

"Odio spinare il pesce. O me lo portano spinato o preferisco non mangiarlo" (p. 69).
Partiamo dal titolo del libro.

Io non sono nato in Italia, ma ho acquisito la cittadinanza italiana. Come Magdi Allam, insomma.

Ora, io penso prima di tutto ai luoghi. Ci sono luoghi che mi piacciono molto. Ad esempio, Mantova, durante la fioritura dei fiori di loto. Una sensazione di profonda gioia, che però è temperata razionalmente dal sospetto che i bellissimi palazzi che vedo saranno stati costruiti con il sangue della gente.

Ci sono italiani  cui voglio molto bene. Come ci sono altri che mi stanno antipatici. E in linea di massima, non mi sembrano terribilmente diversi dagli altri abitanti di questo pianeta.

Ci sono culture in Italia che mi affascinano, da quella siciliana a quella veneta, senza che le santifichi: ma proprio perché sono culture su cui l'Italia si è imposta, non so quanto si possano definire "italiane".

Per quanto riguarda la storia, come si fa ad amare indiscriminatamente Giulio Cesare, Bruto, i Borgia, Roberto Bellarmino, Giordano Bruno, Pio Nono, Garibaldi, Mussolini, Pertini, Berlusconi e Bertinotti?

Quando qualcuno mi urla, "amo l'Italia!", e non in riferimento alla nazionale di calcio, mi viene il sospetto che sia innamorato soprattutto di qualche propria ossessione personale: quella sì priva di sfumature e contraddizioni.

Il libro di Magdi Allam è uno splendido racconto psicanalitico dei traumi da cui nasce una simile ossessione. E per questo suo valore generale, gli dedicheremo diverse puntate.

(Continua...)




venerdì, 09 giugno 2006

Il 5 per mille...

Il cinque per mille dell'IRPEF, io lo darò all'Associazione Benefica di solidarietà con il Popolo Palestine (ABSPP onlus).

Con tutto il rispetto per gli italiani che vogliono bene alla Palestina, l'ABSPP è costituita da palestinesi e non da italiani. E poi è fuori dal circuito storico dell'OLP, con tutti i suoi pregi ma anche difetti.

il codice fiscale relativo ( da indicare nella casella apposita ) è : 95083480103.

postato da kelebek alle 09:26 | link | commenti (11)

Complessità

Complessità Inseguendo una serie di link, scopro per caso alcune notizie su un personaggio di cui abbiamo parlato recentemente su questo blog.

Vengo a sapere, così, che il tale è un ricercatore biomolecolare.

Che è un astrofilo.

Che è un appassionato lettore di materiali sull'evoluzione, e un darwinista convinto.

Che è orgogliosamente bisessuale e prenderà parte al Gay Pride quest'anno con un proprio cartello.

Se sapete già la risposta, magari perché avete seguito la stessa scia di link, vi prego di non dire nulla, per ora.

Perché scoprire la risposta, ragionando, è un ottimo esercizio per cogliere la distanza tra come ci immaginiamo siano le persone, in base a una serie di percorsi mentali prefissati, e come sono realmente.

Svelerò il mistero nei commenti, ma non subito. 

postato da kelebek alle 05:16 | link | commenti (156)


mercoledì, 07 giugno 2006

Lettera dal fronte

L’Unione delle Corti Islamiche rompe il silenzio (Comunicato Stampa)

Data: 5 Giugno 2006-06-07

L’Unione delle Corti Islamiche di Mogadiscio ha deciso di rompere il silenzio tra noi e la comunità internazionale. Abbiamo preso questa decisione allo scopo di chiarire la situazione a Mogadiscio e descrivere il vero quadro del conflitto in città e presentarlo alla comunità internazionale.


sheikh sharif ahmed somalia

Sheikh Sharif Ahmed


Premessa:

Le Corti Islamiche sono state costituite a Mogadiscio verso la metà del 1998 e sono fondate su una struttura di clan che è al servizio delle rispettive comunità. Per esempio Polytechnic (per il sotto-clan Shabelle), Ifka Halane (per il sotto-clan Eary), Yaqshid (per il sotto-clan Harti-Abgal), Circole (per il sotto-clan Saleban), Milk Factory (sotto-clan Duduble), Al-Furqan (sotto-clan Sa’ad), Xariryale e Daynile (clan Murusade), Balad (sotto-clan Wabudhan-Abgal) ecc. Gli obiettivi principali di questi clan sono, fornire un minimo di sicurezza, legge ed ordine alle comunità che li hanno costituiti. Le Corti si assumono queste responsabilità spinti dal patriottismo e dal servizio al nostro popolo, paese e comunità.

L’attuale conflitto:

Un’analisi retrospettiva del motivo per cui il Governo Federale Somalo non si è potuto stabilire nella capitale, Mogadiscio, ricondurrebbe ai “signori della guerra” ministri del Governo Federale Somalo che rifiutarono il coinvolgimento nel processo di pace somalo e decisero di tenere in ostaggio il paese. Questi signori della guerra rifiutarono il disarmo, l’abbandono dei loro posti di blocco illegali e il cambiamento che avrebbe permesso loro di diventare veri capi del paese.

L’attuale conflitto è stato alimentato dalle false informazioni fornite al Governo statunitense da questi signori della guerra che hanno rifiutato i basilari bisogni umani di sicurezza e sviluppo e hanno tenuto in ostaggio e terrorizzato il popolo somalo per gli ultimi 16 anni. La loro abilità consiste nel terrorizzare la popolazione, e hanno saputo usare questa abilità per terrorizzare il Governo americano disinformandolo riguardo la presenza di terroristi in Somalia. Questi signori della guerra, si dice, sono appoggiati dal governo americano che ignora la lunga storia criminale di questi signori della guerra e i crimini di guerra da loro commessi contro il loro stesso popolo. Il presunto appoggio del governo statunitense a questi signori della guerra ha considerevolmente contribuito ai recenti combattimenti a Mogadiscio e all’uccisione di somali che hanno a lungo sofferto nelle mani di questi signori della guerra.

Finalmente, dopo 16 anni, il popolo somalo ha deciso di liberarsi sotto la direzione delle Corti Islamiche. Gli attuali cambiamenti sono stati portati dalla valutazione e dal rifiuto da parte del popolo somalo della situazione di anarchia imposto dai signori della guerra, il popolo somalo ha detto: quando è troppo è troppo!

Vorremmo anche chiarire alcune false informazioni e accuse fabbricate dai signori della guerra e ci piacerebbe dare alle comunità internazionali informazioni esatte che li aiuteranno ad appoggiare i desideri e la volontà del nostro popolo che desidera essere libero dalla violenza e dall’anarchia.

Terrorismo internazionale:

1) La Somalia è una società omogenea, e gli estranei si risconoscono subito. Siamo musulmani al 100%, parliamo la stessa lingua e abbiamo un patrimonio culturale che è molto difficile da capire per gli estranei. abbiamo un complesso sistema di clan che nessun non somalo riesce facilmente a capire, figuriamoci se si può nascondere nel paese. Smentiamo e respingiamo in maniera categorica ogni accusa secondo la quale noi nasconderemmo terroristi o sostenitori del terrorismo nelle aree in cui operano le corti.

2) Confermiamo inoltre che il nostro obiettivo è di riportare l'ordine e la legalità e di liberare il nostro popolo dall'oppressione.

3) Non condividiamo le mete, gli obiettivi o i metodi di gruppi che sponsorizzano o sostengono il terrorismo. Non abbiamo elementi stranieri nelle nostre corti, siamo qui semplicemente a causa dei bisogni della comunità che serviamo.

4) Invitiamo la Comunità Internazionale a visitare l'area in cui opera la corte, per vedere con i propri occhi se ci sono elementi terroristici nascosti o che vivono in questa area. Impegniamo noi stessi e gli anziani dei nostri clan a questa posizione: di essere aperti e sinceri, per risparmiare al popolo somalo la violenza e la sofferenza che vengono perpetrati dai signori della guerra. Non abbiamo nulla da nascondere alla comunità internazionale e crediamo fortemente che, una volta che ha capito ciò che facciamo e ciò che abbiamo realizzato, essa sosterrà le nostre iniziative e i nostri sforzi per portare la pace e la stabilità in Somalia.

5) Veniamo anche accusati di voler stabilire un governo anti-statunitense e anti-occidentale in Somalia. Ciò non è vero. Un simile programma va contro i nostri obiettivi, perché contraddirebbe il nostro desiderio di avere una Somalia pacifica. Questa falsità è stata costruita da gruppi che hanno terrorizzato il popolo di questo paese negli ultimi 16 anni, allo scopo di ottenere il sostegno del governo statunitense.

6) Vogliamo creare un ambiente che possa permettere al nostro popolo di decidere il proprio futuro. Noi vogliamo che il popolo somalo decida che forma di governo vuole, e scelga i propri dirigenti, per la prima volta in molti decenni.

Vorremmo riassumere così i nostri obiettivi:

1) stabilire un sistema di governo a Mogadiscio, e rimuovere tutti i posti di blocco e posti di terrore che i signori della guerra hanno istituito, e disarmare tutti gli elementi criminali che mettono a rischio la pace nella città;

2) contribuire alla ricostruzione del nostro paese e creare un ambiente pacifico e un paese in pace con se stesso, con i propri vicini e con la comunità internazionale;

3) riabilitare e ricostruire tutte le infrastrutture urbane, in particolare quelle appartenenti alle strutture comunali, compresi i porti di mare, gli aeroporti, le strade, i ponti, le scuole, gli ospedali, le università, e istituire commissioni di esperti che gestiscano tali servizi;

4) vogliamo stabilire rapporti amichevoli con la comunità internazionale, basati sul reciproco rispetto e interesse, e cercare il suo sostegno per il processo di pace in Somalia, rispettando il desiderio di pace della comunità internazionale;

5) cerchiamo un sostegno per le nostre comunità, cui sono state negate tutte le esigenze umane fondamentali, come la sicurezza, la libertà e lo sviluppo, come universalmente accettate e in conformità con le leggi sui diritti umani.

Vi ringraziamo in anticipo per la vostra pazienza, comprensione e sostegno.


Sheikh Sherif Sheikh Ahmed
Presidente, Unione delle Corti Islamiche

Fonte: L'Unione delle Corti Islamiche a Mogadiscio, 6 giugno 2006

Questa lettera è stata indirizzata a:

Ufficio Politico delle Nazioni Unite in Somalia, Rappresentante locale del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, Lega Araba, Unione Africana, Organizzazione dei Paesi Islamici, Autorità intergovernativa per lo sviluppo, Unione Europea, Dipartimento di Stato USA, Governo degli Stati Uniti, Ambasciata statunitense a Nairobi, Ambasciata italiana, Ambasciata francese, Ambasciata inglese, Ambasciata tedesca, Ambasciata di Gibuti, Ambasciata norvegese, Ambasciata svedese, Ambasciata sudafricana, Ambasciata egiziana, Ambasciata nigeriana, Ambasciata saudita, Ambasciata yemenita, Ambasciata sudanese.

Fonte

--Tradotto dall’inglese in italiano da Andrea Lazzaro e Miguel Martinez, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft.--  

postato da kelebek alle 14:11 | link | commenti (47)

Voci di una superiore civiltà

Certe volte, ti risparmiano la fatica di commentare.

Su la Repubblica di mercoledì 31 maggio, Guido Rampoldi scrive che
«nell'ambiguità del Bene l'ospedale di Emergency occupa un posto particolare, trattandosi d'un ospedale per "feriti di guerra", dunque anche per militari Taliban... aprire un centro sanitario che rimette in sesto i combattenti d'un regime spaventoso, così da rimandarli al fronte, a noi non pare un grande affare per la pace e per l'umanità. Saremo cinici ma ci sembrano più umanitarie le bombe e le pallottole...»
Guido Rampoldi

La faccia di Guido Rampoldi
 






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