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venerdì, 09 maggio 2008 Un anonimo ha postato tra i commenti al mio blog questo testo, che non c'entra nulla con alcun tema discusso qui. Ma il testo è favoloso. Racconta alla perfezione un certo mondo italico, fuori dal tempo eppure eccitato dai media, alla ricerca della fama, pieno di pindarismo burocratico, di sacrosanta voglia di evadere, cavilloso e credulone, campanilista e innegabilmente simpatico. Notate l'uso delle maiuscole e i nomi delle associazioni e dei siti.
Associazione Gioventù Pro-Volturara giovedì, 08 maggio 2008 Sabato il primo ministro palestinese, Ismail Haniyeh, prigioniero tra i prigionieri nel lager di Gaza, parteciperà con un intervento in videoconferenza alla manifestazione di Torino. ROMPIAMO L’EMBARGO Il primo ministro palestinese, Ismail Haniye, interverrà in diretta da Gaza all’assemblea di Torino per la fine dell’embargo. L’assemblea si terrà sabato 10 maggio, presso il Centro Italo Arabo Dar al Hikma in via Fiochetto 15 (zona Porta Palazzo) con inizio alle ore 10.
Intanto...
08-05-2008 Torino
"Watch your ass, remember W.Z. Roma 12/10/'72". E' il testo della lettera di minacce ricevuta da tre personalità del mondo intellettuale e associativo in Italia: il prof. Gianni Vattimo, accademico; l'artista e pacifista Elvio Arancio; l'architetto Mohammad Hannoun, presidente della Abspp-onlus (Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese). Le lettere, tutte uguali, sono state scritte con una biro rossa e in stampatello, e spedite da Torino. Il riferimento, "remember W.Z. Roma, 12/10/'72", è quello dell'assassinio dell'intellettuale e pacifista palestinese Wail Zuaiter, residente in Italia e rappresentante di Fatah. Zuaiter è stato ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, mentre tornava a casa, in piazza Annibaliano, a Roma. Le tre personalità, che hanno già presentato denuncia alla polizia, hanno indetto una conferenza stampa per sabato 10 maggio alle ore 10, al Centro italo-arabo Dar al-Hikma, in via Fiochetto 15, a Torino. Vattimo, Arancio e Hannoun sono noti per le loro posizioni a favore dei diritti del popolo palestinese e per le critiche nei confronti delle politiche del governo di Israele. ...................... Alle 10,20, sempre nei locali di via Fiochetto, seguirà: "La parola a Gaza. Incontro con il Comitato Popolare contro l'Assedio. Video-conferenza con il premier Haniyah.". La Fiera di Torino: di mostre e di rappresentazioni C'è un'iniziativa, e c'è il suo specchio. L'iniziativa è di Sherif el-Sebaie che coglie l'occasione dell'inaugurazione della controversa Fiera del Libro di Torino, per lanciare una mostra e un concerto. Lo specchio è il commento che a questa mostra fa Dacia Valent sul suo blog. La mostra, inaugurata ieri, è su 'Islam e Ebraismo. Arte, storia, convivenza' e si tiene presso lo spazio espositivo Cittadella Politecnica a Torino. E' un bel tema, che merita di essere trattato; e conoscendo Sherif el-Sebaie, sono sicuro che la mostra sia stata curata molto bene. Anche se la storia umana non va mai romanticizzata - si tratta pur sempre della specie più feroce che Dio abbia deciso di piantare sulla Terra - è vero che il rapporto tra musulmani ed ebrei è stato particolare, e certamente più sano di quello tra cristiani ed ebrei. Recentemente, ho visto il bellissimo film-documentario Route 181 - Frammento di un viaggio in Palestina-Israele, opera congiunta del regista israeliano Eyal Silvan e del regista palestinese Michel Khleifi. E' un viaggio attraverso un mondo di musulmani ed ebrei ordinari, lontani dagli stereotipi mediatici; e conclude con una serie di interviste a ebrei provenienti dal Marocco, amaramente pentiti della loro scelta di trasferirsi in Israele: si coglie un sottile comune sentire culturale, uno stile di vita, che avvicina tra di loro le persone, di qualunque fede, che siano cresciute dentro il mondo arabo. Non condivido invece l'occasione scelta da Sherif el-Sebaie per inaugurare la mostra. La polemica attorno alla Fiera del Libro non riguarda la convivenza tra ebrei e musulmani; ma il dominio esercitato dall'unica potenza nucleare del Medio Oriente. Una potenza che ha da poco devastato il paese confinante - provocando un migliaio di morti, trasformando un quarto della popolazione in profughi - e che tuttora tiene oltre un milione di nativi palestinesi rinchiusi in un carcere ad aria aperta. La convivenza storica tra ebrei e musulmani è una faccenda completamente diversa, e parlarne in questa occasione, rischia di portare acqua al mulino di chi cerca di rappresentare la questione come un conflitto tra ebrei e musulmani. Anche se la mostra non cerca di promuovere gli interessi dell'aggressivo staterello mediorientale, altri faranno in modo di farcela rientrare: "vedete, ci sono anche gli arabi/musulmani buoni, che non contestano la Fiera; e non contestandola, in sostanza la approvano". Diverso è il discorso che fa Dacia Valent a commento dell'iniziativa di Sherif. Dacia Valent dà alla mostra proprio la valenza politica che io vorrei che non avesse: contrasta la mostra organizzata da Sherif, fatta, dice lei, per "parlare, confrontarsi, trovare punti in comune e tentare di puntellarli con il ragionamento e la buona volontà" con un'entità del tutto immaginaria: "E' quello che sta succedendo a Torino, dove alcuni gruppi di estrema sinistra e destra si stanno dando appuntamento per boicottare una fiera del libro." Dacia Valent utilizza qui il tasto preferito dei neocon, di Magdi Allam e di Giuliano Ferrara: l'immaginario del "rossobrunismo". Che non è una fantasia di qualche paranoico, ma un'arma potentissima del sistema. L'immaginario del rossobrunismo dice in sostanza, che c'è questo mondo - il capitalismo reale, con tutte le sue conseguenze e imperfezioni - e c'è un'alternativa. E quell'alternativa è un misto di film dell'orrore sui lager nazisti e su quelli di Stalin. Voi che scegliete? E' proprio la categoria del rossobrunismo, del Grande Complotto Islamonazicomunista (che aggiunge anche la figura dello Sgozzatore Verde) che giustifica il più grande impero della storia, quello che si può permettere qualunque cosa, perché ci ha "liberati dal nazismo", "abbattuto il comunismo" e oggi ci "protegge dal terrorismo islamico". Il rossobrunismo si basa su una menzogna radicale, perché il suo stesso oggetto non esiste. L'estrema sinistra che conta è Bertinotti, che non è certamente un amante del nazismo né dell'Islam; l'estrema destra che conta è la Santanché, crociata deshabillé dell'Occidente contro Islam e comunismo; l'estremismo islamico che conta è anticomunista e antioccidentalista. Essendo intrinsecamente falso, il complottismo rossobrunista fa giochi di prestigio con i dettagli: Hitler emetteva francobolli, anche l'Iran emette francobolli... Tizio è cugino di Caio che vent'anni fa ha scritto un articolo su una certa rivista... Oppure, il complottismo rossobrunista si fonda sul semplice nulla. Come nel caso di Torino. Non mi risulta che ci sia alcun gruppo di "estrema destra" che manifesterà sabato a Torino; e anche se ci fosse, si può dire che si sia "dato appuntamento" con qualche gruppo di estrema sinistra? Non sto dicendo che se fosse vero, sarebbe la fine del mondo. Sto solo dicendo che non è vero. Dacia Valent, dopo aver criticato anche Israele, prosegue scrivendo:
Sono in disaccordo con la forma e con la sostanza di questa affermazione. Nella forma, Dacia Valent sceglie il tipico metodo della generalizzazione demonizzante: in ogni ambiente, di destra, di sinistra o di nastro di Moebius, esistono persone con "pulsioni oscure", o combattenti "da tastiera". Se la loro presenza contamina le rispettive categorie, ogni categoria di questo mondo è da condannare. Dacia Valent sceglie anche l'argomento preferito dalla stampa neocon: il fatto che si bruciano bandiere. Io non brucio bandiere, perché sono una persona abbastanza riservata e non ho più sedici anni. Ma decidiamoci. Quando si brucia una bandiera, si sta dando fuoco a un pezzo di stoffa, oppure si tratta di un'azione sacrilega, simile alle dissacrazioni dell'ostia per cui si veniva un tempo messi a morte? Ci posso anche credere, ma voglio che un teologo me la spieghi per bene prima.[1] Dissacratori di ostie si dedicano al loro passatempo preferito Infine, mentre esistono i "khaverim" da tastiera, i "mujaheddin" da tastiera sono pochissimi: il 90% di ciò che si scrive a sostegno della Palestina in Italia è opera di laici di sinistra. Ma mi oppongo anche alla sostanza di ciò che scrive Dacia Valent. Io il conflitto israelo-palestinese lo lascerei volentieri alle persone, tutto sommato semplici, che si vedono in Route 181. Me ne occupo, però, in quanto è una questione italiana. Della questione israelo-palestinese me ne occupo perché l'Italia ha stabilito accordi militari con Israele. Perché il presidente della Repubblica di cui sono cittadino va a inaugurare questa fiera. Perché il presidente della Camera dice che chi contesta la fiera è peggio di un omicida. Perché ci sono cittadini italiani che vanno in Israele per sparare, e quando tornano a casa in una bara, hanno i funerali curati dal sindaco di Roma. Perché il principale quotidiano italiano pubblica editoriali in prima pagina intitolati "Il dovere di amare Israele". Sabato ci sarà sicuramente di tutto a Torino. Ci saranno i soliti accannati bevitori di birra che scambiano i cortei per discoteche ambulanti. Ci saranno i "mille Lenin, di cui cinquecento che abitano a Roma" di cui parla l'amico Roberto Massari, con i loro megafoni e i loro piccoli seguiti di non più giovani, a dare volantini a tutti gli altri Lenin. Criticare queste persone è fin troppo facile. Però Dacia Valent ce ne fornisce un quadro che, trascurandone i reali difetti, è del tutto fuorviante. Non bisogna, dice
Ma alla manifestazione ci saranno anche tante persone che fanno quello che possono per le comunità palestinesi sotto assedio; e - grande novità - ci saranno anche tanti membri delle comunità arabe e islamiche. Gente che il resto della settimana lavora per mantenere una famiglia e per tenere in piedi tutta la società italiana. Dacia Valent dice poi:
Lasciamo perdere la retorica rossobrunista, di cui abbiamo già discusso, nonché la battuta alla Vittorio Feltri sugli "emuli di Hitler e Pol Pot". Che fosse opportuno o no contestare la Fiera del Libro, se ne è già discusso più volte, e ho anch'io i miei dubbi. Dubbi che riguardano tutto ciò che è il "fare politica", i cortei, le "scadenze" e quant'altro. Come anche i dubbi di poter fare realmente qualcosa (oltre a tradurre manuali tecnici). Ma tutto questo parlare di "opportunità", di cose "controproducenti" e "produttive", trascura il fatto che qui siamo davanti a una questione di rapporti di forza. O si continua la ritirata, in silenzio; oppure ogni tanto si ingaggia battaglia. E quando si ingaggia battaglia, il nemico ha il controllo della rappresentazione mediatica. E' scontato che diranno che se si contesta la Fiera del Libro, si sta negando "il diritto all'esistenza della cultura". Come se manifestare parlando di Gaza equivalesse a dare fuoco agli stand o a picchiare i tipografi; o come se uno slogan gridato si potesse paragonare al suono di un bombardamento aereo. Ma qualunque cosa si faccia per la Palestina, i media o taceranno, o ne daranno la peggiore rappresentazione possibile. Ma non era certo necessario che alla rappresentazione in stile Magdi Allam, ci si aggiungesse una voce normalmente tutt'altro che conformista. Nota: [1] In particolare, sono interessato a casi documentati di bandiere israeliane o statunitensi che sanguinino durante la loro distruzione, o a episodi di pentimenti e conversioni miracolose alla néoconnarderie dei loro carnefici. mercoledì, 07 maggio 2008 Non sono un appassionato frequentatore di manifestazioni. Servono, a quanto pare, per farsi sentire. Ora, se la manifestazione è politicamente corretta, qualunque cosa avvenga, farà bella figura nei media. Se è politicamente scorretta, invece, i casi sono due. Se succede la minima cosa che si possa sfruttare contro chi manifesta, se ne parlerà nel peggiore dei modi per giorni. Se non succede nulla di "controproducente", non se ne parlerà per niente. Però credo che a Torino ci sarò sabato. Mi hanno convinto in tanti. Primo, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha detto che chi ci va è peggio degli assassini di Verona. Secondo, perché ci sarà il presidente d'Italia, Giorgio Napolitano. Un signore che ha aspettato una quindicina di anni per essere sicuro che non ci fosse più un comunista in giro, per dire quanto male avesse fatto il comunismo in Ungheria; ma che ha fiutato con anni di anticipo il trionfo dell'impero americano. Se uno così sensibile ai venti va a Torino, un motivo ci deve essere. Terzo, perché Massimo Fagioli, il guru di Bertinotti, ha annunciato, in un'intervista al Riformista del 24 aprile [1], che il suo discepolo risusciterà dalla tomba facendo qualcosa di clamoroso a sostegno di Israele proprio sabato, a Torino. Ma per spingermi a passare una notte in treno per arrivare a Torino, mi hanno convinto soprattutto questi, che si sono dati il coraggio, in tempi tremendi, di esporsi in prima persona, presentandosi a Vicenza alla conferenza organizzata da Gaza Vivrà. TORINO Sabato 10 maggio – ore 10-14 Centro Italo Arabo Dar al Hikma Via Fiocchetto 15 (zona Porta Palazzo) ASSEMBLEA - MANIFESTAZIONE
Nota: [1] Se ne parla ad esempio qui, ma non sono riuscito a trovare l'articolo originale del Riformista. Se qualcuno ce l'ha, si faccia vivo! Massimo Fagioli, a quanto pare, è l'ennesimo tipo che si è convinto che il mondo è in mano agli ebrei. Evidentemente non sa che non basta strillare Viva Israele per far camminare i cadaveri.
martedì, 06 maggio 2008 Un saluto al Presidente della Repubblica GAZA VIVRA’ Campagna per la fine di un embargo genocida Oltre 800 persone a Genova, 600 persone a Vicenza, una piena riuscita di tutte le altre tappe del tour della delegazione di Gaza. Un calore ed un entusiasmo straordinario a sostegno della lotta di resistenza del popolo palestinese e di Gaza in particolare. Questi numeri rappresentano un grande fatto politico, un notevole salto di qualità nel lavoro di sostegno della causa palestinese. Questi numeri – frutto della mobilitazione della comunità araba e musulmana del nostro paese – ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta. La strada è quella dell’unità della parte migliore della società italiana, quella che ancora crede nei valori di uguaglianza, libertà e fratellanza con le comunità immigrate che, respingendo la paura in cui il potere vorrebbe confinarle, possono dare oggi un contributo fondamentale alla lotta di liberazione dei popoli. Continuiamo così! Questo bollettino contiene: 1. Sabato 10 a Torino ASSEMBLEA PER LA FINE DELL’EMBARGO 2. SEMPRE IL 10 MAGGIO A TORINO 3. GAZA VIVRA’ – Continua il tour italiano della delegazione del Popular Committee Against Siege di Gaza ************************* LA PAROLA A GAZA Assemblea per la fine dell’embargo Torino, sabato 10 maggio - Per ascoltare la voce di chi vive quotidianamente l’oppressione - Per conoscere la situazione nella Striscia, vero lager del XXI secolo - Per capire le ragioni della resistenza palestinese - Per condannare il golpe attuato contro i legittimi vincitori delle elezioni del gennaio 2006 - Per continuare la lotta contro l’embargo genocida Per tutti questi motivi, per ricordare il 60° anniversario della Nakba, per protestare contro la Fiera Internazionale del Libro dedicata ad Israele ci ritroveremo a Torino sabato 10 maggio. Aderiamo a tutte le iniziative di protesta contro la Fiera del Libro, ma vogliamo mettere la situazione di Gaza al centro della mobilitazione. L’embargo, il lento genocidio che si sta consumando, è infatti il più grande atto di accusa sia nei confronti dello stato sionista che di chi in Italia sottolinea ogni giorno il proprio integrale sostegno ai criminali israeliani. Chi ha voluto dedicare ad Israele la Fiera ha compiuto una chiara operazione politica ed ideologica. Rovesciamogliela contro partendo dalla denuncia dei crimini che questo stato sta compiendo. Iniziamo a rispondere da Torino – città gemellata con Gaza – ad una politica sorda verso gli oppressi e servile con gli oppressori. TORINO Sabato 10 maggio – ore 10-14 Centro Italo Arabo Dar al Hikma Via Fiocchetto 15 (zona Porta Palazzo) ASSEMBLEA - MANIFESTAZIONE Interverranno: Gamal Elkoudary, parlamentare palestinese e presidente del Comitato contro l’assedio di Gaza Giulietto Chiesa, giornalista e parlamentare europeo Gianni Vattimo, filosofo Presiedono Leonardo Mazzei e Angela Lano Interverranno inoltre: Ugo Giannangeli – Gaza Vivrà Mohammad Hannoun – ABSPP (Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese) Alberto Tradardi – ISM Italia (International Solidarity Movement – Italia) Maria Grazia Ardizzone – Campo Antimperialista Un rappresentante della Comunità Islamica Vainer Burani – Giuristi Democratici Nel corso dell’assemblea è previsto un collegamento con Gaza, con l’intervento di un esponente del governo palestinese. Promuovono: Comitato Gaza Vivrà Abspp – Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese Aderiscono: Soccorso Popolare, Padova – Fondazione Luigi Cipriani – Campo Antimperialista – ISM Italia (International Solidarity Movement – Italia) - Collettivo Iqbal Masih, Lecce – Associazione Juthur – Laboratorio Marxista – Associazione Zaatar - Antonia Sani, presidente WILPF (Women’s Intern. League for Peace and Freedom) – Legittima Difesa – Lupo, Osimo (AN) – Gp Caav (Gruppo promotore Coord. Antimperialista Antifascista Alto Vicentino) ************************* Sempre il 10 maggio a Torino Il Comitato Gaza Vivrà aderisce e partecipa al corteo che prenderà il via alle ore 15 da Corso Marconi (angolo Madama Cristina). Alle ore 21, sempre presso il Centro Italo Arabo Dar al Hikma, andrà in scena lo spettacolo “Ingannati” del gruppo teatrale Narramondo, tratto da “Uomini sotto il sole” di Ghassan Kanafani. Per la scheda completa leggi http://www.narramondo.it/scheda_ingannati.html ********************** GAZA VIVRA’ Continua il tour italiano della delegazione del Popular Committee Against Siege di Gaza Si sono già tenuti i primi sei incontri con la delegazione proveniente da Gaza. Gamal Elkoudary e Sameh Habeeb hanno trovato ovunque grande interesse ed una notevole partecipazione sia numerica che politica. In alcuni casi (vedi sopra) la partecipazione è stata assolutamente straordinaria. Continuiamo così! Calendario dei prossimi incontri: - Martedì 6 maggio – ore 21 - FIRENZE, Sala Est-Ovest della Provincia, via dé Ginori 12 - Mercoledì 7 maggio – ore 19,30 - REGGIO EMILIA, presso la Moschea - Mercoledì 7 maggio – ore 21,30 – REGGIO EMILIA, Centro Sociale AQ 16, via F.lli Manfredi 14 - Giovedì 8 maggio – ore 21 – BOLOGNA, Circolo culturale Iqbal Masih, via della Barca 24/3 - Venerdì 9 maggio – ore 13 – MILANO, Incontro con la Comunità islamica - Sabato 10 maggio – ore 10 – TORINO, Centro Italo Arabo Dar al Hikma, via Fiocchetto 15 - Lunedì 12 maggio – ore 21 – MILANO, Sala da confermare - Martedì 13 maggio – ore 21 – CASALE MONFERRATO (AL), Salone Anffas, via Leardi 8 - Venerdì 16 maggio – ore 21 – PADOVA, Sala comunale “Pertini”, quartiere Mortise - Sabato 17 maggio – ore 18 – OSIMO (AN), Sala Astea, via Guazzatore 20 - Lunedì 19 maggio – LECCE - Mercoledì 21 maggio – TARANTO - Venerdì 23 maggio - NAPOLI 05 maggio 2008 lunedì, 05 maggio 2008 Ricopio questo post dal blog di Galatea, cosa che non vi esonera ovviamente da una visita alla fonte. Non condivido integralmente il suo punto di vista (ma è normale, non mi succede con quasi nessuno); però credo che questo post - oltre a essere scritto straordinariamente bene - aiuti a capire alcune cose fondamentali. Si dice che gli italiani siano una nazione di commissari tecnici, tutti pronti a spiegare perché si è vinta o persa quella particolare partita e proprio per questo, incapaci di capire la radicale mistificazione che è il calcio-business. Galatea non appartiene affatto a questa categoria. Riesce a spiegare la sconfitta elettorale della sinistra senza limitarsi alle solite critiche a questo o a quel politico; spiega la vittoria della destra senza fare ricorso ai "soldi di Berlusconi"; e mostra bene cosa sia oggi la cosiddetta "classe operaia bianca" in Occidente (e non solo nel Veneto). Incidentalmente descrive perfettamente il nucleo della sinistra reale - il ceto intellettuale subalterno; che per molti versi è anche il ceto dei blogger "impegnati" (compresi certi fallaciani). Se sapessi scrivere bene come Galatea, mi piacerebbe dire qualcosa su questo. Perché se la sinistra reale non è una lucida critica dei meccanismi del capitalismo e dell'imperialismo, diventa semplicemente l'espressione delle fisime e delle paure di uno specifico ceto. Proprio per questo, la discriminante fondamentale che la sinistra reale pone è quella dello stile: essere "di sinistra" non vuol dire oggi altro che possedere tutti i sottili codici di linguaggio e di abbigliamento e di gusto che permettono l'ingresso nel ceto intellettuale subalterno. Unico, perdonabile neo, la grafia di Sharm al-shaykh. La classe operaia va a Sherm el Sheick Sono una schifosa borghese con la puzza sotto il naso. Me ne sono resa conto l’altra sera, quando, a cena da un’amica, mi sono improvvisamente accorta che l’unico operaio vero che conosco è suo moroso. Tutti gli altri amici che frequento possono essere di sinistra, molto di sinistra, perfino di sinistra estrema. Ma sono insegnanti, impiegati, dirigenti d’azienda, consulenti, medici, giornalisti, avvocati, ricercatori o professori universitari. Magari precari, precarissimi, con stipendi da fame o senza stipendio fisso tout court. Ma per le divisioni in classe ottocentesche e marxiste non fanno parte del proletariato: al massimo, possono fare gli intellettuali organici, o i piccolo borghesi frustrati. Gianluca no, è proprio operaio. Lavora in una azienda media di Porto Marghera, e fa il turnista, addetto ad una macchina che stampa su plastica immagini di paperelle. Quando, in qualche appartamento preso d’affitto in estate, trovate sopra il tavolo una di quelle orripilanti tovaglie in similinoleum con disegnati sopra i granchi che scuotono maracas o gli orsetti che sorridono, ecco, dietro c’è lui, il Gianluca. Il Gianluca e la Sara sono morosi da anni, e ora aspettano di sposarsi in autunno. Lei, diplomata maestra, fa la postina. Hanno comprato una villetta con giardino, sventrandola per rifarsela all’interno come volevano loro. Butta giù un muro di qua, alza su un muro di là, perché lei voleva la lavanderia separata e la cucina in muratura con il frigo a due piazze, lui la taverna dove mettere il mobile bar con la botte da cui spinare le birra come in un pub, ed entrambi i bagni in stile pompeiano, con la vasca idromassaggio e la doccia a sauna. Sulla scelta della cucina si sono trovati in perfetto accordo, e ne hanno scelta una che pare uscita da una puntata di Dallas: da dietro il tavolo a penisola ti aspetti che possa uscire da un momento all’altro J.R. è bellissima, e puramente decorativa, visto che Sara, messa ai fornelli, ha problemi persino a scongelare la pasta precotta. In salotto c’è una credenza ottocentesca che hanno fatto restaurare dal restauratore di fiducia; perché hanno un restauratore di fiducia per i mobili antichi, i due. Oltre alla credenza, campeggia nella sala un enorme televisore al plasma con lettore dvd. Non una libreria, perché di libri, in tutta la casa, non ce n’è praticamente uno, e quotidiani nisba; non un computer, perché «a me internet non mi prende mica, c’è da leggere troppo, non mi diverto». Però ci sono tre telefonini di ultima generazione, in bella vista, a ricaricarsi in entrata: sono in due, loro, ma, mi spiegano, uno è di scorta, e poi ci si lascia dentro la seconda scheda: cambiarla quando serve è troppo traffico, tanto vale avere un cellulare in più. L’unico problema della nuova casa è il garage: c’è posto per una macchina sola, la station vagon di lui; quella di Sara non ci sta, perché bisogna lasciare dentro le mountain bike per le escursioni in montagna, e l’equipaggiamento da sci, e l’attrezzatura subacquea, sennò si rovinano. Per il viaggio di nozze, non hanno ancora le idee chiare. Pensavano qualcosa tipo le Maldive, ma anche la Polinesia. Gli States no. Ci è andato per un mese il collega di Gianluca, Massimo, in viaggio di nozze con la moglie, l’anno scorso, e ha detto che sono belli, ma Sara ha paura degli attentati; Gianluca ha escluso Marocco, e Tunisia, e paesi arabi in genere, perché non ci vuole andare fra quei quattro beduini islamici, dice. «Ma a Febbraio – ricordo io – non siete stati dieci giorni a Sharm el Sheick?» «Vabbè, ma lì eravamo in un posto tutto gestito da italiani, di arabi non ne ho visto uno» Già, per dire. Si sposeranno in chiesa perché ci tengono ad avere una bella cerimonia come si deve, e non convivono già ufficialmente nella casa nuova perché sennò i genitori brontolano, si sa come sono fatti i genitori. Lei non vuole figli, lo dichiarato fin dall’inizio. «E il parroco, quando hai fatto il corso prematrimoniale, è stato d’accordo?» chiedo. «Ah, beh, mica gliel’ho detto, sennò piantava casini con la validità del sacramento… a quella lezione sono stata assente. Un mal di gola può sempre venire, no?» E per tutelarsi, giacché in Italia gli accordi prematrimoniali non si possono fare, è andata dall’avvocato a stilare una carta in cui lui le riconosce, in caso di divorzio, la proprietà indiscussa di una lista di cose presenti nella villetta, ed un rimborso spese per alcuni lavori fatti. Gianluca vota a destra, presumibilmente Lega; Sara una volta o due centrosinistra, ma adesso non vota proprio; o meglio, ha votato sì, alle ultime elezioni, ma per Panto: «Perché lo sapevo che era un voto disperso, almeno non andava a nessuno dei due, sono tutti uguali.» Né lui né lei sono iscritti ad un sindacato, e se viene dichiarato uno sciopero lui non aderisce. La politica? No, la politica non gli interessa, è tutto un mangia mangia, e i soldi, sì, i soldi è meglio spenderli nella casa, e nei viaggi, che se li metti in banca non ti danno niente, e poi va a finire che te li ruba Berlusconi o Visco. E quindi la serata passa così, con loro che mi aggiornano sulle ultime discoteche aperte nell’intorno, e sul concerto di Vasco, il trentesimo che Gianluca ha visto dal vivo e Sara no, perché lei alla terza volta che l’ha portata ha preso sonno; e poi mi chiedono contenti come va a me a scuola, e si stupiscono quando gli dico che alle volte mi stresso un po’ perché c’è tanto da fare: «Ma non fai l’insegnante? Hai tutti i pomeriggi liberi!», e come va al giornale, e sono contenti se il blog mi dà soddisfazioni, perché mi vogliono bene, e poi perché io sono sempre stata quella che scrive e legge e pensa, e ogni tanto con gli altri della loro compagnia mi tirano in ballo per far vedere che conoscono qualcuno che, bene o male, un piccola, magari piccolissima fama ce l’ha: la cronista del paese, quella che fa la giornalista. Me ne vado da casa loro, a tarda notte, con un peso indefinito sullo stomaco, che non è solo dato dalle pennette malamente scongelate che hanno messo in tavola, ma dalla presa di coscienza che quando io, noi tutti parliamo di classe operaia, e di borghesi, e di destra e di sinistra, e di società civile e paese reale e antipolitica e caste e qualunquismo e liberismo e Dio e famiglia e religione, parliamo e parliamo, ma usiamo concetti che non hanno più molti agganci con la realtà. Perché tutto è molto più confuso, incerto e fluido, e la classe operaia di un tempo non va più in paradiso, e fra un po’ nemmeno a Sharm el Sheick: ci è già stata troppe volte, si annoia. giovedì, 01 maggio 2008 Il moto perpetuo ai tempi della globalizzazione Il neosindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha preannunciato l'abbattimento di 85 campi Rom sul suolo del suo comune, e si è posto l'obiettivo di ventimila espulsioni. Il programma non prevede l'eliminazione fisica degli espellendi; e possiamo ragionevolmente prevedere che gli espulsi e i demoliti cercheranno di restare il più vicino possibile a Roma. Grande festa quindi in vista a Roma. E cavoli amari per Affile, Agosta, Albano Laziale, Allumiere, Anguillara Sabazia, Anticoli Corrado, Anzio, Arcinazzo Romano, Ardea, Ariccia, Arsoli, Artena e via via fino a Zagarolo. mercoledì, 30 aprile 2008 Tre parole uccello: zacuan, tzinitzcān, quechōlli. Non so se ho mai visto il zacuan, né se ho mai sentito il suo canto. [1] Probabilmente no: il zacuan vive nelle profonde foreste, io quando ero piccolo stavo nell'altopiano, a guardare colibrì, scorpioni e soprattutto le lucciole pulsanti che illuminavano la mia stanza. Il zacuan è un uccello - il Gymnostinops montezumae - ma non solo. E' anche il nome delle piume nere e arancione di un diverso uccello, lo zacuantōtōtl o trupiale. Piume che entravano a far parte, una volta, del zacuantica: ne parla il frate Bernardino de Sahagún, uomo incredibile, calato dalla Spagna che avrebbe finito per raccogliere quasi tutto ciò che si sa del mondo dei Mexica. Diceva lui, i zacuantica erano "bandiere a mano fatte con piume di quetzal che si alternavano a strisce con piume di trupiale, bandiere di piume di airone, bandiere d'oro decorate nelle punte con piume di quetzal". Ma il zacuan forse è ancora altro se, come narrano gli Anales de Cuautitlán, il dio Quetzalcóatl viveva nella "bella casa di corallo [o di conchiglia], che si chiama Zacuan" ("no kalli, sakwan, no kallin tapach...") Accanto al zacuan, troviamo il "bellissimo tzinitzcān". Nei dizionari della lingua náhuatl, leggiamo che quest'ultimo sarebbe il Trogon ambiguus o Trogon mexicanus (in inglese, il Doubtful Trogon): è certo un caso, ma nella nazione in cui la frontiera tra i mondi è un solco profondo dentro ogni anima, è bello trovare insieme le parole ambiguus e mexicanus. Ma qui di nuovo c'è qualcosa che ci sfugge: le fonti che parlano dello tzinitzcān lo indicano come un uccello acquatico dal piumaggio nero, ben diverso dal colorato e ambiguo messicano. Come zacuan, anche questo termine si carica di altri significati: tzinitzcān indica anche le piume che provengono da una piccola parte della base dell'ala di diversi uccelli. La terza parola uccello è quechōlli, e si riferisce alla spatola rosa [2], una sorta di fenicottero dal becco largo: "in mosakwan in mokechōl " - "Questo è il tuo zacuan, questo è il tuo quechōlli", si diceva presentando il bambino al Sole. Tutto questo lo raccontiamo, per poter affrontare sette righe di parole, che sopravvivono in un unico documento. Questo documento risale a due secoli dopo la Conquista. Il testo si chiama Cantares de los Mexicanos y otros opusculos, e nel fondo riservato dei libri della biblioteca nazionale del Messico, si trova in mezzo a libri di chiesa, manuali di artiglieria e disattesi regi decreti. [3] Messicanamente, la datazione ci offre un'altra ambiguità. Noi non sappiamo chi abbia detto, o meglio cantato quelle parole; e abbiamo solo un'idea vaga di chi le ha trascritte. Quindi possono risalire a uno di due mondi in apparenza opposti: il cosmo azteco, oppure quello dei conquistadores e dei missionari. Ciò che i Mexica hanno dipinto è andato in massima parte perso; ciò che rimane, è opera di chi li ha insieme distrutti e tramandati. Sappiamo che questa canzone, di cui non possiamo nemmeno intuire la musica, era ciò che chiamavano un otoncuicatl, una canzone otomì. Gli otomì sono un popolo doppiamente evanescente, perché sottomesso dagli stessi aztechi; e che parla una lingua distante da quella náhuatl, quanto lo è il cinese dall'italiano. Ma la lingua di questa "canzone otomì" non è l'otomì: per nostra fortuna, è proprio náhuatl, che di tutte le lingue del Messico - il Messico non avendo lingua ufficiale, riconosce come tali tutte le centinaia di idiomi che si parlano sul suo territorio - è forse l'unica che un italiano può sperare di pronunciare. Non ci si spaventi per l'apparente lunghezza di quelle che sono in realtà parole composte. Gli Otomì, che si dice "abitassero nelle grotte e vivessero di caccia", erano spesso i mercenari degli aztechi. Otomitl assume quindi un altro senso - il guerriero sanguinario. Non è una canzone per le penose orecchie dei cultori di Puerto Escondido, quindi. Dell'aspetto sanguinario di questo canto, cogliamo solo le enigmatiche parole, "tra le mie mani ci sono i fiori piangenti della guerra".[4] Il resto ci sfugge, ma certamente c'è.
Note: [1] La pronuncia è semplicemente, "sàquan" (gli ispanofoni non cadano nella tentazione di mettere l'accento sull'ultima), e quindi preferisco premettere "il" come articolo. [2] Il nome scientifico, e non stiamo scherzando, è Ajaia ajaja. [3] Nel tardo Ottocento, un americano, Daniel Garrison Brinton, trova per caso una copia dei Cantares, e traduce i testi dal náhuatl. Brinton è stato un medico; è stato uno dei più grandi etnologi americani; ed è stato anche un anarchico. Ma quei grandi uomini dell'Ottocento che nella scia degli imperi si dedicarono a cercare di capire il mondo meriterebbe un discorso a parte. Alcuni testi di Brinton sono stati pubblicati nell'ambito del benemerito progetto Gutenburg. E da lì traggo appunto questo piccolo testo. Mi limito a tradurre dall'inglese, purtroppo. Ho comunque modernizzato (e deispanicizzato) la grafia dell'originale. [4] Elsisiwi, che traduciamo qui come "piangente", deriva da una radice con molti rimandi: interiezioni di sofferenza, lamentarsi con qualcuno, sospirare. giovedì, 24 aprile 2008 Come vedete, questo blog va un po' a singhiozzo nelle ultime settimane. I motivi sono di diverso ordine: prima di tutto, è aumentato il lavoro. Un vero antimperialista deve farsi mantenere per fare la rivoluzione; però qui il Mullà Omar promette, promette, ma poi non mantiene e nel frattempo devo arrangiarmi traducendo contratti e altre noiosissime cose. Poi, ho fatto qualche breve viaggio, e anche questo fine settimana (che per me inizia oggi) sarò via. Il terzo motivo è più complesso e soggettivo, come potete intuire se leggete gli ultimi post: voglio riorientare un po' le mie attività e il mio scrivere, per uscire dalla tentazione del contingente. Adesso,chiudo di nuovo per qualche giorno. E chiudo anche i commenti, vista l'orda famelica di troll lì fuori, con accompagnamento di persone, magari in perfetta buona fede, ma che vogliono solo parlare di cose di scarsa o nulla importanza. Chiedo scusa ai commentatori storici, che hanno sempre contribuito con tante cose interessanti: tra una settimana o due, si dovrebbe riprendere normalmente - primero Dios. |
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