giovedì, 22 maggio 2008

Tradizione, Famiglia e Proprietà TFP - 1

Il mio sito (non il blog) è diventato un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda l'organizzazione chiamata "Società per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà" o TFP, assieme a numerose organizzazioni che se ne sono scisse con il tempo, o hanno tratto qualcosa dagli insegnamenti del suo fondatore, Plinio Corrêa de Oliveira.

Tra queste, Alleanza Cattolica cui appartiene, tra l'altro il sottosegretario agli interni, Alfredo Mantovano, nonché il tuttologo presenzialista, Massimo Introvigne; o il Centro Lepanto il cui presidente Roberto De Mattei è stato vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Consigliere per le questioni internazionali del Governo Italiano e svolge tuttora un ruolo importante nel CNR.

Probabilmente non vi siete mai interessati alla TFP. Forse però avrete sentito parlare di Alleanza Cattolica, del CESNUR, del Centro Lepanto, dell'Istituto per la Dottrina e l'Informazione Sociale, di Sacrum Imperium, dell'Anti-89, di Totustuus Network, o degli Araldi del Vangelo. E comunque le mie riflessioni sul tema possono essere utili per capire meglio tutti quei gruppi minori e sfuggenti che i giornalisti chiamano "sètte".

de-mattei-loredo

Roberto De Mattei e Julio Tejedo, direttore della TFP italiana, alla commemorazione di Plinio Corrêa de Oliveira (Chiesa di Santo Spirito in Sassia, Roma 2006)

Oggi non esiste un sito che contenga altrettante informazioni sul tema TFP e dintorni; e questo mi mette di fronte a una certa responsabilità, di fronte ai media che vanno sul mio sito e agli ex-adepti che mi scrivono.

Quando si parla di movimenti di questo tipo, si corrono sempre due rischi.

Il primo rischio consiste nell'apologia: accettare ciò che essi dicono di se stessi. Prendere alla lettera i loro comunicati o i discorsi dei loro capi.

Il secondo rischio consiste nella tentazione dell'attacco giornalistico; dove per "giornalistico" intendo un modo di fare tipico dei nostri tempi, non limitato alla redazione dei quotidiani.

Nel primo caso, abbiamo la falsa correttezza: far parlare Berlusconi e Veltroni per lo stesso numero di minuti, invece di avere il coraggio, alla Travaglio, di denunciare i misfatti di entrambi.

Il grande campione di questo genere di falsa correttezza, in tema di movimenti poco noti, è il CESNUR, cioè proprio l'organizzazione di Massimo Introvigne. Questa falsa correttezza implica una reciproca legittimazione: il cattolico eviterà di dire come Scientology spilla i soldi alla gente, e lo scientologo non infierirà sugli scandali dei preti pedofili. Il riflesso, nel campo sociale, dell'accordo che c'è tra imprenditori a non fare pubblicità negativa sui propri concorrenti; e che permette poi le più tremende nefandezze dietro le quinte. Non è un caso che gli apologeti siano anche, in genere, grandi sostenitori del libero mercato.

Soprattutto questo modo di fare sopprime la realtà umana e sociale dei gruppi stessi.

I gruppi ideologici - politici, religiosi, filosofici, economici o altro - tendono sempre a negare la propria umanità.

A volte lo fanno, perché ritengono di essere semplicemente le proprie idee: tutti i numeri della rivista di Lotta Comunista non ci diranno nulla sulla vita interna dei militanti in una delle strutture più rigide e autoritarie (ed economicamente floride) del mondo politico italiano.

A volte, invece, succede che l'ego del fondatore sia talmente schiacciante che finisce per mascherare l'esistenza delle persone attorno a lui.

In entrambi i casi, la perfezione dell'ideale o del modello umano non può lasciarsi intaccare dall'imperfezione terribilmente concreta delle tante, tante persone che fanno, nella realtà, l'organizzazione.

Al modo apologetico di procedere, si contrappone quello giornalistico. I giornalisti frustrati, che non possono permettersi di dire tante cose che sanno, possono sempre sfogarsi su realtà relativamente deboli di cui non sanno nulla: lo vediamo in questi giorni con i Rom, accusati senza alcuna esitazione di "rubare bambini".

Tra le valvole di sfogo, ci sono anche i gruppi "strani".

Capiamoci, dietro la facciata di persone che si presentano come santi e saggi, avviene di tutto, come ovunque. Ma ciò che avviene non è necessariamente ciò che il giornalista, nella fretta di scrivere un pezzo, vede.

Il giornalista si avvicina a un argomento, come quello della TFP, dovendo scrivere nel giro di poche ore qualcosa di eccitante e scandaloso a proposito di un gruppo su cui mancano informazioni e dove tutto avviene in qualche modo avvolto dal segreto.

Prendiamo il caso dello spagnolo Pepe Rodríguez. Pepe Rodríguez è insieme un autore e un giornalista: non faccio riferimento ai mezzi che usa.

Come autore, ha scritto una straordinaria inchiesta sul celibato del clero. Rodríguez è un acceso anticlericale, per non dire un nemico di ogni religione; ma lì ha fatto veramente i compiti, permettendo a decine di preti o ex-preti di approfondire ed esprimere il proprio vissuto.

Come giornalista, ha scritto invece qualche libretto sulle "sette", vaghissima categoria in cui si infilano alcuni gruppi in qualche modo alieni.

Sulla TFP, lui scrive tra l'altro:

"Almeno in Brasile, la sètta TFP mantiene una struttura paramilitare di monaci-guerrieri, chiamati le 'sentinelle dell'Occidente', che passano attraverso un duro addestramento paramilitare e indossano un abito con una catena come cintura (imparano a usarla come arma), alti stivaloni militari, fanno voti di silenzio e praticano regolarmente la flagellazione. Questo 'esercito' è composto da giovani piuttosto fanatici e violenti."
 
(El poder de las sectas, Pepe Rodríguez, 1989, Ediciones B. pp. 233, 245, 246)

I fatti non sono esattamente falsi. E' l'intero senso della frase che è falso.

E proprio perché Pepe Rodríguez non coglie il vero senso di ciò di cui sta parlando, gli sfuggono anche i veri lati negativi della TFP.

Dunque, "paramilitari", "guerrieri", "sentinelle", "duro addestramento", "arma", "stivaloni militari", "esercito", "violenti"... tutto in poche righe. Verrebbe da pensare che questo esercito serva a qualcosa di pratico; eppure Pepe Rodriguez non cita un solo episodio di violenza commesso dalla TFP. Perché non ce ne sarebbero da citare.

Intendiamoci. La TFP "fa politica" da quarantotto anni, denunciando i più immaginifici complotti comunisti. I suoi dirigenti si sono trovati molto bene con il regime militare in Brasile (un po' meno in Argentina, dove hanno accusato i militari di "prendere soldi da Mosca", o in Cile dove hanno accusato Pinochet di essere troppo socialista).

Ma quei giovani "fanatici e violenti" non hanno mai alzato le mani su nessuno.[1]

Credo, in dodici anni che mi interesso almeno saltuariamente alla TFP, di essere arrivato a capire qualcosa - certamente non tutto - della realtà di cui sta parlando Pepe Rodríguez.

Cercherò nei prossimi post di dirne qualcosa.

Nota:

[1] Non conosco tutti gli episodi di cronaca della storia brasiliana; ma se ci fosse mai stata un'azione violenta sistematica da parte loro, lo sapremmo senz'altro.


postato da kelebek alle 12:54 | link | commenti (11)


martedì, 20 maggio 2008

Avanza la democrazia

Scrive il gip Giuseppe Gennari:

"è proprio all'interno della comunità chiusa del carcere che si possono approfondire gli studi del Corano".

E lì dentro, invece di guardare il muro o parlare di calcio, fanno pure "commenti politici".

Sul serio.

Leggere per credere:

GA: INTERCETTAZIONI, TUNISINI INDOTTRINAVANO IN CARCERE
CRO S41 S0B QBXH DROGA: INTERCETTAZIONI, TUNISINI INDOTTRINAVANO IN CARCERE (V.«DROGA:BANDA SGONINATA A MILANO,ARRESTATI...»DELLE 8.42) (ANSA) - MILANO, 20 MAG - I tre tunisini finiti già sotto inchiesta a Milano e condannati con l'accusa di terrorismo internazionale e arrestati oggi per traffico di droga praticavano all'interno del carcere anche attività di indottrinamento. È quel che scrive il gip Giuseppe Gennari nell'ordinanza di custodia cautelare che questa mattina ha portato a San Vittore 19 persone tra cui anche i tre tunisini ritenuti dagli inquirenti e dagli investigatori milanesi legati all'estremismo islamico.

Il giudice nelle quattrocento pagine del suo provvedimento in un passaggio spiega che «un primo aspetto che colpisce e preoccupa è l'attività di indottrinamento che viene praticata all'interno delle mura carcerarie (e proseguita una volta riacquistata la libertà)». Il giudice sottolinea che «è proprio all'interno della comunità chiusa del carcere che si possono approfondire gli studi del Corano e fare nuovi proseliti, in un contesto di generale radicalizzazione a sfondo religioso». Oltre a fare commenti politici delle vicende irachene e augurarsi «che venga applicata la sharia» dalle conversazioni è emerso che i tre avevano «bisogno di soldi» in quanto secondo l'ipotesi degli inquirenti i proventi della droga servivano per finanziare il terrorismo. (ANSA). BRU/MEA 20-MAG-08 18:33 NNN

FINE DISPACCIO

postato da kelebek alle 20:53 | link | commenti (26)


domenica, 18 maggio 2008

Un comunista italiano

Marino Badiale è uno dei pensatori più originali e interessanti di questi tempi. Coautore assieme a Massimo Bontempelli della Sinistra rivelata e con altri de I forchettoni rossi - entrambi pubblicati da Massari Editore, Marino, con la sua lucida logica e ironia, ha fatto pensare molte persone.

Qui abbiamo una lettera che lui scrisse tredici anni fa a Costanzo Preve, in cui Marino Badiale prende spunto dalla morte del proprio padre - contadino, militante comunista per tutta la vita e sindaco di Cavarzere nel Polesine per oltre vent'anni - per riflettere su tutto il senso del comunismo italiano.

Miguel Martinez

polesine

 


 

Lettera di Marino Badiale a Costanzo Preve

Caro Costanzo (Preve),

La sofferenza di mio padre è finita. Se n’è andato. L’ho abbracciato per l’ultima volta e gli ho detto grazie di tutto il bene che mi ha voluto, prima che lo chiudessero per sempre. Ora che il più acuto del dolore è finito, mi resta il dovere di pensare. Di riflettere su di lui e sulla sua generazione. Di capirne il senso. E non per gusto intellettuale, ma perché ci riguarda. Se davvero riteniamo che ridare un senso accettabile alla parola “comunismo” sia il nostro impegno, abbiamo bisogno di ricavare un senso da queste vite, un senso che sia possibile portare con noi, nella strada che faremo.

Dovrei spiegarti qualcosa di mio padre, perché tu possa inquadrare quello che ti dirò. Capisci che non è facile per me. Potrei cominciare dal suo funerale, con l’intero paese presente (almeno le “sue” generazioni, diciamo dai cinquant’anni in su) a manifestargli la stima e l’affetto che si era guadagnato. Ma è un ricordo troppo vicino.

Preferisco darti qualche notizia: mio padre era del 1921, veniva da una famiglia di contadini poveri, era entrato in politica subito sopo la guerra, prima (se non mi sbaglio) nell’organizzazione sindacale dei braccianti, poi nel partito. Era legato nel profondo a Cavarzere e alla sua gente. Consigliere comunale ininterrottamente dal 1951 alla morte, sindaco per vent’anni, era un amministratore che ascoltava tutti e cercava di aiutare tutti.

Per tutta la vita si è sforzato di essere vicino ai problemi della sua gente: se da giovane si occupava dei braccianti come lui, da vecchio lavorava al sindacato pensionati della CGIL, contento di poter aiutare i suoi coetanei con le pratiche delle pensioni. Non vorrei aggiungere altro sull’onestà, lo spirito di sacrificio: sono tutte cose che conosci. Ti faccio solo un esempio: era stato più volte messo in lista per le politiche, ma una volta gli venne proposto dal partito di essere uno dei candidati “veri”, quelli su cui erano concentrati gli sforzi per le elezioni (doveva essere il 1972, credo). Mio padre si rifiutò, perché si sentiva impreparato alla “grande” politica, impotente a superare i propri limiti culturali di contadino con la quinta elementare, incapace di fare qualcosa di buono a Roma, mentre si sentiva utile a Cavarzere.

Te lo vedi oggi un politico di paese che rifiuta di “andare a Roma” perché non si sente preparato e teme di non poter essere utile? Queste erano moralità e serietà dei comunisti di quella generazione.

Continua qui...


postato da kelebek alle 07:56 | link | commenti (4)


sabato, 17 maggio 2008

Diceva di chiamarsi Maria... (4)

Il sondaggio di Repubblica/IPR Marketing è quello che chiamano un Panel Telematico.

In pratica, a quanto ho capito, vuol dire che da qualcosa che assomiglia a un call center, le callatrici e i callatori contattano i membri della Famiglia Telepanel in tutta Italia.

Racconta un blog tristemente allegro di lavoratori dell'IPR Marketing

"OGNI GIORNO CI TOCCA SENTIRE UNA DISCRETA LISTA DI CAZZATE DA QUELLE PERSONE CHE SI RIUFIUTANO DI RISPONDERE ALLE NOSTRE "BREVI INTERVISTE".... 

E A TUTTI QUELLI CHE PERSONALMENTE MI HANNO ATTACCATO IL TELEFONO IN FACCIA ANCOR PRIMA DI PARLARE.. UN SINCERO

MA VAFFANCULO !!!
(anche io ho un'anima...)"

Queste persone si fanno, letteralmente, voce telefonica del padrone. L'unica funzione delle corde vocali, almeno durante l'orario di lavoro, consiste quindi nel recitare qualcun altro.

Certo, lo fanno per necessità [1]; ma riescono a immedesimarsi a tal punto, da pensare che il rifiuto di ascoltare la voce del padrone che parla attraverso di loro, sia un'offesa personale a loro.

E allora, di chi è l'anima di cui parlano? La loro, oppure si tratta di un caso di possessione medianica, o mediatica?

Se il Rom è, per definizione, dentro una profonda la discarica, il telefonista-telepanelista cammina su di un filo, con l'angoscia di caderci dentro in ogni istante.

C’è un uomo là in alto,
cosa fa?
Cammina su di un filo…
Quell’uomo là in alto,
cosa fa?
Cammina su di un filo…
Ad ogni passo un poco più in là
Al limite del vuoto,
Ad ogni passo sempre più in là
Al limite del vuoto…
C’è un uomo là in alto,
cosa fa?
Danza seguendo un filo…
Quell’uomo là in alto,
cosa fa?
Danza seguendo un filo…
Ad occhi chiusi avanti lui va
Trattenendo il respiro,
Ad occhi chiusi avanti lui va
Trattenendo il respiro…
Guarda come danza, nel vuoto danza
E sul suo filo va…
Solo, là in alto danza e ancora danza
Su di un filo…

Il telepanelista non cade, perché ci sono i genitori che gli danno da mangiare tutti i giorni e gli stirano i vestiti. Ma sa che nel suo futuro, c'è solo un'indistinta nebbia.
                                                                                 
Il telepanelista è figlio di calabresi, è nato a Treviso, si è laureato a Milano, lavoricchia oggi a Padova e domani a Castelfranco Veneto e ha la fidanzata a Bologna con cui va a ballare a Rimini, e si fa le vacanze a Sharm el-Shaykh; ma per quanto si consumino le gomme della sua macchina comprata a rate, è ben certo di non essere un nomade... [2]

La felice Famiglia Telepanel, che il telepanelista contatta, consiste invece in qualche migliaio di persone, una sorta di colonia di telespugne che nel loro complesso farebbero l'Italiano Medio (elettore-consumatore).

Ogni elemento della Famiglia dovrebbe essere dotato di una specie di computer, offerto dalla ditta.

Il computerino a casa della signora Rossi fa bip e spara la prima, surreale domanda.

Che non è nemmeno, "Lei pensa che l'esistenza di Rom e di extracomunitari su questo pianeta sia un problema e se sì, perché?"

No. E' scontato che sia un problema. E quindi la domanda recita:

--SECONDO LEI, IL PROBLEMA DEI ROM / EXTRACOMUNITARI IN ITALIA E' UNA PRIORITA' DA AFFRONTARE?--

Il 75% percento pensa che lo sia nel caso dei Rom, il 72% nel caso degli extracomunitari.

--IN PARTICOLARE, RISPETTO ALLA SUA VITA DI TUTTI I GIORNI, PENSANDO SOLO A LEI E ALLA SUA STRETTA FAMIGLIA, SI SENTE PREOCCUPATO O NON PREOCCUPATO DALLA PRESENZA DEI ROM DEGLI EXTRA COMUNITARI?--

Il 60% è preoccupato della "presenza" dei primi, il 47% di quella dei secondi.

RomaAetoliaGreece

Ragazze rom dell'Etolia (Grecia)

Ma se si esce dalla "vita di tutti i giorni" e si comincia a riflettere sui grandi temi...

--INVECE, PENSANDO ALL'ITALIA IN GENERE E NON SOLO ALLA SUA PERSONA, LEI SI SENTE PREOCCUPATO O NON PREOCCUPATO DALLA PRESENZA DEI ROM DEGLI EXTRA COMUNITARI?--

Le percentuali salgono rispettivamente al 67% e al 58%.

Poi arriva la domanda fatale:

--COMUNQUE SIA, QUALE RITIENE CHE SIA LA SOLUZIONE MIGLIORE PER AFFRONTARE IL PROBLEMA DEI ROM?--

E qui le risposte possibili sono in pratica due:

SMANTELLARE I CAMPI ROM ED ESPELLERE DALL'ITALIA TUTTI I ROM contro un fragile ATTIVARE POLITICHE DI INTEGRAZIONE SOCIALE NEI CONFRONTI DEI ROM.

L'esito genocida è incontestabile (68% di pulitori etnici).

Solo che la formulazione riflette l'immagine extraterrestre che l'italiano medio ha dei Rom: tutti gli omini con le antenne verdi se ne tornino su Marte.

Pensate che scompiglio avrebbe portato una domanda formulata invece così:

"... espellere dall'Italia tutti i Rom, privando quelli di cittadinanza italiana della loro nazionalità..."

Oppure:

"... espellere dall'Italia tutti i Rom. Specificare in quale paese confinante si intende mandarli (Francia, Svizzera, Austria, Slovenia, San Marino o Stato del Vaticano)."

Poi arriviamo alla sfera degli affetti: 

  UN ROM
UN EXTRA COMUNITARIO
LO CONSIDERO UNO DI NOI E MI FA PIACERE

4

23

LO SOPPORTO MA NON PROVO SENTIMENTI ECCESSIVAMENTE NEGATIVI

 24

 45

VORREI VEDERE CHE LO STATO LO CACCIASSE DALL'ITALIA

41

10

HO PAURA

27

15

SENZA OPINIONE

4

7

TOTALE

100

100

  Lasciamo perdere le considerazioni negative.[3] E' più interessante quella che dovrebbe essere una considerazione positiva:

"Lo considero uno di noi e mi fa piacere..."

In quel "noi", che dovrebbe unire tutti i 1000 intervistati (presumibilmente forzanovisti e rifondaroli, miliardari e disoccupati, clericali e atei, poliziotti e camorristi, pensionati e cubiste...), c'è tutto il concetto del Capro Espiatorio. "Noi" diventiamo tali, mettendo da parte tutti i nostri conflitti, appena riusciamo a focalizzare tutta la violenza comune su un altro.

Ora, i Rom che conosco io non sono i miei "noi". Non sono dei traduttori di manuali tecnici con case piene di libri, ad esempio.

Cosa avrei potuto rispondere io, che voglio profondamente bene ad alcuni Rom, ma so che c'è un altro Rom grande e grosso che mi vorrebbe vedere morto?

O che dire quando i miei nemici storici e mortali sono l'italiano Massimo Introvigne e l'extracomunitario Magdi Allam?

Ma perché poi l'essere "uno di noi" dovrebbe essere così importante?

Come se questa parte del mondo sapesse partorire solo sistemi totalizzanti, in cui tutti debbono conformare a un unico modello, per non essere gettati nella spazzatura. Dall'Inquisizione al socialismo reale, dal fascismo al consumismo di massa, l'inesorabile meccanismo dell'integrazione forzata si accompagna all'emarginazione o alla liquidazione di ciò che non si integra.

Poi è meraviglioso quello sgrammaticato, "e mi fa piacere."

Se non provi un brivido di felicità ogni volta che vedi un Rom, ti rimangono solo le opzioni del terrore e del genocidio. Con in mezzo un deprimente, "lo sopporto".


Note:

[1] Assolutamente vero, ma provate ad applicare questa attenuante anche ai Rom...

[2] Il termine "nomade" è uno sfortunato tentativo di sostituire la parola "zingaro", ritenuta offensiva. Il risultato è che  nell'immaginario italiano i Rom sono diventati davvero "nomadi", aggiungendo a tutto il resto anche l'atavica paura dei predoni che vengono da lontano e scompaiono nella notte.

[3] Però quel "vorrei vedere che lo Stato lo cacciasse..." è un gioiello di rancoroso voyeurismo.


postato da kelebek alle 06:28 | link | commenti (26)


venerdì, 16 maggio 2008

Diceva di chiamarsi Maria... (3)

Dunque, Repubblica ha commissionato un sondaggio all'IPR Marketing, un'agenzia che lucra sul bisogno che hanno venditori/politici di sapere minuto per minuto, i consumatori/cittadini come lo vogliono il caffè.

Dal sondaggio, emerge che il 4% degli italiani considera che i Rom siano esseri umani; e il 68% vorrebbe che venissero espulsi "dal paese tutti i Rom."

In altre parole, due italiani su tre - la signora del piano di sotto con il cagnolino nero, l'edicolante e la zia Carmela - vorrebbero che chiunque sia nato in certe famiglie scomparisse dalla faccia almeno della sua terra.

Accantoniamo subito la tentazione di sentirci meglio degli altri, noi 4%. "C'è tanto egoismo in giro", sospirano i luogocomunisti di sinistra, godendo infelicemente della propria superiorità.

Quando un individuo fa il serial killer, lo possiamo condannare.

Quando i due terzi della popolazione si convertono in potenziali serial killer, i giudizi morali non servono più. Serve capire, perché vuol dire che siamo di fronte a una trasformazione generale della società e dei rapporti umani senza precedenti a memoria d'uomo. Che non riguarda affatto solo l'Italia.

Ci vorrebbe un lungo dialogo socratico per arrivarci; purtroppo Internet è il luogo dove anche i rapporti filosofici sono da una botta e via. Però proverò lo stesso a dire la mia.

Intanto, guardiamo il sondaggio, perché la sua stessa costruzione ci rivela un'enormità di cose.

A me viene da dire che l'autore delle domande contenute nel sondaggio deve essere un titolista di Libero appena licenziato per manifesta indegnità.

Però le domande che questo immane imbecille pone si adeguano perfettamente alla psiche dell'italiano medio. E quindi, attenzione, non è un immane imbecille, anzi.

Il titolo del sondaggio è, "IL PROBLEMA DEI ROM E DEGLI EXTRACOMUNITARI IN ITALIA".

Proprio così.

jdeneshaRoma2

Romà slovacchi, fotografati da Julie Denesha. Tipicamente, sappiamo come si chiama la fotografa, ma non i fotografati

Prima di tutto, colpisce l'uso del termine Rom. Lo uso perché è linguisticamente corretto.

 Però so che è anche politicamente corretto: "zingaro" è una brutta parola, dicono. E a Repubblica sono di sinistra e politicamente corretti.

Ora, noi sappiamo che i termini politicamente corretti non servono a nulla, finché il loro contenuto continua a suscitare ribrezzo.

"Cimitero", "campo santo" e tanti altri termini sono tutti eufemismi, ma continuiamo a fare le corna ogni volta che ci passiamo davanti.

Il neologismo "colf", con tutta la sua aureola di buone intenzioni, suscita oggi gli stessi sentimenti che suscitava una volta "servetta", perché pulire i cessi degli altri resta comunque umiliante.

Il creativo dell'IPR Marketing può usare la parola politicamente corretta, ma capisce perfettamente che il contenuto vivente della parola Rom indica sempre la forma estrema, nel nostro paese, di Rifiuto Umano. 

E così gli viene spontaneo scrivere "Il problema dei Rom". Proprio come scriverebbe, "il problema dei rifiuti a Napoli". Il Rom, dal momento in cui viene legato stretto nella sua culla di legno, da quando gli tagliano i capelli al suo primo compleanno, è un Problema. E' un Rom-problema, e tocca agli altri trovargli una soluzione, si spera finale.

Oltre a essere Problemi Ambulanti, i Rom sono un certo numero di famiglie, delle più diverse nazionalità e religioni, di lontane discendenze indiane. Non fanno parte di nessuna organizzazione, non hanno alcuna ideologia strutturata, non hanno nulla a che fare con la politica. E non sono nemmeno particolarmente legate tra di loro.

Però hanno in comune alcune regole rigorose per sopravvivere nelle discariche in cui il capriccio della nascita li ha fatti scivolare, e che permettono loro di non cadere nel degrado dei barboni atomizzati.

In maggioranza, questi umani-problema che vivono in Italia sono cittadini italiani, proprio come il signor Antonio Noto, direttore dell'IPR Marketing.

Nel sondaggio, come avrete notato, i Rom-problema vengono affiancati a una realtà del tutto diversa: la presenza in Italia di individui (in genere non di famiglie) che hanno in tasca passaporti di paesi i cui governanti, per vari casi della politica e dell'economia, non sono stati ammessi a firmare alcuni complessi e incomprensibili trattati - i cosiddetti "extracomunitari".

La domanda quindi è unica, solo che i Rom-problema vengono messi in una colonnina, gli extracomunitari-problema in un'altra.

Ogni domanda viene costruita sul principio che il rispondente sia "italiano" (e se è italiano, che  non sia Rom). Anche quando si fanno le domande sul Problema Rifiuti, si parte dal presupposto che l'intervistato non sia un sacchetto di plastica.

Nel prossimo post analizzeremo le singole, allucinanti domande ideate dal titolista licenziato di Libero.

P.S. Segnalo qui una straordinaria foto di un campo profughi di Rom del Kosovo, che l'autore ha posto sotto tutti i sigilli possibili di diritto d'autore.


postato da kelebek alle 07:38 | link | commenti (50)


giovedì, 15 maggio 2008

Diceva di chiamarsi Maria... (2)

Mia madre mi disse "Non devi giocare
con gli zingari nel bosco"
Mia madre mi disse "Non devi giocare
con gli zingari nel bosco"
Ma il bosco era scuro l'erba già verde
lì venne Sally con un tamburello
ma il bosco era scuro l'erba già alta
dite a mia madre che non tornerò

Grazie a Dio, sono quello che sono perché mia madre non mi ha mai detto così.

Però ci sono persone meno fortunate - in questo - di me.

Prendete l'ometto in questa foto: non il furbo esibizionista che vediamo a destra, né il Pinocchio d'Egitto che sta al centro.

magdiallam-marcellopera-alessandrogabriele

Quell'altro, a sinistra. Per inquadrarlo, si chiama Alessandro Gabriele, fa l'agente immobiliare (credo) e dirige un'associazione chiamata Occidens, di cui è presidente onorario Marcello Pera.

Alessandro Gabriele sembra assolutamente terrorizzato, e non solo al pensiero di pagare le esorbitanti tariffe richieste da Magdi Allam per la sua presenza. E' una paura molto più profonda, qualcosa che si deve portare dietro dai tempi dell'asilo.

E infatti, Alessandro Gabriele vive letteralmente nel terrore degli zingari nel bosco. Ascoltiamolo

"Fa discutere, a Lucca, la questione del paventato trasferimento di un gruppo di Rom dalla città di Viareggio alla zona collinare e scarsamente abitata della Brancoleria, posta a una quindicina di chilometri circa dal capoluogo, che tante proteste e rabbiose reazioni ha suscitato tra la popolazione locale, con tanto di presidi 24 ore su 24 lungo le strade d’accesso all’area da parte degli abitanti stessi, spaventati dal possibile arrivo dei nomadi. Alla fine però, a quanto pare, non se ne farà di nulla.

Sulla vicenda interviene il presidente della nostra associazione Alessandro Gabriele: “Apprendiamo con sollievo e soddisfazione – afferma Gabriele – che i nomadi non dovrebbero arrivare a Brancoli. Detto questo, però, crediamo sia giusto esprimere alcune considerazioni. In primo luogo, sarebbe stato un errore imperdonabile consentire ai Rom di insediarsi in un’area boscosa e poco densamente abitata come quella della Brancoleria, ideale per nascondersi e nascondere."

Cioè qualche anonimo amministratore pensa di fare una discarica per Rifiuti Umani in una zona "boscosa e poco densamente abitata", a ben quindici chilometri dalla gente normale.

Geniale, si direbbe, un campione dell'arte subtopica, l'ingegneria più richiesta dei nostri tempi.

Eppure per qualcuno nemmeno quello va bene. E c'è qualcosa di grandioso, nella visione di quei lucchesi, "24 ore su 24", su per le colline di Brancoli: mi vedo l'agente immobiliare alle due di notte, perso tra lecci e querce, sotto la pioggia, ad aspettare, furente e spaventatissimo, il nomade che non arriva mai.

Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c’è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io sono d’un altro avviso,
son bombarolo.

postato da kelebek alle 08:17 | link | commenti (30)


mercoledì, 14 maggio 2008

Diceva di chiamarsi Maria... (1)

Fissiamo bene chi è il Nemico del Popolo.

Non si sa dove sia nata, né di chi sia figlia.

Diceva di chiamarsi Maria. Ora dice di chiamarsi Angelica.

E dice di avere quattordici anni.

E' "finita in comunità", ed è pure scappata.

Ora si trova in carcere, e non poteva finire diversamente.

Sembra che non parli bene l'italiano.

L'ultima incarnazione della Rapitrice Zingara è quindi anche l'ultima incarnazione del principale prodotto del nostro mondo: il Rifiuto Umano.

Il termine sembra poetico, ma non lo è: il concetto di rifiuto umano è la chiave per capire elementi cruciali del nostro tempo. Rifiuto: ciò che è stato scartato - rifiutato - , separato dall'utile, ciò che va a discarica.

immagine di Bruce Dale

Lasciamo perdere per ora la domanda, "ma voleva rubare un bambino o no?": come la penso in linea generale su questa questione, l'ho già scritto più volte.

Concentriamoci sul contesto, che riguarda tutti.

Una folla di persone semplici ha reagito spontaneamente, circondando un giovane straniero: "Calci e pugni, poi una coltellata a una spalla". 

Il fatto colpisce, perché non si trattava di un bersaglio legittimo. I media sottolineano infatti che il giovane accoltellato ha una casa e fa l'operaio, soprattutto è "rumeno e non rom".

La folla, a caccia di Rapitrici Zingare ha poi lanciato molotov contro diversi campi, mentre le massaie hanno fatto la loro parte, cacciando "due nomadi" che facevano la spesa in un supermercato. E così via.

A questo punto, è interessante sapere che lo Stato, in qualche sua forma, è intervenuto:

"Tutti i rom vanno sistemati in un solo campo, quello di via Malibran, e protetti da un cordone della polizia. Poco dopo il campo abbandonato viene dato alle fiamme".

Un Rifiuto Umano non ha un quartiere, ma un campo; e non ha una casa, ma una baracca.

La differenza è cruciale, non solo in termini di comodità. Immaginiamo una situazione di tensione tra autoctoni trevigiani e operai pugliesi immigrati. Fin lì, con la fantasia, ci possiamo arrivare. Ma non possiamo nemmeno immaginare una situazione in cui le autorità pongano rimedio alla tensione, spostando, nel giro di poche ore, tutti i pugliesi in un unico quartiere e lasciando che il quartiere pugliese venga dato alle fiamme.

Con la mossa di "sistemare" i Rom - parola non casuale, i rifiuti sono per definizione oggetto dei nostri provvedimenti - siamo passati dal livello indistinto della folla, al livello istituzionale.

Infatti, Repubblica oggi inserisce il microcosmo di ciò che è successo a Napoli nel macrocosmo di ciò che succede in Italia e in tutta Europa: nelle stesse pagine, leggiamo che:

1) A Milano, "per l'emergenza zingari", il prefetto (né destra né sinistra, lui è lo Stato) ha ricevuto la nomina a "commissario straordinario per i rom".

2) Il governo di destra dell'Italia richiama un regolamento che vorrebbe escludere automaticamente i Rifiuti Umani: per vivere in Italia, devi avere un reddito minimo.

3) Il ministro degli interni di destra dell'Italia progetta di aumentare il tempo di detenzione nei Centri di Permanenza Temporanea - fantastico ossimoro - fino a 18 mesi.

4) Il governo di sinistra della Spagna fa qualcosa di analogo: aumenta i termini di "internamento dei clandestini" da 40 a 60 giorni.

5) Il presidente di sinistra della provincia di Milano, Filippo Penati, espone il proprio progetto:

"zero campi rom: i rom non vanno ripartiti, bisogna semplicemente farli ripartire".

E' una battuta chiara, efficace e a modo suo memorabile.

Da Wikipedia, apprendiamo che il profeta della pulizia etnica Filippo Luigi Penati  è

"iscritto sin da giovane al PCI, negli anni Ottanta inizia a dedicarsi alla funzione di pubblico amministratore nel suo comune di residenza, Sesto San Giovanni, città alle porte di Milano dalla tradizionale forte presenza operaia."

Questo esponente del Partito Democratico, che governa con una giunta sostenuta anche dalla cosiddetta "sinistra radicale", ha dunque alle spalle un mondo del tutto diverso da quello di oggi: l'operaio di Sesto San Giovanni poteva essere sfruttato, ma non era certo un Rifiuto Umano. E quindi Penati riceve - come è giusto - il plauso dei leghisti e di Alleanza Nazionale.

6) Dal comune di Firenze, da sempre di sinistra, arriva un "regolamento": "non solo lavavetri", i divieti occupano 45 pagine fitte.

E' importante tornare al concetto di microcosmo e macrocosmo, perché la responsabilità è ovunque e da nessuna parte.

"Si sa come sono i napoletani", qualcuno dirà. Bene, la notte del 10 maggio, è stata lanciata una raffica di molotov contro un campo di Rom polacchi a Novara. Dai fuoco, al buio, a baracche in cui dormono in trenta, e trenta ne puoi ammazzare. Solo che le molotov si sono spente sul terreno acquitrinoso: a volte è bene vivere dentro una palude.

E quello che troviamo tra la "gente", lo troviamo anche tra i politici e quindi tra le istituzioni.

Non lo troviamo tra tutti i politici, ma lo troviamo tra tutti gli schieramenti.

Sono abituato a prendermi ondate di insulti da identitari di sinistra, quando dico che destra e sinistra non significano quasi più nulla.

Ma è così nei fatti.

Il presidente "rosso" della provincia di Milano e il sindaco "nero" di Roma sicuramente assumeranno posizioni diverse su tante piccole cose. Avranno uno stile diverso e si vestiranno in modo diverso.

Ma assumono posizioni identiche di fronte al più grande problema dei nostri tempi: l'Emergenza Rifiuti Umani.

Mentre dentro uno stesso schieramento, si possono trovare i malvagi ma anche i giusti.

Cinque consiglieri comunali del Partito Democratico hanno redatto un documento che chiede la cacciata dei Rom da Napoli (li manderanno a Milano?).

Non so nulla dell'assessore alle politiche sociali di quel comune, Giulio Riccio. Presumo che anche lui sia del Partito Democratico, o da quelle parti.

Però commentando il documento dei suoi colleghi, Giulio Riccio ha dichiarato: "Mi vergogno di essere italiano".


postato da kelebek alle 11:55 | link | commenti (54)


martedì, 13 maggio 2008

Problemi veri

Noi stiamo lì a sguazzare in antipatie e simpatie personali, in identitarismi microscopici di ogni sorta che sorgono dal miasma dei morti del Novecento, in piccoli dettagli di arredamento.

Intanto sta montando in tutto il pianeta una marea gigantesca, che ci spazzerà via a tutti: anzi, senza che ce ne accorgessimo, ha già spazzato via tutto il mondo che conoscevamo: continuiamo a raccontarci il mondo com'era mezzo secolo fa, ma è già qualcosa di totalmente diverso.

Per atavico istinto, tutti cercano di dare un nome umano a questa cosa, per avere qualcuno con cui prendersela: gli zingari, Bush, i comunisti, Berlusconi, i musulmani, i preti, gli atei, gli ebrei, gli arabi...

Sarebbe laicamente più sensato dire, invece, che è Satana, o l'idrovora stessa della storia che ci ingurgita e ci sputa fuori a tutti.

Questo articolo di Luciano Gallino, pubblicato - incredibile - su Repubblica del 10 maggio 2008, ci presenta qualcosa della proporzione del cataclisma, i meccanismi inesorabili che lo producono senza posa, per semplici leggi di flusso dei capitali.

Il meccanismo non esclude il delitto: è fatto esso stesso di migliaia di decisioni di consigli di amministrazione, di migliaia di decisioni di governi: "la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta."

Ringrazio il sito Altre Storie, l'unico a riportare l'articolo in rete: presumo che il curatore del sito lo abbia trascritto a mano.


News: : L'OCCIDENTE PRODUCE FAME
(Categoria: MONDO)
Inviato da altrestorie
Saturday 10 May 2008 - 20:17:40
Tempo fa l´allora presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ebbe a dire che quando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica.

Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.

Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo.

Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee.

L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone.

Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.

Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie.

La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo.

Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta.

Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business.

Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.

È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio.

Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali.

Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.

Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato.

In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio.

Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.

Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo.

Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni.

Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.

Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.

Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere.

Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare.

Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria.

Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati.

Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere.

di Luciano Gallino da Repubblica del 10/5/08




lunedì, 12 maggio 2008

Bandiera sionista sul Campidoglio

- Uno -

Il candidato del Pdl Gianni Alemanno promette linea dura sui clandestini: «Vo­glio espellere ventimila fra nomadi, emi­grati più o meno clandestini a prescinde­re che siano romeni o di altra nazionalità."

- Due -

La cerimonia Con Alemanno

Campidoglio, issata ieri la bandiera d’Israele

La bandiera israeliana che da ieri, per ventiquattr’ore, sventolerà in piazza del Campidoglio per celebrare i sessant’anni della fondazione dello Stato di Israele «ha un significato storico molto importante», anche perché si tratta della prima volta. Lo ha sottolineato li neo sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha presenziato alla cerimonia di alzabandiera assieme all’ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir. «Prima - ha detto Alemanno conversando con i cronisti subito dopo un incontro nel suo ufficio con il diplomatico israeliano - affacciandoci dal famoso balcone del sindaco assieme all’ambasciatore e alla sua consorte,abbiamo guardato l’Arco di Tito ed abbiamo fatto un parallelo storico tra l’Arco stesso, che rappresentò la distruzione dello Stato di Israele e i festeggiamenti di sessant’anni fa quando, una volta ricostituito lo Stato di Israele, fu permesso agli israeliani di passare sotto l’Arco». «Oggi - ha osservato li sindaco - il fatto che la bandiera di Israele sventoli sul Campidoglio rappresenta in qualche modo la chiusura di una grande tragedia» ed il coronamento «della grande epopea di Israele».

 Corriere della Sera, 8 Maggio 2008

- Tre -

Nell'epoca in cui viviamo, il Sionismo non ha altra fonte di legittimità se non il vecchio discorso coloniale: noi saremo la barriera ideale contro ciò che non è Europa e vi garantiremo la marchiatura legale, del cacher [kasher]. Persino il porco, noi lo rendiamo cacher.

Yitzhak Laor, Filosemitismo. Il nuovo filosemitismo europeo e il "Campo della Pace" in Israele, Le Nuove Muse, Torino, 2008, p. 99.




domenica, 11 maggio 2008

L'Islam muzakato

Ho l'onore di avere tra i miei link uno al blog di Umm Usama.

Per quanto le sue idee possano essere lontane dalle mie (e lei stessa probabilmente non gradirebbe nemmeno che io parlassi di "idee" nel suo caso), il suo coraggio e la sua onestà meritano tutto il nostro rispetto.

Oggi, Umm Usama pubblica la traduzione di un articolo di Yvonne Ridley, la combattiva ex-giornalista inglese convertita all'Islam.

Tocca il tema cruciale del rapporto tra musica pop, religione e politica.

Le religioni, con la significativa eccezione dell'evangelismo statunitense, vedono notoriamente male tutta la cultura pop (che ricordiamo non significa prodotta dal popolo, ma consumata dal popolo).

Poiché non appartengo ad alcuna religione, la critica religiosa non è la mia. Non ho obiezioni né teologiche né moralistiche alla cultura pop.

Ma vedo un altro problema.

Tutte le forme di cultura pop sono parenti del muzak, l'ipnotico suono di sottofondo che nei supermercati induce agli acquisti. Il muzak - che non a caso prende il proprio nome da un'azienda statunitense - è l'applicazione della tecnologia e della psicologia alla produzione di controllo sociale.

Questo incantamento delle anime si adatta a ogni consumatore possibile, assumendo le forme più adatte; ma il suo contenuto è unico.

Ecco perché non c'è differenza sostanziale tra i prodotti per giovani fumati alternativi, per giovani cattolici o per giovani musulmani.

I dominanti non avrebbero nulla da ridire contro un Islam muzakato.

Tra l'altro, i musulmani muzakati sanno anche che non possono permettersi la spocchia dei figli dei bianchi, che giocano a fare i satanisti o i provocatori.

Per questo la voce di Sami Yusuf, ad esempio, istiga al più stucchevole sentimentalismo piccolo borghese (o gran proletario), dove Dio assurge al ruolo di custode e garante affettuoso della normalità.

Yvonne Ridley coglie molto bene questo aspetto (anche se - come è ovviamente suo diritto - ci mette di mezzo anche una critica su basi religiose), e lo stretto legame che esiste tra merce musicale, sistema dei concerti, vacuo giovanilismo e complicità con il massacro e il terrore planetario.

Ecco perché il conflitto non passa tra le religioni, e nemmeno tra le religioni e la "laicità", ma dentro ogni religione.

Fine del mio commento, adesso ascoltiamo Yvonne Ridley.

Miguel Martinez


بسم الله الرحمن الرحيم

Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

La cultura pop in nome dell’Islâm

di Yvonne Ridley
(hafizahallah)

Provo un profondo malessere constatando che la cultura pop contamina alcuni cosiddetti artisti di an-nashîd. Beninteso, è con molta leggerezza che impiego il termine “artisti di an-nashîd”. Bisognerebbe piuttosto parlare di “boys bands” islamiche e di “popstars” musulmane.

Nel corso della storia, eminenti sapienti hanno spesso dichiarato che la musica è illecita; non mi ricordo di avere mai letto che i Compagni (radiAllahu ‘anhum) si esaltassero al suono della musica... Non fraintendete. Sono assolutamente favorevole al fatto che la gente si sfoghi, ma in un modo degno e appropriato al proprio contesto.

La ragione che mi spinge a esprimere il mio turbamento è la seguente: qualche giorno fa, durante un raduno nel centro di Londra, l’isteria ha sopraffatto le sorelle della fila centrale nel momento in cui una sorta di pop-mania irrompeva nella sala del concerto. E non parlo qui di stupide ragazzine senza giudizio; si trattava di sorelle di 20, 30 o 40 anni, che urlavano, gridavano, si agitavano e ballavano.

Perfino gli agenti della sicurezza, che somigliavano più a curapipe che a bulldozer, sembravano stupiti mentre tentavano di impedire alle sorelle velate di salire in piedi sulle loro sedie.

Beninteso, gli assistenti di scena hanno ancor più aggravato le cose: agitavano le braccia incoraggiando la folla, largamente composta da donne musulmane, ad “alzarsi e cantare in coro” (si chiamano “fluffers” durante i numeri di spogliarello!).

L’oggetto di questa ondata di adulazione era il britannico Sami Yusuf, che è così fiero del suo passaporto bordeaux da desiderare che tutti salutino la bandiera. È sorprendente che non abbia invitato le sue fans a cantare l’inno nazionale. Il fratello Sami ha chiesto al suo pubblico di innalzare grida di acclamazione nel caso in cui fossero fiere di essere britanniche. In seguito alla chiassosa risposta, ha dichiarato che non era abbastanza forte e ha chiesto loro di ricominciare.

Come può qualcuno trarre un qualsiasi orgoglio dall’essere britannico? La Gran Bretagna è il terzo Paese più odiato del mondo. La bandiera nazionale è rigurgitante del sangue dei nostri fratelli e sorelle di Irâq, Afghanistan e Palestina. La nostra storia gocciola del sangue del colonialismo, è incatenata allo schiavismo, alla brutalità, alla tortura e all’oppressione. Inoltre, non abbiamo mai assistito ad una partita di calcio corretta, fin da quando abbiamo vinto la Coppa del Mondo nel 1966...

Sembra che Sami abbia anche dichiarato che in uno dei punti vendita di “Brand UK” ci sono dei musulmani arruolati nella Polizia Metropolitana! Astaghfirullah! Non dimenticate che questi poliziotti applicano la strategia dello “sparare per uccidere”, e che avrebbero fatto fuori un musulmano, l’anno scorso, se soltanto fossero stati capaci di distinguere un Bengalese da un Brasiliano...

Ed è sempre questa organizzazione ad aver organizzato delle retate in più di 3.000 abitazioni musulmane dopo l’11 settembre. Mi chiedo veramente che genere di vita si conduca sul Pianeta Sami. Se è tanto orgoglioso di essere inglese, perché vive nella grande democrazia egiziana del Medioriente?

Sembra che la forma di isteria incoraggiata da Sami esista anche negli Stati Uniti; se si produce da una riva all’altra dell’Atlantico, allora deve esistere in tutto il globo e avvelenare le masse. Le “boys band” come “786” e “Mecca 2 Medina” sono anche l’oggetto di una sorta di adulazione femminile che ci si aspetterebbe di osservare piuttosto rivolta verso gli idoli del pop americano, o verso “X-Factor”.

Non vi è dubbio sul fatto che le riunioni islamiche dovrebbero incoraggiare un comportamento improntato al riserbo e alla calma.

Chi bisogna biasimare? Le sorelle scatenate? Gli organizzatori che hanno permesso questo comportamento eccessivo che reca danno all’Islâm? O gli artisti?

Abu Ali e Abu Abdul Malik, nella loro lotta per la loro fede, non cercherebbeo certamente di far gonfiare questo genere di isteria. Non più degli artisti eroici e anonimi di an-nashîd che cantano per la libertà; informatevi riguardo “Idhrib Ya Asad Fallujah” per comprendere di cosa sto parlando.

Fallujah è attualmente sinonimo di una forma di resistenza eroica che ha innalzato i Palestinesi di Jenin al rango dei Comunardi di Parigi e degli assediati di Leningrado. I militari americani hanno vietato ogni nashîd su Fallujah a causa del potere e della passione che vi sono evocati.

Tuttavia, se questi an-nashîd spingessero le sorelle a correre per le strade dondolandosi e danzando, potrebbero essere oggetto di una dissuasione, a causa delle attività illecite derivanti.

Francamente, non capisco come qualcuno nella Ummah possa lasciarsi andare a gridare di gioia per eccesso di piacere, mentre il mondo odierno presenta tanta brutalità e sofferenza. Fiumi di sangue vengono versati dalle vene dei nostri fratelli e sorelle dovunque nel mondo musulmano. Le grida e gli appelli agli eroi della musica soffocano le urla provenienti dalle galere dell’Uzbekistan, dove i nostri fratelli e le nostre sorelle vengono bruciati vivi in tinozze di acqua bollente.

Quanti si lanciano e alzano le braccia, invocando con passione la giustizia nei confronti dei nostri in Kashmir, in Afghanistan, in Cecenia, in Palestina e in Irâq? E tanti altri teatri di massacri esistono in Asia e nel mondo arabo. Contate di montare sulle sedie a teatro e condividere la vostra collera a proposito di Guantanamo e di altri gulag in cui i nostri fratelli e le nostre sorelle subiscono torture, stupri, sodomia, violenza e cremazione? O semplicemente vi allontanerete da me, la vostra sorella inquieta, per accendere la radio sul canale dei cantanti del genere di Sami Yusuf, perché costoro possano vendervi una chimera attraverso delle parole tranquillizzanti e una voce melodiosa?

Oh Musulmani, svegliatevi! La Ummah non sanguina: vive un’emorragia.

Non prestate orecchio all’illecito. Ascoltate piuttosto i gemiti della vostra famiglia mondiale.

Jazakillahu khayran alla sorella Naghat del forum Islamie
Fonte: http://yvonneridley.org/


postato da kelebek alle 22:13 | link | commenti (28)





Just Foreign Policy Iraqi Death Estimator


powered by FreeFind