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sabato, 17 maggio 2008 Diceva di chiamarsi Maria... (4) Il sondaggio di Repubblica/IPR Marketing è quello che chiamano un Panel Telematico. In pratica, a quanto ho capito, vuol dire che da qualcosa che assomiglia a un call center, le callatrici e i callatori contattano i membri della Famiglia Telepanel in tutta Italia. Racconta un blog tristemente allegro di lavoratori dell'IPR Marketing
Queste persone si fanno, letteralmente, voce telefonica del padrone. L'unica funzione delle corde vocali, almeno durante l'orario di lavoro, consiste quindi nel recitare qualcun altro. Certo, lo fanno per necessità [1]; ma riescono a immedesimarsi a tal punto, da pensare che il rifiuto di ascoltare la voce del padrone che parla attraverso di loro, sia un'offesa personale a loro. E allora, di chi è l'anima di cui parlano? La loro, oppure si tratta di un caso di possessione medianica, o mediatica? Se il Rom è, per definizione, dentro una profonda la discarica, il telefonista-telepanelista cammina su di un filo, con l'angoscia di caderci dentro in ogni istante. C’è un uomo là in alto, Il telepanelista non cade, perché ci sono i genitori che gli danno da mangiare tutti i giorni e gli stirano i vestiti. Ma sa che nel suo futuro, c'è solo un'indistinta nebbia. La felice Famiglia Telepanel, che il telepanelista contatta, consiste invece in qualche migliaio di persone, una sorta di colonia di telespugne che nel loro complesso farebbero l'Italiano Medio (elettore-consumatore). Ogni elemento della Famiglia dovrebbe essere dotato di una specie di computer, offerto dalla ditta. Il computerino a casa della signora Rossi fa bip e spara la prima, surreale domanda. Che non è nemmeno, "Lei pensa che l'esistenza di Rom e di extracomunitari su questo pianeta sia un problema e se sì, perché?" No. E' scontato che sia un problema. E quindi la domanda recita: --SECONDO LEI, IL PROBLEMA DEI ROM / EXTRACOMUNITARI IN ITALIA E' UNA PRIORITA' DA AFFRONTARE?-- Il 75% percento pensa che lo sia nel caso dei Rom, il 72% nel caso degli extracomunitari. --IN PARTICOLARE, RISPETTO ALLA SUA VITA DI TUTTI I GIORNI, PENSANDO SOLO A LEI E ALLA SUA STRETTA FAMIGLIA, SI SENTE PREOCCUPATO O NON PREOCCUPATO DALLA PRESENZA DEI ROM DEGLI EXTRA COMUNITARI?-- Il 60% è preoccupato della "presenza" dei primi, il 47% di quella dei secondi. Ragazze rom dell'Etolia (Grecia) Ma se si esce dalla "vita di tutti i giorni" e si comincia a riflettere sui grandi temi... --INVECE, PENSANDO ALL'ITALIA IN GENERE E NON SOLO ALLA SUA PERSONA, LEI SI SENTE PREOCCUPATO O NON PREOCCUPATO DALLA PRESENZA DEI ROM DEGLI EXTRA COMUNITARI?-- Le percentuali salgono rispettivamente al 67% e al 58%. Poi arriva la domanda fatale: --COMUNQUE SIA, QUALE RITIENE CHE SIA LA SOLUZIONE MIGLIORE PER AFFRONTARE IL PROBLEMA DEI ROM?-- E qui le risposte possibili sono in pratica due: SMANTELLARE I CAMPI ROM ED ESPELLERE DALL'ITALIA TUTTI I ROM contro un fragile ATTIVARE POLITICHE DI INTEGRAZIONE SOCIALE NEI CONFRONTI DEI ROM. L'esito genocida è incontestabile (68% di pulitori etnici). Solo che la formulazione riflette l'immagine extraterrestre che l'italiano medio ha dei Rom: tutti gli omini con le antenne verdi se ne tornino su Marte. Pensate che scompiglio avrebbe portato una domanda formulata invece così: "... espellere dall'Italia tutti i Rom, privando quelli di cittadinanza italiana della loro nazionalità..." Oppure: "... espellere dall'Italia tutti i Rom. Specificare in quale paese confinante si intende mandarli (Francia, Svizzera, Austria, Slovenia, San Marino o Stato del Vaticano)." Poi arriviamo alla sfera degli affetti:
Lasciamo perdere le considerazioni negative.[3] E' più interessante quella che dovrebbe essere una considerazione positiva: "Lo considero uno di noi e mi fa piacere..." In quel "noi", che dovrebbe unire tutti i 1000 intervistati (presumibilmente forzanovisti e rifondaroli, miliardari e disoccupati, clericali e atei, poliziotti e camorristi, pensionati e cubiste...), c'è tutto il concetto del Capro Espiatorio. "Noi" diventiamo tali, mettendo da parte tutti i nostri conflitti, appena riusciamo a focalizzare tutta la violenza comune su un altro. Ora, i Rom che conosco io non sono i miei "noi". Non sono dei traduttori di manuali tecnici con case piene di libri, ad esempio. Cosa avrei potuto rispondere io, che voglio profondamente bene ad alcuni Rom, ma so che c'è un altro Rom grande e grosso che mi vorrebbe vedere morto? O che dire quando i miei nemici storici e mortali sono l'italiano Massimo Introvigne e l'extracomunitario Magdi Allam? Ma perché poi l'essere "uno di noi" dovrebbe essere così importante? Come se questa parte del mondo sapesse partorire solo sistemi totalizzanti, in cui tutti debbono conformare a un unico modello, per non essere gettati nella spazzatura. Dall'Inquisizione al socialismo reale, dal fascismo al consumismo di massa, l'inesorabile meccanismo dell'integrazione forzata si accompagna all'emarginazione o alla liquidazione di ciò che non si integra. Poi è meraviglioso quello sgrammaticato, "e mi fa piacere." Se non provi un brivido di felicità ogni volta che vedi un Rom, ti rimangono solo le opzioni del terrore e del genocidio. Con in mezzo un deprimente, "lo sopporto".
[1] Assolutamente vero, ma provate ad applicare questa attenuante anche ai Rom... [2] Il termine "nomade" è uno sfortunato tentativo di sostituire la parola "zingaro", ritenuta offensiva. Il risultato è che nell'immaginario italiano i Rom sono diventati davvero "nomadi", aggiungendo a tutto il resto anche l'atavica paura dei predoni che vengono da lontano e scompaiono nella notte. [3] Però quel "vorrei vedere che lo Stato lo cacciasse..." è un gioiello di rancoroso voyeurismo. venerdì, 16 maggio 2008 Diceva di chiamarsi Maria... (3) Dunque, Repubblica ha commissionato un sondaggio all'IPR Marketing, un'agenzia che lucra sul bisogno che hanno venditori/politici di sapere minuto per minuto, i consumatori/cittadini come lo vogliono il caffè. Dal sondaggio, emerge che il 4% degli italiani considera che i Rom siano esseri umani; e il 68% vorrebbe che venissero espulsi "dal paese tutti i Rom." In altre parole, due italiani su tre - la signora del piano di sotto con il cagnolino nero, l'edicolante e la zia Carmela - vorrebbero che chiunque sia nato in certe famiglie scomparisse dalla faccia almeno della sua terra. Accantoniamo subito la tentazione di sentirci meglio degli altri, noi 4%. "C'è tanto egoismo in giro", sospirano i luogocomunisti di sinistra, godendo infelicemente della propria superiorità. Quando un individuo fa il serial killer, lo possiamo condannare. Quando i due terzi della popolazione si convertono in potenziali serial killer, i giudizi morali non servono più. Serve capire, perché vuol dire che siamo di fronte a una trasformazione generale della società e dei rapporti umani senza precedenti a memoria d'uomo. Che non riguarda affatto solo l'Italia. Ci vorrebbe un lungo dialogo socratico per arrivarci; purtroppo Internet è il luogo dove anche i rapporti filosofici sono da una botta e via. Però proverò lo stesso a dire la mia. Intanto, guardiamo il sondaggio, perché la sua stessa costruzione ci rivela un'enormità di cose. A me viene da dire che l'autore delle domande contenute nel sondaggio deve essere un titolista di Libero appena licenziato per manifesta indegnità. Però le domande che questo immane imbecille pone si adeguano perfettamente alla psiche dell'italiano medio. E quindi, attenzione, non è un immane imbecille, anzi. Il titolo del sondaggio è, "IL PROBLEMA DEI ROM E DEGLI EXTRACOMUNITARI IN ITALIA". Proprio così. Romà slovacchi, fotografati da Julie Denesha. Tipicamente, sappiamo come si chiama la fotografa, ma non i fotografati Prima di tutto, colpisce l'uso del termine Rom. Lo uso perché è linguisticamente corretto.Però so che è anche politicamente corretto: "zingaro" è una brutta parola, dicono. E a Repubblica sono di sinistra e politicamente corretti. Ora, noi sappiamo che i termini politicamente corretti non servono a nulla, finché il loro contenuto continua a suscitare ribrezzo. "Cimitero", "campo santo" e tanti altri termini sono tutti eufemismi, ma continuiamo a fare le corna ogni volta che ci passiamo davanti. Il neologismo "colf", con tutta la sua aureola di buone intenzioni, suscita oggi gli stessi sentimenti che suscitava una volta "servetta", perché pulire i cessi degli altri resta comunque umiliante. Il creativo dell'IPR Marketing può usare la parola politicamente corretta, ma capisce perfettamente che il contenuto vivente della parola Rom indica sempre la forma estrema, nel nostro paese, di Rifiuto Umano. E così gli viene spontaneo scrivere "Il problema dei Rom". Proprio come scriverebbe, "il problema dei rifiuti a Napoli". Il Rom, dal momento in cui viene legato stretto nella sua culla di legno, da quando gli tagliano i capelli al suo primo compleanno, è un Problema. E' un Rom-problema, e tocca agli altri trovargli una soluzione, si spera finale. Oltre a essere Problemi Ambulanti, i Rom sono un certo numero di famiglie, delle più diverse nazionalità e religioni, di lontane discendenze indiane. Non fanno parte di nessuna organizzazione, non hanno alcuna ideologia strutturata, non hanno nulla a che fare con la politica. E non sono nemmeno particolarmente legate tra di loro. Però hanno in comune alcune regole rigorose per sopravvivere nelle discariche in cui il capriccio della nascita li ha fatti scivolare, e che permettono loro di non cadere nel degrado dei barboni atomizzati. In maggioranza, questi umani-problema che vivono in Italia sono cittadini italiani, proprio come il signor Antonio Noto, direttore dell'IPR Marketing. Nel sondaggio, come avrete notato, i Rom-problema vengono affiancati a una realtà del tutto diversa: la presenza in Italia di individui (in genere non di famiglie) che hanno in tasca passaporti di paesi i cui governanti, per vari casi della politica e dell'economia, non sono stati ammessi a firmare alcuni complessi e incomprensibili trattati - i cosiddetti "extracomunitari". La domanda quindi è unica, solo che i Rom-problema vengono messi in una colonnina, gli extracomunitari-problema in un'altra. Ogni domanda viene costruita sul principio che il rispondente sia "italiano" (e se è italiano, che non sia Rom). Anche quando si fanno le domande sul Problema Rifiuti, si parte dal presupposto che l'intervistato non sia un sacchetto di plastica. Nel prossimo post analizzeremo le singole, allucinanti domande ideate dal titolista licenziato di Libero. P.S. Segnalo qui una straordinaria foto di un campo profughi di Rom del Kosovo, che l'autore ha posto sotto tutti i sigilli possibili di diritto d'autore. giovedì, 15 maggio 2008 Diceva di chiamarsi Maria... (2) Mia madre mi disse "Non devi giocare Grazie a Dio, sono quello che sono perché mia madre non mi ha mai detto così. Però ci sono persone meno fortunate - in questo - di me. Prendete l'ometto in questa foto: non il furbo esibizionista che vediamo a destra, né il Pinocchio d'Egitto che sta al centro. Quell'altro, a sinistra. Per inquadrarlo, si chiama Alessandro Gabriele, fa l'agente immobiliare (credo) e dirige un'associazione chiamata Occidens, di cui è presidente onorario Marcello Pera. Alessandro Gabriele sembra assolutamente terrorizzato, e non solo al pensiero di pagare le esorbitanti tariffe richieste da Magdi Allam per la sua presenza. E' una paura molto più profonda, qualcosa che si deve portare dietro dai tempi dell'asilo. E infatti, Alessandro Gabriele vive letteralmente nel terrore degli zingari nel bosco. Ascoltiamolo:
Cioè qualche anonimo amministratore pensa di fare una discarica per Rifiuti Umani in una zona "boscosa e poco densamente abitata", a ben quindici chilometri dalla gente normale. Geniale, si direbbe, un campione dell'arte subtopica, l'ingegneria più richiesta dei nostri tempi. Eppure per qualcuno nemmeno quello va bene. E c'è qualcosa di grandioso, nella visione di quei lucchesi, "24 ore su 24", su per le colline di Brancoli: mi vedo l'agente immobiliare alle due di notte, perso tra lecci e querce, sotto la pioggia, ad aspettare, furente e spaventatissimo, il nomade che non arriva mai. Per strada tante facce mercoledì, 14 maggio 2008 Diceva di chiamarsi Maria... (1) Fissiamo bene chi è il Nemico del Popolo. Non si sa dove sia nata, né di chi sia figlia. Diceva di chiamarsi Maria. Ora dice di chiamarsi Angelica. E dice di avere quattordici anni. E' "finita in comunità", ed è pure scappata. Ora si trova in carcere, e non poteva finire diversamente. Sembra che non parli bene l'italiano. L'ultima incarnazione della Rapitrice Zingara è quindi anche l'ultima incarnazione del principale prodotto del nostro mondo: il Rifiuto Umano. Il termine sembra poetico, ma non lo è: il concetto di rifiuto umano è la chiave per capire elementi cruciali del nostro tempo. Rifiuto: ciò che è stato scartato - rifiutato - , separato dall'utile, ciò che va a discarica.
immagine di Bruce Dale Lasciamo perdere per ora la domanda, "ma voleva rubare un bambino o no?": come la penso in linea generale su questa questione, l'ho già scritto più volte. Concentriamoci sul contesto, che riguarda tutti. Una folla di persone semplici ha reagito spontaneamente, circondando un giovane straniero: "Calci e pugni, poi una coltellata a una spalla". Il fatto colpisce, perché non si trattava di un bersaglio legittimo. I media sottolineano infatti che il giovane accoltellato ha una casa e fa l'operaio, soprattutto è "rumeno e non rom". La folla, a caccia di Rapitrici Zingare ha poi lanciato molotov contro diversi campi, mentre le massaie hanno fatto la loro parte, cacciando "due nomadi" che facevano la spesa in un supermercato. E così via. A questo punto, è interessante sapere che lo Stato, in qualche sua forma, è intervenuto:
Un Rifiuto Umano non ha un quartiere, ma un campo; e non ha una casa, ma una baracca. La differenza è cruciale, non solo in termini di comodità. Immaginiamo una situazione di tensione tra autoctoni trevigiani e operai pugliesi immigrati. Fin lì, con la fantasia, ci possiamo arrivare. Ma non possiamo nemmeno immaginare una situazione in cui le autorità pongano rimedio alla tensione, spostando, nel giro di poche ore, tutti i pugliesi in un unico quartiere e lasciando che il quartiere pugliese venga dato alle fiamme. Con la mossa di "sistemare" i Rom - parola non casuale, i rifiuti sono per definizione oggetto dei nostri provvedimenti - siamo passati dal livello indistinto della folla, al livello istituzionale. Infatti, Repubblica oggi inserisce il microcosmo di ciò che è successo a Napoli nel macrocosmo di ciò che succede in Italia e in tutta Europa: nelle stesse pagine, leggiamo che: 1) A Milano, "per l'emergenza zingari", il prefetto (né destra né sinistra, lui è lo Stato) ha ricevuto la nomina a "commissario straordinario per i rom". 2) Il governo di destra dell'Italia richiama un regolamento che vorrebbe escludere automaticamente i Rifiuti Umani: per vivere in Italia, devi avere un reddito minimo. 3) Il ministro degli interni di destra dell'Italia progetta di aumentare il tempo di detenzione nei Centri di Permanenza Temporanea - fantastico ossimoro - fino a 18 mesi. 4) Il governo di sinistra della Spagna fa qualcosa di analogo: aumenta i termini di "internamento dei clandestini" da 40 a 60 giorni. 5) Il presidente di sinistra della provincia di Milano, Filippo Penati, espone il proprio progetto: "zero campi rom: i rom non vanno ripartiti, bisogna semplicemente farli ripartire". E' una battuta chiara, efficace e a modo suo memorabile. Da Wikipedia, apprendiamo che il profeta della pulizia etnica Filippo Luigi Penati è
Questo esponente del Partito Democratico, che governa con una giunta sostenuta anche dalla cosiddetta "sinistra radicale", ha dunque alle spalle un mondo del tutto diverso da quello di oggi: l'operaio di Sesto San Giovanni poteva essere sfruttato, ma non era certo un Rifiuto Umano. E quindi Penati riceve - come è giusto - il plauso dei leghisti e di Alleanza Nazionale. 6) Dal comune di Firenze, da sempre di sinistra, arriva un "regolamento": "non solo lavavetri", i divieti occupano 45 pagine fitte. E' importante tornare al concetto di microcosmo e macrocosmo, perché la responsabilità è ovunque e da nessuna parte. "Si sa come sono i napoletani", qualcuno dirà. Bene, la notte del 10 maggio, è stata lanciata una raffica di molotov contro un campo di Rom polacchi a Novara. Dai fuoco, al buio, a baracche in cui dormono in trenta, e trenta ne puoi ammazzare. Solo che le molotov si sono spente sul terreno acquitrinoso: a volte è bene vivere dentro una palude. E quello che troviamo tra la "gente", lo troviamo anche tra i politici e quindi tra le istituzioni. Non lo troviamo tra tutti i politici, ma lo troviamo tra tutti gli schieramenti. Sono abituato a prendermi ondate di insulti da identitari di sinistra, quando dico che destra e sinistra non significano quasi più nulla. Ma è così nei fatti. Il presidente "rosso" della provincia di Milano e il sindaco "nero" di Roma sicuramente assumeranno posizioni diverse su tante piccole cose. Avranno uno stile diverso e si vestiranno in modo diverso. Ma assumono posizioni identiche di fronte al più grande problema dei nostri tempi: l'Emergenza Rifiuti Umani. Mentre dentro uno stesso schieramento, si possono trovare i malvagi ma anche i giusti. Cinque consiglieri comunali del Partito Democratico hanno redatto un documento che chiede la cacciata dei Rom da Napoli (li manderanno a Milano?). Non so nulla dell'assessore alle politiche sociali di quel comune, Giulio Riccio. Presumo che anche lui sia del Partito Democratico, o da quelle parti. Però commentando il documento dei suoi colleghi, Giulio Riccio ha dichiarato: "Mi vergogno di essere italiano". martedì, 13 maggio 2008 Noi stiamo lì a sguazzare in antipatie e simpatie personali, in identitarismi microscopici di ogni sorta che sorgono dal miasma dei morti del Novecento, in piccoli dettagli di arredamento. Intanto sta montando in tutto il pianeta una marea gigantesca, che ci spazzerà via a tutti: anzi, senza che ce ne accorgessimo, ha già spazzato via tutto il mondo che conoscevamo: continuiamo a raccontarci il mondo com'era mezzo secolo fa, ma è già qualcosa di totalmente diverso. Per atavico istinto, tutti cercano di dare un nome umano a questa cosa, per avere qualcuno con cui prendersela: gli zingari, Bush, i comunisti, Berlusconi, i musulmani, i preti, gli atei, gli ebrei, gli arabi... Sarebbe laicamente più sensato dire, invece, che è Satana, o l'idrovora stessa della storia che ci ingurgita e ci sputa fuori a tutti. Questo articolo di Luciano Gallino, pubblicato - incredibile - su Repubblica del 10 maggio 2008, ci presenta qualcosa della proporzione del cataclisma, i meccanismi inesorabili che lo producono senza posa, per semplici leggi di flusso dei capitali. Il meccanismo non esclude il delitto: è fatto esso stesso di migliaia di decisioni di consigli di amministrazione, di migliaia di decisioni di governi: "la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta." Ringrazio il sito Altre Storie, l'unico a riportare l'articolo in rete: presumo che il curatore del sito lo abbia trascritto a mano. News: : L'OCCIDENTE PRODUCE FAME Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta. Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo. Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee. L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone. Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra. Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie. La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo. Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta. Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business. Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori. È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio. Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali. Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali. Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato. In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio. Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale. Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo. Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni. Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24. Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia. Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere. Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare. Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria. Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati. Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere. di Luciano Gallino da Repubblica del 10/5/08 lunedì, 12 maggio 2008 Bandiera sionista sul Campidoglio - Uno - Il candidato del Pdl Gianni Alemanno promette linea dura sui clandestini: «Voglio espellere ventimila fra nomadi, emigrati più o meno clandestini a prescindere che siano romeni o di altra nazionalità." - Due - La cerimonia Con Alemanno Campidoglio, issata ieri la bandiera d’Israele La bandiera israeliana che da ieri, per ventiquattr’ore, sventolerà in piazza del Campidoglio per celebrare i sessant’anni della fondazione dello Stato di Israele «ha un significato storico molto importante», anche perché si tratta della prima volta. Lo ha sottolineato li neo sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha presenziato alla cerimonia di alzabandiera assieme all’ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir. «Prima - ha detto Alemanno conversando con i cronisti subito dopo un incontro nel suo ufficio con il diplomatico israeliano - affacciandoci dal famoso balcone del sindaco assieme all’ambasciatore e alla sua consorte,abbiamo guardato l’Arco di Tito ed abbiamo fatto un parallelo storico tra l’Arco stesso, che rappresentò la distruzione dello Stato di Israele e i festeggiamenti di sessant’anni fa quando, una volta ricostituito lo Stato di Israele, fu permesso agli israeliani di passare sotto l’Arco». «Oggi - ha osservato li sindaco - il fatto che la bandiera di Israele sventoli sul Campidoglio rappresenta in qualche modo la chiusura di una grande tragedia» ed il coronamento «della grande epopea di Israele». Corriere della Sera, 8 Maggio 2008 - Tre - Nell'epoca in cui viviamo, il Sionismo non ha altra fonte di legittimità se non il vecchio discorso coloniale: noi saremo la barriera ideale contro ciò che non è Europa e vi garantiremo la marchiatura legale, del cacher [kasher]. Persino il porco, noi lo rendiamo cacher. Yitzhak Laor, Filosemitismo. Il nuovo filosemitismo europeo e il "Campo della Pace" in Israele, Le Nuove Muse, Torino, 2008, p. 99. domenica, 11 maggio 2008 Ho l'onore di avere tra i miei link uno al blog di Umm Usama. Per quanto le sue idee possano essere lontane dalle mie (e lei stessa probabilmente non gradirebbe nemmeno che io parlassi di "idee" nel suo caso), il suo coraggio e la sua onestà meritano tutto il nostro rispetto. Oggi, Umm Usama pubblica la traduzione di un articolo di Yvonne Ridley, la combattiva ex-giornalista inglese convertita all'Islam. Tocca il tema cruciale del rapporto tra musica pop, religione e politica. Le religioni, con la significativa eccezione dell'evangelismo statunitense, vedono notoriamente male tutta la cultura pop (che ricordiamo non significa prodotta dal popolo, ma consumata dal popolo). Poiché non appartengo ad alcuna religione, la critica religiosa non è la mia. Non ho obiezioni né teologiche né moralistiche alla cultura pop. Ma vedo un altro problema. Tutte le forme di cultura pop sono parenti del muzak, l'ipnotico suono di sottofondo che nei supermercati induce agli acquisti. Il muzak - che non a caso prende il proprio nome da un'azienda statunitense - è l'applicazione della tecnologia e della psicologia alla produzione di controllo sociale. Questo incantamento delle anime si adatta a ogni consumatore possibile, assumendo le forme più adatte; ma il suo contenuto è unico. Ecco perché non c'è differenza sostanziale tra i prodotti per giovani fumati alternativi, per giovani cattolici o per giovani musulmani. I dominanti non avrebbero nulla da ridire contro un Islam muzakato. Tra l'altro, i musulmani muzakati sanno anche che non possono permettersi la spocchia dei figli dei bianchi, che giocano a fare i satanisti o i provocatori. Per questo la voce di Sami Yusuf, ad esempio, istiga al più stucchevole sentimentalismo piccolo borghese (o gran proletario), dove Dio assurge al ruolo di custode e garante affettuoso della normalità. Yvonne Ridley coglie molto bene questo aspetto (anche se - come è ovviamente suo diritto - ci mette di mezzo anche una critica su basi religiose), e lo stretto legame che esiste tra merce musicale, sistema dei concerti, vacuo giovanilismo e complicità con il massacro e il terrore planetario. Ecco perché il conflitto non passa tra le religioni, e nemmeno tra le religioni e la "laicità", ma dentro ogni religione. Fine del mio commento, adesso ascoltiamo Yvonne Ridley. Miguel Martinez بسم الله الرحمن الرحيم
Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo Nel corso della storia, eminenti sapienti hanno spesso dichiarato che la musica è illecita; non mi ricordo di avere mai letto che i Compagni (radiAllahu ‘anhum) si esaltassero al suono della musica... Non fraintendete. Sono assolutamente favorevole al fatto che la gente si sfoghi, ma in un modo degno e appropriato al proprio contesto. La ragione che mi spinge a esprimere il mio turbamento è la seguente: qualche giorno fa, durante un raduno nel centro di Londra, l’isteria ha sopraffatto le sorelle della fila centrale nel momento in cui una sorta di pop-mania irrompeva nella sala del concerto. E non parlo qui di stupide ragazzine senza giudizio; si trattava di sorelle di 20, 30 o 40 anni, che urlavano, gridavano, si agitavano e ballavano. Perfino gli agenti della sicurezza, che somigliavano più a curapipe che a bulldozer, sembravano stupiti mentre tentavano di impedire alle sorelle velate di salire in piedi sulle loro sedie. Beninteso, gli assistenti di scena hanno ancor più aggravato le cose: agitavano le braccia incoraggiando la folla, largamente composta da donne musulmane, ad “alzarsi e cantare in coro” (si chiamano “fluffers” durante i numeri di spogliarello!). Come può qualcuno trarre un qualsiasi orgoglio dall’essere britannico? La Gran Bretagna è il terzo Paese più odiato del mondo. La bandiera nazionale è rigurgitante del sangue dei nostri fratelli e sorelle di Irâq, Afghanistan e Palestina. La nostra storia gocciola del sangue del colonialismo, è incatenata allo schiavismo, alla brutalità, alla tortura e all’oppressione. Inoltre, non abbiamo mai assistito ad una partita di calcio corretta, fin da quando abbiamo vinto la Coppa del Mondo nel 1966... Ed è sempre questa organizzazione ad aver organizzato delle retate in più di 3.000 abitazioni musulmane dopo l’11 settembre. Mi chiedo veramente che genere di vita si conduca sul Pianeta Sami. Se è tanto orgoglioso di essere inglese, perché vive nella grande democrazia egiziana del Medioriente? Chi bisogna biasimare? Le sorelle scatenate? Gli organizzatori che hanno permesso questo comportamento eccessivo che reca danno all’Islâm? O gli artisti? Abu Ali e Abu Abdul Malik, nella loro lotta per la loro fede, non cercherebbeo certamente di far gonfiare questo genere di isteria. Non più degli artisti eroici e anonimi di an-nashîd che cantano per la libertà; informatevi riguardo “Idhrib Ya Asad Fallujah” per comprendere di cosa sto parlando. Fallujah è attualmente sinonimo di una forma di resistenza eroica che ha innalzato i Palestinesi di Jenin al rango dei Comunardi di Parigi e degli assediati di Leningrado. I militari americani hanno vietato ogni nashîd su Fallujah a causa del potere e della passione che vi sono evocati. Tuttavia, se questi an-nashîd spingessero le sorelle a correre per le strade dondolandosi e danzando, potrebbero essere oggetto di una dissuasione, a causa delle attività illecite derivanti. "Guarda questa foto". L'età è incerta: potrebbe essere una bambina grande oppure una giovanissima adolescente. E' vestita in maniera dimessa, un maglione e una gonna, capelli castani che scendono giù lisci, un volto chiaro. "Suo padre si è impiccato, dicono che sia stato un suicidio..." "Oddio..." E' l'esclamazione che mi sfugge sempre nei momenti di commossa impotenza. "Aspetta. Sua madre si è suicidata in carcere, impiccata anche lei. E hanno trovato impiccato anche lo zio." "Ma..." "Lei ha due fratelli, hanno ammazzato tutti e due a pistolettate". venerdì, 09 maggio 2008 Un anonimo ha postato tra i commenti al mio blog questo testo, che non c'entra nulla con alcun tema discusso qui. Ma il testo è favoloso. Racconta alla perfezione un certo mondo italico, fuori dal tempo eppure eccitato dai media, alla ricerca della fama, pieno di pindarismo burocratico, di sacrosanta voglia di evadere, cavilloso e credulone, campanilista e innegabilmente simpatico. Notate l'uso delle maiuscole e i nomi delle associazioni e dei siti.
Associazione Gioventù Pro-Volturara giovedì, 08 maggio 2008 Sabato il primo ministro palestinese, Ismail Haniyeh, prigioniero tra i prigionieri nel lager di Gaza, parteciperà con un intervento in videoconferenza alla manifestazione di Torino. ROMPIAMO L’EMBARGO Il primo ministro palestinese, Ismail Haniye, interverrà in diretta da Gaza all’assemblea di Torino per la fine dell’embargo. L’assemblea si terrà sabato 10 maggio, presso il Centro Italo Arabo Dar al Hikma in via Fiochetto 15 (zona Porta Palazzo) con inizio alle ore 10.
Intanto...
08-05-2008 Torino
"Watch your ass, remember W.Z. Roma 12/10/'72". E' il testo della lettera di minacce ricevuta da tre personalità del mondo intellettuale e associativo in Italia: il prof. Gianni Vattimo, accademico; l'artista e pacifista Elvio Arancio; l'architetto Mohammad Hannoun, presidente della Abspp-onlus (Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese). Le lettere, tutte uguali, sono state scritte con una biro rossa e in stampatello, e spedite da Torino. Il riferimento, "remember W.Z. Roma, 12/10/'72", è quello dell'assassinio dell'intellettuale e pacifista palestinese Wail Zuaiter, residente in Italia e rappresentante di Fatah. Zuaiter è stato ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, mentre tornava a casa, in piazza Annibaliano, a Roma. Le tre personalità, che hanno già presentato denuncia alla polizia, hanno indetto una conferenza stampa per sabato 10 maggio alle ore 10, al Centro italo-arabo Dar al-Hikma, in via Fiochetto 15, a Torino. Vattimo, Arancio e Hannoun sono noti per le loro posizioni a favore dei diritti del popolo palestinese e per le critiche nei confronti delle politiche del governo di Israele. ...................... Alle 10,20, sempre nei locali di via Fiochetto, seguirà: "La parola a Gaza. Incontro con il Comitato Popolare contro l'Assedio. Video-conferenza con il premier Haniyah.". |
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